Pubblicato in: Uncategorized

FRS: Nota Bibliografica

Per la stesura di questa biografia mi sono servito specialmente dei documenti contenuti nei Processi per la Beatificazione e Canonizzazione, come pure delle biografie precedenti e del materiale conservato nell’Archivio delle Ancelle dell’Immacolata di Parma.

1. Parmensis Beatificationis et Canonizationis Servae Dei Annae Mariae Adorni, Fundatricis Congregationis Ancillarum Beatissimae Mariae Immaculatae, necnon Parmensis Instituti a Bono Pastore – Processus Ordinarii et Apostolici Positio et Summarium, Roma 1970.

2. Simonazzi Roberto – Un apostolo della carità – La Serva di Dio Anna Maria Adorni, Parma 1939.

3. Pederzani Stanislao, Cenni biografici della Serva di Dio Madre Anna Maria Adorni, Parma 1948.

4. Cioni Raffaello, Anna Maria Adorni, Parma 1953.

ARCHIVIO DELLE ANCELLE DELL’IMMACOLATA IN PARMA

A. Scritti della Venerabile

1. Storia della Fondazione, recante il titolo: I motivi che mi indussero a formare questa Casa (citato con « Storia della Fondazione » o semplicemente « Storia », di prossima pubblicazione).

2. Regolamento della Società di Pie Signore per l’assistenza spirituale delle detenute nella Casa di forza e correzione in Parma.

3. Regole per le Suore di Nostra Signora del Buon Pastore della Pia Casa di San Cristoforo in Parma, 1892.

4. Regolamento per le Ravvedute.

5. Allocuzione alle Suore e altri Scritti.

6. Relazione dell’Istituto delle Figlie dei SS. Cuori di Gesù e di Maria, 1856.

B. Altri Documenti

1. Leoni Luigi, Vita della Serva di Dio Anna Maria Adorni, Parma 1923, dattiloscritto.

2. Quaderno circa la Vita della Madre.

3. Frammenti, Scritti da Suor M. Maddalena Schivazappa.

4. Lettere in arrivo.

5. Lettere in partenza.

6. Documenti vari (trascritti dagli Archivi di Stato e dagli Archivi della Curia vescovile di Parma e altri).

STUDI

1. Studio sull’apostolato specifico della Congregazione (senza data).

2. Il carisma della nostra Madre Fondatrice, 1968.

3. La nostra Congregazione, 1970.

4. Cesareo Rosa Pia, Madre Anna Maria Adorni e l’Istituto Buon Pastore in Parma – La rieducazione delle ragazze traviate – Tesi di laurea, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano 1952.

PER CONOSCERE MEGLIO LA VEN. ANNA MARIA ADORNI

Oltre la presente biografia consigliamo:

1. Anna Maria Adorni, Al servizio dei più deboli. Scritti spirituali a cura di Damiana Passarotti, Città Nuova, Roma 1983.

2. Maria Assunta Buratti, Radici profonde – Pensieri della Ven. Anna Maria Adorni alla luce della Parola di Dio. Ancelle dell’Immacolata di Parma, 1985.

Pubblicato in: Uncategorized

FRS 4°parte: Gli ultimi anni

UN’EREDITÀ PERDUTA

In quegli anni, molte persone care a Madre Adorni, a una a una avevano lasciato questo mondo creando un vuoto attorno a lei e causandole profondo dolore e una pacata rassegnazione.

Nel 1877, venne a morte quell’uomo provvidenziale che fu I’Abate Giambenedetto Bottamini. Il giorno dell’Epifania, mentre diceva Messa, fu colto da malore. Portato nel suo appartamentino del 1° piano, vi langui fino al 15 giugno quando, pieno di meriti, rese la sua bell’anima a Dio. La Madre e le Suore lo piansero con sincero cordoglio e ne suffragarono l’anima con la più viva riconoscenza. Egli aveva assistito l’Istituto per oltre vent’anni. Con lui, la Congregazione perdeva un benefattore insigne e più che un amico, un padre. Come Direttore era stato il braccio destro della Fondatrice, ne aveva portato avanti ogni impegno di carattere amministrativo, tenendosi discretamente in disparte per tutto quello che riguardava l’ordinamento interno e la guida spirituale dell’istituto.

Il 23 ottobre 1879, mori improvvisamente Dom Oliveros a Tirano d’Istria. Madre Adorni ne fu misteriosamente informata. Lo stesso giorno, infatti, chiamò Suor Maddalena e le fece distrugre i diari che Dom Oliveros le aveva ordinato di scrivere: ormai non servivano più… Il 22 luglio 1882, venne a morire anche l’amabile e amato Mons. Villa e anche questo fu per la Adorni un grande dolore.

Nel 1884, morì la sua prima collaboratrice nella visita alle carceri, la nobildonna Teresa Batteri Lusardi. Poco dopo, il 31 gennaio del 1885, mori anche la buona, umile, laboriosa, Maria Monteverdi, cuciniera perpetua. Si racconta di lei che la Madre, nei primi tempi di San Cristoforo, le abbia chiesto che cosa le sarebbe piaciuto meno di fare in quella Casa. La giovane che aveva allora 24 anni, rispose con tutta semplicità:

– La cuciniera. La cosa che farei meno volentieri è proprio la cucina.

– Eppure, carina – soggiunse la Madre -, è proprio questo ciò che vi chiede il Signore.

In realtà, non c’era molta scelta e la buona Maria se ne andò serenamente in cucina, dove rimase per 28 anni, fino alla sua ultima malattia sopportata con la più eroica pazienza.

Anche la prima compagna di ideali e di fatiche, la meravigliosa Pietrina Bergamaschi, se ne andò, quasi in punta di piedi, il 13 marzo 1890, dopo essere vissuta con Madre Adorni per oltre 40 anni.

Qualche anno prima era morta un’altra amica della Adorni, sulla quale dobbiamo trattenerci un poco.

Madre Adorni, come si è visto, si trovò quasi continuamente in strettezze economiche e spesso anche nella mancanza del necessario. Ciò avvenne specialmente dopo la morte del Vescovo Villa, il quale nella sua povertà, trovava sempre qualche avanzo per il suo « orto chiuso ». Si sa che le ricoverate avevano un cibo povero, talvolta dovevano accontentarsi di patate cotte nell’acqua senza alcun condimento; il latte era un lusso e lo si passava assai raramente: nel giorno dell’Immacolata, in omaggio alla Vergine, e in qualche altra particolare circostanza. L’estrema povertà impediva di accogliere un maggior numero di fanciulle, anche se la necessità di farlo era molta. Spesso, con il cuore che sanguinava, la Madre era costretta a rifiutare. Qualche volta, presa da scrupoli, il giorno dopo mandava a chiamare chi le aveva presentato la fanciulla e diceva: « Questa notte non ho potuto dormire: portatemi quella bambina! Il Signore provvederà! ». Oppure: « Non la potrei proprio prendere, ma mi avete pregato in nome della Madonna: come posso dir di no alla Madonna? ».

La marchesa Teresa Pavesi Negri era al corrente di questa situazione e non mancava di aiutare; si era anzi proposta di lasciare una pingue eredità all’Istituto, dopo la sua morte. Si trattava di 200.000 lire che, allora, erano un vero capitale. Con quella somma Madre Adorni non avrebbe più avuto preoccupazioni per lungo tempo.

Quando la pia Marchesa si ammalò, la Madre le mandò come infermiera Suor Giuseppina Bianchi, non potendo la marchesa far conto sulla sua domestica, sorella di quell’ammalata di mente che già abbiamo ricordato e un po’ tocca anche lei. Mentre Suor Giuseppina l’assisteva o quando la Madre andava a trovarla, la marchesa ripeteva continuamente che stessero tranquille perché alla sua morte avrebbero avuto la somma promessa: il suo testamento era là, custodito in quel cassetto, e aveva provveduto con cartelle del debito pubblico a pagare anche le tasse di successione.

Ma quando la buona marchesa morì, il 27 agosto 1883, del testamento non si trovò traccia: si suppose che la domestica, nella sua mente sconvolta, avesse bruciato il testamento per accendere il fuoco.

Madre Adorni accolse la notizia senza dar segno di turbamento. Disse semplicemente: « Il Signore mi aveva dato come sicura questa fortuna, il Signore me l’ha tolta. Che Egli sia in eterno benedetto! ».

Divulgatasi la notizia, varie persone, amiche della Venerabile, si fecero premura di andarla a trovare per consolarla della disgrazia; ma nella loro prudenza umana dicevano alla Fondatrice:

« In questa situazione, Madre, non può portare avanti l’Opere. Lei è già anziana e non ha bisogno di tante preoccupazioni: rimandi le ragazze e viva tranquilla i suoi ultimi anni ». Ma la Madre rispondeva:

« Mi scusino se francamente dico loro che vengono da me a far le parti di Lucifero tentatore. È mia ferma convinzione che se questa mia povera istituzione è opera di Dio, Egli ci assisterà e provvederà: io ne sono certa. Piuttosto che metter fuori anche una sola di queste carissime giovinette, andrò a mendicare di porta in porta ». E soggiungeva: « Non potrei mai mandarle via da questo luogo dove sono felici e dove sono preservate dal male! ».

Anche le Suore si mostravano afflitte e piangevano. E la Madre: « Mi meraviglio più di voi che delle persone del mondo, perché in questo modo, Figliole, mostrate di non aver piena fiducia in Dio ».

E a Suor Giuseppina che più delle altre piangeva, anche per aver sentito tante volte le promesse della marchesa: « Non ti affliggere, diceva incoraggiandola, non ti affliggere! Il Signore vuole fare tutto Lui in quest’Opera, ed Egli certo provvederà. Non dubitare! ».

E Dio volle premiare anche visibilmente la fede della Venerabile, con alcuni interventi straordinari che ci vengono ricordati dalle ex alunne che vennero a deporre al Processo di beatificazione. Sentiamone una. È di Zoraide Melli di Parma.

« Ricordo che un dì, poco prima di mezzogiorno, Suor Maria Giuseppina Bianchi, nostra maestra, ci disse: “Mi dispiace, bambine; questa mattina avete mangiato, ma finora per mezzogiorno non c’è nulla”. Nessuna di noi parlò.

Poco dopo, venne in classe Madre Adorni e disse: «Bambine, mettetevi in ginocchio e pregate la Madonna che ci provveda il cibo; io mi ritiro e pregherò anch’io”.

A mezzodì fummo condotte a tavola, ma non c’era nulla ed aspettammo il pane della Provvidenza.

Erano passate le dodici di pochi minuti quando -Suor Elisabetta Rossi sentì suonare il campanello. Davanti alla porta c’era un carro carico d’ogni ben di Dio e noi mangiammo molto bene e allegramente. Non si seppe mai chi fosse l’uomo che portò la roba, né chi l’avesse mandata ».

Un’altra volta, la Madre mandò due Suore a pulire il cassone dove si metteva la farina. Ma una delle Suore le disse: « Va bene pulirlo, Madre; ma che cosa ci mettiamo dentro? È completamente vuoto! ». La Madre rispose: « Abbiate fiducia, Figlie mie, e vedrete che la Provvidenza ci verrà in aiuto. Il Signore sa che abbiamo bisogno e non abbiamo mezzi ». Poche ore dopo arrivò all’Istituto un carro carico di sacchi di farina.

Queste grazie del Signore erano frutto della preghiera della Venerabile. Qualche volta essa accompagnava la preghiera con l’offerta di sacrifici e penitenze. La Madre guardava le piante da frutto nell’orto e pensava che già da qualche anno non producevano più nulla. Un po’ di frutta sarebbe stata una manna del Cielo! Non sarebbe costata nulla e avrebbe giovato molto alla salute delle sue ricoverate. Pregò quindi il Signore di far produrre molta frutta al suo orto, in quell’anno di miseria, e promise che per tutto l’anno non avrebbe assaggiato un frutto. Il Signore esaudì la preghiera della Venerabile e le piante, in quell’anno, si riempirono di frutta. Le Suore portavano alla Madre le primizie, magnificando la bellezza e il profumo di quella frutta e insistevano perché la Madre – a cui la frutta piaceva – ne mangiasse…, almeno ne assaggiasse un po’. Per liberarsi dalle filiali insistenze la Madre fu costretta a rivelare la promessa e la grazia che il Signore aveva concesso.

Così, il Signore mostrava la sua benevolenza verso la sua serva fedele e dava segni evidenti che Egli voleva l’Opera da Lei fondata.

La fama di questi fatti varcò le mura dell’Istituto e si diffuse nella città, confermando la comune opinione che Madre Adorni era veramente una santa.

APPROVAZIONE DELLE COSTITUZIONI

A Mons. Villa era succeduto a Parma Mons. Andrea Miotti che fece il suo ingresso il 28 gennaio 1883.

Era un uomo intelligente e colto e se non ebbe con Madre Adorni così frequenti contatti come l’ebbero i suoi due immediati predecessori, ciò è da attribuirsi allo stato di salute della Adorni ridotta ormai a non potersi più muovere liberamente da casa. Così doveva accontentarsi di incontrare il Vescovo quando questi aveva occasione e modo di recarsi lui stesso a San Cristoforo. Probabilmente, queste visite non poterono essere frequenti, perché anche la salute del nuovo Vescovo non era florida.

Tuttavia, Mons. Miotti mostrò di apprezzare l’Opera di Madre Adorni e, quando fu necessario, la difese strenuamente contro le pretese dello Stato, che più di una volta avrebbe voluto requisire l’edificio di San Cristoforo[1].

Interessanti le notizie che egli dà sull’Opera nel 1888, rispondendo ad una lettera del Prefetto della città:

« Al presente ci sono 25 fanciulle orfane e abbandonate o pericolanti, tutte al di sotto dei vent’anni. A quest’età vengono affidate a famiglie come inservienti.

Se ne potrebbero accettare fino a 40, per centesimi 40-100 al giorno. Se si dovessero accettare le ravvedute, allora molte di meno e ci vorrebbe una retta maggiore per cibo e vestito.

Dirige l’Istituto la Signora Botti, assistita da poche altre donne pie, e la massima parte cadenti per l’età (a quest’epoca, di giovani erano entrate solo la Zurlini e la Schivazappa). Esse prestano gratuitamente la loro opera ».

Può sembrare strano che, in questo momento – dicembre 1888 -, non vi siano più « ravvedute » nella casa di San Cristoforo. I documenti fanno cenno alle leggi italiane di tolleranza nei confronti della prostituzione: fuori delle carceri non era certo facile avere contatti con quelle infelici[2]. Non restava che adattarsi ad accogliere le poche – di solito minorenni – che la Pubblica Sicurezza toglieva dalla strada e affidava temporaneamente alle Suore di San Cristoforo: non era l’opera di riabilitazione prevista dalla Fondatrice, ma poteva considerarsi un’alternativa all’apostolato di conversione che prima svolgevano in carcere.

Non sempre queste infelici, portate dalla Polizia, ci rimanevano volentieri, e non sempre si lasciavano ricondurre a buoni propositi dalle pie esortazioni della Adorni e delle Maestre. In quei casi, non c’era altro da fare che riconsegnarle alla Polizia, la quale le rimetteva sulla strada. Si ha il ricordo di una di queste infelici, di nome Carolina, ancora minorenne. Non ci fu verso di trattenerla. Era così intollerante e depravata che fu necessario riaffidarla alla Polizia. Madre Adorni la vide partire con le lagrime agli occhi e quando la porta si chiuse dietro di lei, disse con tristezza: « Presto ne sentirete le grida disperate… ».

Non molto dopo, nella notte, si udirono infatti le urla di una donna e il giorno dopo si seppe che una certa Carolina X era stata assassinata sullo Stradone (ora viale Martiri della Libertà), che passa accanto all’orto di San Cristoforo.

Ritornando alle benemerenze di Mons. Miotti nei confronti dell’Istituto di Madre Adorni, dobbiamo segnalare l’approvazione delle Regole.

Abbiamo già detto che Mons. Villa aveva veduto e lodato il Regolamento, ma ne aveva suggerito una stesura definitiva. Mons. Miotti verso gli anni ’90 incaricò due o tre persone di rivedere e correggere il Regolamento di Angers, così com’era già stato selezionato da Madre Adorni. Tra queste persone c’era l’Avvocato Modesto Tarchioni, un uomo competente in Diritto Canonico e, a quanto sembra, anche nel Diritto dei Religiosi, o almeno è divenuto tale per l’impegno e la serietà con cui ha studiato il problema.

È stato lui la guida sicura nella scelta e modifica degli articoli; sua è probabilmente l’Introduzione, anche se rispecchia fedelmente il pensiero di Madre Adorni e ne riporta a volte le parole; sue sono alcune « Osservazioni » assai sensate sulle Costituzioni stesse.

L’Avvocato Tarchioni ha le idee molto chiare su quelle che devono essere le Regole (oggi si direbbe le « Costituzioni ») nei confronti di altri testi che si potrebbero chiamare direttori o costumieri o simili. « Le Regole, egli dice, non vogliono e non debbono disporre sui minimi particolari in tutto. Parecchie minute osservanze si stabiliscono, prima per ordine di chi può comandarle e poi per tradizione (che nelle Case religiose si forma presto e nella Casa di San Cristoforo è già formata da tempo considerevole): ed è bene che resti libero il mantenerle o il mutarle, secondo che in seguito parrà meglio. Le Regole, fatta eccezione per alcuni capi, per lo più non danno che lo scopo, lo spirito e l’organismo generale dell’Istituto »[3].

In secondo luogo, egli ha voluto specificare i punti di incontro e di divergenza delle due Istituzioni: quella di Angers e quella di Madre Adorni. Qui certamente c’è stata la collaborazione stretta con la Madre; anzi, vi si sente perfino lo stile. Nel Proemio, infatti, è scritto: « E poiché a Dio è piaciuto che (il Pio Istituto), sia per l’estrema tenuità dei mezzi, sia per lo scarso numero delle congregate, restasse nella primitiva pochezza e non avesse facoltà di praticare varie cose usuali nelle Congregazioni antiche (…), la sola via per seguire nella misura possibile il primitivo disegno, è di prendere dalle suddette Costituzioni tutto ciò che si può adattare alle condizioni della Casa e congiungervi ciò che un’esperienza più che trentennale ha per essa dimostrato opportuno ».

Constatate alcune convergenze di scopi e di spirito, si affermano alcune differenziazioni. Anzitutto, non si accetta la clausura nel senso rigoroso del termine, perché questa richiederebbe personale al servizio delle Suore, per tutti i contatti con l’esterno. La Madre ritiene che le Suore debbano poter uscire per acquisti, commissioni di lavori e per altre necessità (e fa capire che anche questo fa parte del loro spirito di povertà che non permette che si sia serviti in nessuna maniera). La clausura dovrà consistere soltanto in quelle limitazioni nel ricevere persone, soprattutto di sesso diverso, nell’interno della Casa, che sono proprie delle semiregolari (Cap. XV, 1).

Altra particolarità è l’assunzione di un nome nuovo (che potrà anche essere quello che avevano prima) seguito da un appellativo religioso, come Maria Bianca del S. Cuore di Gesù, Maria Celeste di S. Giuseppe, Giuseppina del SS. Sacramento, ecc.

Una variante notevole è l’autorizzazione a deporre l’abito religioso, durante i lavori pesanti, per indossare una veste marrone, senza velo. In una edizione non definitiva pare fosse stabilito di portare, in casa, un vestito e un velo diverso. Il Tarchioni fa notare che l’abito religioso dovrebbe essere portato sempre come segno della consacrazione della persona a Dio; si dovrebbe ammettere solo come eccezione che lo si deponga, per usare un vestito più ordinario, nelle grosse faccende domestiche. Si abbia cura, però, che non siano solo le Suore addette ai lavori a usare tale vestito, ma tutte vi si adattino quando compiono lavori grossolani, per non dare adito alla divisione in classi, cosa che si vuole assolutamente evitare. Probabilmente, la Madre volle questa norma per spirito di povertà, per non sciupare l’abito religioso – certo unico – nei lavori di casa.

L’accenno all’unica classe è pure una differenza tra l’Istituto di Madre Adorni e le Suore di Angers che avevano le coriste e le converse.

Non si riscontrano altre notevoli varianti, salvo che il capitolo sul governo è molto ristretto, come si conveniva ad una Congregazione con così pochi membri. Certo, se si fossero seguiti rigorosamente i criteri indicati dal Tarchioni, molte minuziose regole di carattere esortativo sarebbero state eliminate: ma ciò non era nella mentalità dei tempi.

Restava ancora un’obiezione: come si può approvare una  Congregazione religiosa che ha così pochi membri e che ha così poca probabilità di sopravvivere alla Fondatrice? Che figura farebbe la Curia se tale Congregazione, subito dopo approvata, cessasse di esistere? Non è meglio far esaminare da un’apposita Commissione se sia opportuno o no erigere canonicamente tale Congregazione?

Chi muoveva queste obiezioni pare fosse il Vicario Generale, Mons. Giuseppe Burlenghi, che abbiamo già incontrato. Non che avesse qualche ostilità verso Madre Adorni, ma la prudenza suggeriva… E c’erano altri con lui. Non c’era nulla di meglio che costituire una commissione e trincerarsi dietro l’anonimato del voto, per negare l’opportunità dell’erezione. L’avvocato Tarchioni avvertì subito l’insidia e in una lunga lettera ad un certo « Ill.mo e Rev.mo Signor Canonico », che noi riteniamo sia stato appunto il Burlenghi, risponde da vero Avvocato.

Il pretesto da cui parte il Burlenghi nello scrivere la lettera è la richiesta se sia necessario mettere nelle Costituzioni se il Vescovo debba intervenire o no alla Professione dei voti perpetui. Il Tarchioni risponde che è una cosa da direttorio, ma approfitta per insinuare che sarebbe un sacrosanto dovere del Vescovo contribuire, da parte sua, con l’approvazione canonica, alla continuazione della famiglia religiosa di Madre Adorni. Egli scrive: « Così il Vescovo si determini (finalmente, aggiungiamo noi, perché la parola, al Tarchioni è rimasta sulla penna…) a compiere l’atto iniziato quarant’anni addietro, approvando le Regole dell’Istituto (…) allora fondato, e soddisfacendo il santissimo desiderio di queste pie donne di servire Dio nella forma dalla Chiesa riconosciuta la più perfetta, cioè una Congregazione religiosa, e così assicurare, per quanto dall’Autorità ecclesiastica può dipendere, la continuazione della religiosa famiglia e della buona opera da essa esercitata (…) ».

Quanto all’obiezione di cui sopra, risponde l’Avvocato dicendo: « Mi permetta di farle osservare che, in genere, le commissioni sono la via più solita per tirare in lungo le cose e concluder poco; e, in specie, che l’inconveniente da V. S. temuto d’un qualche disdoro per l’Autorità ecclesiastica se la Congregazione (per ipotesi) da essa eretta, poco dopo l’erezione dovesse cessare, diventerebbe (per quanto non possa mai essere grande) alquanto maggiore se l’erezione fosse stata preceduta da consultazioni e delibere di molte persone. Al caso, le due o tre persone che hanno naturalmente la cosa tra le mani, sovrabbondano ad esaminarla e si può ritenere che già la conoscono sufficientemente, ma per ora non sembrano disposti a risolverla [la sottolineatura è nostra] ». E conclude con un « Ciò augurando da Dio in cui sono in mano i cuori », dove il « ciò » è forse grammaticalmente poco chiaro; ma a che cosa si riferisca è ovvio. Bisogna concludere che, per una volta tanto, i laici hanno insegnato ai preti!

La lettera è scritta il 23 dicembre 1892 e la questione è ancora in alto mare: il Vescovo è a letto, gravemente infermo di quella malattia che lo porterà alla tomba tre mesi dopo, il 30 marzo 1893; Madre Adorni è quasi novantenne, stremata di forze e anch’essa prossima alla morte. Umanamente parlando, l’approvazione era di là da venire… Certo, la Fondatrice non avrebbe avuto la consolazione di veder pienamente riconosciuta dalla Chiesa la sua Congregazione, prima di morire. Così pensavano tutti, ma la Madre aveva detto: « State tranquille, prima che io muoia il Signore ci darà una grande consolazione ».

Deve essere intervenuto anche il Padre Anastasio, da due anni Direttore dell’Istituto, forse in una sua visita all’illustre infermo. Il fatto è che il Vescovo, dal suo letto, inviò all’Istituto, in data 3 febbraio 1893, le Costituzioni approvate, con un biglietto al Padre Anastasio (la Madre era troppo malata) con queste parole: « Rimando il Regolamento per la Pia Società di San Cristoforo, l’approvo pienamente e di gran cuore. Lo trovo ben acconcio per la direzione di quella piccola, ma cara tribù, e ringrazio la Paternità Vostra Rev.ma per la speciale cura che si piglia di essa.

 Benedicendola cordialmente, mi professo

Aff.mo in G. C.
† G. Andrea, Vescovo »

Questa era la consolazione che la Madre aspettava, per morire in pace!

 GRAZIE STRAORDINARIE E PENE DI SPIRITO

Madre Anna Maria Adorni aveva cominciato a soffrire di reumatismi e di artrite a circa 50 anni; ma dal ritorno a San Cristoforo, dopo l’intermezzo di San Lazzaro, i dolori si fecero più frequenti e l’artrite a poco a poco le rese difficile il muoversi liberamente. Usciva raramente di casa e non poteva più recarsi alle prigioni o ad assistere gli infermi.

Ad un certo momento, si ridusse al seggiolone. Poteva muoversi solo appoggiandosi ai mobili o sorretta dalle Consorelle. Questo avvenne soprattutto negli ultimi anni. Le si aggiunse anche il mal di cuore con la conseguente cattiva circolazione del sangue e l’apparire di una progressiva pinguedine, segno evidente di un cattivo stato di salute. Malgrado questi disagi e i dolori reumatici, essa non si lamentava mai e si sforzò, fino all’ultimo, di partecipare a tutte le pratiche della comunità, facendosi condurre in cappella o in refettorio, muovendosi per tempo, in modo da arrivare all’ora esatta. Non si permise nemmeno di alzarsi tardi e non volle accettare cibi differenti da quelli della comunità; del resto, mangiava pochissimo.

Leggeva qualche libro, riceveva i visitatori, ma soprattutto pregava. Finché poté praticò devotamente la Via Crucis e quando non poté più muoversi diceva alle sue Suore: « Andate pure, voi, io resto qui, ma credete, io sono unita alla Passione del Signore, notte e giorno ».

La fama della sua santità si era così diffusa che veniva gente da ogni parte a visitarla, a chiedere preghiere e consigli. Un giorno, una povera donna del popolo le portò la sua figlioletta che era cieca e, con tutta semplicità, pregò la Madre di guarirla. La Madre accarezzò la bambina dicendole delle buone parole, poi si raccolse in preghiera e dopo un po’ pose la sua mano sulla testolina della bimba che istantaneamente guarì. Di questo fatto fu testimone Suor Anna Grassi[4].

La Madre accoglieva tutti con un affabile sorriso, ascoltava con materna attenzione e per tutti aveva una parola buona, un consiglio saggio, un’esortazione spirituale. Talvolta, il visitatore o la visitatrice si accorgevano che essa scrutava i cuori e che rispondeva ai pensieri nascosti e che a volte prediceva il futuro.

Per ricordare solo alcuni fatti, dirò della contessa Elisa Benassi Trivelli, che un giorno manifestò alla Madre il desiderio che sua figlia Gigina si facesse Religiosa. Madre Adorni rimase un momento come assente, quasi si consultasse con qualcuno, e poi disse: « No, contessa, la sua Gigina non è chiamata allo stato religioso. Si sposerà, avrà molti figli e alcuni di essi si consacreranno al Signore ». Suor Clara Del Prato, parlando dello stesso episodio afferma che abbia detto più esplicitamente: « Nella sua famiglia vi sarà un Sacerdote e vi saranno pure delle Religiose ». Così infatti avvenne. Ebbe sedici figli tra cui uno Sacerdote e due Suore. Il figlio Sacerdote, Mons. Emilio Pallavicino, molti anni dopo, nel 1939, confermò con lettera l’avvenuta profezia e il suo avveramento.

Nella stessa lettera, Mons. Pallavicino fa un cenno anche al Ven. Guido Maria Conforti. Scrive di aver udito da Suor Maddalena Schivazappa che il Conforti, da giovane Sacerdote, andò a confidarsi con Madre Adorni circa il suo progetto missionario. La Venerabile gli predisse che avrebbe fondato l’Istituto per le Missioni Estere, aggiungendo particolari che si sono avverati appieno.

Il Conforti si era recato da Madre Adorni anche quand’era seminarista. Gli era stata rimandata l’ordinazione sacerdotale per una malattia che l’aveva colpito e che lo tormentava da anni. La Venerabile gli disse con accento sicuro: « Vada a Fontanellato. La Madonna l’attende per farle la grazia. Diverrà Sacerdote e anche Vescovo ». Mons. Conforti stesso ebbe a confermare questo episodio a Suor Maria Clotilde Losappio in occasione della posa della lapide per la Venerabile.

Ma egli riferì l’ultima frase un po’ diversamente da altri testi. Gli avrebbe detto che sarebbe diventato Padre e Pastore, nelle quali parole, Mons. Conforti vide un accenno al fatto che divenne Vescovo e fondò un Istituto. Soggiungeva anche di aver ricavato conforto da quelle parole e di essersene sentito incoraggiato nelle varie difficoltà che ebbe poi ad incontrare.

Da Sacerdote, Mons. Conforti andò abbastanza spesso a celebrare la Messa a San Cristoforo e gli capitava di dare la Comunione alla Venerabile e di vederne il volto trasfigurato e come estatico: « Qualche cosa di celestiale! », egli disse.

La Madre più di una volta mise in rilievo l’umiltà del chierico Conforti e fu sentita dire che il Conforti era un santo e che sarebbe stato canonizzato.

Anche un altro Fondatore si recava da Madre Adorni. Era il Servo di Dio, Mons. Agostino Chieppi, Fondatore delle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria. Egli dirigeva alcune anime pie, che avevano manifestato il desiderio di donarsi pienamente al Signore. Il Chieppi si sentiva ispirato a fondare una comunità religiosa, ma dubitava che fosse questa la volontà del Signore. Perciò, agli inizi del 1865, si recò dalla Madre Adorni, ponendo l’alternativa se fondare un nuovo Istituto o indirizzare le cinque giovani alla comunità della stessa Adorni. La Venerabile rimase un momento raccolta in preghiera, poi alzò il capo e disse risoluta: « Ecco, grazie a Dio, la mia povera istituzione va ora avanti abbastanza bene. Lei, Reverendo, si impegni pur subito ad aiutare quelle sue Figlie che io ben conosco. Esse hanno tanto bisogno della guida sicura di uno zelante ministro del Signore. Vostra Reverenza, con l’aiuto di Dio e di Maria Santissima, farà molto bene a loro e alla Società, per mezzo della nuova Istituzione ». Si compiacque anche dell’appoggio finanziario che egli aveva trovato nella contessa Anna Simonetta Pallavicino, ben conosciuta dalla Madre. Possiamo immaginare quale conforto e incoraggiamento abbia ricevuto il pio Sacerdote da questo messaggio del Cielo.

Quando Mons. Chieppi sarà malato grave, due Suore si recheranno da Madre Adorni a chiedere preghiere. Siccome era sera tarda, le due Suore non vollero salire in camera della Venerabile, ma le fecero riferire il messaggio. Questa, dopo un momento di silenzio, disse: « Riferite alle buone Suore che pregherò assai per i l loro Padre; ma raccomando loro vivamente di abbandonarsi alla volontà di Dio ». Le buone Suore capirono, da queste parole, che cosa intendesse dire la Madre. Infatti, durante quella stessa notte, verso le una e mezzo, Madre Adorni chiamò Suor Maddalena che dormiva nella medesima stanza e le disse: « Maddalena, inginocchiatevi e recitiamo un De profundis per Mons. Chieppi e preghiamo anche per le sue Figlie perché il Signore doni loro la necessaria rassegnazione ». Mons. Chieppi infatti morì in quella notte tra il 6 e il 7 settembre del 1891.

Una persona molto amica di Carolina Adorni, la contessa Liberata Liberati Boselli, andava spesso a trovarla, specie durante gli ultimi anni quando la Madre era relegata in stanza. Essa afferma di essersi recata da lei più volte con l’animo turbato e di essersi sentita dire quello che l’angustiava, prima ancora di parlarne, e sempre se ne ritornava consolata.

A Don Luigi Comelli, parroco di San Quintino, che andò a salutarla prima di partire missionario per l’America, la Madre disse: « Lei tornerà presto, ma non ci vedremo più ». Così infatti avvenne.

Ad una giovane, una certa Canevari, sconsigliò le nozze con quello che era allora il suo fidanzato. Essa si sposò, ma solo un mese dopo si separò dal marito e ricordava con rammarico di non aver seguito i consigli di Madre Adorni. Ad un’altra giovane invece, certa Marcellina Zanetti, consigliò di farsi Religiosa e le assicurò la perseveranza. Quando la giovane partì per entrare dalle Suore di Maria Ausiliatrice, il 30 novembre 1889, andò a salutare Madre Adorni. Questa volle che stesse un po’ con lei e le fece fare colazione nella sua stanza. Al momento della partenza, si commosse e le disse piangendo: « Non ti rivedrò più Figlia mia! ».

« Oh, sì, in Paradiso, Madre! », rispose la giovane. E la Madre:

« Se fossi più giovane, me ne verrei anch’io in missione con te ». La buona Martellina fu missionaria in un lebbrosario in Peni.

Questi e altri fatti del genere erano una riprova di quanto il Signore prediligesse quella sua serva fedele che l’aveva tanto amato e che aveva speso per Lui e per il bene delle anime più abbandonate tutta la sua lunga vita.

Ma le grazie straordinarie generalmente vanno unite a pene e dolori che le controbilanciano. Fu anche l’esperienza di San Paolo.

Oltre alle sofferenze fisiche e le preoccupazioni materiali, oltre alla sofferenza morale intensa al pensiero delle anime che non corrispondono all’amore di Dio e si perdono, c’erano per Madre Adorni altre intime sofferenze che ne affinavano lo spirito mentre le dilaniavano il cuore.

La sofferenza che l’assaliva talvolta era quella di non aver amato abbastanza il suo Dio, almeno – così pensava – in un determinato periodo della sua vita. Perciò, rinnovava continuamente le sue attestazioni di amore e, per dimostrare a Dio che veramente l’amava con tutto il cuore e tutte le forze, aveva fatto il voto di compiere sempre ciò che credeva più perfetto.

A volte, la tormentava il pensiero di potersi allontanare da Dio e ciò costituiva un dolore immenso; o addirittura si sentiva lontana da Lui, come in una notte tenebrosa, pur sapendosi unita a Lui con la grazia. Era come se fosse abbandonata da Dio e ne soffriva pene indicibili. Sperimentava in se stessa un po’ di quella tremenda solitudine che provò Gesù sulla Croce, quando si senti abbandonato dal Padre ed esclamò con angoscia: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ». Eppure, anche in quei momenti, la Venerabile non cessava di esprimere a Dio il suo amore, chiedendo per sé solo la nuda croce e il più puro amore.

Era la « notte oscura » di cui parlano i mistici e che Madre Adorni provò in tutta l’angoscia di cui era capace l’anima sua.

Leggiamo alcuni brani di lettera inviata al suo Confessore, casualmente, o provvidenzialmente, sfuggiti al severo ordine dato a Suor Maddalena di distruggere ogni scritto.

« Conoscendo io d’aver tanto offeso Sua Divina Maestà, mi si riempie il cuore d’orrore. Ho timore di non essermi ben confessata nella mia vita passata e, di più, temo d’aver ingannata i Confessori e d’ingannare Lei pure. Questa pena è assai grande; ne ho crudelissimi assalti di disperazione. Mi trovo assalita a tal segno che alcune volte mi pare di vedermi chiuse tutte le porte della consolazione e del sollievo. E poi, nelle mie afflizioni presenti, m’abbatte molto – benché questa non sia la maggiore delle mie tristezze – il conoscere che queste pene che io soffro (che a me pare nudo patire) non cesseranno mai, anzi, sempre più cresceranno. Ah, qui devo, per così dire, violentare la povera mia umanità, con un coraggio superiore al mio debole sesso.

Ma essendo in una notte così oscura, non so da che parte mi venga questa conoscenza di dover sempre patire. Ma, in qualche istante, quando sono più illuminata, mi pare – se non sbaglio – che non debba esservi in questo il nostro comune nemico per abbattermi, dati gli effetti che in me rimangono: è vero bensì che la parte inferiore ricusa il patire e lo vorrebbe allontanare da sé, ma la parte superiore vorrebbe sempre più patire e assoggettarsi in misura pari a quanto gli resiste.

Ma il martirio che più mi affligge è il timore che ho di perdere Dio e se il cammino che io batto è il più sicuro per piacergli e servirlo. Oh, grande Iddio, se fin qui non ho fatto che i primi passi, col mio desiderio, nel servirvi! ».

Gran patire è l’amore veemente dell’Amato – scrive altrove – gran patire è il timore di perdere l’Amato ! Insomma, per me tutto è patire, tutto è morire! ».

A conclusione di questi pensieri che raffigurano un po’ le pene di spirito e gli ardenti desideri di amare e di soffrire per l’Amato che si alternavano nel cuore della Venerabile, riportiamo una preghiera, da essa composta, che ne è come la sintesi.

O Padre dei poveri! Ecco ai vostri santissimi Piedi la più povera tra le vostre figlie, che desidera di essere da Voi arricchita di grazie, lumi e forza.

Non ricuso, no, Signore, il patire, ma voglio vincere con Voi il patire. Voi ben vedete che la mia vita è un continuo morire. Non provo che noia, disgusto, tristezza, desolazione, ansietà di spirito, laceramento del cuore: per ogni verso sono martirizzata, è vero, ma per Vostro amore io soffro in pace qualunque cosa Voi, mio Dio, volete da me.

Il Vostro amore per me Vi fece oltrepassare tutti i confini, ed io dovrei misurare il termine al patire? Ah, mai! Prima morire!

Unico Consolatore, non mi riconosco più: ho sete ardentissima di patire e vorrei patire e non patisco. Quando la parte inferiore patisce, la parte superiore si lamenta di non patire e patisce di non patire ».

LA SANTA MORTE

La sera del 12 marzo 1892, Suor Elisabetta Rossi si recò in camera della Madre, come il solito, per condurla in cappella alle preghiere della sera. Ma essa le disse che quella sera non si sentiva di muoversi e che avvisasse le Suore di non attenderla: si sarebbe unita a loro in ispirito.

Suor Elisabetta voleva rimanere o almeno accendere un lume, perché ormai faceva buio, ma la Madre non volle e le disse di andare a recitare le preghiere con le altre.

Terminate le orazioni della sera, Suor Elisabetta si affrettò a tornare nella camera della Madre, ma con sua sorpresa non ve la trovò. Affannata si mise a cercarla nelle stanze vicine, sempre timorosa che non fosse caduta, col pericolo di fratturarsi una gamba, data l’avanzata età. La trovò nella stanza accanto, in piedi presso un cassettone da dove aveva estratto la biancheria per il cambio del giorno dopo.

L’affezionata Elisabetta la rimproverò dolcemente: « Ma, Madre, perché è venuta qui, al buio con il pericolo di cadere? ».

« Al buio? – domandò sorpresa la Venerabile – Ma non vedete quanta luce? ».

« E prendendomi per un braccio con una forza che da tanto tempo non aveva – racconta Suor Elisabetta – mi condusse nella sua stanza, continuando a dire: “Non vedete quanta luce? Quanta luce splendida?” ».

Siccome la Suora non capiva e forse si domandava se la Madre non vaneggiasse, la Venerabile si accorse che la luce la vedeva lei sola. Si sentì allora obbligata a spiegare quello che era successo. Disse:

« Vedete, carina: ieri è morto il mio Poldino ed oggi è andato in Paradiso. Il Signore, tanto buono, ha permesso che venisse a salutare la sua mamma! ». Ecco il perché della luce….

Poi, ordinò alla Suora di non dire nulla a nessuno.

L’indomani, un telegramma annunziava la morte del figlio.

Le Suore ormai non l’abbandonavano un solo momento. Suor Giuseppina Bianchi dormiva nella stessa stanza e l’assisteva con affetto.

Un giorno, tornando in stanza, vide la Madre in preghiera, ma così trasfigurata che essa pensò fosse in estasi. Un altro giorno, la trovò sollevata da terra in preghiera estatica.

Una volta, toccò a Suor Chiara Del Prato – Fiorella -, allora ventiduenne, di assistere a un fatto prodigioso.

La Madre s’era fatta condurre in cappella ed era raccolta in fervorosa preghiera davanti al quadro della Vergine, che campeggiava dietro l’altare. Era sull’imbrunire e Suor Chiara stava preparando i paramenti per la Messa dell’indomani. Ad un tratto, la Madre la chiamò con una certa eccitazione: « Fiorella, guarda, guarda! Gli occhi della Madonna come sono splendenti! Sembrano due stelle! ».

Suor Chiara guardò il quadro, ma non vide nulla. Con semplicità disse: « Io non vedo nulla! ». Allora, la Venerabile ripeté: « Come non vedi? Quegli occhi sono splendenti come il sole! ».

La Suora guardò meravigliata la Madre che era rossa in viso e come colpita da una luce misteriosa. Forse in quel momento la Venerabile s’accorse di essere lei sola a vedere o forse la visione sparì. La Madre chinò la testa e continuò a pregare in silenzio.

Non era la prima volta che la Madonna le appariva. Lo si deduce da una lettera al Confessore e lo sappiamo anche dal racconto della morte di Francesca Borghini; ma forse quest’incontro della Madre celeste con la Figlia amata si avverò più spesso di quello che non sappiamo.

Così il Signore, aprendole squarci di Cielo, le faceva pregustare la gioia che le era riservata e la faceva struggere dal desiderio di unirsi al suo Redentore: « Io sono felice, diceva, al pensiero che presto mi unirò al mio Dio! ». « Sono contenta di morire per unirmi a Colui che ho sempre amato! ».

Siccome le Suore a questi desideri di Cielo, obiettavano: « Che sarà di noi, se ci lasciate? », essa rispondeva: « Non abbiate timore, donne di poca fede! Dopo la mia morte vedrete grandi cose! ».

Una volta, Suor Teresa Zurlini le domandò se tutte quelle che erano nel suo Istituto si sarebbero salvate. La Madre si raccolse un momento in preghiera e poi disse: « Sì. Il Signore mi fa conoscere in questo momento che tutte si salveranno ».

Il 24 gennaio del 1893, venne a trovare la Venerabile una signora che le era stata sempre amica. Era una giornata fredda e nevicava, tuttavia la signora Rosa Tubino vedova Rossi aveva affrontato la cattiva stagione perché aveva bisogno di parlare con la Madre. La portinaia insisté molto, perché la Madre era debole, sofferente e faceva fatica a parlare; ma, alla fine, dovette cedere alle insistenze. Quando questa entrò nella stanza, la Madre si rianimò tutta e dal suo seggiolone salutò affettuosamente la signora e prima ancora che questa le parlasse le disse le cose che l’angustiavano e le diede saggi e santi consigli. La Tubino se ne andò tutta consolata e non faceva che ripetere: « La loro Superiora è una santa, è una santa! ».

Questa fu l’ultima udienza che la Madre diede dal suo seggiolone. Due giorni dopo, il 26 gennaio, verrà colpita da improvviso malore: un insulto apoplettico, per usare le parole del medico. La parte sinistra rimase paralizzata e anche la parola le usciva con una certa difficoltà. Ma lasciamolo dire al Dottor Luigi Gambara che l’assistette nell’ultima malattia:

« Nel gennaio 1893, la sua fibra, che nella tarda età di 88 anni pareva ancora vigorosa, specialmente nelle facoltà mentali ancor lucide e serene, doveva piegare alle ineluttabili leggi della natura, e fu improvvisamente colta da insulto apoplettico.

Ricordo il giorno di dolore in cui affannosamente fui richiesto dalle buone Sorelle perché la loro Madre era stata colta da improvviso malore. Quante ansie, quante preoccupazioni, quante premure delle buone signore sue compagne! (Dico “signore” perché non avevano ancora vestito l’abito monastico). Quel cervello, stancato per la diuturna fatica di elaborare e compiere il grave lavoro che gli imponeva quell’anima così ardente e sempre vivida di giovanile energia, aveva ceduto e la lacerazione di un vaso arterioso aveva portato l’emiplegia al lato sinistro del corpo: era la paralisi.

Furon giorni di ansia e di dolore: al primo momento si sperò, malgrado la grave età, perché la mente era ancor lucida: comprendeva e sentiva e benché il corpo più non rispondesse alla energia dello spirito, poteva ancora farsi comprendere colla parola, per quanto stentata ».

Interrompiamo qui la relazione del Medico per dire che il giorno 28 il Padre Cherubino dei Carmelitani Scalzi, le portò solennemente il Viatico, accompagnato da tutte le Suore in lagrime. Soprattutto erano spiacenti perché la loro Madre sarebbe morta senza la consolazione di veder approvato il Regolamento. La Venerabile, quasi leggendo il loro pensiero mormorò: « Avremo una grande consolazione… ».

Qualche giorno dopo – il 3 di febbraio -, il Padre Anastasio, allora Direttore dell’Opera, rimandò Padre Cherubino dalla Madre con la lettera del Vescovo, che noi già conosciamo. Si, ormai Madre Adorni poteva cantare il suo Nunc dimittis perché il Signore, dopo tante prove, aveva esaudito le sue preghiere: le sue Figlie, ormai, costituivano una vera Congregazione religiosa, ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa. L’inferma versava lagrime di consolazione.

Le ore scorrevano lente e silenziose.

L’inferma era serena e non si lamentava, anche se debolissima. Ad un certo momento, la si sentì mormorare: « Andrò a vedere i miei bambini… i miei bambini… ». La visione del piccolo Alberto, di Guido, di Celestina…; poi di Poldino, e il ricordo vago dei due piccoli angioletti che erano morti appena nati: « Andrò a vedere i miei bambini… ».

Le labbra si muovevano in preghiera, anche se raramente se ne sentiva il suono: pareva che una grande stanchezza l’avesse come invasa.

Molti Sacerdoti e Religiosi vennero a visitarla e le davano la benedizione, cosa che essa mostrava di gradire assai. Anche molte signore della nobiltà di Parma, tra cui le Dame Visitatrici, vennero a darle il loro saluto ed essa le accoglieva con segni di affetto e di riconoscenza.

Nella notte tra il 6 e il 7 febbraio, riprese la parola e alle Religiose che le stavano intorno piangenti, disse con voce flebile, ma chiara: « Non temete, donne di poca fede! Dopo la mia morte questo santo Istituto, benedetto da Dio, fiorirà molto. Io pregherò per voi e per tutti coloro che vi aiuteranno in questa santa Opera ». Raccomandò poi di conservare l’unione e lo spirito di carità e di osservare fedelmente le Regole dell’Istituto.

Raccomandò anche le sue predilette ricoverate, le detenute, i poveri, gli infermi, quanti infine aveva amati e protetti nel lungo corso della sua vita.

Il Simonazzi, nella sua biografia, dice che il suo sguardo si posava particolarmente su Suor Giuseppina Bianchi, che aveva destinata a succederle e nella quale aveva riposto tutta la sua fiducia. Parlando di lei, aveva detto: « È un’anima morta a se stessa che mira solo alla gloria di Dio e al bene delle anime ». Poteva veramente morire tranquilla perché lasciava il suo piccolo Istituto in buone mani.

Il male intanto precipitava. « Come di solito suole accadere in questi casi dolorosi, scrive il Dottor Gambara, la ateromazia delle arterie, la debolezza cardiaca favoriscono la ipostasi polmonare: il respiro si faceva ogni di più stentato, né mancarono a renderle più penosi gli ultimi giorni estese piaghe da decubito che rendevano necessarie penose medicazioni. Mi ricordo come fino agli ultimi momenti, allorché il sensorio era già ottuso e la percezione del suo stato confusa, quale costante e talora vivacissima reazione opponeva quando, per le necessità della cura, dovevo scoprirla qualche poco, tanto il sentimento del pudore e la riservatezza dei suoi sensi, malgrado lo stato grave della malattia, si era mantenuto istintivo e persistente, fattosi quasi in lei una seconda natura ».

Il giorno 7, si notò un consolante miglioramento, tanto che, venuta la sera, Suor Giuseppina Bianchi pregò le Suore di ritornare ai loro uffici, lasciando soltanto le due infermiere, Suor Elisabetta Rossi[5] e Suor Anna Grassi. Ma « purtroppo la legge di natura seguì il suo corso, la coscienza del suo stato andò gradatamente affievolendosi e la parola si ridusse a qualche invocazione a Dio, fino a che, senza delirio, colla mente rassegnata e fiduciosa nella bontà del Signore, si spense a questa vita terrena ». Così il Dottore. Ma le due infermiere sono state testimoni di un fatto straordinario che le riempì di sbalordimento e stupore, tanto che persero la coscienza di quello che succedeva e di quello che avrebbero dovuto fare.

Alle sei e venti circa di quella sera, il volto della Venerabile si fece risplendente e la stanza ne fu tutta illuminata. Una commozione intensa, un gaudio profondo invase l’animo delle due infermiere che non pensarono nemmeno di chiamare le altre Sorelle ed erano ben lungi dal pensare che quello splendore era già la visione del Cielo. Alle 19, la venerata Madre compose le labbra a un sorriso, come se una celeste visione le avesse invaso l’anima, e rese la sua bell’anima a Dio. In quel momento preciso, la campanella della comunità cominciò a suonare a distesa e tutte le Suore accorsero, richiamate da quel suono; ma quando, più tardi, si domandò chi avesse suonato la campana, si trovò che nessuno l’aveva fatto.

Un altro fenomeno misterioso e che le Suore riferiscono con stupore è il cambiamento avvenuto improvvisamente nei loro cuori: mentre prima si sentivano angosciate di dolore, quando entrarono nella povera stanza e videro la loro Madre giacere sorridente nel sonno della morte, un inspiegabile sentimento si impossessò del loro cuore e una gioia celestiale le invase. Nel loro cuore sentirono di dover intonare un canto che non era il De Profundis, ma il Magnificat. Sì, il Magnificat: Esulta, anima beata, perché il Signore ha guardato all’umiltà della sua ancella e ha fatto in te grandi cose. D’ora in poi, le generazioni future ti benediranno: Egli ha esaltato gli umili!

ET EXALTAVIT HUMILES

Di quello che è successo dopo la morte della Venerabile Anna Maria Adorni, ci resta un documento singolare: una lettera che tre alunne di San Cristoforo hanno scritto proprio in quei giorni.

Sono tre sorelle: Leonida, Cleofe ed Elisa. Leonida (strano nome per una donna!) è la maggiore: ha 16 anni ed è colei che scrive a nome di tutte la lettera al padre. Questi, Lorenzo Giusti, era una guardia di finanza e proveniva dalla Sardegna. La madre, stanca forse di seguire il marito nelle sue varie peregrinazioni, quando questi si trasferì a Parma per ufficio, era rimasta in Sardegna: forse si era anche separata da lui. Nel 1890, troviamo a Parma il buon uomo con le tre figlie, di cui la prima non ha che 13 anni e l’ultima – nata a Livorno – ne ha appena sei o al massimo sette.

Chi tolse d’imbarazzo il pover’uomo fu Madre Anna Maria Adorni che accolse le tre bambine nella sua casa e fece loro da mamma. Ma veniamo alla lettera.

Parma, 12 febbraio 1893

Viva Gesù e Maria!

Babbo carissimo.

… In oggi abbiamo ricevuto la sua cartolina di sincere condoglianze per la perdita della nostra santa Madre Priora. Quando a noi giunse l’ultima sua lettera del 30 Gennaio, erano già tre giorni che Ella venne obbligata al letto; s’immagini, caro babbo, che noi tutte fin d’allora eravamo immerse in un mare di pianto, sul timore di presto perdere grande Benefattrice! E purtroppo colla sera del 7 corrente, si diede compimento a sì grave dolore, passando Essa santamente da questa all’altra vita.

Era tanta la stima e l’amore di tutti verso di lei, che molte nobili signore andavano a gara di poter venire a baciarle almeno la mano. È stata esposta, dopo morta, al primo piano, fino alle ore 9 del mattino del giorno 10 e le Suore avevano gran da fare ad introdurre infinità di persone d’ogni ceto che ansiose vennero a vedere il suo cadavere che, senza esagerazioni, sembrava si facesse ognor più bello e caro.

Tutti dicevano: andiamo, andiamo a vedere la santa! Quella che ha fatto tanto bene ai poveri disgraziati! Chi le baciava il volto, le mani, chi toccava con medaglie e corone la veste, ed han voluto ad ogni costo farla ritrarre. Pomposo fu il di lei funerale, per la quantità di persone che spontanee vollero accompagnarla fino al cimitero con torce accese; e si tenne al sommo onorata una nobile famiglia della città di poterla seppellire, ossia metterla nel suo Arco sepolcrale.

Molti vengono del continuo a cercare qualche memoria od oggetto usato da lei.

Ecco come volle Iddio esaltata Colei che per solo amor suo beneficava tutti e praticava le più belle eroiche virtù. Troverà qui accluso un piccolo ricordo della sua morte, ma col tempo poi le scriveremo la vita.

Grave dolore fu per tutti il perdere un’anima sì grande, ma buon per noi, caro babbo, che nella buona Suor Giuseppina abbiamo ritrovato altra madre amorosa, piena di caritatevole bontà e tenerezza per noi tutte.

… Termino per ora con mille rispetti da parte dei nostri buoni Superiori, mentre io, Cleofe ed Elisa, Lei colmiamo di una infinità di baci e siamo sue

Aff.me figlie
Leonida, Cleofe, Elisa Giusti

Completiamo le notizie tramandateci da questa semplice lettera, attingendo ad altre fonti. Poco dopo la morte, le Suore rivestirono la loro santa Fondatrice dell’abito religioso, che non aveva mai indossato in vita, ma che le avevano confezionato nella speranza che l’approvazione delle Regole giungesse presto; ma essa aveva detto: « Il vestito nuovo me lo metterete da morta ». E così fu. Mons. Guido Maria Conforti, allora Vicerettore in seminario, scrisse sulla pergamena che sarà poi messa nella cassa:

« Si attesta… che entro questa cassa di zinco, racchiusa in una prima di legno, è stata composta la salma lacrimata di Suor Anna Maria Carolina Adorni, vedova Botti, vestita d’abito nero, uso sacco, con cinta della stessa stoffa e velo nero, con benda e soggolo di tela bianca. Le pende dal fianco il Rosario, dal petto un cuore, ed indossa a’ piedi scarpe di panno nero e calze bianche ». Così ci è stata tramandata anche la forma del vestito religioso della Venerabile.

Rivestita la salma, le Suore si fermarono a lungo in preghiera e vegliarono a turno per tutta la notte. Le alunne furono ammesse a vedere la defunta e tanto fecero e tanto insistettero che fu necessario permettere anche a loro di vegliare: « Contente, facemmo anche noi la veglia per tutta la notte, ricorda una di esse, senza lasciarci vincere dal sonno e pregando ininterrottamente. Quasi non sentimmo il sonno e la stanchezza, perché tutti dicevano e noi stesse credevamo che la Madre era una santa ».

Al mattino seguente, molto presto, fu suonato alla porta: era una donna che chiese: « È vero che è morta la Santa? ». Le Suore se ne meravigliarono perché la Madre era morta alla sera che era già buio e nessuno poteva ancora saperlo. Più tardi cominciò la processione di coloro che volevano vedere per un’ultima volta « quella santa che ha fatto tanto bene ai poveri ». Le visite continuarono ininterrotte per tutto il giorno e, per soddisfare il desiderio del popolo di Parma, fu necessario chiedere al Municipio il permesso di tenere esposta la salma per un altro giorno.

Si era diffusa la voce dell’ammirabile bellezza del volto della defunta, cosa affermata dalle alunne nella lettera e confermata dallo stesso Mons. Conforti nella pergamena sopra citata. Egli scrive: « La sua salma venerata fu esposta al pubblico in cappella ardente: la morte nulla aveva di orrido nel suo volto, raggiante di una soavità celestiale ». Forse Mons. Conforti rivide in quel volto cereo il riflesso luminoso che l’aveva stupito più volte, mentre le porgeva l’Ostia consacrata.

La gente cominciò a chiedere reliquie e qualche buona donna tentò di tagliare di soppiatto un pezzettino di abito. Suor Chiara, per impedire che il vestito venisse tagliuzzato, corse a prendere alcuni lini usati dalla Venerabile e li tagliò a pezzettini per accontentare la gente. Qualcuna delle signore più intime richiese una ciocca di capelli e fu accontentata. Si vide una donna togliersi il paltò e posarlo sulla salma e poi reindossarlo, richiamando il gesto di Eliseo con il mantello di Elia. Chi le baciava le mani, chi la toccava con la corona del Rosario, chi le parlava come se fosse viva e chi chiedeva grazie come si fa per i santi.

Intanto, passate le prime ore di emozione e di confusione, le Suore cominciarono a preoccuparsi per la sepoltura: erano così povere che anche le spese di sepoltura costituivano un problema. Ma la Provvidenza venne incontro, con l’aiuto di alcune signore che ne furono lo strumento: la contessa Elisa Trivelli Benassi e sua figlia marchesa Luisa Pallavicino si offrirono a pagare le due casse, di legno e di zinco; la signora Prudenza Tarchioni si assunse tutte le spese dei funerali, comprese le offerte per tre Messe; il marchese Filippo Pallavicino offrì la sua tomba di famiglia per la sepoltura. La contessa Benassi fece anche stampare e distribuire una fotografia della Venerabile, non sappiamo se quella della salma o quell’unica fatta mentre era in vita per le amorevoli insistenze della signora Tarchioni, corroborate da una parola del Confessore.

Il 10 febbraio, giorno fissato per i funerali, nevicava. Ciò non impedì che una grande folla si adunasse davanti all’Istituto di San Cristoforo per accompagnare la venerata salma fino alla Chiesa di San Quintino e, dopo i solenni funerali, per riaccompagnarla fino al cimitero, che è parecchio distante dalla zona di San Cristoforo.

Le Suore ritornarono dal cimitero meste e felici ad un tempo: la Madre non era più visibilmente in mezzo a loro, ma avevano la sensazione che essa fosse là, in ogni luogo della casa, a incoraggiarle con il suo sorriso: « Coraggio, Figlie mie, vedrete cose meravigliose… ».

Dopo poco più di un mese, il 19 marzo, le otto compagne della Venerabile fecero la loro vestizione: dovettero ritardarla perché gli abiti religiosi non erano pronti e se li dovettero confezionare. E ancora più avrebbero dovuto aspettare se una signora, da loro assistita durante una malattia, non avesse regalato la stoffa occorrente. L’anno seguente, il 27 aprile 1894, le otto « Novizie » fecero la pubblica emissione dei voti religiosi, nelle mani di Mons. Pietro Tonarelli, Vicario Capitolare della diocesi; alcune di loro attendevano da 35 anni!

Provvidenziale fu, per la piccola Congregazione, la presenza di Padre Anastasio, che si occupò con intelligenza e amore di tutte le cose materiali dell’Istituto, dopo la morte della Madre. La prima cosa che fece fu provvedere ai vetri delle finestre, che erano stati qua e là sostituiti da carta incollata o da tela, per ripararsi in qualche modo dal freddo. Ricordano le prime Suore che erano vetri all’antica: 32 per ogni finestra! E senza imposte. Padre Anastasio provvide pure a quelle. Non solo, ma comperò anche alcune « stufe francesi » per i saloni di lavoro e alcune lucerne a petrolio. Comperò poi una stufetta per preparare i carboni per il ferro da stiro: insomma, meraviglie per quella povertà estrema in cui erano vissute le « Povere Figlie della Beata Vergine Maria Immacolata ». Ma d’ora in avanti, non si chiameranno più così. Approvando le Regole, Mons. Miotti ha dato loro un titolo simile a quello delle Suore d’Angers: « Congregazione religiosa delle Suore di Nostra Signora del Buon Pastore »[6]. Con questo titolo saranno conosciute in Parma; anzi, con quello abbreviato di « Suore del Buon Pastore » e la « Casa di riabilitazione » verrà conosciuta come « Istituto del Buon Pastore ». Anzi, i due nomi saranno così identificati tra di loro, da far pensare a qualcuno che le Suore non fossero altro che le ravvedute penitenti e non le loro Maestre. Per questo motivo, nel 1925, le Suore chiederanno al Vescovo Conforti di dare loro un nome che le diversifichi dalla loro Opera: il nome che assunsero e che sarà il definitivo, è quello di « Ancelle dell’Immacolata ».

Ma torniamo agli anni che seguirono la morte della Fondatrice.

Il Padre Anastasio continuò la sua opera di ristrutturazione dell’Istituto, costruendo la nuova entrata, la portineria, una infermeria e perfino un’ala per le Novizie: ben presto infatti cominceranno ad affluire nuove vocazioni facendo sperare nel futuro della Congregazione.

Se non che avvenne un fatto strano nella Congregazione: verso il 1900, non sappiamo per influenza di chi, il piccolo gruppo di Suore, rifacendosi alla Regola primitiva delle Suore di Angers e trascurando la Regola approvata, si indirizzò verso la vita di clausura, indirizzo che il Vescovo Magani sanzionerà con un certo rigore. Così le buone Suore che avevano conosciuto la Madre non potevano più nemmeno andarla a trovare in cimitero!

Per questo, vent’anni dopo la morte della Venerabile, chiesero il permesso che la salma fosse riportata nella loro Casa e inumata nella cappella.

Il trasporto avvenne il 22 di ottobre 1913. I parmigiani che non avevano dimenticato la Madre dei poveri, accompagnarono di nuovo con venerazione ed affetto le spoglie della Ven. Adorni dal cimitero a San Cristoforo. La fama della santità di Madre Adorni non era cessata: anzi, corse voce che durante il funerale un bambino sordomuto abbia cominciato a parlare nel momento in cui gli passò davanti la bara; di un altro bambino rattrappito si disse che fu messo a contatto con la bara e guarì; ma nessuno pensò di raccogliere testimonianze precise su questi fatti: si tratta di un solo bimbo o di due? Che cosa è avvenuto veramente?

Invece, ricordi precisi sono riportati della grazia ottenuta da Don Emerico Talice, Salesiano, che non partecipò al funerale perché afflitto da dolorosa artrite: attese la salma nella cappella dell’Istituto e poi stette a lungo in preghiera, tenendo le mani sulla bara: egli stesso attestò che da quel giorno si sentì guarito. Questa possiamo considerarla la prima grazia straordinaria, ottenuta per l’intercessione della Venerabile o almeno è l’unica di cui ci è pervenuto un ricordo sicuro.

Nessuno però pensava, in quel 1913, di introdurre la Causa di Beatificazione. Ma pochi anni dopo, nel 1920, si avverò un altro fatto straordinario che richiamò l’attenzione sulla Venerabile: una certa Teresa Brianti, di Parma, tubercolosa all’ultimo stadio, con frequenti emottisi, pregò la Venerabile e tenne su di sé la reliquia. Dopo poco, si trovò guarita con grande sorpresa dei medici. Otto anni dopo, nel 1928, nuovo caso di tubercolosi, complicata da tifo. Situazione disperata. Si attendeva solo la morte. Le Suore Ancelle dell’Immacolata pregarono con fede la loro santa Fondatrice e le chiesero la guarigione del corpo e dell’anima di quella persona. Nella notte, l’ammalata, Ada Palese, vide in sogno una signora che le si avvicinò e la toccò leggermente sulle parti ammalate: da quel momento, non sentì più dolori e presto uscì dall’ospedale, cambiata anche nello spirito[7].

Altre grazie si susseguirono negli anni successivi. Poi, nel 1938-1939, le segnalazioni di grazie si moltiplicarono talmente da attirare l’attenzione dell’Autorità ecclesiastica. Particolare impressione fece il caso del signor Giuseppe Buttignol, padre di una Suora dell’Istituto, affetto da encefalite letargica e ormai prossimo alla morte. Le Suore e i familiari fecero per lui una novena alla Venerabile Madre Adorni: il quinto giorno della novena il malato cominciò a dar segni di capire, il sesto giorno riacquistò la parola e il movimento, e alla fine della novena era completamente guarito.

Fu allora che il Vescovo di Parma, Mons. Evasio Colli, decise di iniziare il Processo Informativo sulla fama di santità e sulle virtù eroiche della Serva di Dio Anna Maria Adorni. Il Processo fu celebrato dal 29 febbraio 1940 al 5 aprile 1943. Furono interrogati sotto giuramento 44 testi, di cui 22 avevano conosciuto la Venerabile e gli altri riferivano cose sentite dalle prime Suore.

Il 25 marzo 1953, si iniziò il Processo Apostolico che durò fino al 10 marzo 1956.

 IL DONO PIÙ GRANDE È L’AMORE

È San Paolo che esprime questo concetto: dopo aver elencato i vari doni che Dio elargisce alle anime – i carismi dell’apostolato, della profezia, del magistero, dei miracoli, delle guarigioni, dell’assistenza sociale, del governo, del parlare in lingue -, conclude dicendo: Aspirate ai carismi più grandi… Il dono più grande è l’amore (cf. 1 Cor. 12). È nell’amore che si compendia tutta la santità, come vi si compendia la Legge: lo ebbe a dire Gesù stesso quando indicò nell’amore di Dio e del prossimo il più grande comandamento (cf. Mt. 22, 34-40).

Quanto la Ven. Madre Anna Maria Adorni abbia amato Dio e il prossimo appare chiaramente nei capitoli precedenti; ma dobbiamo qui riprendere l’argomento e cercare di mettere in luce e compendiare quanto non abbiamo potuto esporre altrove.

L’amore di Dio nasce dalla fede. Questa virtù era tanto grande nella Venerabile che essa poté affermare con tutta semplicità: « Ho chiesto spesso al Signore che mi accresca la speranza e la carità, ma non Gli ho mai chiesto di accrescermi la fede, perché me la sento tanto grande da trasportare le montagne ». Era usuale quel suo dolce rimprovero alle Suore, quando queste si mostravano sgomente per qualche avvenimento increscioso o per qualche situazione imbarazzante: « Donne di poca fede, perché dubitate? ».

Essa viveva di fede: « Tutto faceva per fede », dice una teste e un’altra: « Durante tutta la sua vita non ha fatto altro che comunicare la sua viva fede: alle suore come alle educande ».

La fede si esprimeva in speranza e amore.

Speranza significa fiducia, abbandono, sicurezza di ottenere qualunque cosa da Dio. « Tutta la sua speranza era riposta in Dio solo. Tutte le sue opere di zelo compiute nelle carceri – insegnamento del catechismo, lezioni di lavoro, di studio, l’istituzione delle Dame Visitatrici -, tutto faceva alla maggior gloria di Dio, in vista dei beni eterni, senza attendere nessun compenso dalle creature ». « Confidava solo in Dio. Pregava e faceva pregare prima di iniziare qualsiasi cosa ». E la sua speranza era tanto più grande quando venivano meno gli aiuti umani, perché diceva di conoscere da questo che la sua era opera di Dio.

Il termine della sua grande speranza era la vita eterna, e questa speranza infondeva nelle Suore e nelle educande.

Dalla speranza all’amore, o viceversa. L’amore verso Dio è stato così grande che essa stessa poté affermare: « Sono veramente felice perché nulla mi manca, avendo con me Iddio, il quale è il mio tutto e l’unico mio bene… Sono felice perché non ho mai cercato che di piacere al mio Dio e fare la sua santa volontà in tutte le cose. Egli è sempre stato il mio tutto e nulla mi è mai mancato. Sono contenta di morire per unirmi a Colui che ho sempre amato! ».

Era così intimamente unita a Dio da non potersi mai distrarre per nessuna ragione dall’intima unione con Dio: «è questa una grazia che Dio mi ha fatto già da molti anni… », diceva. Non perdeva mai il senso della presenza di Dio, sia che lavorasse, istruisse, parlasse o disimpegnasse qualche affare. Questa intima unione con Dio si manifestava anche esternamente, di modo che tutti quelli che l’avvicinavano ne erano soavemente impressionati e sentivano di trovarsi alla presenza di un’anima privilegiata.

L’amore verso Dio si manifestava in modo particolare nella continua preghiera ed in una devozione, tenera e compassionevole, verso Gesù sofferente e crocefisso e verso Gesù presente nel  sacramento dell’Eucarestia.

La sua preghiera si prolungava a volte per ore e la Venerabile era talmente immersa in Dio da non accorgersi né del tempo né di chi le stava vicino. Per dirle qualche cosa bisognava chiamarla più volte e magari tirarle i vestiti. « Sembrava un angelo davanti al Santissimo », dice una teste. A volte, la si vide con le lacrime agli occhi o piangere davanti al Santissimo Sacramento o mentre faceva la Via Crucis. Era assai devota della Passione del Signore perché le richiamava l’infinito amore di Dio per gli uomini e la preziosità delle anime che Egli aveva riscattato con una Redenzione così abbondante. Era caratteristico della sua spiritualità unirsi a Cristo nell’offerta di se stessa, come vittima di espiazione dei peccati, e a Maria, che ai piedi della Croce patì insieme con Cristo, collaborando con Lui alla Redenzione.

« Non permettete, o Maria – si legge in una sua preghiera – che solo Gesù sia crocifisso per amore e Voi di dolore; ma crocifiggete me pure sulla medesima Croce… Unite anche me a Voi, ai piedi della Croce, per accompagnare Lui nell’amore e Voi, dolente Madre, nei dolori! ».

Questa era la devozione sostanziosa e profonda della Venerabile. Ma talvolta, lo Spirito di Dio non le permetteva di immergersi in sentimenti di compassione per il suo Dio sofferente e di compunzione per i peccati propri e degli altri, ma la spingeva a quei sentimenti che sono propri della liturgia della Messa: « Dovetti cedere agli impulsi della più viva gratitudine e ai sentimenti di speranza per il frutto della medesima Passione. Ah, Padre, non ho capacità né parole adeguate per potermi manifestare! ». È in questo momento, durante la santa Messa, che la Madonna l’invita « con materno affetto » a supplicare per tutti i bisogni della santa Chiesa, facendole conoscere che il tempo era propizio per pregare che tutti venissero a conoscenza del vero Dio e per la conversione di tutti i peccatori. « E m’invitò a patire per loro e ad aver zelo, senza posa, per la gloria di Sua divina Maestà, ad imitazione del Suo Figlio. Ah, il mio cuore come si intenerì, essendo questo l’unico mio desiderio! ». Volendo commentare questo brano sulla Messa, bisognerebbe dire che è una pedagogia mirabile, rispondente veramente al Mistero che vi si celebra e ai sentimenti che la santa Chiesa vuole da parte di coloro che vi partecipano. Del resto, la santa Messa era una delle sue grandi devozioni, vi partecipava ogni giorno ed era tale la fede e la devozione che esprimeva che i testimoni dicono che vi assisteva come un Serafino. Mons. Conforti la vide più volte trasfigurata quando riceveva la Comunione. Dopo la Messa, si fermava in chiesa per almeno venti minuti per il ringraziamento. Spesso, dicono i testi, Gesú-Ostia era il suo solo alimento anche corporale.

La devozione alla Madonna si manifestava in una profonda, gioiosa contemplazione dei misteri di cui essa fu oggetto o protagonista. Ci restano vibranti elevazioni mistiche sui misteri dell’Assunzione in Cielo e sull’Immacolato Concepimento. Intuisce anche e vive la funzione corredentrice della Madonna ai piedi della Croce, funzione che essa e le sue Figlie sono chiamate ad imitare e a prolungare.

È tale la fiducia e l’amore che ha verso la Beata Vergine che per ogni grazia si rivolge a Lei: da quella del puro amore a quella di essere crocifissa con Cristo per la salvezza delle anime. La prega per la Chiesa intera, per il Papa, per il Vescovo, per i Sacerdoti: specie per quelli che si sono allontanati dalla via della santità e dell’amore e hanno fatto getto della loro dignità e « si sono degradati dalla loro nobiltà e deità ». Tale è il concetto altissimo che ha dei Sacerdoti. Sia detto qui, per inciso, che essa insegnava alle sue Suore che bisognerebbe baciare la terra dove essi mettono i piedi; tanto era convinta della loro dignità come ministri e rappresentanti di Dio. Chiede poi alla Vergine di comandarle come Regina, di insegnarle come Maestra, di correggerla come Madre, e la elegge a Padrona e Superiora della sua comunità.

Recitava ogni giorno il Rosario e onorava particolarmente la sua Regina celebrandone le feste e facendola onorare dalle sue Figlie e dalle educande. Non rifiutava mai nulla se le veniva chiesto in nome della Madonna.

Non possiamo trattenerci più a lungo su questo pur dolcissimo argomento e rimandiamo il lettore agli scritti della Venerabile.

Terminiamo il capitolo con un cenno alle altre devozioni della Venerabile Madre Adorni: all’Angelo Custode, che essa colmava di riverenza, fino a trattenersi un istante davanti alle porte per dargli in certo modo la precedenza. Lo invocava spessissimo e ne aveva tale fiducia e confidenza che lo incaricava perfino di recare messaggi al suo Confessore o ad altri: suggeriva di far così anche alle Suore. Pare che una volta le sia apparso, come abbiamo accennato, e non sarebbe avventato pensare che molte delle rivelazioni di cui è stata gratificata, le siano state comunicate dal suo Angelo.

Aveva poi una particolare devozione a San Giuseppe, a San Michele Arcangelo, a San Francesco Saverio e a Santa Teresa di Gesù. Pregava spesso per le Anime del Purgatorio e le suffragava con Messe e altre preghiere.

L’AMORE DEL PROSSIMO

L’amore di Dio che regnava sovrano nel cuore della Venerabile, si esprimeva anche in un tenero, ardentissimo amore verso il prossimo.

Era soprattutto la salvezza eterna del prossimo che le stava a cuore: il bene supremo per l’uomo, di fronte al quale sono nulla tutte le cose della terra. « Cooperare a rivestire un’anima della grazia divina, nutrirla e fortificarla con buoni esempi e sante istruzioni, è azione più meritoria che non il vestire e nutrire tutti i corpi che sono sulla terra. Liberare un’anima dalla schiavitù del demonio è opera più degna che non infrangere i ceppi di tutti gli schiavi e prigionieri che sono nel mondo. Far morire in un’anima il peccato è assai maggior bene che non estinguere una pestilenza universale. Far tornare un’anima dalla morte della colpa alla vita della grazia è cosa molto più accetta al Signore che non il risuscitare tutti i morti che sono sotterra ». Così essa scrive nel primo Capitolo delle Regole. Anche se queste parole sono mutuate dalle antiche Regole di San Giovanni Eudes, tuttavia esprimono la sua convinzione e il suo animo.

Provava un immenso dolore nel vedere le anime immerse nella colpa e in pericolo di perdersi eternamente. Perciò, supplicava Dio di toccare i cuori di quelle sventurate che avvicinava e faceva qualsiasi sacrificio per cooperare alla loro salvezza: visita alle carceri, educazione delle ravvedute, raccolta delle orfane e delle pericolanti, visita agli ammalati, assistenza ai moribondi, sforzo costante e preghiera diuturna per la conversione dei peccatori e infine desiderio intenso della conversione degli infedeli, tanto da aspirare essa stessa ad essere missionaria.

Oltre a ciò si offrì vittima di espiazione per la salvezza delle anime e si sentiva disposta a dare mille volte la vita per salvarne anche una sola. Possiamo ritenere che il Signore abbia accolto le preghiere della sua serva e che perciò abbia voluto che la sua vita fosse intessuta di continui dolori, sacrifici e contraddizioni: una specie di martirio che la conformava – come era suo desiderio – alla Vittima divina del Calvario. In questa maniera, essa intendeva divenire in qualche modo « coadiutrice di Cristo nella salvezza delle anime ».

Ma l’amore di Madre Adorni per il prossimo, anche se così accentuato nello zelo di salvare le anime, non si fermava solo alla parte spirituale dell’uomo. No, Madre Adorni sentiva una viva compassione per tutte le sofferenze fisiche e morali dell’uomo e a tutte cercava di portare soccorso: la carità ai poveri, esercitata fin dall’infanzia e divenuta più fattiva e diuturna durante la vita maritale e più ancora dopo che si consacrò al Signore; assistenza agli infermi, talvolta a costo di sacrifici non comuni; soccorso alle persone di nobiltà decaduta, per le quali ci voleva un tatto particolare. Più volte, la carità verso i poveri giunse fino a farle dimenticare le necessità proprie e del suo Istituto, confidando solo in Dio, datore di ogni bene. Così avvenne più volte per aiutare la fondatrice delle Figlie dell’Immacolata Concezione, Angela Molari, di cui si è parlato, o per soccorrere le Cappuccine di Bagnacavallo che si erano rivolte a lei e per le quali Suor Teresa Zurlini andò a questuare.

Oltre a ciò, era sempre disposta a ricevere gente, a piangere con loro per i dolori che le affliggevano, a consolarle, a consigliarle, a incoraggiarle. « Era tale la bontà e la carità materna che da lei spirava, che tutti desideravano di poterla avvicinare ». A volte, negli ultimi anni, c’erano lunghe file fino in fondo alle scale. Andarono a lei i Vescovi di Parma Cantimorri e Villa e insigni personalità, come i tre Servi di Dio: Mons. Agostino Chieppi, Fondatore delle Piccole Figlie dei SS. Cuori, il Canonico Andrea Ferrari, che fu poi Arcivescovo di Milano e Cardinale, ed il Canonico Guido Maria Conforti, il futuro Fondatore dei Saveriani e Vescovo di Parma, e persone della nobiltà, come anche umile gente del popolo. Tutti ne traevano conforto ed edificazione.

Non possiamo terminare questo capitolo senza accennare al suo ossequio ai Vescovi, ai sacerdoti e alla sua devozione al Papa. Quanto ha pregato per Pio IX e quante volte l’hanno vista piangere all’annunzio delle persecuzioni e insulti di cui era fatto segno!

Ma poiché della carità verso il prossimo abbiamo parlato in tutto il libro, vogliamo qui parlare un poco di qualche altra virtù alla quale abbiamo appena accennato o non abbiamo accennato affatto.

Della mortificazione, anzitutto: fu sempre sobria nel prendere il nutrimento; mangiava la polenta che non le piaceva e lasciava la frutta per il motivo contrario. Beveva qualche sorso di vino durante i pasti, per obbedienza al medico che gliel’aveva ordinato; fuori del pasto non assaggiava mai nulla. Si sa che talvolta saltava i pasti e che osservava i digiuni prescritti dalla Chiesa. Il suo letto era povero: un saccone di foglie e un materasso di lana; ma questo solo negli ultimi tempi, quand’era malata e fu necessario provvedere opportunamente per i suoi reumatismi.

Non ancora sazia di mortificazioni, martoriava il suo corpo con strumenti di penitenza: portava sul petto un cuore di cuoio munito di punte, e una cintura ai fianchi dello stesso genere. Usava anche un braccialetto di ferro per sentirne la durezza e mortificarsi: questi strumenti vengono conservati come preziose reliquie.

Insegnò anche alle sue Figlie ad amare la mortificazione: raccomandava di non lasciarsi sfuggire alcuna occasione per praticare tale virtù, di non mangiare e bere fuori pasto e accettare volentieri in spirito di penitenza tutte le contrarietà della vita: « È impossibile, diceva, che una Religiosa immortificata possa acquistare buono spirito religioso ».

Connessa alla mortificazione è la povertà. Viveva in una misera stanza disadorna, portava indumenti vecchi e rattoppati; talvolta, usciva anche di casa con vestiti rattoppati per attirarsi lo scherno dei ragazzi. Povera ma pulita, dicono le sue Suore. Ricordano che portava scarpe larghe, che spesso usava un fazzoletto sul capo per ripararsi dal sole e a chi la esortava a mettersi un vestito nuovo, rispondeva: « Care Figliole, il vestito nuovo me lo metterete dopo la mia morte ». Ed era una profezia.

Sopportò senza mai lamentarsi i disagi della povertà che l’hanno accompagnata per tutta la vita; non esitò a farsi mendicante per le sue ricoverate e pregava sempre il Signore che conservasse nelle sue Suore lo spirito di povertà. Diceva loro: « Se la divina Provvidenza vi manderà più del necessario, accogliete qualche ricoverata in più: ma per carità, siate rigorose nella pratica della santa povertà. Se sapeste quanto ci ricompenserà il Signore per esserci nutrite e vestite poveramente, noncuranti di questo misero corpo! ». E ancora: « Mio Dio, piuttosto che qualche mia Religiosa avesse ad abusare del voto di povertà, per qualche generosa elargizione fatta all’Istituto, e pretendesse abbondare nella ricerca del cibo o nelle altre cose di suo uso e alterare così quello spirito di povertà che fu sempre da noi osservato…, piuttosto fate cadere questa Casa! ».

Parole forti di un’anima piena di Dio. La povertà che spaventa tanto i mondani, forma una delle attrattive delle anime sante, che intendono così rendersi simili a Gesù che nacque povero, visse povero e mori spoglio di tutto, sulla Croce.

E infine, l’umiltà. « Fondamento, corona e ornamento di tutte le virtù della Serva di Dio – scrive un Relatore al Congresso peculiare per l’eroicità delle virtù – fu senza dubbio la sua profonda umiltà, posseduta anch’essa in grado eroico. Fu veramente umilissima; aveva un bassissimo concetto di sé e si umiliava sinceramente davanti a Dio; non era insistente nelle sue opinioni e non pretendeva che le altre le accettassero, anzi al contrario accettava volentieri ogni buon consiglio e ne faceva tesoro; faceva il bene senza rumore, nell’ombra, nel silenzio, e non disdegnava di fare i più umili servizi; disprezzava ogni onore e godeva di essere umiliata e avvilita per meglio rassomigliare al Cristo sofferente, piacergli e salvare le anime ».

I testimoni che si susseguirono nel Processo Ordinario diocesano e in quello Apostolico, non fanno che confermare che la Venerabile ha praticato nella sua vita tutte le virtù cristiane, senza alcuna eccezione; e le testimonianze sono tante che non ci è possibile seguirle ad una ad una. Diremo solo che, dopo aver passato in rassegna le virtù teologali e quelle cardinali, con le altre a queste connesse, la conclusione comune è che « essa ha esercitato tutte le virtù in grado eroico », e c’è chi aggiunge che queste virtù in lei erano armonicamente equilibrate e che le esercitò con perseveranza fino alla morte. Questo del resto è stato anche il giudizio della Sacra Congregazione per le Cause dei Santi che esaminò diligentemente gli Atti dei Processi Ordinario e Apostolico e riconobbe che la Serva di Dio aveva esercitato eroicamente le virtù, cioè sempre, costantemente, con gioia, come se fossero parte della sua stessa personalità.

« In realtà, scrive uno dei Relatori al Congresso Peculiaris, lo studio della Positio ci rivela in Anna Maria Adorni una personalità eccezionale e straordinaria, non perché abbia compiuto azioni strepitose, ma perché ha vissuto la sua esistenza di donna, madre, suora e fondatrice in un modo straordinariamente perfetto, tutta protesa alla gloria di Dio, all’amore del prossimo, al conseguimento della perfezione con un esercizio costante ed eroico di tutte le virtù. Il suo esempio potrà ancor oggi confortare e spronare quanti dedicano la propria attività alla redenzione spirituale di anime travolte o avviluppate nei tentacoli del maligno, o al sollievo di quanti portano in sé le stigmate della sofferenza morale o fisica ».

« La felice conclusione di questa Causa – scrive un altro Relatore – darà modo al popolo di Dio di contemplare un modello sui generis di attività assistenziale ed educativa, espletata per circa un cinquantennio, con la sola ricchezza della fiducia in Dio e con lo spirito di cristiana abnegazione difficilmente raggiungibile.

Dalla glorificazione della Adorni la Chiesa Parmense potrà trarre un notevole beneficio ».

E il Relatore Generale, l’Arcivescovo Mons. Giuseppe Casoria, Segretario della medesima Congregazione, scrive a conclusione: « A quanti lavorano per ricuperare gli afflitti e gli emarginati, la Serva di Dio potrà essere modello per il modo con cui ha saputo riacquistarli a Cristo e alla società. Il segreto del suo apostolato sta nella preghiera e nel sacrificio » (Città del Vaticano, 28 giugno 1977).

Il Santo Padre Paolo VI, sentita la Relazione della Congregazione Plenaria degli Eminentissimi Cardinali, il 6 febbraio 1978, emanava il decreto con cui proclamava solennemente l’eroicità delle virtù di Madre Anna Maria Adorni e la insigniva del titolo di Venerabile. È questo l’ultimo gradino prima della glorificazione suprema con la proclamazione a Beata e Santa.

Giunto a questo punto e volendo concludere, mi sento tornare alla mente le parole che il Ven. Mons. Guido Maria Conforti, allora Vescovo di Parma, ebbe a dire in occasione dell’inaugurazione del monumento a Madre Adorni, nella cappella dell’Istituto, il 25 agosto 1930:

« Ciò che avete detto è molto, molto inferiore alla realtà, perché per quanto si possa dire di lei, non si arriverà mai a descrivere, in modo adeguato, l’eroismo delle sue virtú ».

Devo ammettere con tutta semplicità che ciò che ho scritto è molto, molto inferiore alla realtà e ne chiedo venia al lettore. Supplirò un poco riportando ancora poche frasi di un elogio del medesimo Mons. Conforti, che valgono una sintesi della sua vita:

« Aveva una pietà angelica… La sua carità era senza limiti… La sua umiltà era profonda. Faceva il bene senza far rumore, nell’ombra, nell’oscurità, nel silenzio. Nulla, al vederla, denotava in lei quella grande anima che era; ma bastava avvicinarla per sentirsi migliori. Ed io, molte volte, durante la sua vita mortale, ebbi questa sorte e vi assicuro che quando mi accostavo a lei provavo l’influsso della sua santità e mi sentivo spronato a maggior virtù, poiché è proprio dei Santi migliorare coloro che avvicinano ».

NON TEMETE, DONNE DI POCA FEDE

Poco prima di morire, Madre Adorni aveva dolcemente rimproverato le sue Figlie spirituali, che si domandavano angosciate che cosa sarebbe stato di loro dopo la sua dipartita da questo mondo.

« Non temete, donne di poca fede! » – aveva detto. E dopo averle assicurate che avrebbe pregato per loro e per tutti quelli che le aiuteranno nella loro opera, le incoraggiò dicendo che l’Istituto è benedetto da Dio e che prospererà dopo la sua morte.

Profezia o augurio? Che cosa avvenne di fatto della piccola Congregazione che la Venerabile Madre lasciò morendo?

 DALLA VITA CLAUSTRALE ALL’ATTIVITà APOSTOLICA

 L’adozione della vita claustrale, di cui si è parlato precedentemente, condizionò per lungo tempo lo sviluppo della Congregazione. Fu continuata l’accoglienza a donne desiderose di riabilitarsi e si coltivò l’opera di prevenzione per bambine e giovinette. Furono invece interrotte le attività esterne, come visite alle carceri o alle famiglie.

Dal 1908, con il nuovo Vescovo di Parma, il Ven. Guido Maria Conforti, l’Istituto cominciò a ritornare lentamente verso le origini. Forse fu lo stesso Vescovo a indurre le Suore a questo cambiamento, memore delle svariate attività apostoliche svolte ai tempi della Fondatrice. Tuttavia, l’evolversi fu lento e fu in buona parte dovuto all’influenza di Mons. Roberto Simonazzi, un prete attivo e prudente, che il Ven. Conforti, fin dal 1916, assegnò alle Suore come Assistente ecclesiastico.

Una delle prime cose che egli suggerì riguardava la preparazione specifica delle Suore: alcune cominciarono a frequentare le Scuole magistrali delle Figlie della Croce, prendendo i relativi diplomi. Volle poi che, durante l’estate, sia le Suore che le piccole ospiti trascorressero qualche tempo in una villa di campagna, per ristorare il fisico in clima più salubre. Andarono a Vignale di Traversetolo e ivi le Suore videro la necessità di aprire una sala per la custodia dei bambini e una scuola di lavoro per le giovinette. Fu questo l’inizio di nuove attività.

Nel 1925, furono rivedute le Costituzioni per conformarle al nuovo Diritto Canonico. Esse prevedevano la vita apostolica in pieno, come ai tempi della Fondatrice. L’Istituto aprì nuove opere anche fuori della diocesi di Parma.

Per suggerimento dello stesso Vescovo di Parma, le Suore si impegnarono anche in attività parrocchiali, come la catechesi e la liturgia; aprirono alcune scuole materne e centri di avviamento al lavoro per le ragazze. Queste attività di evangelizzazione e di promozione umana furono spesso occasione per il sorgere di vocazioni all’Istituto.

Naturalmente, restarono privilegiate le attività proprie delle origini: la visita alle carceri e agli istituti di prevenzione e di riabilitazione.

 

Accanto alle detenute e alle giovani disadattate

 A Parma, furono riprese le visite alle carceri femminili, con viva soddisfazione delle detenute. Talvolta, le Suore furono pregate di sostituire le vigilatrici. Quest’attività di assistenza alle carcerate si intensificò nel periodo della guerra 1940-45.

In tale periodo, e precisamente a cominciare dal 1939, le Suore accettarono di prestare la loro opera come vigilatrici nel carcere femminile di La Spezia. Le detenute trovarono nelle Suore un grande conforto per il loro senso di umanità, unito a una grande fede. Molte furono le conversioni e la vita cristiana cominciò a rifiorire anche nel carcere. Nel periodo di occupazione nazista, non poche detenute furono salvate dalla deportazione nei campi di sterminio per l’accortezza e il savoir-faire delle Suore.

Quest’attività fu chiusa nel 1973, per il diminuire delle vocazioni, ma anche in considerazione che Madre Adorni privilegiava l’assistenza volontaria alle carcerate, escludendo la figura della guardiana di tipo autoritario.

Nel giugno del 1937, fu aperto a Fiume, nell’Istria, un Istituto simile a quello di Parma, per fanciulle o giovinette sviate o in pericolo di sbandamento. L’opera diede ottimi risultati e molte ragazze rimasero a lungo in affettuoso rapporto con le Suore.

Si iniziarono pure le visite al carcere femminile della città con grande sollievo delle detenute e con edificazione della popolazione.

Venne poi la guerra: il 13 agosto 1944, l’Istituto fu quasi completamente distrutto da un bombardamento. L’opera fu trasferita provvisoriamente nella residenza estiva del Seminario di Fiume; poi, l’avvento al potere di Tito pose alle Suore l’alternativa di secolarizzarsi o di abbandonare l’opera. Le ragazze vennero rinviate alle famiglie o affidate ad altre istituzioni in Italia.

 

Opere di riabilitazione e di prevenzione

 Per varie circostanze e soprattutto per le mutate condizioni del nostro Paese, la presenza nell’Istituto di ex carcerate o di adulte provenienti dalla prostituzione divenne sempre meno numerosa fino a cessare completamente. Invece, su richiesta delle stesse autorità civili e per suggerimento di persone sensibili ai segni dei tempi, si andò intensificando l’accoglienza di giovani e di adolescenti, desiderose di emendarsi, dopo esperienze negative. Nel frattempo, si dava ulteriore sviluppo all’opera di prevenzione, accogliendo bambine orfane o provenienti da famiglie disgregate. Una svolta si verificò in seguito alla legislazione minorile del 1934. Questa prevedeva, fra l’altro, l’istituzione di case di rieducazione.

L’Istituto Buon Pastore stipulò una convenzione col Ministero di Grazia e Giustizia nel 1939 e accolse una cinquantina di rieducande. La Sezione di riabilitazione – come la chiamava la Fondatrice – si riempì di giovani complessate, con carenze affettive, gravate spesso da pesanti esperienze.

Col passar degli anni si rese evidente la necessità, per questa particolare categoria di rieducande, di un ambiente più adatto.

Fu acquistata a Porporano, a sei chilometri dalla città di Parma, una bella villa, circondata da un vasto parco. Fatti gli opportuni adattamenti, nell’ottobre del 1953 vi furono trasferite le rieducande.

Il rapporto educativo, di tipo famigliare, nel quale predominava una vigilanza affettuosa e premurosa, ottenne notevoli risultati. La maggior parte delle ragazze ritrovò la via dell’onestà e della fede e conservò rapporti di sincero affetto verso le Suore, anche dopo il rientro in famiglia.

Per le « piccole », rimaste al Buon Pastore, in Via Adorni, si offrì la possibilità di un trasferimento a Scurano, un paesino sull’Appennino parmense. L’aria salubre, i giochi all’aperto, le passeggiate tra il verde, daranno salute e gioia a queste bambine. La casa di Scurano diventerà ben presto un vero e proprio Istituto assistenziale di dimensioni famigliari, per fanciulle povere, bisognose di vivere in zona climatica.

Istituto medico-psico-pedagogico « Madre Adorni »

 La casa di Porporano si qualificò ben presto come Istituto medico-psico-pedagogico, con l’apporto di una équipe di specialisti in psicologia e in scienza dell’educazione.

Si trattò di una vera svolta nel campo della rieducazione. Il Ministero di Grazia e Giustizia prese atto di questa qualificazione dell’Istituto e vi mandò, da tutta Italia, gli elementi bisognosi di particolare assistenza. Nell’intenzione della direzione, l’Istituto doveva accogliere giovani e adolescenti con carenze affettive o educazionali; – su questi elementi l’influenza delle educatrici portò buoni frutti: non poche divennero brave spose e madri -; ma la qualifica di medico-psico-pedagogico, fu causa di un pregiudizievole malinteso con il Ministero di Grazia e Giustizia, che vi inviò, in prevalenza, delle psicopatiche, incapaci di stabilire un rapporto affettivo e spesso senza alcuna volontà di riabilitarsi: persone bisognose più dello psichiatra che dello psicologo.

Dopo aver tentato inutilmente tutte le vie, nel 1961 quest’esperienza si chiuse.

Tuttavia, l’Istituto Madre Adorni continuò il suo servizio.

L’edificio, nuovamente ristrutturato, accolse un certo numero di fanciulle ritardate, suscettibili di recupero. Provenivano da Parma e dalle Province vicine e venivano affidate dagli Enti assistenziali o dalle stesse famiglie.

In breve, l’Istituto si riempì e raggiunse una buona efficienza. Quasi tutte le ragazze migliorarono notevolmente e parecchie arrivarono gradatamente alla possibilità di inserirsi in attività lavorative, con assunzione regolare, così da rientrare in famiglia veramente recuperate.

Quest’opera, così benefica, venne travolta dall’ondata deistituzionalizzante che negli anni settanta colpì indiscriminatamente tutti gli istituti per minori, anche i più seri e specializzati, con la pretesa che gli affidamenti risolvessero tutti i problemi.

 

Sanatorio del Clero

 Nel 1936, fu chiesto alle Ancelle dell’Immacolata di prestare la loro assistenza a sacerdoti, seminaristi e religiosi che sarebbero stati accolti nell’erigendo Sanatorio del Clero ad Arco di Trento. Esse, in vista della particolare predilezione della loro Madre per i Sacerdoti, accettarono.

Per oltre trent’anni, e cioè fino alla chiusura del Sanatorio per l’estinguersi della tubercolosi in Italia, le Suore prestarono premurosa, fraterna e materna assistenza ai degenti, profondendo i sensi della loro grande carità e profonda umanità.

La FACI, che gestiva e reggeva l’opera, chiese l’assistenza delle Suore anche per le Case estive del Clero a Montecatini e a Marina di Massa.

 

Collegi di mutilatini di Don Carlo Gnocchi

La guerra non portò solo strage e sofferenze agli adulti: colpì anche i bambini. Molti furono i morti e i feriti. Tra questi ultimi, particolare pietà destavano i piccoli mutilati, che la guerra aveva reso per sempre disadattati. Apparve allora un sacerdote di gran cuore che cominciò a raccoglierli e a prendersene cura, Don Carlo Gnocchi. La sua carità arrivò anche a Parma.

Nel 1949, per l’assistenza a questi bambini egli si rivolse alle Ancelle dell’Immacolata e, per mansioni che richiedevano personale maschile, ai Fratelli delle Scuole Cristiane.

Così, le Suore entrarono in vari collegi di Don Gnocchi a far da mamma ai mutilatini. E come mamme essi le sentivano e le amavano. Alcune, per essere più utili, si specializzarono in fisioterapia.

Oltre che a Parma, le Suore furono presenti nei Collegi di Pessano (MI), di Marina di Massa (MS), di Giovi (GE), di Torino e di Roma.

Era questa un’opera di emergenza; e infatti, col passare del tempo, i mutilatini di guerra vennero meno e i vari centri si strutturarono diversamente e accolsero fanciulli poliomielitici. Poi, anch’essi subirono le conseguenze della de-istituzionalizzazione e negli anni settanta vennero trasformati in servizi di varia natura. Nel 1973, le Ancelle si ritirarono dal Collegio di Marina di Massa, l’ultimo in cui avevano prestato servizio. Questo servizio di emergenza era durato 24 anni.

Le Ancelle dell’Immacolata, oggi

Dopo una così multiforme attività, alla quale le Ancelle, sensibili ai segni dei tempi, si sono prestate con tanta generosità, che cosa resta oggi? Molte opere si sono chiuse, perché l’emergenza che le richiedeva era cessata o perché i mutamenti avvenuti nella società moderna reclamavano altre soluzioni che lo Stato intendeva assumersi in proprio.

Le Ancelle hanno visto venir meno le attività che determinarono la fondazione del loro Istituto, ed ogni istituzione appariscente è scomparsa dal loro orizzonte. Ma non sono venute meno le miserie materiali e morali che affliggono la società; e non è venuto meno, quindi, l’impegno che le Ancelle hanno ricevuto come eredità preziosa dalla loro Madre. Anche oggi, il loro compito silenzioso e umile di assistere le persone più emarginate, lo sforzo di condurle a Dio, continua, senza sosta, malgrado la crisi di vocazioni le abbia condizionate, come ha condizionato quasi tutte le istituzioni religiose.

L’ex convento di San Cristoforo, la Casa Madre, presenta evidenti nelle sue mura i segni dei secoli; non è più vivace e popolato come un tempo. Tuttavia, non si è chiuso, e le mura esterne non sono il segno di un castello impenetrabile. Le Ancelle vi vivono dentro, svolgendovi una benefica attività. La casa ha come aperto le braccia per accogliere chi ha bisogno. Un’ala, infatti, è stata adibita a Casa di accoglienza, per quelle ragazze che arrivano in città e non sanno dove posare il capo, o per le mogli e figlie di carcerati venute per visitare i loro cari; oppure, per persone che hanno qualcuno degente all’ospedale e non sanno dove ricoverarsi. Tutte queste ospiti trovano qui un’accoglienza cordiale e hanno spesso occasione di sentire una parola di fede o di risolvere in fraterno colloquio qualche segreto problema.

Un reparto è stato riservato anche alle studentesse, provenienti dalla campagna, che non troverebbero facilmente alloggio e protezione.

Un’ala dell’edificio è stata messa a disposizione del Centro di aiuto alla Vita, con il quale le Ancelle collaborano generosamente. Vi sono accolte ragazze-madri o gestanti in difficoltà e anche donne sposate con qualche bambino piccolo che si siano trovate in situazioni di particolare disagio. Le Suore si occupano di loro, con calore umano e con spirito di viva fede.

Dal loro « convento », poi, o da altri centri che hanno a Parma, le Ancelle partono ogni giorno per i loro umili, sconosciuti servizi di apostolato. Vanno ancora alle carceri, ma hanno allargato la loro assistenza anche al reparto maschile, accolte con simpatia dai detenuti e dalle detenute. A tutti infondono un raggio di speranza e fanno sentire il profumo dell’amicizia.

Non fanno una catechesi vera e propria, come ai tempi della Fondatrice, non fanno prediche, ma conversano amabilmente con i reclusi, rispondono alle loro domande, si interessano della loro salute e delle loro famiglie. Talvolta, recano anche soccorsi alle famiglie bisognose dei detenuti. Alle detenute portano lavoro di cucito e le avviano a qualche attività utile e soddisfacente. In una parola, mostrano di amare quei fratelli e quelle sorelle e ne sono riamate; così, senza quasi volerlo, fanno opera di evangelizzazione, prima con l’esempio e poi, quando le circostanze lo permettano, anche con una buona parola, buttata Ií come per caso, ma che penetra nei cuori come un seme che porterà frutto a suo tempo. Non sono rari coloro che si sono riavvicinati alla Chiesa e ai sacramenti. Le Suore hanno anche l’autorizzazione di portare la comunione ai malati, in cella o in infermeria.

Chi esce dal carcere, conserva spesso rapporti con le Suore e queste non mancano, all’occasione, di visitarli in famiglia.

Alcune Suore sono impegnate nella pastorale parrocchiale: catechesi, animazione liturgica, incontri di preghiera, campi-scuola. Se occorre, specie nei campi-scuola, non esitano a deporre provvisoriamente l’abito, per essere più libere nel lavoro, anche se amano la loro divisa, che portano come segno della consacrazione a Dio e ai fratelli.

Alcune potremmo chiamarle « itineranti », perché vanno di casa in casa, là dove qualche situazione penosa reclama la loro presenza. Spesso, trovano lo squallore morale o la discordia; altre volte, è la solitudine, triste compagna della malattia e della vecchiaia. Il sorriso, la bontà, una serena amicizia portano luce e conforto e sono spesso il mezzo di cui Dio si serve per riportarele anime alla fede.

Per le donne anziane hanno a Parma, vicino alla Casa Madre, un pensionato, nel quale vivono e sono assistite una quarantina di persone.

A Parma e a Vitinia, nella periferia di Roma, hanno continuato a dirigere due scuole materne, sia per le pressanti richieste delle famiglie, desiderose di affidare alle Suore i loro bambini, sia perché queste scuole si sono rivelate un mezzo importantissimo per avvicinare le famiglie, per acquistarne la confidenza e poter così aiutare e sostenere giovani coppie in crisi, o spose e madri che si trovano in particolari difficoltà morali o materiali.

Dal 1976, è stato aperto in Parma un Gruppo-appartamento, ossia un piccolo appartamento in un caseggiato comune, dove sono accolte e convivono con una Suora alcune giovani bisognose di guida. Esse vanno regolarmente al lavoro, ma al ritorno trovano la casa accogliente e una Suora che fa loro da sorella maggiore.

Tutte queste attività non fanno rumore. Le Ancelle attraversano la città con passo svelto e quasi nessuno si accorge di loro; ma esse vanno dovunque a fare del bene. Intendono continuare sulla terra, sia pure modestamente, l’opera del buon Pastore, che aveva compassione delle folle e andava a ricercare la pecorella smarrita. Vorrebbero che tante e tante giovani sentissero il loro stesso ideale e le accompagnassero nel loro peregrinare per Dio.

Si sentono associate a Cristo nell’opera della salvezza e considerano questo « uno straordinario dono del Cielo ». Sono parole della Venerabile Anna Maria Adorni, riportate nel nuovo testo delle Costituzioni. In tale testo, così viene riassunto il loro ideale:

« La nostra missione ci chiama a servire Cristo nei nostri fratelli, particolarmente con la visita ai carcerati e l’assistenza alle loro famiglie; con l’ospitalità alle ex carcerate, ravvedute e pericolanti; con l’educazione di bambine e fanciulle in stato di abbandono; con l’assistenza a giovani lontane dalla famiglia e che vivono in ambienti pericolosi; col dedicarsi agli emarginati e a quanti sono immersi nella miseria, soprattutto morale e spirituale ».

Un programma altamente evangelico per il quale si impegnano con un particolare voto. Esse vogliono portare avanti il loro programma « con la tenerezza del buon Pastore », attratte e guidate da Maria Immacolata, che cooperò alla salvezza del mondo con il suo « Fiat! ».

« Vogliamo così testimoniare – continuano le Costituzioni – l’amore misericordioso di Colui che ha cercato la pecorella smarrita, ha avuto compassione dei peccatori, dei poveri, degli afflitti, per portarli dalle tenebre alla sua mirabile luce ».


[1] Una lunga vertenza si ebbe negli anni 1885-1887 con il Demanio.

[2] Madre Adorni però non esitava a visitarle nella loro casa, se ne avevano una, o nel Sifilocomio, stabilito in un secondo tempo in Sant’Elisabetta.

[3] Pare di leggere le direttive del Concilio Vaticano Il, che ha messo ordine in una materia piuttosto confusa.

[4] L’episodio è riferito al Processo Apostolico dalla teste Angiolina Scaltriti che l’udí da Suor Anna Grassi. Cf. Summarium, n. 435.

[5] La Madre le aveva profetizzato che sarebbe stata la sua infermiera e che l’avrebbe assistita in punto di morte. Assumerà il nome di Maria Crocefissa.

[6] L’Avv. Tarchioni aveva fatto notare che non potevano assumere l’esatto nome di Angers, se non si aggregavano a quella Congregazione. Suggerí perciò di omettere la parola « della carità ».

[7] Il 16 ottobre 1927, la salma fu traslata nella chiesa di San Cristoforo, ceduta all’Istituto dalla parrocchia di San Quintino. L’anno seguente vi fu eretto un monumento marmoreo e Mons. Conforti rivolse alle Suore e alle alunne un discorso che fece molta impressione e che abbiamo già avuto occasione di citare.

Pubblicato in: Uncategorized

FRS 3°parte: La Fondatrice

 

CARISSIME FIGLIE, SORELLE E AMICHE…

Il Padre Bottamini si affrettò a preparare nell’ex convento alcune stanze per le ravvedute di Borgo della Canadella e tutto fa pensare che esse vi siano entrate nel maggio 1856 con Pietrina Bergamaschi loro Maestra[1]. Non sappiamo invece chi sia entrata con la Madre, dopo gli otto giorni in cui rimase sola. Forse Gaetana Pettenati che aiuterà poi la Bergamaschi nella guida delle ravvedute. Essa infatti viene elencata per prima nel quaderno in cui si parla di loro e la teste Suor M. Albina Buttignol, parlando di lei, dice: « Questa nostra prima consorella ». Oppure, fu quell’ottava compagna di cui non ci fu trasmesso il nome.

Insieme con le ravvedute entrò in San Cristoforo anche Celestina, che aiutava in casa e che soprattutto edificava con la sua pietà.

Ma in questo momento, in cui i voti più ardenti di Madre Adorni si stavano compiendo e il suo cuore era ripieno di santa gioia, ecco il Signore provarla con un nuovo dolore. Mons. Giacomo Lombardini, che tanto aveva favorito e protetto l’Opera, moriva improvvisamente il 18 aprile di quell’anno. Egli era stato la luce, l’anima, il conforto dell’Istituzione. In mezzo alle molteplici sue occupazioni di Vicario Generale, di professore di Sacra Scrittura in seminario, di precettore del duca Roberto di Borbone, aveva saputo trovare il tempo per recarsi dalle sue protette, per istruirle, incoraggiarle e spingerle ad ogni opera di bene.

Madre Adorni di lui parla spesso nella « Storia della Fonda­zione », mettendo bene in rilievo quanto egli abbia fatto per l’Istituto. Riassume i suoi sentimenti in queste parole: « Ah, questi quanto mai fece per questa casa finché visse! ».

Il 25 giugno, come si è detto sopra, il Vescovo di Parma riconfermando con nuovo decreto l’Istituzione, aveva nominato Superiora la signora Carolina Botti.

Non era ancora possibile far venire le giovani compagne nel convento di San Cristoforo, perché non era pronto il reparto ad esse riservato; ma ciò non impedì alla Madre di radunare le sue Figlie e tenere il discorso che il cuore le dettava.

Non possiamo fare a meno di riportarne lunghi brani.

« Carissime Figlie, Sorelle e Amiche mie – cominciò -, già da tempo ho il bene di essere vincolata a loro con questi così dolci nomi. Altro non fu, a mio vedere, che l’ardente carità dell’amoroso Cuore di Gesù che ci legò insieme con questo nodo, perché tutte insieme, con coraggio di sue vere discepole, si entrasse a parte dei sentimenti del suo adorabile Cuore. Per questo, Egli accendeva i nostri cuori di vivo desiderio di unirci in una medesima casa per consacrarci tutte, interamente, al suo santo servizio e perché, con la sua divina Grazia, camminassimo dietro le sue orme e divenissimo una copia fedele della sua vita. Ma in modo particolare Egli voleva che a suo esempio, imitando più da vicino le virtù che Egli praticò sulla Croce, divenissimo vittime volontarie, a maggior gloria del suo divin Padre e per la salvezza di tutte le anime, senza eccettuarne alcuna.

Amate figlie, rendiamo le ben dovute grazie al Dator d’ogni bene, perché è arrivata l’ora determinata dalla Provvidenza, per dar compimento ai nostri voti ».

« Ma… » – A questo punto c’è proprio un « ma », nel suo discorso. La gioia del poter dare inizio alla vita religiosa, tanto sospirata, viene turbata da un’ombra, rappresentata da quel « ma ». Il turbamento però tocca solo la superficie dell’anima, perché nelle sue profondità la Venerabile è già unita intimamente alla volontà di Dio. Così, ancor prima di spiegarci il significato di quel « ma », essa si interrompe per esclamare: « Oh, grande Iddio! Sia pur fatta la vostra santa volontà, a scapito della mia! ».

La ragione del turbamento della Madre deriva dal fatto che era stata nominata Superiora della piccola comunità. Parrebbe strana questa reazione del suo spirito e sembrerebbe ovvio che Madre Adorni aspirasse a guidare quel gruppetto di giovani che l’avevano scelta come guida e maestra. Ma la sua umiltà le fa vedere le cose diversamente: essa si sente incapace e indegna. Si sente anzi tutta confusa e ne prova un dolore vivissimo: anzi, un duplice dolore. Il primo, le deriva dalla trepidazione di veder affidate alle sue cure, come vasi preziosi, le anime di quelle buone giovani, chiamate alla più sublime santità e alla più grande purità di vita. « Il pensiero che questi grandi tesori, contenuti in vasi fragili, vengono affidati alla custodia di un vaso ancora più fragile, anzi terreno, fracassato e cioè alla più misera, alla più tiepida e più negligente di tutte », le causa grande sorpresa e la più grande pena.

Il secondo dolore è conseguenza del primo: come farà a portare avanti questo compito? Chi non sa custodire la propria vigna, come potrà custodire quella degli altri? Lei che aveva trovato sempre e solo nell’obbedienza il conforto e la sicurezza di compiere la volontà di Dio, ora doveva guidare gli altri, indicare a loro il cammino, rendersi interprete della volontà divina. Come potrà dirigere gli altri se essa stessa non sa quello che deve fare?

« Non paia loro strano, amate Figlie – soggiunge -, questo mio dolore e questa mia trepidazione. Se non vogliono pensare alla mia debolezza, ciascuna pensi alla propria e dovrà ammettere che siamo tutte del medesimo fango: massa fragile, donne imperfette e ignoranti. E nessuna possiede queste imperfezioni più di me… Questo lo devono riconoscere e ammettere, per aver timore del pericolo. Quanto è maggiore in me questo pericolo! Come potrò aver quiete e tranquillità finché resterò in quest’ufficio, sapendo che se dormo, anzi se anche solo starò sonnolenta, metto a rischio il tesoro che mi è affidato? ».

In questa trepidazione e sgomento, le viene in soccorso la fede. Si ricorda del salmo che dice che è il Signore che custodisce la casa, e si rasserena in questa confidenza, pensando che dovrà essere Lui la potenza che dona la forza, la luce che guida, lo scudo che difende e l’autore di ogni opera buona. Con l’aiuto del Signore, dunque, lei, benché tiepida e senza virtù, intraprenderà la grande opera di condurre le sue Figlie sulla via della virtù, perché abbiano a divenire angeli di purità, diligenti nella perfezione e ardenti d’amore.

Sentendo la propria incapacità e insufficienza, la Madre esorta le Figlie a prendere la Vergine Santissima a modello di ogni virtù; anzi propone che tutte insieme abbiano ad eleggere come Superiora della Casa, la stessa Vergine Maria, della quale la Adorni si riterrà semplicemente la coadiutrice e la vicaria.

E qui il discorso diviene preghiera: un’invocazione alla Vergine e una regolare nomina di Lei a Superiora della Casa, con la promessa solenne di ubbidirle in tutto e sempre. Ascoltiamola.

« Oh, gran Regina e Imperatrice del Cielo e della terra, non disdegnate di ammettere l’istanza di una che si gloria di essere vostra schiava. Udite, Madre nostra, il gemito che dall’intimo dei nostri cuori si volge a Voi, per chiedervi la vostra amorosa protezione e il vostro materno affetto. Siate Madre singolare di questo piccolo gregge. Non disprezzate chi vi invoca con ansia amorosa e con tutta sincerità.

Da ora e per sempre vi nominiamo e costituiamo unica Padrona e Superiora di questa comunità, in modo tale che tutte le Sorelle di questa Casa e tutte quelle che a noi succederanno in quest’ufficio, non abbiano mai a derogare da questa decisione, ma si reputino e si stimino coadiutrici e vicarie Vostre e tutte a Voi obbediscano, come anche noi obbediamo, perché in questo consiste il nostro vero bene e il nostro futuro progresso.

E io, la minor serva di tutte, rinuncio nelle Vostre mani, mia buona Signora e Padrona, l’ufficio che mi è stato affidato, di sorella maggiore di questa umile comunità, di cui Voi sola siete Madre e Superiora. Da questo momento, mi riconosco Vostra coadiutrice e vicaria.

Prostrate ai Vostri santissimi piedi, Vi preghiamo, dolcissima Signora e Madre nostra, di accettare questa elezione e di governarci d’ora innanzi, come unica e speciale Protettrice e Superiora ».

Con questa umile e confidente preghiera terminò l’allocuzione della Madre Anna Maria Adorni alle sue Figlie.

Altre sagge esortazioni e sentimenti sono espressi nel discorso che abbiamo riassunto, ma abbiamo voluto attenerci ai punti salienti e caratteristici. Ora, dobbiamo aggiungere che il piccolo gruppo era pieno di santo fervore e tutte le giovani non vedevano I’ora di poter entrare in San Cristoforo, per formare con la Madre un’unica fervorosa famiglia. Il Signore però, stava per chiedere il la Madre un altro doloroso sacrificio.

Come abbiamo visto, la figlia Celestina era entrata in San Cristoforo, insieme con le prime ricoverate. Aveva ora tredici anni. Tutte le ricoverate le volevano bene ed erano edificate per la sua bontà. Non è più la golosetta e la bambina vanitosa di un tempo: è obbediente, gentile, servizievole e, soprattutto, prega in una maniera angelica. Possiamo legittimamente arguire che la madre era santamente orgogliosa di lei. Mentre cresceva in statura, in avvenenza e in intelligenza, mostrava anche di progredire nell’amore di Dio e nell’esercizio delle virtù. La madre forse sognava di farla crescere insieme alle bambine che avrebbe presto raccolto e, chi sa, forse un giorno sarebbe potuta divenire loro maestra e dedicarsi per sempre a quella grande opera di bene.

Ma i disegni di Dio non sono come quelli degli uomini.

Verso la fine di ottobre, Celestina si ammalò e ben presto divenne grave. Tutta la casa seguiva con angoscia il decorso della malattia e le ricoverate si davano il cambio a pregare nella piccola cappella. La Madre non si allontanava mai dal lettino e pregava Dio con tutto il cuore e supplicava la Vergine a non toglierle il suo tesoro.

Anche la bambina pregava. Voleva, sì, guarire, ma come le aveva insegnato la mamma, ogni sua supplica terminava con le parole di Gesù nell’Orto: Sia fatta, o Signore, la tua volontà.

L’ultimo giorno le venne un desiderio: si ricordò degli squisiti budini che la mamma qualche volta preparava per lei e per i fratellini. Oh, come le sarebbe piaciuto! La mamma commossa da quel desiderio infantile, corse in cucina e tornò ben presto con il dolce preferito. Ma quando la piccola se lo vide davanti e ne sentì il profumo allettante, un sublime pensiero le si presentò alla mente: « Mamma, disse, mi è venuto in mente di farne un sacrificio alla Madonna! ».

Una lagrima sgorgò dagli occhi della mamma. Voleva dire che, no… la Madonna sarebbe stata contenta lo stesso. Ma poi sentì dentro di sé che doveva rispondere diversamente, che la sua cara Celestina aveva bisogno di un’ultima gemma per la sua corona. Allora, facendosi forza, disse: « Oh, sì, bambina mia! La Madonna sarà molto contenta… ». Non poté dire altro perché un nodo le serrava la gola.

Celestina morì in una grigia giornata di autunno, il 4 novembre 1856. Il sacrificio di Anna Maria Carolina Adorni, vedova Botti, era consumato! Dio le aveva chiesto tutti i suoi figli e lei li aveva offerti con lo strazio nel cuore, così come Maria Addolorata aveva offerto suo Figlio lassù sul Calvario.

Forse fu proprio nello strazio di questo supremo dolore che essa intuì la funzione della Vergine Santissima ai piedi della Croce: essere associata al mistero redentore del Figlio ripetendo dolorosamente e amorosamente il suo « Fiat » davanti alla volontà salvifica del Padre che chiedeva l’immolazione della Vittima da lei generata[2].

Forse proprio in quel momento comprese quale « grazia particolarissima », quale « dono straordinario del cielo » le fosse stato elargito dallo Spirito: quello di essere associata a Cristo Signore nella grande opera della salvezza, come Maria sul Calvario e in intima unione con Lei. In quel momento, rinnovò con piena e dolorosa comprensione il voto di essere vittima volontaria per la salvezza del mondo. 

LA PRIMA COMUNITÀ DELLE ANCELLE

Il 1856 aveva visto anche la morte del conte Valerio Magawly, già Ispettore delle carceri, assassinato in Borgo delle Asse (ora Borgo del Parmigianino), il 4 marzo. Era uno degli ormai numerosi atti di terrorismo, frutto della prassi rivoluzionaria. Madre adorni apprese la notizia con vivo dispiacere, perché il Magawly era stato un uomo che aveva molto favorito l’opera di assistenza alle carcerate.

All’assassinio del conte Magawly seguirono altri attentati, tanto che fu necessario ripristinare lo stato d’assedio. Vennero operati molti arresti, ma poi piano piano la situazione si andò calmando e la duchessa rivolse di nuovo la sua attenzione all’amministrazione e alle riforme: fu ricostituita l’Universítà con tutte le facoltà, furono istituite scuole elementari e medie, fu costruito un nuovo quartiere popolare nell’Oltretorrente, detto via della Salute, e furono risanate le finanze soprattutto per merito del Ministro Antonio Lombardini, padre del compianto Mons. Giacomo Lombardini.

In questo clima di relativa tranquillità, Carolina Adorni si recò dalla duchessa a presentarle un Memoriale in cui chiedeva espressamente l’autorizzazione a fondare una Congregazione religiosa. È datato 9 novembre 1856, cinque giorni dopo la morte di Celestina, ma deve essere stato composto prima ed elaborato stilisticamente da persona capace, probabilmente l’Abate Bottamini. Il Memoriale, o per essere esatti, la « Relazione », ha un’importanza fondamentale perché è il primo documento nel quale sono esposti, con tutta chiarezza, gli scopi e i mezzi dell’Istituzione che Madre Anna Maria Adorni intendeva fondare.

Comincia così: « L’Istituto religioso che sotto il titolo dei Sacratissimi Cuori di Gesù e di Maria intende la sottoscritta fondare in questa Città di Parma, nel Convento delle ex Agostiniane detto di S. Cristoforo, assegnatole a tale uopo graziosamente dalla munificenza di S.A.R la Duchessa regnante, avrà lo scopo, ecc. ».

Lo scopo (oltre quello generale della santificazione dei membri) era « l’adoperarsi a tutt’uomo per mezzo dell’istruzione e della carità più paziente, alla conversione e direzione di quelle femmine che cadute nei disordini di una vita licenziosa ed immorale intendono, per misericordia di Dio, di rientrare nell’ordine della vita morigerata e cristiana ».

Come mezzo a questo scopo due o tre Suore si recheranno più volte alla settimana alla Casa di correzione di Sant’Elisabetta per visitare e istruire le detenute.

Secondo scopo dell’Istituzione era quello di accogliere e istruire fanciulle orfane o abbandonate, che nella tenera età di 10-14 anni sono lasciate senza assistenza e sono in pericolo di corrompersi al contatto col vizio. Naturalmente, l’istruzione religiosa sarà il cardine di questa educazione, « persuase che senza la religione cattolica, e questa ben radicata nel cuore, non possono darsi individui utili alla società ».

Vengono quindi elencati i vantaggi sociali che deriveranno da questa istituzione:

1) Anzitutto, si darebbe modo a donne nubili o vedove, che ne sentissero la vocazione, di dedicarsi a questa benefica Opera, contribuendo così al miglioramento della società civile.

2) Si darebbe ricovero a quelle infelici giovani convertite che, diversamente, correrebbero il rischio di ritornare al vizio e a quelle fanciulle che si trovano nel pericolo di precipitarvi.

3) Imparerebbero qui a guadagnarsi il pane con la propria onesta fatica e si avrebbe modo di preparare oneste inservienti per le case di buoni padroni, vantaggio questo non piccolo se si pensa che le donne di servizio provengono dalle classi basse e, non raramente, da ambienti di dubbia moralità.

Come si può notare in questo riassunto, la Fondatrice, dato lo scopo del Memoriale, insiste sui vantaggi sociali dell’Opera per cui chiede il permesso di fondazione.

Passa poi a presentare un Prospetto di come sarà organizzata « la nuova comunità dei SS. Cuori di Gesù e di Maria nel Convento di S. Cristoforo di Parma ». Vi si dice anzitutto che essa sarà soggetta al Vescovo di Parma e a lui spetterà di dare e approvare il regolamento e le leggi che dovranno guidare la Comunità. Si notifica inoltre che al prossimo 21 dicembre, con il permesso e l’approvazione del Vescovo, saranno ammesse in San Cristoforo alcune giovani piene di zelo e di virtù per dare inizio al noviziato, sotto la guida dell’attuale Superiora.

L’abito sarà stabilito dal Vescovo. Le convertite si chiameranno Rinchiuse e le fanciulle pericolanti si chiameranno Ricoverate. Vestiranno abito secolare ma uniforme nelle loro classi.

Si fa cenno ai due Conservatori per l’amministrazione e si dice che « la Superiora primaria della Comunità di S. Cristoforo, per nomina di Mons. Vescovo e in virtù dell’obbedienza dovuta all’Eccellenza Sua reverendissima, è di presente la sottoscritta (Carolina Botti) ».

La duchessa Reggente, che probabilmente aveva provocato la Relazione, si mostrò molto ben disposta verso Madre Adorni, ma le fece sapere che per ottenere un permesso di fondazione, stante le leggi vigenti, bisognava ricorrere ad un procedimento particolare (che si potrebbe definire una fictio juris, ossia un piccolo imbroglio giuridico): bisognava cioè far apparire che la nuova Congregazione era aggregata a un Istituto già esistente e approvato, adottandone le Regole. Perciò le suggeriva di presentare la sua Istituzione come una derivazione delle Religiose di Nostra Signora della Carità del Buon Pastore di Angers che avevano uno scopo del tutto simile a quello propostosi da Madre Adorni.

Pochi giorni dopo, il 17 dicembre 1856, Madre Adorni consegnava alla duchessa il documento in cui dichiarava di adottare le Regole delle Suore di Angers. Il 9 gennaio successivo, il Ministero di Grazia e Giustizia emanava un decreto a nome di Luisa Maria di Borbone, Reggente per il duca Roberto I, con il quale si dava facoltà all’Ordinario diocesano di fondare nella città di Parma un Istituto colle Regole e Costituzioni proprie delle Religiose di Nostra Signora della Carità del Buon Pastore della città di Angers. Firmato: Luisa. Controfirmato per il Ministro di Grazia e Giustizia: Salati.

Nel decreto, all’articolo 3, si dice che l’Istituto avrà l’uso gratuito, « insino a tanto che durerà la buona Opera diretta al fine prementovato », dell’edificio di San Cristoforo, eccetto quella parte che è già stata assegnata all’opera parrocchiale di San Quintino per la Confraternita di San Carlo. Viene anche stabilito che le spese di riparazione dell’edificio saranno a carico dell’Istituto. Viene così a cadere l’obbligo dell’affitto annuale, prescritto da un precedente documento, e la precarietà della concessione.

Quello che è strano è che all’autorizzazione della duchessa non abbia fatto seguito un corrispondente decreto ecclesiastico che, avvalendosi dell’autorizzazione ducale, istituisse la Congregazione religiosa. Mons. Cantimorri accuserà sì, ricevuta del documento al Ministero di Grazia e Giustizia, ma di fatto non fonderà l’Istituto. L’Opera di Madre Adorni era stata riconosciuta con i decreti del 1855 e ’56, ma come Società di Pie Donne e non come Congregazione religiosa. Questo mancato riconoscimento da parte della Chiesa resterà sempre come una spina nel cuore di Madre Adorni. Solo 19 anni dopo, riuscirà a ottenere dal Vescovo Villa un decreto di erezione in Congregazione religiosa, ma il pieno riconoscimento non l’avrà che sul letto di morte.

Intanto era passata la data del 21 dicembre, prevista dalla Madre come quella in cui sarebbero entrate le aspiranti e avrebbero cominciato il noviziato: era passata ed esse non vi erano entrate. Perché? Forse non erano finiti i lavori? O vi fu qualche altro ostacolo?

Di fatto, le Suore non entreranno in San Cristoforo che il 1° maggio 1857: almeno ufficialmente, perché da un foglietto delle Suore della prima o seconda generazione risulta che la Bergamaschi vi era già e che la Pettenati vi entrò definitivamente nei primi mesi del 1857, Angela Barozzi vi entrò il 27 aprile, Maria Monteverdi il 1° maggio, Elisabetta Rossi l’8, mentre Giuseppina Bianchi non vi entrò definitivamente che il 15 di agosto. Madre Adorni, tuttavia, scrive: « Il giorno 1° maggio 1857, con l’approvazione di Mons. Vescovo, feci entrare in San Cristoforo altre sei mie compagne (la Bergamaschi, come sappiamo, c’era già), che da gran tempo aspettavano di unirsi a me, avendo il Signore dato loro la mia stessa vocazione. E in questo giorno, 1° maggio, si diede principio alla Congregazione religiosa, con otto individui per sostenere questa santa Istituzione ». Nelle otto persone era compresa la Fondatrice e quella compagna di cui si ignora il nome. Così finalmente, a cinquantadue anni, nella piena maturità, Madre Anna Maria Adorni vede realizzato il suo sogno. Le era stato dato il convento di San Cristoforo, lo aveva adattato convenientemente, vi erano entrate 7 aspiranti Suore, 7 giovani ravvedute e 9 orfanelle: l’Opera. era cominciata.

La Madre pensò anzitutto alla formazione delle sue Suore. Aveva ricevuto da Imola una copia in italiano delle Regole e Costituzioni delle Suore di Nostra Signora della Carità del Buon Pastore di Angers e le aveva lette con molto interesse. Contenevano la Regola di Sant’Agostino e le Costituzioni dettate da San Giovanni Eudes e da Sant’Eufrasia Pelletier, nel secolo XVII, per la Congregazione religiosa da essi fondata.

Madre Adorni aveva trovato che, in linea di massima, quelle Costituzioni corrispondevano a quanto essa si proponeva per la sua Congregazione. Vi si parlava dello zelo per la salvezza delle anime, della redenzione delle traviate, della preservazione delle fanciulle abbandonate, della devozione ai SS. Cuori di Gesù e di Maria; ma quello che non si adattava alle condizioni iniziali del suo Istituto era la mole stessa del libro e le molte minuzie che vi erano prescritte; ma soprattutto vi appariva una forma di clausura, quasi monacale, che non si addiceva proprio a un Istituto di Suore che intendevano dedicarsi all’apostolato diretto.

La Adorni pensò quindi che per i primi tempi fosse sufficiente la stesura di un orario quotidiano, con l’indicazione delle azioni da compiere e con qualche annotazione di carattere spirituale. In questo modo, si sarebbe vissuta la regolarità propria di un Istituto religioso, senza gravarsi di regole non ancora provate dall’esperienza. La formazione verrebbe poi completata da opportune conferenze e istruzioni, per le quali avrebbe potuto attingere dalla « Mistica Città di Dio », là dove la Madonna dà istruzioni alla sua confidente sulla vita religiosa, ed anche dalle Costituzioni stesse di Angers.

L’Orario era preceduto da una « Premessa »: le necessità dei primi tempi hanno costretto la superiora a distribuire i vari compiti come meglio era possibile ed anche le pratiche di pietà furono a volte sacrificate per le circostanze degli inizi; « ma il Signore, scrive la Madre, non permetterà mai che alcuna di noi non possa acquistare la virtù e una buona vita interiore per il fatto che lascia Lui per servire Lui ». Sottolineamo quest’espressione, veramente significativa.

« Sembra duro, continua, il non poter pregare molto per l’anima propria. Ma se diminuiamo l’orazione in Cappella per adempiere a quegli obblighi per cui il Signore ci adunò in questa Casa, spero e credo che Egli ci vorrà assistere colla sua divina grazia e farà sì che nelle medesime nostre occupazioni si trovi la vera orazione ». Questa « vera orazione » è il continuo pensiero di Dio, della sua gloria e il pensiero della salvezza delle anime: Madre Adorni viene insomma a dire che nell’apostolato le Suore troveranno l’unione con Dio e un mezzo di santificazione: contemplativus in actione, direbbe Sant’Ignazio.

L’Orario fissa poi le varie azioni della giornata: alzata alle 4.30 (d’inverno un’ora più tardi) e il riposo alle 22: sei ore e mezzo di sonno e una giornata lunga quasi 18 ore. Ricreazione? « Un po’ alla sera dopo cena, mentre nel dopo pranzo per mancanza di tempo, la ricreazione per il momento sparisce ».

Madre Adorni riteneva che la sua comunità, pur non essendo ancora costituita in vera Congregazione, poteva praticare la vita religiosa nella sua interezza. E non si ingannava. Difatti, poteva constatare con i suoi occhi il progresso spirituale delle sue Figlie. Scrive infatti: « Provo la gioia di vedere queste mie consorelle avanzare di giorno in giorno nell’acquisto delle virtù, ma in modo segnalato nello zelo dell’altrui salvezza e nell’ardente desiderio di fare in tutto e per tutto la divina Volontà. Dio buono! Chi non vede che camminando in tal modo ne viene di conseguenza la pazienza, la mortificazione, la mansuetudine, l’umiltà, la castità, la carità, la fortezza e tutto quel corredo di virtù che richiede dai suoi membri questa santa istituzione? ». Insomma, è il raggiungimento della santità attraverso l’esercizio dell’apostolato, proprio come dice il Concilio Vaticano II[3].

 VITA IN SAN CRISTOFORO

Madre Adorni era da poco entrata in San Cristoforo, quando avvenne il seguente fatto. Una certa signora Invernizzi, della parrocchia di San Quintino, si recò un pomeriggio da Madre Adorni, che conosceva già dai tempi di Borgo del Becco, per raccomandarle il suo povero marito, che stava per morire ma che non voleva saperne di preti e di sacramenti. La Madre le disse parole di conforto, la esortò a pregare e a sperare e l’assicurò che avrebbe pregato anche lei per l’infermo.

Partita la donna, Madre Adorni si recò subito in cappella e rimase assorta in preghiera per lungo tempo. Così assorta che non si accorgeva del tempo che passava e quando, all’ora di cena, una Suora la scosse perché andasse a mangiare, disse: « Andate pure a cena. Io non mi muoverò di qui finché il Signore non mi avrà concesso la grazia ». Alle 22,30 finalmente si alzò dal banco, tutta lieta in viso, e alla Suora che si era accostata disse: « Sì, carina, ora mi ritiro volentieri perché in questo momento Gesù mi ha esaudita ». Il giorno dopo si seppe che l’ammalato, dopo una giornata agitatissima, alle 22,30 precise era stato preso come da un sonno profondo e risvegliandosi al mattino, aveva chiesto che gli chiamassero il confessore.

Un’altra conversione avvenne nel corso dell’anno 1858. Si riferisce al reparto bambine cosiddette « pericolanti ». Una di queste bambine dopo qualche tempo cominciò a mostrarsi triste e preoccupata e Suor Giuseppina Bianchi non riusciva a farsi dire che cosa avesse. Pensò allora di parlarne alla Madre. Questa chiamò la piccina e le parlò con tanta amorevolezza che la piccola, con le lagrime agli occhi, le raccontò che la zia, che le aveva fatto da mamma, aveva una cattiva relazione con un ufficiale dell’esercito. La piccola aveva tanto sentito parlare della bruttezza del peccato che ne era tutta spiacente per la zia e temeva che morisse e andasse all’inferno.

Madre Adorni consolò la piccina, esortandola a pregare e assicurando che anche lei avrebbe pregato tanto, tanto… Contrariamente alla norma, che non permetteva ai parenti che conducevano vita scorretta di avvicinare le bambine senza la presenza della Maestra, per questa piccola la Madre lasciò che la zia fosse sempre sola con la nipotina, sia perché la situazione morale dell’infelice era ignorata e sia anche perché era certa che la piccina avrebbe avuto buona influenza sulla zia. Anzi, essa stessa cominciò a parlare a quella povera infelice, la quale finalmente le aprì il cuore. Era consapevole della sua vita di peccato, ma non sapeva come uscirne: amava quell’uomo e poi, in ogni caso, non sarebbe riuscita a farlo allontanare da sé. Madre Adorni esortò la donna a recarsi in pellegrinaggio a Fontanellato e a chiedere alla Madonna la forza di rompere quei legami peccaminosi; nello stesso tempo, fece parlare alla duchessa dalla sua amica Teresa Botteri Lusardi; si trattava di trasferire per qualche tempo l’ufficiale senza far trapelare la vera motivazione del provvedimento. La duchessa acconsentì benevolmente. Nel frattempo, la donna cadde malata e in poco tempo si trovò in fin di vita. Morì pentita e serena, riconoscente alla Vergine e a Madre Adorni di averla ricondotta sulla buona via.

Un altro fatto riguarda le piccole ricoverate e lo raccontiamo qui anche se il suo epilogo si ebbe molti anni più tardi.

Tra le piccole era stata accolta una bambina di 7 anni, certa Franceschina Borghini. Non si sa da chi sia stata affidata a Madre Adorni, perché risultò che non aveva parenti prossimi. Era affetta da una forma di epilessia che la prendeva ogni tanto con convulsioni, bava alla bocca, irrigidimento, ecc. Inoltre, era uno di quei tipetti che oggi gli psicologi chiamano caratteriali: improvvisi scatti d’ira, violenze ingiustificate verso tutto e verso tutti. Insomma, era una bambina impossibile. Dopo qualche mese di infinita pazienza e dopo aver provato tutte le maniere per attirarsi la benevolenza della piccola e domarla in qualche modo, le Suore erano scoraggiate. Pregarono perciò la Madre di mandarla via perché era di disturbo anche per le altre. La Madre rispondeva: « Abbiate pazienza! Abbiate pazienza! È sola e malata. Come possiamo mandarla via? Preghiamo, preghiamo insieme il Signore, Egli ci penserà ».

Passarono così 18 anni, nei quali non si sa se ammirare di più la magnanimità della Madre o la pazienza delle sue Figlie: del resto, sappiamo quale anima eletta fosse Giuseppina Bianchi e come la Madre potesse contare su di lei.

Franceschina non era migliorata con gli anni e fu sempre la croce della buona maestra Giuseppina e un po’ anche delle compagne. A venticinque anni, si ammalò e ben presto ci si accorse che si trattava di quel male terribile al quale allora non c’era rimedio: la tubercolosi.

Madre Adorni era spesso accanto al suo letto e le parlava con tanta dolcezza e con tanta fede che la giovane cominciò a vedere le cose diversamente. Mentre agli inizi si ribellava al suo male e all’idea della morte, ora che la Madre le parlava così bene del bel Paradiso, quasi quasi si sentiva di desiderarlo. Non solo. Eravamo nell’anno giubilare 1875 e la giovane Franceschina fu esortata a compiere anche lei le pratiche del Giubileo. Le compì con tanta fede e devozione che Madre Adorni ebbe a dire che fu l’unica in quella Casa ad acquistare il Giubileo.

Le condizioni dell’inferma si facevano sempre più gravi. La tormentava una gran febbre e ancor più la difficoltà di respiro. Ormai, desiderava la morte e spesso chiedeva: – Quando? Quando? La buona Madre le rispondeva: « Porta ancora un po’ di pazienza Franceschina, poi la Madonna verrà a prenderti ».

Un giorno le disse: « Coraggio! ancora poco… Ho chiesto alla Madonna di venirti a prendere nel giorno e nell’ora in cui Lei fu assunta in Cielo ».

Il 15 agosto, mentre la Chiesa celebrava la festa della Madonna Assunta, la povera Franceschina si aggravò improvvisamente. Le Suore e le compagne le furono accanto. Pregavano. Qualcuna singhiozzava. Ad un tratto, si sentì la voce commossa della Madre che sussurrava: « Inginocchiatevi, perché entra la gran Madre di Dio… ». In quel momento, Franceschina sorrise e spirò. La Madre raccontò poi che il Signore le fece la grazia di vederne l’anima salire in cielo in forma di colomba.

Così, tra giornate piene di preghiera e di lavoro e tra episodi di questo genere, passarono i primi anni di San Cristoforo. La Madre era felice e ringraziava ogni giorno il Signore di averla fatta strumento della sua misericordia.

Le Dame della Pia Unione Visitatrici continuavano con fervore il loro compito e spesso si recavano a San Cristoforo per parlare con la Adorni e per edificarsi della vita di fervore che vi si conduceva.

 LO SPIRITO DELL’ISTITUTO

La vita in San Cristoforo scorreva dunque tranquilla nell’esercizio di tutte le virtù cristiane e particolarmente nella pratica della carità vicendevole e verso le ricoverate. I rapporti tra Carolina Adorni e il gruppetto delle sue collaboratrici erano quelli di maestra e discepole, ma assumevano anche il tono affettuoso di madre e figlie. Perfino nell’obbedienza la Venerabile chiedeva che le sue Suore obbedissero alla Superiora come a loro Madre e con vero affetto di Figlie.

La formazione delle Suore avveniva naturalmente, nelle circostanze di ogni giorno, ma talvolta si accentuava in incontri nei quali la Madre esortava le Suore alla fedeltà a Dio, ammonendole a fuggire anche la più piccola colpa, perché non vi è colpa piccola nello stato religioso, nel senso che il vero amore si manifesta con la premura di evitare anche il più piccolo disgusto alla persona amata.

« Figliole mie, diceva, ricordino che non c’è maggior fortuna per un’anima che quella di essere chiamata nella casa di Dio per consacrarsi tutta al suo servizio ». Le ammoniva anche a premunirsi contro le tentazioni del diavolo che fa di tutto per impedire una vocazione o per allontanare coloro che l’avessero già abbracciata.

Quello però che stava più a cuore alla Venerabile e quello che inculcava maggiormente alle sue Figlie, dopo l’amore di Dio, era lo zelo per la salvezza delle anime. « Ci sono tante istituzioni nella Chiesa di Dio, essa diceva, e la Chiesa ne è tutta adornata. La nostra ha uno scopo tutto particolare che è quello di imitare l’amore ardentissimo dei Sacratissimi Cuori di Gesù e di Maria verso le anime, create a immagine di Dio e ricomprate con il preziosissimo Sangue di Gesù. Ci sono delle religiose che si dedicano alla cura dei corpi, ma noi dobbiamo dedicarci alla cura delle anime e la nostra Casa deve essere come un ospedale aperto per accogliere le anime inferme, desiderose di riacquistare la sanità spirituale ».

Siccome il male è meglio prevenirlo che guarirlo, la piccola Congregazione di San Cristoforo si dedicherà anche a sottrarre dalla strada quelle fanciulle o giovinette che, prive dei genitori o da essi trascurate o abbandonate, corrono il pericolo di entrare nella via del male.

Quale grande missione lavorare per la salvezza delle anime! Nel proemio alle Regole sono riportate bellissime espressioni dei Santi Padri, che Madre Adorni doveva avere familiari: « Un’anima sola ha davanti a Dio più valore di tutti i corpi dell’universo… È cosa più grata a Dio spendere il tempo e la vita per il bene delle anime che soffrire il martirio… ». E aggiungeva: « Particolarissima grazia è questa per loro e straordinario dono del Cielo, di cui devono ritenersi indegnissime: l’essere associate allo stesso nostro Signore Gesù Cristo, alla Sua santissima Madre, agli Apostoli e a tanti grandi Santi in questa grande opera che è la salvezza delle anime… ».

Questa doveva essere per le Suore di Madre Adorni la regola principale, il più importante dei loro doveri, lo spirito e l’anima di tutta la loro vita, la strada che il Signore aveva loro tracciato per arrivare a lui e piacergli. E concludeva dicendo: « Non ci sono al mondo persone più care a Dio di coloro che in certo modo Lo aiutano a salvare le anime ».

Conseguenza di queste premesse doveva essere uno zelo ardente che le spingesse ad impiegare tutte le energie del corpo, del cuore e dello spirito per collaborare con Cristo all’opera di salvezza. Dovevano essere pronte ad abbracciare volentieri ogni difficoltà e ogni sacrificio per amore di Colui che soffrì, per lo stesso scopo, patimenti e oltraggi.

E qui non avrà mancato di esprimere alle sue Figlie quei sentimenti che l’animavano e che l’avevano spinta ad offrirsi vittima di redenzione per le anime.

Così, San Cristoforo divenne un piccolo Cenacolo di anime tutte dedicate a Dio e tutte ardenti di zelo apostolico.

Ma un altro aspetto della vita religiosa Madre Adorni non ha mancato di inculcare alle sue Figlie: l’imitazione perfetta di Gesù, seguendolo fedelmente nel distacco da ogni cosa terrena, per aderire con tutto il cuore a Dio e al Suo progetto di salvezza.

Si tratta dei voti religiosi. Nelle sue conferenze, la Madre pone in primo luogo il voto di obbedienza, indicando così, con San Tommaso, che lo ritiene il più importante: con esso infatti si fa dono a Dio della propria libertà e volontà, cioè di tutto se stesso. Oggi, con il Concilio Vaticano II, si pone al primo posto il voto di castità, per sottolineare il dono del cuore; ma i voti sono, in realtà, un tutt’uno e la loro divisione in povertà, castità e obbedienza è fatta solo per indicare che il dono totale di sé importa la rinuncia alle cose terrene per il Regno di Dio, agli affetti verso le persone per un amore più grande e la rinuncia perfino a se stessi, per cercare solo la volontà di Dio.

L’obbedienza è un atto di fede: si obbedisce ai Superiori perché ci rappresentano Dio e ci manifestano la sua volontà. Questa dottrina è confermata dal Concilio Vaticano II, là dove dice che « i religiosi, mossi dallo Spirito Santo, si sottomettono in spirito di fede ai superiori che sono i rappresentanti di Dio » (Perfectae caritatis, 14). Il Concilio però ammonisce i Superiori a ricercare essi stessi, nella preghiera e nel dialogo fraterno, quale sia veramente la volontà di Dio, perché grande è la responsabilità che pesa su di loro di essere interpreti fedeli di tale volontà.

Madre Adorni, dopo aver esortato ad obbedire ai superiori come se si trattasse di obbedire a Dio stesso, avverte che quello dell’obbedienza è il cammino più sicuro e che il Signore, nell’ultimo giorno, non chiederà conto degli eventuali errori commessi con l’obbedire; anzi li riterrà a merito.

Quello che è interessante nella trattazione sull’obbedienza è la modalità pratica suggerita dalla Madre: « La loro obbedienza, scrive, deve essere fatta con gioia e allegrezza, non per timore, ma per impulso di amore grande e di volontà risoluta, che manifesti anche all’esterno la contentezza che provano dentro, nel fare  il piacere e il volere santissimo di Dio, manifestato loro nelle Regole dell’Istituto e dall’obbedienza ».

Quanto alla povertà, è qualificata come la rinuncia ai beni terreni per acquistare quelli eterni.

Con la rinuncia ai beni di questo mondo, in realtà l’anima libera il cuore dalla schiavitù delle ricchezze e viene riportata alla nobile libertà per cui fu creata: quella cioè di essere signora di tutte le cose: signora, quindi, non schiava delle ricchezze di questo mondo. Con la professione di povertà, essa manifesta questa libertà ed è pronta a rinunciare ad ogni bene, a distribuirlo a chi ne ha bisogno, nella coscienza che Dio ha creato i beni temporali per sostentare la vita e che, ottenuto questo scopo, cessa la causa della loro necessità. « Rinunziate dunque, Figlie mie, scrive la Madre, ad ogni affetto e amore alle cose terrene e non lasciatevi attirare da esse, sotto pretesto o apparenza di necessità. Se questa Casa rimanesse povera non siano sollecite eccessivamente per procurare il necessario alla vita. Una sollecitudine moderata è doverosa, ma quando hanno fatto questo non si turbino se mancherà quello che desiderano e stiano attente di non desiderarlo troppo vivamente, anche se può sembrare utile per il servizio di Dio. Succede spesso che si ami meno il Signore, se insieme con Lui si comincerà ad amare altra cosa.

Il molto lo devono considerare superfluo, perché non ne hanno bisogno e conservarlo senza necessità sarebbe una colpa.

Anche il poco si deve stimare poco, perché è maggior errore imbarazzare il cuore con quello che non vale niente e disturba molto.

Se tutto quello che il loro giudizio umano domanda come necessario, l’ottengono, in verità non sono povere, perché la povertà, a rigore, è avere meno di quello di cui si ha bisogno. In certo senso, si può chiamar ricco colui a cui non manca nulla. L’avere di più del necessario è inquietudine e afflizione di spirito; desiderarlo o conservarlo senza usarne, produce una povertà senza quiete e riposo ».

Ed ecco infine la castità. Essa comprende la purezza dell’anima e del corpo. « Benché nessuna virtù debba mancare a colei che si chiama sposa di Cristo, ed è tale per professione, tuttavia la castità è quella virtù che la rende più conforme e rassomigliante al suo Sposo, perché la spiritualizza, l’allontana dalla corruzione terrena e la eleva allo stato angelico; anzi, la eleva ad una certa partecipazione all’essere stesso di Dio ». Fatto questo voto le Suore « non devono vivere né respirare che per il loro Sposo divino, in ogni innocenza e purità di anima e di corpo, di pensieri e di parole, di contegno e di azioni, con una vita immacolata ed angelica ». Il voto di castità, dunque, è un dono sponsale dell’anima a Gesù, che diviene perciò l’oggetto unico ed esclusivo del proprio amore.

Le Ancelle dell’Immacolata hanno poi una motivazione particolare per praticare con ardore la virtù della purezza ed è che devono innamorarne anche coloro che l’hanno miseramente perduta.

Il capitolo sulla castità termina con alcune norme pratiche per conservare « questo gran tesoro che si trova depositato in un castello con molte porte e finestre, che se non sono ben custodite, non ha sicurezza ». Ricordiamo solo quella che Madre Adorni chiama « ritiratezza ». Non è la clausura propriamente detta, ma è la cura di evitare ogni incontro con le creature, tranne che per aiutarle e spingerle ad amare il Signore: « da tutto il resto devono stare lontane ».

Questi gli insegnamenti che Madre Anna Maria Adorni trasmetteva amorosamente alle sue Figlie, corroborandole con i suoi mirabili esempi. Esse, in data imprecisata del 1859, dopo accurata preparazione e con il permesso del Vescovo, emisero nelle mani della Fondatrice i voti privati di obbedienza, di povertà e castità e di servizio apostolico. Con questa consacrazione, esse divennero vere religiose, anche se, giuridicamente, non riconosciute.


RIEDUCAZIONE DELLE TRAVIATE

La vita, in San Cristoforo, si svolgeva regolarmente, con grande soddisfazione della Fondatrice. Le Suore si mostravano fervorose e zelanti e portavano avanti i loro compiti con la più grande diligenza. Pietrina Bergamaschi e Gaetana Pettenati attendevano alle ravvedute e se ne erano acquistata la fiducia in modo tale che esse si lasciavano guidare docilmente in ogni cosa. Erano davvero delle convertite, che erano passate dalla vita peccaminosa ad una condotta così pia e devota da somigliare a quella di un convento. Giuseppina Bianchi aveva preso la direzione del gruppetto delle bambine, aiutata da quell’anonima che abbiamo incontrato e che lascerà presto l’Istituto per ragioni di salute. Pare che queste bambine andassero dai sette anni in su, ma qualcuna entrò anche a cinque.

Le altre Suore lavoravano per la casa e per l’orto e accompagnavano la Madre nella visita alle prigioni. Essa infatti si era proposta di riprendere questo prezioso apostolato, non appena i lavori di ristrutturazione di San Cristoforo l’avessero permesso. La Madre dava una mano in ogni cosa, sia nell’assistenza alle ricoverate che nei lavori di cucina, di pulizia della casa, di lavanderia, ecc. Diceva di sé: « Ed io, la minima di tutte, per servire a Sua Divina Maestà e obbedire a chi ne tien le veci, assisto con l’opera a tutti gli uffici della casa, e oltre a queste occupazioni interne, abbraccio tutte le opportunità per giovare al mio prossimo »[4]. E aggiunge: « Non è mai stata mia intenzione di restringermi solo al bene di questa casa, ma bensì di estendermi a tutto quello che facevo prima di entrare in San Cristoforo: non dico di far tutto in questi primi tempi, che sarebbe impossibile far di più di quello che presentemente si fa »[5].

La prima opera che si proponeva di fare era la visita alle prigioni, che essa riteneva una delle più importanti missioni, per il bene che vi si poteva fare. Le altre cose, come sappiamo, erano le visite agli ammalati e l’assistenza dei moribondi a domicilio, l’insegnamento del catechismo ai bambini, il soccorso ai poveri visitandoli nei loro tuguri, o quello più necessario e più delicato che riguardava la carità ai nobili decaduti, fatta senza far apparire che fosse « elemosina ». La Madre ha interrotto, a questo punto, la « Storia della Fondazione » e non ci ha detto quello che faceva e che intendeva fare, oltre la visita alle prigioni, ma ci soccorre qui un brano del Ven. Mons. Guido Conforti, Vescovo di Parma, che l’ha conosciuta personalmente. Egli in occasione dell’inaugurazione del monumento eretto in onore della Venerabile nella cappella dell’Istituto, il 25 agosto 1930, disse queste parole: « La sua carità era senza limiti. Brillava anche nel luogo più buio dell’espiazione, privo della luce di verità. Dalle tetre carceri, dove anime derelitte ricevevano da quell’angelo la parola del conforto, della rassegnazione, della pace, si estendeva nei miseri tuguri, ove il povero trovava in lei soccorso, refrigerio alle sue pene; al letto degli infermi ai quali prestava, con materna carità, tutte quelle cure fisiche e morali richieste dalle necessità di ciascuno ».

Ma ritorniamo all’attività all’interno dell’Istituto.

L’opera più delicata era certamente quella dell’assistenza alle ravvedute.

Madre Adorni pensò di mettere per iscritto alcune norme che codificassero l’esperienza passata e servissero per il futuro[6].

Anzitutto, si afferma chiaramente in tali norme che nella Casa di riabilitazione – già si comincia a chiamarla così – non devono esservi ammesse che quelle giovani e donne che hanno dato seri segni di conversione e che sono indotte ad entrarvi dal desiderio di servire Dio e condurre una vita buona. Si deve stare attenti ai motivi per cui le prigioniere chiedono di essere ammesse. Talvolta, sono motivi interessati e perfino non onesti: le Suore che visitano le carceri stiano vigilanti.

Un secondo punto è che le ravvedute non devono essere fatte entrare per forza, né per forza esser trattenute. Se qualcuna, ad un certo momento, vorrà andarsene, si cercherà di indurla con buone parole a rimanere, ma in definitiva la si lascerà andare liberamente.

Terzo: non rimarranno per sempre nell’Istituto, salvo rare eccezioni, ma solo il tempo necessario per rassodarsi nell’esercizio della vita cristiana e per imparare un mestiere. È sottolineata l’importanza di imparare un mestiere per vivere « perché, vi si dice, tra queste giovani ce ne sono molte che furono trascinate nella colpa non dalla passione, ma dalla mancanza del sufficiente per vivere. Le poverine, non conoscendo Dio se non quanto bastava per offenderlo, e non conoscendo il peccato se non quanto bastava a commetterlo, si credevano scusate dalla necessità ». Quando si riteneva che fossero preparate per uscire dalla Casa di riabilitazione, si cercava per loro una buona famiglia presso cui potessero prestare servizio di domestiche; meglio ancora se era possibile provvedere per loro un buon partito. Prima che uscissero da San Cristoforo, venivano rifornite di un sufficiente corredo.

Durante la formazione, era loro proibito uscire perché non avessero a correre il rischio di incontrare pericoli e tentazioni, quando non fossero ancora sufficientemente preparate. Così, anche in casa, non si permetteva che fossero avvicinate da estranei: potevano ricevere solo i parenti stretti e, anche questi, se erano persone di dubbia condotta, venivano ricevuti alla presenza di una Maestra.

La giornata, in San Cristoforo, era quella di un convento: alzata mattiniera, preghiere del mattino, un po’ di meditazione letta da una Maestra, assistenza alla Messa, colazione, lavoro. Poi a mezzogiorno il pasto, accompagnato da buone letture; seguiva un’ora di ricreazione. Press’a poco lo stesso alla sera[7].

I lavori a cui si applicavano erano le normali faccende domestiche, dalle pulizie alla cucina e al bucato; poi, c’erano i laboratori per il cucito, il ricamo e altri lavori. Nella bella stagione, verso sera, si occupavano anche del giardino e dell’orto: preparare la terra per le semine, pulirla dalle erbacce, piantar fiori, legumi, patate; trapiantare l’insalata o i cavoli, innaffiare i fiori e raccoglierli per adornare la Cappella. Si voleva che tutto il lavoro dell’orto fosse fatto dalle due Suore, Angela ed Elisabetta, aiutate dalle ravvedute: non si ammettevano uomini, se non saltuariamente per i lavori più grossi.

Spesso qualche preghiera veniva a rompere la monotonia del lavoro o a intercalare le conversazioni. Perché le ravvedute potevano parlare. Il silenzio era limitato a una mezz’ora al mattino e mezz’ora al pomeriggio, non sappiamo bene in quali circostanze. La Madre pensava che per quella categoria di persone giovasse più il parlare che il tacere. « L’esperienza insegna, essa scrive, che per questo genere di persone il silenzio non giova molto. È bene lasciarle parlare, sia per allontanarle da cattivi pensieri e sia anche per aver modo di conoscerle meglio e così poterle aiutare. E poi, la giornata nell’Istituto è organizzata in modo tale che la mancanza di silenzio non ha alcun effetto negativo, anzi servirà a migliorarle, perché vengono abituate a parlare di Dio e di quello che hanno udito nella lettura spirituale o nell’istruzione ».

Si aveva cura che nelle ricreazioni facessero del movimento, ma si lasciavano libere di parlare di quello che volevano, purché si astenessero da discorsi cattivi. Non si permetteva che parlassero di moda, di vanità, di notizie mondane, né d’altra cosa che le potesse allontanare dall’onestà, dalla modestia o dal timor di Dio. Non si voleva nemmeno che si parlassero in segreto, per evitare ogni pericolo di ritorno ad antichi ricordi o attrattive.

Si aveva grande cura di trovare per loro un buon Confessore, anche se tanta era la confidenza che le giovani avevano verso le Maestre da parlar loro come se fossero il loro direttore spirituale.

Non si ammettevano ai sacramenti se non dopo averle sufficientemente istruite. « Sia ringraziato Dio, scrive la Venerabile, che lo scopo di questo Istituto non è quello di insegnare solo materialmente il catechismo, ma è di farne conoscere la sostanza, perché le anime a noi affidate non abbiano a camminare al buio in cosa di tanta importanza come è quella di sapere ciò che si deve fare per salvare l’anima. E qui sta il tutto: il rimanente è nulla! ». Quanta saggezza cristiana in queste parole!

Circa le preghiere che le Maestre facevano recitare, in Cappella o nei laboratori, la Madre aveva dato direttive perché fossero diverse nei vari giorni: aveva infatti sperimentato che la varietà delle preghiere aiutava a crescere nel fervore.

Quando le ricoverate risultavano sufficientemente preparate venivano esortate a fare una confessione generale, per mettersi tranquille sulla vita passata e, a giudizio del Confessore, venivano ammesse alla Comunione una volta alla settimana.

Questa la vita che le convertite conducevano in San Cristoforo e il metodo educativo usato da Madre Adorni e dalle sue Figlie[8].

 LA FINE DEL DUCATO DI PARMA

I giornali avevano molto parlato dell’apparizione della Madonna a Lourdes, in Francia. Tra l’11 febbraio e il 16 luglio del 1858, la Madonna era apparsa a una povera contadinella, una certa Bernadette Soubirous, in una grotta, presso il fiume Gave, e le aveva chiesto di dire il Rosario e di esortare gli uomini alla penitenza. I buoni ne erano rimasti consolati, tanto più che si era diffusa la voce che la Vergine, apparsa sui Pirenei, aveva confermato la verità affermata da Pio IX, sull’Immacolata Concezione.

La voce di queste apparizioni e dei prodigi che la seguirono giunse anche a Parma, alla Casa di Madre Adorni, e fu per Lei e per le sue Suore una grande gioia e un motivo di nuova riconoscenza al Signore.

Le gioie di questa vita hanno spesso la loro controparte di dolore. La Madre, in quell’anno 1858, ebbe il dispiacere di veder partire il suo Confessore, Dom Attilano Oliveros[9], che l’aveva guidata spiritualmente fin dal 1845, per circa 12 anni, e l’aveva condotta verso le mete dell’immolazione mistica. A tutto bisogna rinunciare in questa vita. Dio solo! Ecco a quale meta Iddio vuol condurre i suoi Santi. Perciò li spoglia a poco a poco di ogni affetto terreno e da ogni attaccamento a cose e a persone. Forse fu in questo momento che Madre Adorni rivolse al Signore quella preghiera che ci è rimasta in una paginetta di quaderno:

« O Padre dei poveri! Ecco ai vostri piedi la più povera di tutte le vostre figlie, che desidera di essere da Voi arricchita di grazie, lumi e forza.

Non ricuso, no, Signore, il patire, ma voglio vincere con Voi iI patire. Voi ben vedete che la mia vita è un continuo morire: non provo che noia, disgusto, tristezza, desolazione, ansietà di spirito, laceramento del cuore. Per ogni verso sono martirizzata, ma per gratuito dono non sono avvilita. Sono angustiata è vero, ma per vostro amore io soffro in pace qualunque cosa Voi, mio Dio, volete da me.

Il vostro amore per me vi fece oltrepassare tutti i confini; e io senza arrossire dovrei misurare il termine al patire? Ah, mai! Prima morire!

Unico Consolatore, non mi riconosco più! Ho sete ardentissima di patire e non patisco; e quando la parte inferiore patisce, la parte superiore si lamenta di non patire e patisce di non patire! ». Santi bisticci delle anime mistiche!

In quell’anno, insieme con Dom Oliveros partì anche il figlio Poldino. Era entrato tra i Benedettini nel 1855 e finché era stato a Parma, qualche volta si recava dalla Madre a salutarla. Si ha anzi il ricordo che, novizio distratto, una volta vi andò con Dom Attilano e, passando per un ambiente, smosse una sedia lasciandola poi fuori posto. La buona Madre, dolcemente, lo rimproverò: « Oh? Poldino! Metti a posto la sedia, se no non dai buon esempio a queste buone bambine ». È l’ultima parola che ci viene riportata della madre al figlio. Sappiamo che poi gli scrisse varie lettere e che talvolta il figlio si lamentò di non averle ancora ricevute; ma sappiamo anche che più tardi pregò Don Andrea di scrivere per lei: difficoltà per l’artrite o volontà di offrire a Dio un nuovo sacrificio? Sono cose che non sapremo che in Cielo.

Ma ritorniamo a più terreni argomenti.

La Francia, per l’abilità di Cavour, si era alleata al Piemonte. Questo il 29 aprile 1859 dichiarò guerra all’Austria. Molti volontari partirono da ogni regione d’Italia e anche da Parma. La duchessa non lo poté impedire o forse anche li favorì, date le sue simpatie per i francesi. Tuttavia, non poteva venir meno al patto di alleanza che la legava all’Austria e perciò si affrettò a dichiarare la propria neutralità.

Ma le cose ormai precipitavano. La duchessa non ne aveva dubbi. Perciò fece partire i figli verso Mantova, ancora in mano agli austriaci, e il 9 giugno partì essa stessa.

Pur nelle angustie che l’agitavano, la buona duchessa non dimenticò la sua amica, quella santa donna dell’Adorni. Così, prima di lasciare Parma, nel pomeriggio del 7 o 8 giugno, si recò a visitarla in San Cristoforo, accompagnata da due dame di corte. Si trattenne a lungo con la Madre e ne ebbe parole di fede che la consolarono e le diedero fiducia per l’avvenire. Poi, volle visitare i locali ed espresse la propria ammirazione per il modo con cui l’Abate Bottamini aveva saputo aggiustare e adattare quell’edificio già così cadente. Passò quindi alle aule delle ravvedute e delle piccole. Ammirò i fini lavori di ricamo ed esortò le ricoverate a condurre una vita edificante, come avevano appreso in quel santo luogo. Poi, con visibile commozione, salutò la sua santa amica e le promise di continuare ad aiutarla anche in seguito. Anche Madre Adorni era profondamente commossa.

La duchessa Luisa Maria di Borbone, quando lasciò Parma, aveva 40 anni ed era stata reggente per cinque.

Madre Adorni e Luisa Maria non si sarebbero più incontrate su questa terra. L’infelice duchessa vagò di città in città, finché la colse un’immatura morte il 1° febbraio 1864, a Venezia. Nel suo testamento si ricordò della sua santa amica e le lasciò 3000 franchi, che per quei tempi erano una buona somma[10].

Partita la duchessa, il Municipio di Parma nominò una Commissione di governo che assunse il potere in nome di Vittorio Emanuele II; poi, il 15 agosto 1859, lo stesso Municipio elesse Dittatore Carlo Farini che il 7 settembre proclamò l’annessione di Parma al Regno d’Italia.

Purtroppo, non mancarono fatti di sangue e vendette. La più atroce fu il linciaggio del conte Luigi Anviti, già capo della polizia. Per quello che riguarda Carolina Adorni, ebbe subito a sperimentare la mutata situazione. Il nuovo governo non aveva simpatia verso la Chiesa e mostrava di non apprezzare le opere, sia pure benefiche, sostenute da Istituti che avessero qualche cosa a che fare con la religione. Non è da meravigliarsi dunque, se il Governatore di Parma mise gli occhi su San Cristoforo, per stanziarvi le truppe governative che affluivano ormai dal Piemonte o dalle altre regioni aggregate al Regno sardo. Madre Adorni si recò di persona al Governatorato a intercedere per la sua Opera e il giorno dopo lo stesso Vescovo intervenne con una lettera di raccomandazione. Così si venne ad un compromesso: una metà del fabbricato verrà occupata dalle truppe e l’altra metà verrà lasciata alla Casa di riabilitazione.

La Madre fece subito murare le porte che dividevano un ambiente dall’altro e si adattò alla penosa situazione.

Entrò a San Cristoforo la brigata Bologna: probabilmente erano soldati romagnoli e l’intesa con la Madre fu quindi più facile. Anzi, la Madre cominciò a recarsi dagli ufficiali e tra i soldati, domandando se avessero bisogno di qualche cosa, aiutandoli quando le era possibile e accattivandosi l’affetto e la stima di tutti. Così, poteva dire anche una buona parola a quei giovani e far loro ricordare che c’è un Dio che ci ama. Gli ufficiali dicevano di lei che era una donna rara e superiore.

Quando le truppe, dopo circa due anni, se ne andranno, sarà necessario restaurare nuovamente l’edificio e spendervi nuovi soldi: per Madre Adorni, già così povera, sarà una gran pena!

TEMPI DIFFICILI

Il plebiscito per l’annessione dell’Emilia-Romagna e della Toscana al Regno d’Italia fu fatto l’11 marzo 1860 e diede una stragrande maggioranza di voti favorevoli. Parma cessava di esistere come Ducato e veniva assorbita nel Regno d’Italia, al quale ormai non mancavano che il Veneto e Roma.

Con lo sparire della Corte, svanirono anche i titoli di nobiltà, i privilegi sociali e, in un certo senso, le distinzioni di classe.

Sfortunatamente, Parma subì, con l’annessione al Regno d’Italia, quella che chiameremmo la terza spoliazione[11]. La città fu trattata come territorio di conquista e con un seguito di leggi e di decreti furono spogliati i palazzi ducali di Colorno e di Sala, poi quello dei Giardini. Opere d’arte d’inestimabile valore furono disperse nei palazzi reali o nei musei d’Italia. A Parma non restarono poco più che le memorie.

In cambio degli imponenti palazzi e immensi parchi passati al demanio, Parma non ebbe che un aggravamento del fisco e una povertà sempre più dilagante. Questi sono i lamenti dei contemporanei[12].

Dal punto di vista religioso, bisogna dire che il Governo piemontese non tenne alcun conto del substrato culturale delle popolazioni che a mano a mano annetteva alla Corona dei Savoia; anzi, animato da quello spirito giacobino che aveva attinto dagli Enciclopedisti e dalla Rivoluzione francese, si proponeva di togliere alla Chiesa ogni diritto e alla religione la libertà di esprimersi in forma pubblica.

Il principio su cui intendeva muoversi la legislazione piemontese era quello enunciato poi da Cavour: Libera Chiesa in libero Stato. Forse in Cavour tale principio suonava veramente, come già in Lamennais, separazione delle due potestà nel rispetto vicendevole dei propri diritti e competenze; ma nella realtà, si voleva una Chiesa come quella concepita da Napoleone, cioè interamente asservita allo Stato.

Anche l’attività di Carolina Adorni risentì immediatamente del nuovo clima. Qualche mese dopo l’instaurazione della Dittatura Farini, Suor Giuseppina Bianchi andò con una compagna, Maria Monteverdi, che ce ne lascia nota, alle Carceri di Sant’Elisabetta per la solita visita. Ma lasciamo la parola alla Monteverdi: « Suor Giuseppina Bianchi ed io andammo come al solito alle Carceri di Santa Elisabetta, ma ci mandarono a San Francesco perché le detenute erano state trasferite in quel luogo[13]. Arrivate in San Francesco ci fecero entrare in una stanza e poi si presentò un signore che disse: “Ormai loro non possono più venire, perché tra lo Stato e la Chiesa vi è una barriera insormontabile”. Non prese neppure la biancheria per la Santa Messa che avevamo portato. Abbandonammo quindi quel luogo con vero dispiacere, poiché non avremmo più potuto confortare e consigliare quelle povere infelici ».

La proibizione si estese a tutta la Pia Unione delle Visitatrici, con quale dispiacere di Madre Adorni lo possiamo immaginare. Quale differenza con il Codice di Maria Luigia che auspicava l’aiuto della Chiesa per la redenzione dei reclusi!

Anche il mite e pio Vescovo, Fra Felice Cantimorri, fu oggetto di persecuzioni e angherie. Perciò, nel maggio del 1860, egli decise di lasciare provvisoriamente Parma e di recarsi a Roma, in attesa di una schiarita. Vista l’opposizione al Vescovo da parte dell’autorità di Parma, Pio IX pensò di destinare il Cantimorri ad una missione all’estero e lo voleva nominare Delegato Apostolico in India. Ma il popolo e i preti di Parma tanto reclamarono il loro Vescovo che dovette intervenire il Ministro degli interni per provvedere al suo ritorno. Mons. Cantimorri tornerà di fatto a Parma nell’estate del 1861.

Madre Adorni e la sua Opera si trovarono intanto in situazione quanto mai precaria: vietata la visita alle carceri, occupata metà dell’Istituto e la beneficenza scarseggiante per il venir meno della Corte e di un certo benessere nelle famiglie ad essa legate. La crisi economica serpeggiante in tutta la penisola colpiva anche Parma e il mantenimento delle ricoverate diveniva sempre più problematico.

Inoltre, venne meno una delle compagne di Madre Adorni: Gaetana Pettinati, che era stata tra le prime, si era ammalata gravemente e il 19 luglio 1862, a 43 anni, aveva cessato di vivere. Ricordarono le sue compagne che la buona Gaetana, sentendosi nel pieno dell’età, non voleva morire.

Madre Adorni che le stava sempre vicino, un giorno le strinse forte le mani fra le sue e si mise a parlare del Paradiso. Ne parlava con tanto ardore che pareva in estasi e la povera malata veniva come pervasa da una gioia nuova che le veniva comunicata dalla santa Fondatrice: « Non vi rincresca morire, cara Figlia mia, le diceva; di lasciare questo misero mondo! Io mi sento felice quando penso che con la morte mi unirò per sempre al mio Dio. Poche sono le persone felici su questa terra, ma io sono una di queste, perché non ho mai cercato che di piacere al Signore e di compiere la sua volontà in tutte le cose… Anche voi, Figlia mia, non avete cercato che Dio ed Egli sarà la vostra ricompensa ». Gaetana fu molto consolata da queste parole. Si rasserenò e accettò la morte nello spirito della Madre e offrendosi vittima per le anime.

Non c’era prospettiva di poterla sostituire, perché le vocazioni, che in un primo tempo si presentavano numerose (nel 1857, Madre Adorni aveva molte domande di ammissione), ora mancavano del tutto e c’era solo speranza che qualcuna delle alunne mostrasse tale vocazione, a meno che non si orientassero verso forme di vita religiosa più organizzata.

La buona Madre non aveva più nemmeno il suo Direttore spirituale e il Vescovo, in mezzo a tanti turbamenti, non vi aveva ancora provveduto e forse non sapeva come provvedervi.

Intanto, venne a morire il pio Sacerdote Don Bernardo Cantini, che era stato Confessore delle alunne fin dai primi tempi di San Cristoforo. Il Vescovo nominò allora Confessore delle alunne, come anche delle Suore, Don Andrea Ferrari, parroco di Santo Stefano e canonico onorario della Cattedrale. Eravamo nel 1863. Don Andrea accettò con riluttanza, date le sue molte occupazioni, ma poi si dedicò con zelo e senso sacerdotale a tale compito.

Quando la Madre lo presentò alle alunne, egli disse solo poche parole, raccomandandosi alle loro preghiere, perché il Signore lo illuminasse in questo delicato compito e si accontentò di impartire un solo semplice insegnamento, ma che rimase impresso nelle menti di quelle fanciulle, tanto che molti anni dopo lo ripetevano ancora. Disse: « Ricordatevi che il tempo è prezioso! Usatelo bene e non perdetene nemmeno un po’, perché vale l’eternità! ».

Questo solo disse, ma le Suore ricordano che in seguito faceva loro le prediche, dava la benedizione eucaristica e assisteva le moribonde.

Viene anche ricordato per un episodio particolare, avvenuto nel 1866. La Casa di San Cristoforo si trovava in strettezze e Madre Adorni pensò di rivolgersi nuovamente ai parenti. Questa volta l’accompagnò a Modena Don Andrea. Le memorie qui parlano degli Zanetti, cioè dei parenti da parte della madre, ma non possiamo garantire che non si trattasse ancora degli Adorni. Il fatto sta che ebbe un’accoglienza poco dissimile da quella che aveva avuto in passato, quando vi andò con la Botteri Lusardi.

Quando tornò a casa, Elisabetta Rossi, che era stata incaricata di preparare il pane, andò da lei e le disse che la madia della farina era vuota. La Madre rispose: « Oh, carina! Forse non avrai veduto bene! Torna al tuo lavoro e abbi fede in Dio ». La Suora obbedì e trovò con sua meraviglia che c’era tanta farina da fare proprio un’infornata, come c’era bisogno.

Ma, tornando al Confessore, si deve ritenere che la Madre e le Suore dovevano esserne assai contente, se hanno conservato di lui una lettera da Roma e due bigliettini. La lettera è datata 23 giugno 1867.

Don Andrea era andato a Roma, forse con altri sacerdoti, in occasione delle feste centenarie della morte di San Pietro, celebrate solennemente da Pio IX con la presenza di 500 Vescovi di varie parti del mondo. Nella lettera descrive la sua meraviglia per le magnificenze di Roma e specialmente per la Basilica di San Paolo, appena ricostruita dopo l’incendio del 1823. Ma quello che più lo colpì fu la grandiosità, la bellezza, la sontuosità della Basilica di San Pietro, in quei giorni tutta adornata a festa. Ma tutto questo è nulla per il pio sacerdote nei confronti della « dolcissima consolazione provata nel vedere per la prima volta il Santo Padre, il grande Pontefice, l’Angelico Pio IX. Io non so descrivere, egli scrive, la tenerissima impressione che mi fece e i soavissimi affetti che si suscitarono dentro al mio cuore a quella vista dolcissima ». Parla poi della solenne processione del Corpus Domini con il Papa e 300 Vescovi.

In quei giorni, il Papa annunciò ai Vescovi riuniti il proposito di convocare un Concilio, ma Don Andrea, quando scrisse la lettera non lo sapeva ancora.

Ci scusi il lettore se ci siamo soffermati un poco su questa lettera che sembra non interessare direttamente il nostro argomento; ma si pensi alla consolazione che essa recò a Madre Adorni, la quale tanto amava il Papa e tanto aveva pregato e pregava per lui, fatto segno di accuse e di vituperi[14].

In questo periodo, avvenne anche un fatto che afflisse molto Madre Adorni, la quale era tanto affezionata al Vescovo Cantimorri. Del resto, tutta la diocesi ne fu afflitta.

Il 19 giugno 1866, verso la mezzanotte, un agente del Governo bussò alla porta dell’Episcopio, e con un certo imbarazzo disse al Vescovo, che trovò ancora alzato, che aveva un penoso incarico da eseguire: aveva ricevuto l’incarico di condurre il Vescovo e il suo Vicario Generale a Cuneo in domicilio coatto.

Il Vescovo accolse l’inatteso annuncio con serenità francescana. Non chiese il perché o forse non gli fu detto. D’altra parte, il messaggero, che rimase in Episcopio tutta la notte a vigilare sul prigioniero, probabilmente non lo sapeva nemmeno lui[15].

Erano le reazioni del liberalismo e della Massoneria al Sillabo di Pio IX, documento pubblicato nel 1864 e contenente un lungo elenco di errori moderni.

Il Vescovo Cantimorri con il suo Vicario Generale, Mons. Francesco dei conti Benassi, partirono alle prime ore del giorno su un vagone di seconda classe, scortati da un agente del Governo o Delegato, come si chiamava. Rimasero a Cuneo per cinque mesi, senza alcuna accusa specifica che ne giustificasse l’esilio. Il Vescovo ritenne suo dovere inviare una lettera al suo clero e al suo popolo, nella quale dichiarava di non aver mai fatto nulla che potesse giustificare il provvedimento: non si era interessato di politica, non aveva fatto nulla contro lo Stato. Egli riteneva che nessuno tra i preti e i fedeli di Parma poteva anche solo dubitare che il loro Vescovo fosse implicato in cose aliene dal suo santo ministero.

Nessuno infatti ne dubitava e quando egli tornò in sede, dopo cinque mesi, il clero e il popolo gli manifestarono la loro solidarietà e il loro affetto.

L’anno seguente una nuova disgrazia si abbatté su Parma. A metà agosto del 1867, si ebbero alcuni casi di colera. La terribile malattia si diffuse con rapidità in tutta la città e provincia e seminò costernazione, lutti, e dolore. Il Vescovo, che in dodici anni di risparmi, aveva messo da parte la somma di Lire 30.000 per restaurare e ampliare il seminario di Berceto, dispose che la somma fosse distribuita in soccorso degli ammalati e dei poveri; e non bastando ancora alle necessità, vendette mobili della casa e perfino i cavalli e le carrozze, riservandosi solo una carrozza per le necessità del suo ufficio.

Passato il colera, ci fu un’altra calamità pubblica. Il 21 settembre del 1868, il Parma e il Baganza strariparono alla confluenza, all’inizio della città, e allagarono la città vecchia, a sinistra del fiume e del torrente. L’acqua arrivò a tre metri di altezza. I morti furono diciassette, ma i sinistrati e i senza tetto erano migliaia. Il Vescovo, non avendo più nulla da mettere a disposizione, si appellò alla generosità del popolo parmigiano e ricorse anche all’aiuto dei vescovi delle diocesi vicine che caritatevolmente inviarono cibi, coperte e denaro.

La gente parlava di castighi di Dio, ma il Vescovo pensava che la Provvidenza permette le calamità naturali e altre disgrazie quale monito all’umanità e per sollecitare i cristiani alla solidarietà e alla carità fraterna.

Anche Madre Adorni fu coinvolta in queste sventure e particolarmente per l’epidemia di colera. Infatti, il 15 agosto 1867, allo scoppiare del male, un messo del comune arrivò in San Cristoforo intimando di lasciar libero il locale entro tre giorni perché il Governatore aveva disposto che venisse adibito a Lazzaretto.

La Madre non si sgomentò: andò in chiesa a raccomandarsi alla « Padrona e Signora » della Casa, la Vergine Maria. Non sappiamo se le fu ispirato di recarsi dal cavaliere Mattia Ortalli o se questi, spontaneamente, saputo della requisizione, si offerse. Egli era fratello di quelle giovinette Ortalli di cui la Adorni era stata istitutrice e molte volte aveva accompagnato in chiesa lei e le sorelle.

Il generoso signore mise a disposizione di Madre Adorni una sua villa in San Lazzaro, un po’ fuori città, ma quanto di meglio si poteva trovare in una simile emergenza. Le signore amiche di Carolina Adorni si occuparono di trovare carri per il trasporto e aiutarono esse stesse a caricare masserizie e a ricollocarle nella villa. Purtroppo, quello che doveva essere un rifugio per due o tre mesi, rimase sede stabile per due anni e mezzo.

A SAN LAZZARO

Da San Lazzaro era più difficile recarsi alle carceri, anche se ne era stata ridata l’autorizzazione. D’altronde, la Madre scoperse subito, nella parrocchia, mille cose da fare e tante persone che attendevano l’esplicarsi del suo zelo. Qui lasciamo la parola al primo biografo, Mons. Simonazzi:

« Dicono i testimoni che il bene fatto da Madre Adorni a San Lazzaro fu immenso. Prestava materna assistenza ed aiuti materiali ai poveri infermi e, curandone le piaghe spirituali, li induceva e li preparava a ricevere i sacramenti e li assisteva al gran passo. Attirava a sé i bambini, allettandoli con piccoli doni e premi affinché imparassero bene la dottrina cristiana. Essi tanto le si erano affezionati che quando la vedevano passare, abbandonavano i loro giochi ed ogni cosa, per correre festanti a lei. Così era delle fanciulle, alle quali insegnava pure lavori d’ago, cucito, ricamo, merletti »[16].

Tra gli infermi che visitava ci fu un certo Carlo Rivaldi che, pur essendo in gravi condizioni, rifiutava di ricevere i sacramenti. La Madre tanto fece con la sua bontà e la sua fede, che l’ammalato si indusse a pentimento e fece una santa morte, assistito dalla Venerabile.

Questo signore aveva una figlia, Elisa, che voleva farsi religiosa presso le Carmelitane, ma che non venne accettata, probabilmente perché, dopo la morte del padre, la famiglia non aveva la possibilità di darle la dote prescritta[17].

La giovane Elisa, allora ventenne, andò a confidarsi con la Madre. Questa l’incoraggiò molto e l’assicurò che il Signore le avrebbe aperto le porte del monastero. Poco dopo, le povere Carmelitane furono afflitte da una grave prova: scoppiò il vaiolo in convento: quella terribile malattia che non perdonava o se si sopravviveva lasciava tracce per tutta la vita. Le buone Suore, essendo di clausura e non avendo conoscenze, si rivolsero alla carità di Madre Adorni. Questa chiamò Elisa Rivaldi e le propose di andare ad assistere le Suore nella loro malattia: « Non prenderai il male, le disse, e dopo le Suore ti ammetteranno volentieri nel loro convento ». Così avvenne. Le Carmelitane ebbero modo di apprezzare la dedizione e lo spirito di pietà della giovane Elisa e l’ammisero nel convento, malgrado la mancanza di dote. Si chiamò Suor Giovanna Teresa. Condusse sempre una vita esemplare e morì piena di meriti a 55 anni, il 30 ottobre 1893, pochi mesi dopo la morte di Madre Adorni.

Un fatto straordinario successe nel periodo in cui la comunità di San Cristoforo si trovava a San Lazzaro. Fu narrato dal Signor Minardi, contadino in casa Ortalli, ma anche da molti altri, perché il fatto fu risaputo in tutta la zona.

La Madre aveva a San Lazzaro una botticella di vino che doveva servire per le ricoverate, per gli infermi, per gli operai ed anche per i poveri del vicinato. A questi, infatti, con il pezzo di pane, offriva anche un bicchiere di vino. Un giorno la Suora incaricata della dispensa, probabilmente Maria Monteverdi, andò dalla Madre e le disse: « Conviene non dare più vino ai poveri, perché la botte è ormai in fondo ». La Madre rispose: « Continuate a dare, carina, e non mancate di fede nella divina Provvidenza ». Si continuò così a spillare vino dalla botte per molto tempo ancora e nessuno sapeva spiegarsi perché quel vino non terminasse.

Oltre alle sventure pubbliche, di cui abbiamo parlato e che ebbero certo un riflesso nel cuore sensibile di Madre Adorni, ci fu un fatto che la colpì personalmente, nei suoi affetti familiari.

Il figlio Poldino si era trasferito a Praglia nel 1858. Si era sempre comportato da ottimo religioso e mai la Madre ebbe bisogno di fargli degli ammonimenti.

Nel luglio 1866, il monastero di Praglia fu colpito, come tanti altri, dalla legge di soppressione. Il 26 agosto 1867, Dom Oliveros, con gran parte della comunità si trasferì a Daila, in Dalmazia[18]. A Praglia restarono alcuni monaci per le funzioni della chiesa e qualche altro per mandare avanti l’Istituto agrario che i Benedettini avevano fondato. Fra quei pochi « fratelli laici » che rimasero a Praglia non c’è il nostro Poldino. Egli aveva lasciato l’Ordine benedettino qualche anno prima, forse nel 1863, dopo un periodo di tempo trascorso in Istria.

Perché è uscito dall’Ordine? Da vari indizi si viene a sapere che Poldino ebbe un grave esaurimento nervoso, per cui la vita del monastero non era più consigliabile. Dom Oliveros o chi per lui gli trovarono una buona famiglia, forse nei dintorni di Praglia, che lo accolse. Una lettera da parte di questa famiglia fa sapere che Poldino è stato toccato, in qualche modo, nelle facoltà mentali. Suor Giuseppina Bianchi, raccomandando alle bambine di pregare per Poldino e per la Madre, ebbe una frase assai significativa: « Voi non potete comprendere quanto sia grande il dolore di una madre… Il sangue non è acqua… ». Disse quest’espressione mentre stava confezionando, con il loro aiuto, un pacco di biancheria da mandare a Poldino. Le Suore parteciparono vivamente a questa disgrazia. Qualcuna ricordò di aver sentito dire da Madre Adorni, che quando Poldino era piccolo, vedendolo dotato di grande ingegno, aveva pregato il Signore che gli avesse a togliere il ben dell’intelletto piuttosto che avesse a usare male della sua intelligenza. A questa sua preghiera avrà pensato Madre Adorni all’avverarsi della disgrazia e forse ne sarà stata per un momento sgomenta; ma poi, ravvivando la fede, si sarà detta: Meglio qualunque male piuttosto che il peccato!…

La Madre faceva inviare alla famiglia che aveva alloggiato Poldino, tutta o buona parte della sua pensione e si raccomandava spesso alle Suore che non lo abbandonassero, nel caso che le fosse sopravvissuto.

Intanto la Madre era stata avvisata che il 15 dicembre di quell’anno 1869, il secondo che passava a San Lazzaro, sarebbe potuta rientrare a San Cristoforo. Mentre già fervevano i preparativi per il ritorno, ecco giungere improvvisamente il Vescovo.

Era il 30 novembre e il giorno dopo egli doveva partire per Roma per partecipare al Concilio Vaticano, indetto da Pio IX. Nella mattinata si era recato in seminario a dare l’addio ai suoi chierici e aveva detto parole che parevano presaghe del futuro: « La vita e la morte sono nelle mani di Dio… Forse non mi vedrete più… Quando udrete il suono della campana che vi darà l’annunzio della morte del Vescovo, pregate per me perché il buon Dio mi conceda misericordia… »[19]. Ora, anche alle alunne di Madre Adorni rivolse parole di addio, anzi ancora più esplicite di quelle dette in seminario. Il breve discorso fu raccolto dalle Suore e noi qui lo trascriviamo, come testamento di quell’anima santa.

« Sono venuto a trovarvi e a salutarvi, figliole mie. L’epoca che attraversiamo è un’epoca triste, di peccati e di vizi. Voi non dovete meravigliarvi se il demonio, con tutti gli sforzi cerca di demolire la Chiesa e togliere anime alla religione. Il Signore permette queste prove e queste lotte, che purificano e rendono più fulgida la vittoria. Appunto nella lotta gli spiriti si ritemprano e acquistano forza e vigore novello. Da queste prove dunque tutta la cristianità uscirà purificata e voi, mie care figliole, pregate tanto e con fervore per affrettare i giorni della vittoria. Supplicate il buon Dio affinché illumini i poveri peccatori avvolti nelle più folte tenebre del peccato. Siate buone, siate sante, così le vostre preghiere saliranno al trono dell’Altissimo; poiché egli esaudisce le preci di quelle anime che, in mezzo ad un secolo di vizi, sanno mantenersi estranee alla comune corruzione per ritirarsi nella Casa di Dio ed a Lui innalzare voti per la salvezza di coloro che, ingannati dal padre della menzogna, si sono resi vittime del peccato.

Oh, la Chiesa non perirà, figliole mie! Pregate dunque ed io, da lontano, vi seguirò e parteciperò alle vostre preghiere, nella dolce speranza di trovarci riuniti per sempre nella patria celeste, dove insieme canteremo l’inno della vittoria.

Figliole mie care, ora vi lascio e più non ci rivedremo su questa terra. Ricordatevi sempre delle mie raccomandazioni, fattevi con affetto di padre, e pregate, pregate, pregate, perché le vostre preghiere dovranno, unite a quelle di tanti altri, porre argine alle iniquità che dilaniano il nostro secolo…

Coraggio, dunque, e perseveranza. Arrivederci in Paradiso! ».

Se tutte furono colpite da quelle fervorose parole e dal presentimento del santo Vescovo di non rivederle, maggiormente fu colpita Madre Adorni, che amava quel Vescovo come un vero padre.

La mesta profezia si doveva avverare. Al termine del Concilio Vaticano I, Mons. Cantimorri partì per Parma, proponendosi di fare una sosta a Bagnorea, sua prima diocesi, che non aveva più visitato da tanto tempo. Giunto a Mugnano, il primo paesino della diocesi, fu colpito da un malore che lo portò in brevi giorni alla tomba. Morì il 28 luglio 1870 e fu sepolto nella cattedrale di Bagnorea.

Madre Adorni ebbe notizia di quella morte, quando era già rientrata a San Cristoforo.

 CONGREGAZIONE RELIGIOSA

I giorni scorrevano tranquilli in San Cristoforo, nel fervore e nella povertà.

Il successore di Mons. Cantimorri fu Mons. Domenico Villa, nominato il 25 febbraio 1872. Fece il suo ingresso a Parma il 19 maggio, quasi due anni dopo la morte del predecessore. Entrò a Parma senza l’exequatur del Governo e perciò vi rimase come in incognito, abitando in seminario, fino a che non ricevette il benestare del Governo nel 1877.

Il nuovo Vescovo proveniva da Bassano del Grappa e da quella cittadella di fervore cristiano – e anche di intransigenza – che era la diocesi di Vicenza.

Egli si manifestò subito come uomo di grande fede e di grande carità: « Io sono povero di tutto, ma non di cuore », soleva dire, ed era la verità. Lo dimostrò in occasione del colera che colpì nuovamente Parma nel 1873: dimentico della sua dignità e incurante della propria salute, passava di casa in casa ad assistere i colerosi, che non raramente venivano abbandonati dai familiari per paura del contagio. Lo dimostrò anche nel 1880, l’anno del grande freddo e della grande miseria. Lo si vide entrare nei tuguri dei poveri portando lui stesso viveri e coperte o altre cose necessarie. Profuse ingenti somme in elemosine, fino a ridursi povero lui stesso e non sapere come provvedere alle più urgenti necessità del suo seminario. Mons. Guido M. Conforti, che gli succedette molti anni dopo, nella cattedra di San Bernardo, disse di lui: « A tutti è noto che egli, il Padre amatissimo, in 10 anni di episcopato ha dato fondo all’avito patrimonio e morì povero, consunto dall’ardore di uno zelo apostolico che aspirava a cose sempre maggiori » (23 maggio 1908).

Un tale cuore non poteva non incontrarsi con quello, egualmente grande, di Madre Adorni. Non fa quindi meraviglia sentir affermare, dal primo Biografo, che aveva una predilezione particolare per San Cristoforo e che si recava spesso a celebrare la Messa o a « fare un po’ di conversazione spirituale con Madre Adorni ». La Madre contraccambiava la stima, la venerazione e l’affetto verso il santo Vescovo. Questi, a volte, manifestava anche i problemi che lo angustiavano: « Che cosa non vorrei fare per quest’Istituto – disse una volta -; ma non ho proprio nulla. Quel poco di cui dispongo viene assorbito dal seminario; anzi, sono preoccupato perché siamo in autunno avanzato e alcuni letti mancano ancora di panni ». Che cosa avrà detto il giorno dopo, quando si vide arrivare da parte di Madre Adorni un grosso pacco di coperte? Avrà sorriso e si sarà detto: « Ecco i poveri che aiutano gli altri poveri! ».

Un’altra sorpresa preparava la Adorni al Vescovo, ogni volta che partiva per la visita pastorale nelle parrocchie di montagna: essa pensava che tante povere chiese mancavano di tutto e perciò preparava al Vescovo uno scatolone di roba: corporali, manutergi o tovaglie d’altare e altre cose utili.

Quando il Vescovo andava a San Cristoforo, si recava anche a dare un’occhiata nei laboratori e non mancava mai di esprimere la sua compiacenza per i bei lavori di cucito e di ricamo che le ragazze eseguivano, sotto la guida delle loro esperte maestre.

Fu in una di queste visite che Madre Adorni parlò al santo Pastore del desiderio che nutriva in cuore che la sua comunità fosse riconosciuta dalla Santa Sede come vera Congregazione religiosa, con noviziato regolare e con i voti pubblici. Il Vescovo volle informarsi se avevano una Regola vera e propria, come ogni Istituto religioso. Gli fu risposto che avevano adottato le Costituzioni della Congregazione di Nostra Signora della Carità del Buon Pastore di Angers, con gli opportuni adattamenti. Egli se ne compiacque, le esaminò e raccomandò di farne una più accurata revisione, per poi sottoporle all’approvazione ecclesiastica. Volendo poi lasciare nelle mani della Madre un documento, rispose in data 26 febbraio 1876, con una lettera nella quale dichiarava di aver esaminato e ponderato attentamente le cause che motivarono l’erezione della Casa a cui Madre Carolina Botti con tanto merito presiedeva e di averne esaminato anche i Regolamenti e di essersi quindi persuaso che il pensiero della fondazione era veramente venuto da Dio. Si congratulava quindi con la Fondatrice per il gran bene compiuto e ringraziava il Signore « che si piacque di farla strumento delle sue misericordie sopra le infelici verso le quali Ella, più che Direttrice, è Madre tenerissima ».

Però, alla domanda di un riconoscimento da parte della Santa Sede, egli è costretto a rispondere che non è ancora venuto il momento, sia per la scarsità dei soggetti, sia per il fatto che la comunità è limitata alla sola città di Parma. Il Vescovo ha chiesto consiglio in proposito e ha ritenuto prudente non inoltrare le pratiche a Roma, cosa che si proponeva di fare in seguito « quando il seme benedetto comincerà a svilupparsi e ad estendersi in proporzioni tali da meritare giustamente la considerazione del Supremo Pastore della Chiesa ». Tuttavia, nulla impediva che venisse un riconoscimento ufficiale da parte del Vescovo, il quale era disposto ad « erigere canonicamente la Casa di San Cristoforo col titolo di Congregazione Religiosa delle povere Figlie di Maria per la Città di Parma ». Era questa una prova della sua speciale benevolenza e della sincera stima che egli professava verso Madre Adorni per le sue benemerenze verso la traviata umanità ed insieme un incoraggiamento a proseguire alacremente nella santa Opera, « nella speranza di un migliore avvenire che non mancherà certamente ». Con queste parole e con una benedizione elargita « con grande effusione di cuore », termina la lettera.

Possiamo immaginare con quale consolazione Madre Adorni e le sue Figlie accolsero questa lettera, così paterna e così incoraggiante. Naturalmente, la Madre si mostrò grata e sollecitò il decreto di erezione. Questo venne firmato dal Vescovo il 25 marzo di quell’anno. Vi è scritto, in chiaro latino curiale che qui traduciamo: …Fin dal 1852 fu fondata in questa città dalla rispettabile signora A. M. Carolina Adorni, vedova Botti, una Pia Casa per educare religiosamente e civilmente donne convertite dal vizio… Erigiamo canonicamente tale Pia Casa, fondata e diretta dalla stessa piissima signora sopra nominata, in Congregazione religiosa con il titolo di Pia Casa delle Povere della B. V. Maria Immacolata (sub título Piae Domus Pauperum B. V. Mariae Immaculatae).

Qui notiamo alcune varianti nei confronti della lettera del Vescovo: anzitutto il titolo. In luogo di Congregazione religiosa delle povere Figlie di Maria per la Città di Parma, si legge: Pia Casa, ecc. Perché Pia Casa invece di « Congregazione religiosa »? Una svista? O il Cancelliere vescovile che controfirma il decreto, ha voluto, di suo, mettere in rilievo che la nuova Congregazione constava di una sola casa? E poi perché è stato tralasciato, nel titolo, la parola « figlie di Maria » « povere figlie di Maria », per dire solo Casa dei poveri o delle povere di Maria? (La parola « pauperum » del latino si presta, infatti, alle due traduzioni). Anche qui una svista? O c’è sotto una qualche ironia perché quella casa della Adorni era abitata veramente da povere donne? Non osiamo dirlo, ma ci stupisce trovare una lettera di Suor Maddalena del 1913, nella quale si ricorda che la Madre era preoccupata per la conservazione dei documenti della sua Istituzione, affidati al Cancelliere, che era appunto il firmatario del decreto, Don Domenico Bondani. Una volta Carolina Adorni si raccomandò esplicitamente a lui perché tutto fosse conservato con cura, e alle sue Suore diceva di trattarlo con riguardi particolari perché aveva in mano i documenti dell’Istituto.

Resta il fatto che Madre Adorni continuava ad avere disavventure nella stesura dei documenti ecclesiastici. Peggio poi nell’applicazione.

Infatti, ricevuto il decreto, la Madre poteva e doveva passare all’istituzione di un noviziato regolare e alla pubblica emissione dei voti: perché non l’ha fatto? Chi lo ha impedito? Sarà stato forse il Vicario Generale, Mons. Giuseppe Burlenghi, che anche ai tempi del successore farà obiezione all’approvazione definitiva, per motivo dello scarso affidamento di continuità del pio Istituto?[20].

Il pretesto – benché ce ne manchino le prove – fu che il Regolamento non era ancora approvato. La Madre, dunque, si dovrà mettere al lavoro e le sue Figlie ricordano che studiava le Costituzioni di Angers, le trascriveva, ed usciva da questo studio-meditazione con il volto infiammato, come quando aveva fatto orazione.

Tuttavia, il Signore volle dare una piccola sconfitta alla prudenza umana, perché proprio in quell’anno, mostrò che la Congregazione di Madre Adorni non era morta, ma viva e si arricchiva di una nuova pianticella, mentre altri germogli già affioravano dall’hortus conclusus delle ricoverate, il giardino chiuso, come lo chiamava, con reminiscenza scritturistica, Mons. Villa.

NUOVE VOCAZIONI

La nuova vocazione era una giovane di 25 o 26 anni. Era entrata tra le piccole ricoverate a 10 anni nel 1860 e si chiamava Virginia Zurlini. Quand’ebbe 18-20 anni manifestò il desiderio di far parte della piccola comunità delle Suore. Ma la Madre la fece attendere a lungo. Sui vent’anni la mandò in famiglia come tutte le ragazze che a quell’età dovevano uscire. Probabilmente, non volle che passasse direttamente dal collegio al convento, senza essersi resa conto del mondo che lasciava. Poi, la Zurlini rientrò e rimase postulante per qualche anno. Fu in questo periodo che la Madre le chiese una prova di grande virtù che durò tre anni e che confermò la Fondatrice sulla buona stoffa della nostra Virginia. La marchesa Teresa Pavesi Negri, grande amica e benefattrice della Venerabile, si era presa in casa la sorella della propria domestica, perché malata e abbandonata dal marito. Ma ben presto la misericordiosa signora si accorse di non poter tenere in casa la povera inferma, che aveva bisogno di una continua assistenza e che in più presentava evidenti segni di squilibrio mentale. Si rivolse quindi alla sua amica Carolina Adorni, la quale, nella sua inesauribile carità, si prese in casa quell’infelice e incaricò la postulante Virginia di farle da infermiera.

L’aspetto più visibile della malattia era una cancrena alla gamba sinistra che le aveva divorato la carne dal ginocchio in giù e che mandava un fetore nauseabondo. La buona Virginia doveva curare continuamente quelle piaghe. Ma questo era il meno. La malata, per il dolore e più per la pazzia, gridava continuamente, giorno e notte, e la povera Virginia doveva correre al suo capezzale e seguirla nelle sue manie. Sia di giorno che di notte, doveva armarsi di scopa o di randello per cacciare il diavolo che la pazza vedeva dappertutto, ora sul letto, ora sulle pareti, ora sul soffitto: e quando non era il diavolo, erano presunti nemici che essa voleva ammazzare. Virginia, con infinita pazienza, le curava le piaghe, le prestava i più umili servizi e subiva tacendo tutti i rimbrotti e le offese che quella poveretta le lanciava. I vicini si lamentarono, ché non riuscivano a dormire e fu necessario portare l’inferma al secondo piano: così, anche le Suore venivano svegliate dalle grida e fu una vera penitenza per tutte. Finalmente, la disgraziata morì. Aveva ricevuto i sacramenti in un momento di lucido intervallo.

Virginia fu ammessa tra le Religiose nel 1876. Per lei, le prove non erano finite con l’entrata nella comunità. La Madre aveva trovato in lei buona stoffa e le suggerirà spesso piccole mortificazioni: piccole cose, ma che, fatte per amor di Dio, elevano l’animo alle sfere del soprannaturale e educano allo spirito di sacrificio e di mortificazione. Virginia, divenuta poi Suor Teresa, le racconterà con tutta semplicità nella sua vecchiaia. Una volta però la Madre le chiese una mortificazione davvero troppo grossa. Teresa ne provò sgomento, ma poi obbedì e quello fu un atto che la confermò nella virtù dell’umiltà.

Si era proprio sul mezzogiorno, quando i ragazzi escono dalla scuola. La Madre chiamò Virginia e le disse: « Sentite, carina, dovreste farmi il favore di riportare la Croce a Don Andrea a Sant’ Antonio »[21]. La Croce era un « crocione » e andare per la strada, a mezzogiorno, con quel crocione sulle spalle era proprio un’umiliazione a cui il temperamento di Virginia si ribellava.

« Devo proprio andarci adesso, Madre? Non potrei andarci questa sera? » (col buio – voleva dire – nessuno mi vede!).

« No, carina – rispose la Madre -, ho proprio bisogno che ci andiate adesso. Fatelo per amor di Dio ».

Così la buona Virginia uscì da San Cristoforo con il crocione sulle spalle, percorse tutta via del Collegio Maria Luigia tra le meraviglie, le risa e i lazzi degli scolari. Notate che non vestiva da Suora, ma da borghese. Arrivò tutta sudata a Sant’Antonio dopo aver percorso un tratto di strada San Michele e consegnò la Croce.

« Tornando a casa – raccontò essa – sentii tutta la felicità di aver potuto vincere me stessa, mortificando il mio amor proprio ».

Evidentemente, Madre Adorni sapeva con chi aveva a che lare!

Nella sua tarda età, Suor Teresa – la nostra Virginia – si presterà con molto amore a curare gli oggetti della chiesa: « La nostra Madre, diceva, voleva che cucissimo e rammendassimo la biancheria di chiesa stando in ginocchio, ed esigeva una perfezione straordinaria nel confezionarla! ». Così, Madre Adorni educava le sue « novizie ».

Una seconda ex alunna fu ammessa nella piccola comunità di San Cristoforo nel 1881. Si chiamava Margherita Schivazappa ed era entrata quand’era ancora piccolina. A 14 anni, cominciò a sentire il desiderio di farsi religiosa, ma non ebbe coraggio di dirlo a nessuno, nemmeno al Confessore. Tanto meno poi alla mamma. Questa aveva concepito sulla figliola dei grandi progetti: voleva nientemeno che mettesse su una scuola, ora che era abbastanza istruita, da portare avanti con l’aiuto di altre due sorelle che erano rimaste a casa. Margherita non diceva né sì né no, e poi, quando era sola, non faceva che pregare e piangere.

Un giorno che se ne stava tutta accasciata in cappella, si sentì toccare leggermente alla spalla, poi la voce della Madre le sussurrò all’orecchio: « Non prendetevi pena, carina, perché il Signore, quest’anno non permetterà che vostra mamma vi prenda fuori e l’anno venturo metterà un altro impedimento ». Margherita restò sorpresa, perché non aveva detto niente a nessuno e si sentì molto consolata. Infatti, non si sa per quali ragioni, quell’anno Margherita non tornò in famiglia. Per l’anno seguente, le Suore le avevano già preparato il corredo e Margherita attendeva con trepidazione la fine della sua permanenza all’Istituto. Questa era stata fissata per il maggio del 1881. Due mesi prima, nel mese di marzo, fu chiamata dalla Superiora che le disse: « Bisogna, carina, che vi disponiate a fare un atto di rassegnazione alla volontà di Dio e ad adorare i suoi disegni… ». La giovane sentì il cuore batterle forte e si domandava che significato avessero quelle parole. La Madre continuò con amorevolezza: « Questa mattina il Signore ha chiamato a sé la vostra mamma ». La giovane scoppiò in pianto. Allora, la buona Superiora se la strinse a sé e le disse con dolcezza: « Non perdetevi d’animo. D’ora in avanti sarò io la vostra madre. Ve lo prometto nel nome del Signore e vi riceverò tra le religiose, mie figlie ».

Fu ricevuta infatti e divenne una Suora buona e zelante. Fu anche Superiora Generale dal 1900 al 1902, dopo la morte di Suor Giuseppina. È quella Suor Maddalena che, affezionatissima alla Madre, ci lasciò tanti foglietti di ricordi, su cose viste o sentite, ed è stata una testimone preziosa per i primi biografi e per le Suore che deposero nei Processi di beatificazione.

Nel 1884, entrò Irene Oddi, poi Suor Carolina, nominata spesso nelle Memorie giurate di Suor Maria Paolina Loretti e di altre. Fu Superiora Generale per lungo tempo, dal 1902 al 1917.

Nel 1891, entreranno Del Prato Fiorella (Suor Chiara), e Grassi Anna (Suor Anna), rispettivamente di 21 e 18 anni. Nel 1893, entrerà, poco prima che la Madre morisse, Francesca Cavalli (Suor M. Francesca), di anni 19.

Nuove leve, dunque, e nuove speranze.

Non è che il desiderio di accrescere la famiglia spingesse Madre Adorni ad accettare indiscriminatamente chiunque chiedeva. Sappiamo di una giovane, allevata nell’Istituto, che chiese ripetutamente di essere ricevuta come postulante: era buona, intelligente, ma di un carattere troppo indipendente e la Madre riteneva di non poterne fare una buona Religiosa. Venne il tempo di tornare a casa e la giovane vi andò con molta nostalgia. Più di una volta ritornò insistendo per essere ammessa tra le Suore. La Madre non accondiscese mai e alle Suore diceva: « Sia lodato Dio che se ne è tornata a casa, perché non è questa la sua vocazione ».

Un’altra, di buona famiglia, tanto fece che fu ammessa; ma la Madre era convinta che avesse un temperamento portato troppo ad effondersi all’esterno e perciò non era adatta alla vita di San Cristoforo. In previsione della venuta dell’aspirante, raccomandò alle Suore di osservare fedelmente la regola del silenzio così come era loro prescritta e come avevano sempre fatto. E per far capire meglio all’aspirante lo spirito di quel silenzio fece affiggere in un quadretto alcune norme che raccomandavano il rigoroso silenzio, eccetto nelle ricreazioni di mezzogiorno e della sera, come mezzo indispensabile per mantenere lo spirito di raccoglimento e di unione con Dio e col prossimo, e percorrere con maggiore alacrità la strada della virtù e della perfezione. Ma la giovane trovò deludente quella vita e, dopo due giorni, se ne andò.


[1] Una nota manoscritta fa entrare la Bergamaschi il 1o maggio 1856. In maggio, il Bottamini riceve una quota di subaffitto di L. 16 per la casa di Borgo della Canadella; nel novembre, riceve L. 200, quota di sei mesi.

[2] Cf. Concilio Vaticano Il, Lumen Gentium, n. 58.

[3] Cf. Lumen Gentium, 41-42, 44; Perfectae  caritatis, 5-6, 8; Optatam totius, 8; Apostolicam actuositatem, 4; Presbyterorum ordinis, 12-14, ecc.

[4]  « Storia della Fondazione ».

[5] Ibid.

[6] Vedi Regolamento per le ravvedute.

[7] Questo, del resto, era il modo di vita in uso in tutti i collegi dell’epoca.

[8] Per l’importante argomento della rieducazione delle traviate si veda la Tesi di laurea di Rosa Pia Cesareo (Suor Placida), Madre Anna Maria Adorni e l’Istituto Buon Pastore in Parma. La rieducazione delle ragazze traviate, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano 1952, dattiloscritto.

[9] Dom Oliveros era stato nominato Abate del monastero di Praglia, in provincia di Padova.

[10] In seguito, anche il principe Roberto di Borbone continuerà a beneficare l’Opera di Madre Adorni.

[11] La prima era avvenuta nel 1734, ad opera dei Borboni di Napoli; la seconda nel 1796, con Napoleone.

[12] Cf. Glauco Lombardi, in « Il Piccolo », Parma 24 maggio 1924.

[13] Il trasferimento avvenne il 20 settembre 1864, perché la casa di pena di Sant’Elisabetta doveva venir trasformata in Sifilocomio. È quindi possibile che il fatto sia avvenuto in tale anno. Ma in tale anno le Visitatrici vennero riammesse, non cacciate, per cui la collocazione nel 1860 conserva la sua validità.

[14] Si conserva copia di una lettera di Madre Adorni e delle sue Figlie, inviata a Pio IX il 4 febbraio 1876. Vi si esprime devozione e attaccamento profondo al Pontefice.

[15] L’accusa era di essere perturbatori dell’ordine pubblico. Il Vescovo, in particolare, era accusato di essere fautore della reazione, di essere la testa del partito reazionario e di aver negato i sacramenti al Sacerdote Canonico Gardoni, firmatario dell’indirizzo Passaglia. Era questo un opuscolo, pubblicato da Padre Passaglia, nel quale si invitava il Papa a rinunciare volontariamente al Potere pontificio.

[16] Simonazzi Roberto, Un apostolo della carità. La Serva di Dio Anna Maria Adorni, Parma 1939, p. 133.

[17] Quest’uso della dote può parere strano ai nostri tempi, ma in passato era una prescrizione che doveva tener conto, tra l’altro, di una possibile uscita dal convento e della necessità di avere, nel caso, una qualche fonte di sostentamento: appunto la dote, che veniva, in quel caso, restituita.

[18] Le cronache di quel monastero ricorderanno con edificazione i monaci venuti da Praglia: persone distinte per santità, carità e per eccellente dottrina: « ma sopra tutti si distingueva – dicono le cronache – il santo Abate Oliveros » (cf. I Monasteri italiani, ed. cit., p. 478).

[19] Martini Martino Maria, Vita di Monsignor Fr. Felice Cantimorri, Vescovo di Parma, Parma 1895, pp. 143-144.

[20] Di questo sacerdote dice Suor Clara Del Prato al Processo Ordinario Diocesano: « Il Vicario Generale, Mons. Burlenghi, non sentiva troppo per la Madre e consigliava di sciogliere la Congregazione; ma la Madre non disse mai nulla ».

[21] Dal 1857, la chiesa parrocchiale di Santo Stefano era stata ridotta ad oratorio ed era stata elevata a sede parrocchiale la chiesa di Sant’Antonio e la parrocchia era chiamata di Santo Stefano protomartire in Sant’Antonio.

Pubblicato in: Uncategorized

FRS 2°parte: Apostolo alle carceri e Istituto Buon Pastore

LA SIGNORA BOTTI VA ALLE CARCERI

Dopo la morte del marito, Carolina Botti sentì il bisogno di pregare di più, di frequentare assiduamente la chiesa e di coltivare lo spirito con pie meditazioni. Non la spingeva soltanto la solitudine e le preoccupazioni di portare avanti la famigliola con così scarsi mezzi, ma soprattutto un bisogno di Dio che da alcuni anni faceva sentire sempre più intenso, alimentato anche dalla lettura della Mistica Città di Dio di Suor Maria di Gesù d’Agreda.

Fu durante la preghiera o nel momento della Comunione che sentì risorgere in lei il desiderio di donarsi tutta al Signore. Ma come fare con quattro figli, tra cui Celestina di soli pochi mesi? Mandò via il pensiero come una tentazione e si disse che molte vedove avevano servito il Signore nel mondo, educando e facendo crescere bene i figli. Il pensiero, però, ritornava continuamente . Si domandò allora se vi fosse la possibilità, per delle vedove, di essere accolte in convento, magari dopo aver affidato i figlioletti a qualche pia istituzione. Si ricordò di Santa Giovanna Francesca Frémyot de Chantal, essa pure vedova, che aveva lasciato i figli e aveva a seguito San Francesco di Sales, per fondare l’Istituto della Visitazione. Poteva essere una soluzione. Pensò dunque di parlarne al confessore, per quanto essa stessa non riuscisse a vedere come si sarebbe potuto combinare l’entrata in un chiostro e la cura dei figli. In quel tempo, era suo confessore un Padre della Compagnia di Gesù. I Gesuiti, infatti, erano rientrati in Parma e officiavano la chiesa di  San Rocco fin dal 4 novembre di quell’anno 1844[1].

Il confessore le fece notare l’impossibilità di abbandonare i figli ma, mentre egli diceva questo, Carolina sentì improvvisa la voce interiore o gliene venne inaspettatamente il ricordo: « Mi morranno i figli e poi mi farò monaca ». Sussurrò queste parole. Ma il Gesuita rimase fermo nella sua direttiva.

Il pensiero però ritornava insistente alla mente della donna ed essa non sapeva che cosa pensare. Anzi, cominciò a presentarsi in una forma nuova e strana, irrealizzabile quanto mai. Era come se la « voce » le dicesse: « Tu dovrai fondare monasteri ». Questo pensiero le appariva chiaro nella mente, come una cosa ineluttabile. E siccome le veniva alla mente tutte le volte che si accostava alla Comunione, cominciò a pensare che si trattasse di una tentazione del diavolo per farle perdere i momenti preziosi della preghiera e impedirle di disporre l’animo « alla partecipazione a un così santo e tremendo mistero ». Dice nella « Storia della Fondazione » che si sentiva internamente mossa da una forza superiore a cui non poteva opporre resistenza. Le causava pena e timore e protestava al Signore il suo desiderio ardente di piacergli, di unirsi stretta­mente a lui e di fare solo la sua volontà con perfetta adesione di cuore e di spirito. E anche fuori della Comunione non cessava di pregare « Sua Divina Maestà », affinché le manifestasse la sua santa volontà e le desse la grazia di conformarvisi generosamente. Tali erano i suoi sentimenti, anche se – aggiunge – « le opere non vi corrispondevano ».

In tale penosa situazione, la Provvidenza le fece incontrare un uomo che sarebbe divenuto la sua guida spirituale: Dom Attilano Oliveros. Dom Attilano José Oliveros era nato in Spagna, a Llerena, Badajos, il 13 ottobre 1812; era divenuto benedettino nel 1831 a Samos, nella Congregazione di Valladolid, ed era stato consacrato sacerdote il 18 giugno 1837. Poi, in data imprecisata, aveva lasciato la Spagna ed era venuto a Parma nel convento di San Giovanni, appartenente alla Congregazione Benedettina Cassinese.

Saremmo desiderosi di conoscere le vicende umane ed i motivi che portarono Dom Attilano fino a Parma, ma – in fondo – hanno meno importanza delle ragioni provvidenziali per cui Dio lo voleva là e in quel tempo.

Dom Attilano era un uomo di Dio. È a Parma nel 1844-1845 e forse già prima. Nel momento in cui noi lo incontriamo ha 32-33 anni. È un uomo zelante e la sua fama di bravo direttore spirituale si diffonde presto tra le anime pie. Possiede anche una spiccata tendenza al misticismo, ereditata dalla sua terra natale e che comu­nicherà alle sue figlie spirituali.

Questo è l’uomo che incontrò la vedova Botti alla fine del 1844 o agli inizi del 1845. Non sappiamo se si sia accostata al suo confessionale, in San Giovanni, per suggerimento di qualche amica, o casualmente; oppure, per misteriose indicazioni che le pro­venivano dall’interno.

A Dom Attilano, la Botti fece la storia della sua vita, raccon­tando le aspirazioni alla consacrazione totale a Dio in un Convento, la morte del marito e la convinzione che stava per avverarsi quanto Ie era stato detto così chiaramente quand’era ancor giovinetta: morirà il marito, moriranno i figli… Ma questa storia del fondar conventi era certamente una tentazione del diavolo. Pensava che manifestandola al confessore, essa avrebbe cessato di molestarla.

Il prudente direttore di spirito le chiese: « Perché dovrebbe essere una tentazione? ».

Al che, la Botti: « Come potrei fondare conventi, senza soldi? »

Allora, Dom Attilano (« avendo assai più fede di me », commenta Madre Adorni): « Come ha fatto Santa Teresa a fondarne tanti? Aveva forse più denari di voi questa benedetta Santa? »[2].

Il padre Oliveros aveva compreso che Dio stava conducendo quell’anima per vie straordinarie e si guardò bene dal dirle che l’idea di fondare monasteri era una tentazione: poteva, al contra­rio, essere un disegno di Dio. Bisognava solo attendere che la volontà divina si manifestasse con segni più chiari. Esortò quindi la sua penitente a confidare in Dio e a mettersi come un docile ,strumento nelle Sue mani: tutto è possibile a Dio!

Ma da uomo saggio e prudente non volle che la pia vedova si cullasse in sogni forse mai raggiungibili: la esortò quindi a darsi fin da quel momento a opere di bene, a gloria di Dio e a vantag­gio delle anime.

La prima cosa che le suggerì fu di compiere quella preziosa opera di misericordia che è la visita agli infermi: « Ero malato e siete venuti a visitarmi ». Le deve aver detto un po’ vagamente: « Se ha un po’ di tempo, vada a trovare qualche persona malata ».

Lei si partì da San Giovanni, un po’ immersa in Dio e un po’ col pensiero su quanto le aveva detto Dom Oliveros. Si doman­dava chi ci fosse di malato tra i suoi vicini, al quale avrebbe potuto far visita. Così, sovrappensiero, giunse alla Strada San Michele, ora via della Repubblica, la strada che doveva attraversare per an­dare a casa. Ma quando giunse all’incrocio, si sentì spinta a prose­guire a sinistra. Senza sapere perché andò avanti per due o tre­cento metri, quando udì dentro di sé la « voce »: « Qui, qui! ». Era giunta davanti al portale di una famiglia evidentemente ricca. Si fermò e suonò alla porta. Una cameriera uscí a domandare:

– Che cosa desidera, signora?

– Sono venuta per assistere un’inferma.

– Qui non c’è alcun malato. Deve avere sbagliato numero.

La signora Botti, rispondendo a quanto sentiva dentro: « No – disse – è proprio qui. Una giovane… una signorina… ».

La cameriera: « I signori hanno un’unica figlia, ma pur­troppo è andata via di casa e non si sa dove sia ».

In quel momento arrivò una carrozza che fermò proprio davanti alla casa: la figlia fuggita veniva riportata a casa, grave­mente inferma.

Fu portata dentro e la Botti seguì le persone, senza che nessuno le dicesse niente. La povera ragazza aveva delle piaghe che erano segno visibile di quelle malattie che sono il retaggio del vizio. La madre della giovane ebbe un senso di nausea e lo espresse non sappiamo con quali parole.

Fu allora che Carolina disse con voce umile e dolce:

– Signora, il mio confessore mi ha ordinato di venire ad assistere questa povera figliola. Ci so fare, signora, perché ho assistito per tanti mesi il mio povero marito.

Quali siano state le reazioni e le risposte non ci è dato sapere; sappiamo soltanto che la Botti andò in quella casa tutti i giorni e più volte al giorno; che curava senza mostrare ripugnanza quelle piaghe purulente e che, negli ultimi tempi, vi passò anche intere notti. Assistette amorevolmente l’inferma per un mese intero e le parlò così ardentemente di Gesù che aveva amato Ia Maddalena, che la povera giovane, commossa forse più dalla carità affettuosa della sua infermiera che dalle sue parole, comin­ciò a pregare e a pentirsi della sua vita. Ricevette i sacramenti e mori di una santa morte, assistita dalla buona vedova. Madre Adorni, parlando molti anni dopo di quell’infelice, si diceva certa della sua eterna salvezza[3].

A Dom Attilano la Botti riferiva tutto. Quando questo com­pito fu terminato, Dom Attilano che andava alle prigioni forse come Cappellano, suggerì alla pia vedova di recarsi alle Carceri di Sant’Elisabetta per insegnare un po’ di catechismo alle recluse.

Pare che la proposta non destasse l’entusiasmo della Botti, anzi, una teste parla addirittura di ripugnanza. Forse fu proprio per reagire a tale sentimento che essa si senti portata a fare voto di obbedienza al proprio confessore. Accettò[4].

Carolina Adorni, vedova Botti, si presentò dunque al diret­tore delle carceri per ottenere il permesso di visitare le recluse allo scopo di insegnare loro il catechismo. Forse fu l’Oliveros a presentarla e, forse, nella richiesta si fece un discreto cenno all’articolo del Codice penale che auspicava un insegnamento reli­gioso, « se si troverà qualcuno disposto ad impartirlo ». Ora la persona disposta c’era. Era una donna conosciuta in città e non ci furono obiezioni.

TRASFORMAZIONI MIRABILI

Come sia stato il primo contatto con le detenute non è possibile saperlo. Forse la curiosità, il bisogno di novità, il deside­rio di parlare con persone del mondo esterno, forse anche la spe­ranza di qualche aiuto materiale avranno fatto sì che l’accoglienza sia stata buona. Del resto, la prima visita si sarà esaurita in buone parole.

L’impressione della Botti fu enorme. Definirà le prigioni: « Un ricettacolo di tutte le malfattrici dello Stato, colpevoli di furti, di infanticidio e di cose del genere. Ci sono anche quelle femmine che si sono date ad una vita licenziosa e che sono pur troppo la rovina di molte anime ». Ne provò come uno sgomento e una profonda compassione. « Il mio cuore restò sopraffatto dal dolore », scriverà nella « Storia della Fondazione », ricordando quei primi tempi.

Cominciò a parlare con loro, ad ascoltarne i dolori, le mise­rie, le recriminazioni, dimostrando per tutte una compassione, una bontà, una tenerezza che ben presto le cattivarono gli animi. Quelle infelici sentirono in quella donna sconosciuta una com­prensione e un affetto che forse non avevano mai incontrato nella loro vita. Cominciarono a confidarsi con lei, a raccontare le loro storie, spesso intessute di vergogne e di delitti, e sempre così piene di miseria e di affanni da far davvero destare la com­passione in un cuore materno come quello della Botti.

Essa si accorse ben presto che quelle infelici non sapevano nulla o quasi nulla di Dio e di Cristo e che, molte volte, erano cadute miseramente nella colpa, prima ancora di sapere che cosa fosse e poi non erano più riuscite a uscire dal fango.

Già un’angoscia le prendeva il cuore, e al mattino quando andava alla Messa pregava per quelle sventurate e chiedeva a Dio di soccorrerle e di toccare loro il cuore, perché alcune sem­bravano indurite nel male… Sguaiate, prepotenti, cattive…

Una mattina, terminata la Messa, si alzò per tornare a casa. Ma un senso di smarrimento la prese. Camminava, ma come mec­canicamente portata dal corpo, mentre il suo spirito era altrove. Giunse a casa, quasi senza saperlo, e non riusciva a far nulla, presa come da una spossatezza indefinibile. Fu in quel momento che risenti la « voce ». Questa volta fu veramente una voce ben distinta o forse addirittura l’Angelo o la Madonna che le apparve. Essa scrive semplicemente: « Mi fu detto che molte persone offendevano il Signore!… Allora mi ritrovai lo spirito per morire, senza poter morire! ».

È come una ferita al cuore, un dolore intenso da sentirsi morire.

La prima fiamma che accese di zelo il cuore della Botti fu, dunque, l’angoscia di vedere Dio offeso. Un Dio così buono che aveva creato « così belle creature » a sua immagine, che le aveva redente con « una redenzione così sovrabbondante ». Oh, quale dolore nel veder perdersi il frutto « della sua passione, morte e gloriosa risurrezione ». Si sentiva venir meno, a questi pensieri.

Poi, la prendeva come un fuoco vivissimo di carità fraterna e si struggeva in lacrime davanti al Signore sentendosi il cuore sopraffatto dal dolore al pensiero di tante anime che si perde­vano, e supplicava Dio per la loro conversione e si offriva vittima di espiazione per tutti. Desiderava ardentemente sopportare qual­siasi pena, essere lei pure crocifissa per la loro risurrezione. Le pareva che avrebbe dato mille vite, per salvare anche un’anima sola tra le tante che si perdevano.

Presa da questo duplice sentimento, di amore a Dio e di dispiacere perché veniva offeso, oltre alla compassione per le ani­me che si perdevano, si rivolgeva a Cristo risorto e gli chiedeva con filiale affetto e confidenza di concederle grandi grazie: addi­rittura un miracolo della sua onnipotenza per la risurrezione di tante anime. Voleva essere lei stessa strumento di quel miracolo – il passaggio dalla morte del peccato alla vita della grazia – e chiedeva che le sue parole divenissero come dardi infuocati che penetrassero nei cuori e li volgessero a sincera compunzione per i peccati.

Essa era ben conscia della sua pochezza, della sua indegnità, ma proprio per questo si rivolgeva a Cristo, alla sua bontà senza pari, e tutto sperava dal suo Cuore amoroso. Ma ciò ancora non le bastava, e chiedeva a Gesù che accettasse l’offerta dei suoi piccoli sacrifici, delle sue « poche e fredde orazioni », perché divenissero accette a Dio e valevoli per la conversione di tutti. E qui le venne spontaneo rivolgersi direttamente a Gesù con una preghiera, quasi una protesta, che giustificasse le sue richieste: « Ma voi sapete, amato mio Redentore, che tutto questo non è diretto a mio vantaggio; anzi, per ottenere tutto questo io non vi chiedo che la nuda croce, e se credessi che fosse di maggior vostra gloria, rinuncerei ben volentieri a ciò che Voi promettete a chi vi serve fedelmente ».

Sono gli accenti dei grandi mistici, la parafrasi della preghiera stessa di San Paolo quando dichiarava di avere un grande dolore nel cuore e una continua sofferenza per i suoi fratelli Ebrei ed esclamava: « Vorrei essere anatema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli » (Rom. 9, 2-3).

Madre Adorni, scrivendo queste espressioni nella « Storia Nella Fondazione », destinata alle sue Figlie spirituali, sente il bisogno di giustificarsi e aggiunge, quasi tra parentesi: « Le mie domande al Signore sembreranno troppo ardite, ma non così a Gesù Crocifisso, perché fu lui stesso che mi invitò a domandare. E se per un tratto della sua misericordia volesse servirsi di me, allora sarebbe una prova sicura per riconoscermi la più minima di tutte ».

Animata da questi sentimenti e spinta da un irresistibile zelo che come fuoco la divorava –  zelus domus tuae comedit me -, si recava ogni giorno alle carceri.

Si intratteneva affabilmente con quelle povere infelici e con cuore commosso parlava loro di Dio, della sua infinita bontà e misericordia; parlava di Gesù che era venuto a salvare i peccatori, che aveva accolto la Maddalena, che aveva ricercato la pecorella perduta; raccontava del figlio prodigo ritornato alla casa paterna e dell’amore tenero del padre che lo riveste della bianca veste e gli pone al dito l’anello e fa festa perché il figlio era morto ed è risuscitao, era perduto ed è stato ritrovato…

Queste e molte altre espressioni uscivano dalla bocca e dal cuore di quella santa donna e si ripercuotevano nei cuori di quelle infelici, strappavano loro lacrime di commozione e infondevano nel loro cuore il desiderio di risorgere dal fango e la speranza di essere perdonate e riamate da Dio.

Ma la buona signora non si accontentava di pie esortazioni. Essa aveva subito compreso che l’ozio era forse il maggior male di quel luogo di punizione. Portò quindi con sé gli utensili necessari, acquistò refe e filo di lana, e cominciò ad insegnare a quelle povere giovani a cucire, a ricamare, a confezionare maglie e calze di lana, a rammendarsi gli abiti e a confezionarne di nuovi. Così la vita del carcere trascorreva più velocemente e diventava più serena.

Non si sentivano più le grida delle liti che prima scoppiavano violente ad ogni piccolo pretesto, non si udivano più imprecazioni e bestemmie e nemmeno nel segreto si facevano più discorsi sguaiati ed osceni. Il direttore delle carceri si accorse ben presto dell’influenza benefica della Botti su quelle povere giovani e ben volentieri permise che la signora, in certi giorni, si fermasse anche nel pomeriggio.

Allora portava con sé una povera fetta di polenta e a volte riportava a casa il pacchetto senza averlo toccato. A Caterina che dolcemente la sgridava, rispondeva con un sorriso: « La Co­munione mi basta! ».

La trasformazione di quell’ambiente fu tale che il direttore una volta fu sentito dire: « Quella signora ha mutato il carcere in un monastero! ».

Erano ben poche le anime che resistevano alle sue calde esortazioni e non venivano conquistate dalla sua fede e dal suo zelo. Si ricorda che, un anno, su 110 detenute, solo nove o dieci rifiutarono di tornare a Dio.

Si può ben immaginare come il demonio, che vedeva strapparsi tante anime, fosse infuriato contro di lei. Si racconta infatti che le apparisse spesso sotto forma di un grosso mastino, che I’attendeva all’uscire di casa e digrignava i denti e poi la seguiva fino alla chiesa di S. Giovanni dove la Botti entrava per  la Messa. Allora il cane si dileguava. Ciò avvenne molte volte.

Lasciamo agli scettici di pensare quello che vogliono e agli specialisti di parapsicologia di spiegare diversamente il fenomeno: noi preferiamo pensare, con Madre Adorni, che sia stato veramente il diavolo.

Questi, non potendo nulla direttamente contro di lei, cominciò a prendersela con le prigioniere. Ci furono infatti due casi di ossessione diabolica, ricordati dalle prime Suore del suo Istituto e riferite negli Atti processuali.

Ad una di queste infelici recluse, il demonio appariva spesso sotto l’aspetto di un negro che la istigava, con parole o con gesti, a togliersi la vita. Lei, tutta impaurita si rifugiava in un angolo e chiamava aiuto.

Un pomeriggio la Botti si sentì spinta ad andare in fretta alle prigioni, anche se non era in programma. Trovò le detenute in grande agitazione: l’ossessa era sparita e non si sapeva dove fosse andata. La buona signora le tranquillizzò dicendo: « State calme, vedrete che io andrò a trovarla ». Così dicendo, si diresse con passo sicuro verso l’ultimo letto del dormitorio e chinandosi quasi a terra vide, sotto il letto, la disgraziata che, col volto livido e stravolto, si stringeva il collo con una fettuccia del grembiule, aiutandosi con tutte e due le mani.

La Venerabile le ordinò in nome di Dio di venir fuori, le sciolse il laccio e le parlò con materna bontà. Dopo un po’, l’infe­lice riprese conoscenza e confessò che il solito negro l’aveva spinta a quel gesto insano.

Ad un’altra appariva sotto forma di un gatto bianco che le saliva sul letto e le metteva tanta paura. Bastava che arrivasse la Botti e il gatto spariva.

Si potrà forse pensare a forme di suggestione o addirittura a pazzia; ma il fatto sta che la signora pregò Dom Oliveros di esorcizzare le due infelici e i fenomeni cessarono. D’altra parte, nella vita di Madre Adorni ci sono troppi fatti di carattere straor­dinario, che non si possono spiegare con considerazioni sempli­cemente razionali.

Conseguenza di questi incontri con il diavolo, fu un raddop­piato fervore nella futura fondatrice, la quale continuava ad an­dare alle prigioni, a rimanerci anche dal mattino alla sera e pre­gava di più e si offriva vittima per la salvezza di quelle povere anime. Essa afferma che continuava ad andarci per consolare quelle povere ed amate sue prigioniere, mentre nel cuore sentiva un vivo e ardente desiderio di aiutarle e di portarle al Signore.

 LE DAME VISITATRICI

 Per poter meglio comprendere il seguito della nostra storia è necessario dare uno sguardo alla situazione sociale e morale della popolazione del Ducato di Parma verso la metà del secolo scorso.

Una grave crisi economica affliggeva da tempo l’intero territorio. La miseria era grande. Molti erano gli accattoni. Alcune opere assistenziali provvedevano alle più estreme necessità, ma erano come una goccia d’acqua nel deserto.

In città, nell’Oltretorrente, la gente viveva, si può dire, sulle strade, per non ammuffire nei miseri tuguri, umidi e senza luce. Il governo di Maria Luigia si vide costretto a distribuire grano a sottoprezzo, mentre cercava di soccorrere i disoccupati con lavori pubblici, specie d’inverno.

La campagna non era in situazioni migliori. I contadini, angariati dai padroni, languivano nella miseria e nella fame. La malaria era endemica nelle zone risicole della campagna padana; la pellagra, per sottonutrizione, era diffusa quasi dappertutto; i bambini soffrivano di verminosi o morivano per sottoalimentazione; gli adulti erano spesso portati via dalla polmonite e minati dalla tubercolosi.

Si aggiunga a questo l’ignoranza assai diffusa, l’analfabetismo quasi generale e l’abbandono delle pratiche religiose, dovuto alla propaganda anticlericale e talvolta anche ai cattivi esempi del clero. Si può immaginare come in queste condizioni la moralità fosse molto in ribasso.

Le relazioni del Ministero del Buon Governo dell’epoca di Maria Luigia, segnalano tre o quattro reati al giorno nella provincia di Parma, per la massima parte furti. Ma anche le risse erano frequenti. Violenze e stupri, anche a minorenni, perfino ai danni di bambine dai nove ai dodici anni, erano abbastanza frequenti. La prostituzione era assai diffusa, anche se vietata dallo Stato. Spesso la polizia faceva retate di donne e ragazze, ma ciò non bastava a svellere la mala pianta.

Ecco come Madre Adorni descrive la situazione, per quel che riguarda le bambine e le giovinette del popolo: « Qui in Parma vi è una quantità di ragazzette di sette o otto anni o poco più che, trascurate dai genitori, sono sempre per la strada, per i caffé, per le osterie in abbandono; in questo modo cominciano a perdere l’onestà per un solo baiocco. Sono arrivate a tal punto che vanno loro stesse in cerca di peccare: non solo per la città, ma anche per le campagne, e poi dicono con chi peccarono. Ma qui non si ferma il torrente del male. Sembra impossibile, eppure è così: queste ragazze si sono fatte maestre di iniquità ad ambo i sessi, e questa è una gran rovina per molti garzoncelli e inesperte ragazzine.

Altre ragazze, per diverse circostanze, si rendono simili alle suddette. Alcune sono avviate a quel mestiere dalle stesse madri che l’hanno praticato in gioventù. Altre innocenti ragazzine sono tradite già all’età di sei anni circa… Il Governo non manca di vegliare su queste scelleratezze e di processare e condannare alle carceri i seduttori, in nome della legge; ma il male è assai vecchio e non ci vuole che la Sapienza Divina per arrestarlo o il potere della sua destra per risanarlo »[5].

La Botti finché ebbe vivo il marito non si deve essere molto accorta di questo stato di cose. I mendicanti andavano sì alla sua porta e ricevevano un tozzo di pane o altre elemosine; ma la mi­seria vera e propria bisognava vederla nei quartieri più popolari che Carolina non praticava. Soprattutto la corruzione non le era mai capitato di vederla, fino al giorno in cui comincerà a visitare le carceri e se la troverà a faccia a faccia.

Non c’è da meravigliarsi se, in questa situazione, le carceri erano sempre piene. Di fatto, ospitavano una media di 800-1000 prigionieri, tra cui un centinaio di donne.

La condizione delle carceri era disastrosa. Per quanto la riforma carceraria, decretata da Maria Luigia, avesse stabilito una distinzione tra Case di forza per i delinquenti comuni, e Case di correzione, per coloro che avevano commesso colpe in età minore o che dessero speranza di ravvedimento, pure i medesimi disordini morali si riscontravano dovunque. La separazione tra maschi e femmine, tra adulti e fanciulli, per quanto prevista dal Codice, non era che scarsamente attuata, e ancora nel 1844 troviamo che i ragazzi vivevano insieme con gli adulti e che spesso dormivano in un letto comune. La sorveglianza era scarsa e i rari interventi punitivi erano assai pesanti, sia nelle Case di forza che in quelle di correzione.

Si sa che nelle Case di forza c’erano officine, e i prigionieri subivano il lavoro forzato; ma non pare che nelle Case di correzione si fosse provveduto ad un qualche lavoro che aiutasse a passare il tempo e impedisse l’ozio. Sarà perciò provvidenziale l’intelligente intervento di Carolina Botti.

Questa si recava nella Casa di correzione di Sant’Elisabetta  e si occupava delle donne e delle giovani ivi recluse.

Ben presto, però, si rese conto che da sola non le era possibile far fronte alle richieste e alle necessità delle prigioniere. Tra l’altro, la sua famigliola non poteva essere abbandonata: era necessario trovare qualche pia donna che l’aiutasse e si alternasse con lei nelle visite.

Carolina ne parlò al confessore e questi la consigliò di sottoporre il progetto al Vescovo. Era questi Mons. Giovanni Neuschel[6]. Uomo pio e caritatevole, accolse la vedova con molta benevolenza e l’incoraggiò nella sua opera di misericordia spirituale.

La Botti deve essersi recata per prima dalla nobildonna Te­resa Botteri Lusardi, che era sua amica, per esporle il progetto: promuovere tra le nobildonne di Parma una santa gara di bontà per soccorrere spiritualmente quelle povere recluse che avevano, sì, peccato, ma che mostravano anche tanto desiderio di incomin­ciare una vita nuova.

La Botteri Lusardi comprese appieno l’idea e si propose di appoggiarla. Allora le due donne, talvolta insieme, più spesso ciascuna per conto proprio, si recarono nelle famiglie più distinte della città a sollecitare un’opera di misericordia tanto grande: visitare le carcerate, istruirle nella dottrina cristiana, condurle al ravvedimento.

Vi aderirono con entusiasmo i più bei nomi della nobiltà parmense. Si doveva essere alla fine del 1846. Le pie dame inco­minciarono le loro visite, con il permesso del direttore delle car­ceri; ma poiché si trattava di una ventina di persone, questi pensò che la cosa avrebbe cominciato a dare nell’occhio e che forse era opportuno ottenere un permesso esplicito dall’alto. Suggerì, così, al Barnabita P. Giuseppe Maria Palma, di scrivere una lettera al Presidente del Dipartimento di Grazia e Giustizia e Buongo­verno, per chiedere un permesso ufficiale per alcune pie dame che desideravano visitare settimanalmente le carceri. La lettera è del 20 gennaio 1847[7].

Il Presidente del Dipartimento di cui sopra chiese il per­messo alla duchessa. Questa, con decreto del 27 aprile del mede­simo anno, approvò l’associazione e permise la visita settimanale purché le visitatrici si attenessero ad alcune norme che sarebbero state stabilite dal Presidente del Dipartimento di Grazia e Giu­stizia e Buongoverno. Quest’ultimo, emanò un regolamento in data 27 aprile.

Il 4 giugno dello stesso anno si tenne la prima adunanza ufficiale nella quale la signora Adorni Botti espose il suo pensiero sulla  visita alle carceri e poi si passò alla lettura dello Statuto e alla elezione della presidente.

Il pensiero della promotrice è chiaramente espresso nella « Sto­ria della Fondazione ». Lo riportiamo e in parte lo riassumiamo.

« L’assistenza alle prigioni, essa scrive, può sembrare a prima vista cosa di poco momento, ma se si considera per quante vie si può giovare alla salvezza delle anime, si dovrà riconoscere che è una delle più importanti missioni. L’esperienza ha già dimostrato il grande bene che ci si può ripromettere con l’avvicinare, con pia­cedole amorevolezza, le carcerate, studiandone con amore cristiano  le inclinazioni. In questo modo, ordinariamente si guadagna il loro cuore. Ottenuta che abbiamo la loro affezione, congiunta a vera stima – meritata per mezzo di un retto e saggio operare, dimostrandoci vere seguaci di Colui che venne a richiamare all’ovi­le le sbandate pecorelle – queste povere sventurate prendono animo e con tutta schiettezza e confidenza palesano a noi i loro trascorsi ».

Segue poi a dire, basandosi sulla sua personale esperienza, come si trasformi l’animo di quelle detenute, per mezzo dell’istru­zione religiosa e di amorevoli ammonizioni, fatte secondo la necessità e l’indole di ciascuna. Esse si rendono conto del loro deplo­revole stato, dei legami affettivi peccaminosi e di tutta la loro vita di colpa. « Incominciano a temere l’eterna perdizione e da questo timore incominciano a dolersi grandemente della pessima vita tra­scorsa e con lagrime di sincero pentimento ci chiedono di aiutarle a fare una buona confessione e a iniziare una vita veramente cri­stiana, sotto la nostra direzione ».

La Venerabile passa poi a parlare dei meravigliosi effetti che opera la grazia divina su quelle anime: « La Grazia produce in pentimenti di vivo dolore per i peccati commessi, di ricono­scenza per essere state perdonate, mentre si fa strada nel loro cuore un vivo desiderio di fare penitenza delle loro gravissime colpe per soddisfare la giustizia di Dio ed insieme sentono la volontà di riparare con una vita penitente e con il buon esempio alla rovina di tante anime che si sono perdute per la loro vita licenziosa e per le loro cattive insinuazioni ».

Tra le meraviglie della grazia c’è anche questo: le ravvedute cercano a loro volta di guadagnare a Dio le anime di quelle povere disgraziate che entrano successivamente nel carcere. « Dicono loro che l’entrata al carcere non è tanto un castigo, quanto una grazia speciale del Signore, per dare loro occasione di allontanarsi dal peccato e dalle cattive occasioni. Parlano poi, come meglio sanno, della bruttezza del peccato, del pregio della virtù, del castigo e del premio eterno e le esortano ad ascoltare le nostre esortazioni e a mettersi sotto la nostra spirituale direzione. Insomma, esercitano anch’esse un vero apostolato ».

E conclude l’Adorni: « Non si può arrivare a comprendere i copiosi frutti che si raccolgono dall’assistenza assidua alle dete­nute, se non si conoscono, in tutta la loro estensione, gli effetti prodigiosi della Grazia ».

La finale del suo discorso mette in risalto i benefici anche sociali di un tale ravvedimento: « Non si vedranno più quelle fem­mine in balia di se stesse abbandonarsi a quelle tresche lussuriose, che per la loro sfrenata licenza erano la rovina di molte anime e lo sfregio di tante famiglie. Si vedranno invece le spose riunirsi con i propri mariti, con sommissione e fedeltà, dopo di aver mac­chiato il talamo matrimoniale con la turpitudine del concubinato; si vedranno quelle giovinette che erano lo scandalo del paese e la pietra d’inciampo per molti, divenute ora edificazione e rifugio per le altre compagne; si vedranno le madri prendere a cuore l’educazione dei figli; si vedrà la concordia nelle famiglie. Quelle che erano ladre rispetteranno la roba altrui e le pubbliche mere­trici si ritireranno in questo ricovero ».

Meraviglioso idealismo dei Santi!

Fu eletta prima presidente Teresa Botteri Lusandi, mentre Carolina Botti ne fu la Superiora.

Venne letto e approvato il Regolamento, che poi fu stam­pato[8].

La Società era aperta a nobili e civili signore, istruite e di specchiata condotta, perché potessero predicare con le parole e con l’esempio, intendendo la Società cooperare con il divino Maestro alla conversione delle povere carcerate istruendole nella dottrina cristiana, ammonendole a mutar vita e aiutandole in questo.

Le signore dovevano portare una fascia bianca, orlata di rosso cremisi, che dalla spalla destra scendeva al lato sinistro, avente nel mezzo i SS. Cuori di Gesù e di Maria e il motto: Ero in carcere e i veniste a visitare.

La Società doveva avere un direttore ecclesiastico, nominato dal Vescovo, che fu Don Giuseppe Ferrari.

Le Visitatrici non dovevano far conoscere il proprio nome, per evitare possibili inconvenienti, e si chiamavano con il nome di Sorella. Molte e sagge norme erano contenute nel Regolamento, sia per ciò che riguarda l’insegnamento del catechismo, sia per la condotta in generale delle pie Visitatrici.

Particolarmente interessante è il lungo articolo 23, nel quale dopo aver esposto il merito che si acquista nel lavorare per la salvezza delle anime, si esortano le dame a disporsi a soffrire qualche cosa per amore di Chi tanto ci ha amato. « E non mancherà di dover soffrire chi si porterà in un luogo di grandi miserie, tra gente per la maggior parte perduta, senza educazione, e talvolta aborrente anche al solo pensiero di operare il bene. Quindi siano disposte a sopportare incomodi ed anche qualche mal garbo che potesse venir fatto, essendo questo un mezzo buonissimo per glorificare il Signore e soddisfare alla pena dovuta ai nostri peccati. Tutte perciò si mostrino verso quelle povere sventurate, piene di carità e di compassione per l’infelicissimo loro stato. Si guardino dal mostrare impazienza, noia e qualunque altro sentimento che potesse recar meraviglia alle detenute e diminuire in esse la stima e l’amore verso le Pie Signore; la qual cosa impedirebbe parte del frutto che con l’aiuto del Signore si spera da questa pia Istituzione ».

Si sente qui tutto lo spirito di Madre Adorni.

Il Regolamento fu presentato al Vescovo Mons. Neuschel che con suo decreto del 29 luglio 1847 dava vita giuridica al gruppo, denominandolo: « Pia Unione delle Dame Visitatrici dellecarceri, sotto la protezione dei Sacratissimi Cuori di Gesti e di Maria ». Il buon Vescovo chiedeva poi e otteneva da Pio IX speciali indulgenze e favori spirituali per le iscritte.

Le visite delle pie dame si alternavano da mezzogiorno alle quattro pomeridiane e, secondo i regolamenti stabiliti dalla direzione carceraria, non potevano accedervi più di due alla volta.

La Società farà un gran bene tra le carcerate, finché il nuovo Governo italiano, nel 1860, non ne vieterà l’attività per pregiudizi antireligiosi. Reclamata dalle detenute e dalla direzione stessa delle carceri, la Pia Unione verrà riammessa all’esercizio del suo apostolato nel 1864 e prolungherà le sue attività fino al 1892.

MORTE DI ALBERTO E RIVOLGIMENTI POLITICI

 Era stata da poco approvata dal Vescovo la « Pia Unione delle dame Visitatrici », quando il piccolo Alberto si ammalò. In un primo momento, si pensò ad una delle solite malattie dei bambini; ma ben presto le sue condizioni si aggravarono e fu necessario chia­mare il medico. Forse fu lo stesso Dott. Demaldé che con tanta premura aveva assistito e curato il signor Botti.

I giorni passavano pieni di trepidazione e di ansie. La buona mamma non lasciava un istante il letto del piccolo infermo. Questi deperiva di giorno in giorno e ben presto si dovette ammettere che non c’era più alcuna speranza umana. Quante preghiere non avranno innalzato al cielo quella povera mamma e i fratellini di Alberto!

  Dopo la metà di luglio, le condizioni del bambino si fecero gravi sì da pensare che fosse ormai la fine. La mamma, i fratellini ed alcune donne del vicinato gli stavano accanto in trepidazione ed in preghiera. La mamma suggeriva al piccolo moribondo qualche preghiera e pensieri di cielo. Alberto era ansimante, ma calmo. Ad un tratto lo videro aprire gli occhi, animarsi in viso e alzare le braccia verso l’alto, mentre il suo corpo come sollevato da una forza prodigiosa e invisibile si elevava sul letto per circa mezzo metro. La sua vocina esile, ma distinta, esclamò: « Oh, sì, vengo, vengo, Gesù, papà mio! ».

Restò così per qualche istante, poi ricadde dolcemente sul suo lettino. Si assopì un poco. Quando riaprì gli ochi, la mamma e i fratellini gli domandarono che cosa avesse visto.

« Ho visto Gesù – rispose – il Sacro Cuore! Mi è venuto a prendere… ».

Si assopì di nuovo e a poco a poco si spense.

Il suo piccolo volto si fissò in un sorriso. Era il 17 luglio 1847. Albertino non aveva ancora dieci anni. La madre e i fratellini scoppiarono in pianto. Anche le donne che erano presenti piangevano. ,

Carolina Botti, qualche anno dopo, ricorderà quella morte, triste e luminosa, al figlio Poldino, già entrato in convento: « Ti trovasti presente anche tu, caro figlio – gli scriverà –. Ah, che morte preziosa fu mai quella! Sorprese chi era presente e chi lo riseppe: perché presto tutta la città ne parlava… ».

I bambini erano conosciuti in città, perché erano come due angioletti quando servivano la Messa in San Rocco. La fama di come era morto il piccolo Alberto si diffuse dappertutto e molti accompagnarono la piccola bara.

Il dolore della madre e dei fratellini si placò in quella visione di gloria nella quale il piccolo era stato come trasportato. L’unico che sembrava inconsolabile era il piccolo Guido; ma non era tanto perché aveva perso l’amato fratellino e il compagno di giochi, quanto perché, nella sua fede semplice e ardente, aveva visto la morte come il dischiudersi di una porta che si apre sul cielo: piangeva perché voleva morire anche lui e incontrare Gesù come Alberto! Dio lo esaudirà ben presto.

Intanto, gli avvenimenti politici incalzavano. Il 16 giugno, proprio quando la Botti stava vegliando il suo figlioletto malato, c’era stata in città una manifestazione in favore di Pio IX, nell’anniversario della sua elezione, che era degenerata in disordini. Si era conclusa con una violenta dimostrazione contro il Vescovo, che aveva il difetto di essere di origine straniera.

La duchessa era assente. Quando, il 16 novembre, tornò dall’Austria, affranta nel fisico e nel morale, trovò il popolo irritato dalle repressioni. Un mese dopo, il 17 dicembre 1847, Maria Luigia moriva. Aveva 56 anni.

Le sue ultime parole furono per il suo popolo: « Spero che i parmigiani non mi dimenticheranno, perché li ho amati e ho sempre cercato di fare loro del bene ». Questi, infatti, la ricorderanno con simpatia e con affetto, anche se in quei momenti di passione non seppero mostrare quel compianto che ne avrebbe accompagnato la dipartita se fosse avvenuta qualche anno prima. Possiamo però dire che la morte arrivò in tempo per impedire che la sua fine fosse troppo amareggiata. Gli avvenimenti che si preparavano erano infatti assai tristi.

A pochi giorni dalla morte di Maria Luigia, Ludovico di Borbone, al quale spettava la successione per il trattato di Parigi, venne da Lucca a prendere possesso del Ducato: era il 31 dicembre 1847. Assunse il nome di Carlo II.

Egli giunse a Parma già inviso alla popolazione, perché, prima ancora di entrare in possesso del Ducato, ne aveva venduto le terre più fertili, in cambio di una grossa somma di denaro e della zona boscosa di Pontremoli e Bagnone di Lunigiana. Le terre cedute al duca di Modena erano quelle di Guastalla con i paesi al di là dell’Enza: Poviglio, Gattatico, Ciano, Rossena, Selvapiana, Vedriano e Gombio. Così, d’ora in avanti, il Ducato non si chiamerà più Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, ma Ducato di Parma, Piacenza e Stati annessi. I parmigiani però dicevano: Parma, Piacenza e sassi annessi. Accusavano il duca di aver venduto granaio e cantina per una legnaia.

A rendere più precaria la situazione del nuovo sovrano vennero le insurrezioni del Lombardo-Veneto e la guerra del Piemonte contro l’Austria[9].

In aiuto di Carlo Alberto accorsero volontari da tutta Italia.

In aprile, il duca lasciò Parma, per non tornarvi più. Un governo provvisorio organizzò un plebiscito e decretò l’annessione al Regno di Sardegna[10].

Fu costituita la Guardia Nazionale, alla quale aderirono anche non pochi preti e religiosi, con meraviglia e scandalo del popolo. Mons. Neuschel deprecò il fatto, in una Lettera pastorale, affermando che il dovere del prete era quello di pregare, prostrato dinnanzi al santo altare, e non quello di impugnare le armi. La risposta all’accorata ammonizione del Vescovo fu una manifestazione, inscenata contro di lui e condotta da alcuni di quei sacerdoti che egli aveva giustamente ammonito. In seguito a tale manifestazione, Mons. Neuschel lasciò temporaneamente la diocesi.

Madre Adorni non fa alcun cenno alle vicende politiche, ma in una sua lettera, che dovrebbe essere datata alla fine del 1849 o agli inizi del 1850, esprime il suo dolore per la « mala corrispondenza » di tanti preti. « Ah, questo dolore superava le mie forze – essa scrive – e lo riconoscevo per il più terribile dei divini castighi ». Voleva dire che quando Dio vuol punire un popolo, lo colpisce anzitutto nei suoi preti.

L’OPERA DEL BUON PASTORE

Madre Anna Maria Adorni[11] continuava la visita alle carceri e nel frattempo pregava Dio che l’aiutasse a provvedere per quelle infelici che sarebbero state dimesse e che non sapevano dove andare. « Non era per me lieve dolore, scrive, veder appressarsi il termine della subíta condanna ». Dove potevano andare senza parenti né appoggi? Le sventurate, in seguito alla loro colpa, avevano perso i mezzi di sussistenza e la pubblica stima. Avrebbero desiderato ritornare sulla buona strada, ma non potevano, perché prive di casa, di mezzi per vivere, senza nessuno che potesse assisterle o guidarle. Le persone buone non le volevano ricevere perché non si fidavano (e qui la Madre commenta: « Come se non ci fosse la remissione dei peccati… ») e alle famiglie poco sicure essa non si sentiva di indirizzarle.

Madre Adorni si trovava in un grande imbarazzo: poteva permettere che tornassero al peccato, dopo averlo detestato? E che cosa fare senza un soldo?

Pregò molto e raccomandò alla Madonna specialmente una povera ragazza che aveva già scontato la sua pena e doveva uscire in quei giorni.

Finalmente trovò una famiglia, buona ma povera, che si mostrò disposta ad accogliere la giovane finché non si fosse trovato modo di collocarla a servizio in qualche luogo fuori Parma. Era però necessario offrire alla famiglia una quota mensile per il mantenimento della giovane e la vedova Adorni era così povera che faceva fatica a mantenere la sua piccola famiglia. Così, per la prima volta, si umiliò ad andare a chiedere aiuti.

Si rivolse alle signore della Pia Unione Visitatrici e forse a qualche altra buona persona: ora l’una, ora l’altra le pagheranno la pensione.

Eravamo nell’anno 1848 e con questo piccolo seme ha inizio quella che sarà poi chiamata Casa di riabilitazione e più tardi, Opera del Buon Pastore[12].

« Ma altre giovani piangevano – scrive la Venerabile – dicendomi che non volessi permettere che ritornassero al peccato. Oh, Gesù mio! Che stretta al cuore! Di giubilo per l’abborrimento che mostravano al peccato; in pari tempo di dolore perché non sapevo a chi affidarle ».

Non c’era alcuna soluzione, se non prendere una qualche stanza in affitto per collocarvi le detenute che uscivano e continuare così la loro istruzione catechetica e la loro formazione spirituale, cercando nel frattempo una conveniente occupazione.

Ne parlò a Dom Oliveros, il suo « ottimo confessore e direttore ». Questi, da quell’uomo di fede che era, approvò subito il progetto, anche se non si sapeva come si sarebbe potuto risolvere il problema dell’affitto. Come il solito, l’Oliveros esortò la sua penitente ad esporre al Vescovo il progetto, cosa che Carolina fece molto volentieri. Fu ricevuta amabilmente dal Vescovo Neuschel e ne ebbe incoraggiamento e benedizioni.

In questo momento entra in scena un altro personaggio che sarà poi vicino per molto tempo a Madre Adorni: è Mons. Giacomo Lombardini, allora Vicario Generale della diocesi. « Con 1’approvazione di così ragguardevoli persone – scrive Madre Adorni – determinai di prendere qualche stanza in pigione… ». Ma era senza un soldo, sia per pagare l’affitto, sia per il mantenimento delle tre giovani che dovevano uscire di prigione e che avevano chiesto il suo aiuto. Doveva inoltre pensare anche a una persona che avesse cura di loro, che le sorvegliasse e le custodisse, perché  essa non poteva abbandonare i figli.

La donna adatta l’aveva già in vista e probabilmente la « lavorava » già da tempo. Si trattava di una giovane maestra d’Asilo, certa Pietrina Bergamaschi, di 23 o 24 anni. Era una giovane pia, iscritta al Terz’Ordine di San Francesco, ed aveva già accompagnato Madre Adorni nella visita alle carceri: anzi, era stata la prima compagna che aveva portato con sé. Le fece la proposta e questa accettò, anche se ciò significava lasciare un impiego che le Assicurava la vita: la Bergamaschi era già entrata nello spirito della Venerabile.

Dopo non molto tempo, Madre Adorni venne a sapere che c’era un appartamento libero in via San Quintino, 8 (ora via 22 Luglio); apparteneva ad un certo Andrea Ugolotti e si trovava proprio di fronte allo Stabilimento Bagni Riquier.

E l’affitto? « Appoggiata tutta alla divina Provvidenza mi sembrava, con ragione, di avere al di là di quanto abbisognassi; non temevo, no, la mancanza di mezzi umani, né mi raffreddavo punto per condurre a buon termine quest’opera benedetta; ma talmente m’infiammavo che perdevo la conoscenza della mia pochezza ». Insomma, la divina Provvidenza vi avrebbe pensato!

Le tre ragazze entrarono nell’appartamento di via San Quintino 8, probabilmente a San Martino del 1848 e con esse entrò anche Pietrina Bergamaschi che doveva essere la loro maestra.

La piccola famiglia di San Quintino, con una condotta esemplare ed una devozione fervente era una dimostrazione visibile delle trasformazioni che la grazia operava nelle anime.

« Questa nascente opera – scrive la Venerabile – divenne presto l’oggetto delle mie consolazioni e della mia ammirazione ».

Il primo confessore della piccola comunità fu Dom Attilano Oliveros, ma per poco tempo. Il 10 settembre dell’anno 1849, egli dovette lasciare Parma, insieme con tutti i Benedettini del Monastero di San Giovanni.

II nuovo duca di Parma, Carlo III di Borbone, successo al padre Carlo II, aveva preso misure severe contro chiunque, nell’anno precedente, avesse preso parte ai movimenti indipendentisti che avevano costretto il padre alla fuga. Eliminò dal governo i membri liberaleggianti, licenziò impiegati e professori di Università e non risparmiò quei membri del clero che si erano mostrati troppo liberali. Anche i Benedettini ebbero l’ostracismo. Non devono essere stati secondi a nessun altro dei preti liberali, se il duca ebbe a dire: « Più nessun Benedettino entrerà nei miei Stati! »[13]

Il dispiacere di Madre Adorni per la partenza del suo confessore si può dedurre anche da una lettera che gli scrisse qualche tempo prima che egli partisse, per esporgli l’animo suo. Ne riportiamo un brano, anche perché apre uno spiraglio sulle elevazioni mistiche della Venerabile: « Sabato avevo appena soddisfatto il mio dovere in Sant’Elisabetta (cioè la visita al carcere), quando mi venne un vivo desiderio di recarmi in chiesa per assistere alla Santa Messa, con la speranza di compatir Gesù nei suoi dolori. Ma giunta che fui in chiesa, non mi fu possibile fermar l’intelletto né la memoria sulla dolorosa Passione di Gesù Cristo, benché lo desiderassi e mi sforzassi di farlo. Non vi riuscivo affatto. Dovetti cedere agli impulsi della più viva gratitudine e di speranza per il frutto di essa. Ah, Padre, non ho capacità né parole adeguate per potermi manifestare! Il Signore faccia quello che io non posso ».

Sembra che Madre Adorni sia stata pervasa da profondi sentimenti di riconoscenza al Signore per quanto egli ha operato per noi nella sua Passione, anziché potersi unire a Gesù sofferente, per compatirlo, come aveva in mente di fare. In realtà, essa veniva così portata a riflettere sulla Passione del Signore con quello spirito che è proprio della Chiesa, quando nella Messa celebra il memoriale della Passione e Morte del Signore in sentimento di gratitudine, tanto da chiamare la Messa stessa Eucaristia o rendimento di grazie. Questo senso di riconoscenza si estendeva alla visione dei preziosi frutti di salvezza portati dalla Passione del Signore. Ma continuiamo con le parole della Madre: « Mi si presentò alla memoria la preghiera che avevo fatto a Maria Addolorata, il giorno avanti, ai piedi della Croce, prima che cominciasse la dolorosa agonia del nostro buon Gesù (si era forse nel periodo pasquale del 1849). Ah, Madre mia, che mi foste sempre Madre di misericordia , anche quando io vi rendevo Madre di dolore! Sì, Ella mi invitò con materno affetto a supplicarla per tutti i bisogni della Chiesa, facendomi conoscere che il tempo ne era propizio: perché tutti venissero a conoscere il vero Dio e per la conversione di tutti i peccatori e invitandomi a patire per loro e a lavorare con zelo e senza posa per la gloria di Sua Divina Maestà, a imitazione del  suo divin Figlio. Ah, il mio cuore come s’intenerì, essendo questo I’unico mio desiderio! Non attendevo che gli impulsi della Grazia per adempiere a questo dovere, subito, con fervoroso amore ». Da questo brano sembra che Madre Adorni non abbia avuto solo desideri e ispirazioni interiori, ma che abbia sentito la Vergine stessa parlarle « con materno affetto », mettendola a parte delle ansie del suo cuore di Madre di tutti gli uomini.

In questo punto c’è un riferimento ai suoi confessori, Dom Attilano e quello che lo dovrà sostituire, il pio e zelante Mons. Giacomo Lombardini. « Pregai in modo particolare per i miei confessori… Sì, con figlial confidenza dissi alla più tenera delle Madri che li guidasse con le sue proprie mani ai piedi della Croce in quelle tre ore di agonia del Redentore e da quella Cattedra di vera sapienza apprendessero quella celeste dottrina di morire a se stessi e in questo modo a corrispondere alla più eletta delle vocazioni ».

Madre Adorni, ritorna poi al tempo della Messa per dire i sentimenti che provò in essa: la preghiera ardente che le sgorgava dall’anima per la conversione del mondo intero e perché « non si perdesse più il frutto di sua Passione, Morte e gloriosa Resurre­zione »; poi, la gioia di sentirsi esaudita e la sensazione come se si fosse acceso nel suo cuore un fuoco vivo di carità fraterna e nello stesso tempo le pareva di sentirsi unita, in una intimità inesprimibile, ai desideri e ai voleri di « Sua Divina Maestà ». « Ma di questi tocchi così soavi non posso manifestarmi!… ».

Prima di lasciare Parma, Dom Oliveros ebbe modo di ammirare la trasformazione spirituale delle ricoverate, e sia lui che Mons. Lombardini incoraggiarono la zelante signora assicurandola che l’Opera era voluta da Dio e che il Signore voleva essere servito amorosamente in quella casa.

Madre Adorni si sentì molto rassicurata da quelle parole, poiché la sua fede le faceva vedere Gesù nei suoi confessori.

Ormai la sola mattina era riservata alle carceri. Madre Adorni, pur avendo nella Bergamaschi una persona di assoluta fiducia, voleva vegliare personalmente, « molto da vicino », le sue « care ospiti ». Passava con loro tutti i pomeriggi e parte della sera, istruendole nella fede, educandole nella pietà e insegnando loro la pratica delle virtù. Le istruiva anche nei lavori domestici perché intendeva prepararle a divenire delle buone domestiche, con l’idea di collocarle in qualche famiglia timorata di Dio; ma aveva anche speranza che sarebbero divenute brave spose e buone mamme.

Quelle ragazze erano divenute così edificanti che Carolina non avrà certo esitato a portarvi, nei pomeriggi e nei giorni di vacanza, i suoi due figlioletti: Guido di 10 anni e Celestina di 6 o 7. Poldino doveva essere già militare.

LA CASA ROSSA DI BORGO DELLA CANADELLA

Trascorse così più di un anno, da quando Madre Adorni aveva aperto la casa di via San Quintino. La gente del vicinato si era accorta delle quattro ragazze che abitavano il quartierino, ma nulla era trapelato circa la loro provenienza. Solo alcuni sacerdoti, con i quali Madre Adorni aveva parlato, sapevano dell’iniziativa e l’incoraggiavano. Dicevano che l’opera era necessaria, che c’erano già state in passato opere simili, che poi erano state soppresse per vicende politiche o per altri motivi: erano i conventi di Sant’Antonio, di S. Tiburzio e di San Benedetto.

Madre Adorni cominciava di nuovo a sognare.

Ma pareva che ogni progresso delle sue opere dovesse essere segnato dalla croce.

Siamo all’anno 1850. Il 19 giugno Guido compì dieci anni. Piccola festicciola in famiglia. Nessuno avrebbe pensato che quello era l’ultimo compleanno di Guido.

Poco dopo, il bambino si ammalò e l’8 di ottobre se ne andò a raggiungere il fratellino in Cielo. Non abbiamo particolari sulla sua morte, ma la Madre nella lettera al figlio Poldino, citata sopra, diceva, comprendendo tutti e tre i suoi bambini: « La virtù divina operava in essi e da parte loro corrispondevano alla Grazia; e per la fedele corrispondenza ottennero quel felice fine di possedere per sempre quello che tanto amavano. E come era di ammirazione la loro vita per chi li conosceva, del pari fu la loro morte ».

Scritta questa lettera vari anni dopo la morte dei figli, la pia madre ne ricordava solo la fragrante virtù e ne vedeva la beatitudine eterna di cui erano stati gratificati. Perciò esclama: « Oh, quanto dovrei essere grata al Signore per benefici così segnalati, d’aver io, senza meritarlo, cinque figli in Paradiso! ».

« Dovrai popolare il Cielo di molte belle creature », le aveva detto la « voce ».

Ora, in questa fine del 1850, la signora Botti era rimasta sola con la figlioletta di sette anni, la piccola Celestina.

Passato il 1850 e consolata un poco dal grande dolore che le causò la perdita del figlioletto, si rimise a pensare alle sue opere. l’esperienza le aveva fatto capire che, per portare avanti seriamente l’opera di assistenza alle ex carcerate, non era possibile contare su persone che vi dedicavano una qualche ora alla settimana o al mese, ma che bisognava avere delle persone tutte dedicate all’Opera, proprio come Pietrina. Essa vedeva già la piccola casa di San Quintino trasformarsi in un convento di Monache, che avrebbero assicurato un ricovero più sicuro e una direzione più appropriata alle traviate ravvedute. Capiva che il suo zelo la portava a sognare oltre a quello che era possibile fare, in quei tempi nei quali gli Ordini religiosi venivano soppressi, anziché fondati. Ma che cosa non avrebbe fatto per sollevare quelle povere meschine, cadute in errore? « Ravvedute che siano, hanno una specie di diritto presso le loro più fortunate sorelle in Cristo », scriveva. Animata da questi pensieri, si dava d’attorno, in tutta segretezza, per raccogliere vicino a sé e preparare per il futuro un gruppo di giovani che accettassero di condividere il suo ideale di bene. Sentiva come una certezza che il convento si sarebbe realizzato, malgrado tutte le difficoltà; anzi, pensava che ciò sarebbe avvenuto fra non molti anni. Con questa interiore certezza andava pensando a quali mezzi doveva appigliarsi per le prime spese, mentre non aveva nulla.

Rimuginava dentro di sé questi pensieri, quando le capitò di passare davanti all’ex convento di Sant’Antonio: perché non potrebbe essere riaperto questo convento e ridato agli scopi che un tempo aveva? Decise di andare dal Podestà di Parma, il conte Fulcini, che già era stato direttore o ispettore delle carceri e che Madre Adorni conosceva bene. Si era sempre mostrato ben disposto verso di lei e quindi essa aveva la speranza che, anche in questa circostanza, avrebbe interposto i suoi buoni uffici.

Vi andò nei primi giorni di aprile del 1852. Fu accolta con molta cordialità e non le fu perciò difficile esporre al conte il suo desiderio, cioè ottenere dal Governo una parte dell’ex convento di San t’Antonio. Il Podestà rispose che avrebbe fatto di tutto e che l’avrebbe favorita nel miglior modo possibile. Madre Adorni era tutta felice e già si vedeva nell’interno del convento, insieme con il gruppetto di ragazze che aveva scelto come collaboratrici e con un buon gruppo di ex detenute. Non solo, ma avrebbe incominciato anche ad accogliere quelle ragazzine abbandonate che si vedevano tutto il giorno per la strada. Quello che mancava era solo il denaro e bisognava affrettarsi a raccoglierne, almeno per Ie prime spese.

Parlò del suo progetto all’amica Teresa Butteri e insieme con lei si recò a Modena, presso parenti, probabilmente gli Adorni, con l’idea di chiedere a loro qualche aiuto. Fu accolta con sinceri  segni di cordialità, come una parente che da tanti anni non si fa vedere. Certamente fu trattenuta per il desinare; ma quando essa manifestò il motivo della sua visita la cordialità dei parenti subito si raffreddò. Le dissero che interessarsi delle prostitute era una cosa vergognosa, che non doveva pensarci e che, se si fosse davvero dedicata a quell’attività, avrebbe portato disonore a tutto il casato.

Pare poi che, a un certo momento, qualcuno della famiglia, forse riscaldato dal vino bevuto durante il pasto, abbia anche trasceso e abbia detto male parole, e addirittura l’abbia mandata via con cattive maniere. Per le scale, riferirà la Botteri, essa disse: « Coraggio! Non dobbiamo perderci d’animo! Quando incontro qualche opposizione io mi sento sempre più incoraggiata, perché le contrarietà sono un segno comune delle opere di Dio ».

Tornata a Parma senza un soldo, si consultò con l’amica per trovare altri mezzi. Non poteva chiedere alle Dame Visitatrici, perché le pagavano già la pensione a San Quintino, né sapeva a chi altri rivolgersi. Fu forse la stessa Botteri a consigliarle di andare dalla principessa-madre, la duchessa Maria Teresa di Savoia, che aveva sposato Carlo II e che era quindi madre dell’attuale duca di Parma, Carlo III. Essa aveva fama di essere molto caritatevole. La principessa si trovava allora a Massa Carrara.

Così Carolina Adorni attraversò di nuovo la Cisa, in senso contrario di come aveva fatto circa trent’anni prima, quand’era fanciulletta quindicenne e camminava con sua madre verso l’esilio.

Venne accolta con molta benevolenza e ciò le diede il coraggio di dire tutto a quella principessa così pia e caritatevole. Le disse dell’appartamentino di via San Quintino, della trasformazione delle ricoverate, della speranza di ottenere il convento di Sant’Antonio e della necessità di denaro per provvedere ai restauri e al mantenimento delle ricoverate, presenti e future. La principessa, a dire della Botti, restò molto consolata e soddisfatta di quanto intese e diede un’abbondante elemosina a quella mendicante di nuovo tipo.

Ritornò a Parma piena di grandi speranze, ma doveva purtroppo trovarvi un’amara delusione. Il Podestà le comunicò, con sincero rincrescimento, che in data 26 giugno 1852, il Dipartimento delle Finanze aveva risposto a quello di Grazia e Giustizia che la richiesta riguardante l’ex convento di Sant’Antonio non poteva essere accolta, perché « può accadere che lo si debba destinare ad altra cosa più importante ». La Madre, a proposito di questa risposta, in una minuta della « Storia della Fondazione », commenta: « E ci può essere cosa più importante della salvezza delle anime? ». Non sappiamo se ci sia stato l’intervento diretto del duca, il quale non era troppo tenero verso le istituzioni di carattere religioso. Tuttavia, la nota del Ministero aggiungeva che, se si fosse trovato altro locale adatto, magari in qualche paese del Ducato, sarebbe stato concesso volentieri per così lodevole scopo.

Naturalmente, Madre Adorni non poteva accettare una proposta del genere: da fuori città, sarebbe stato difficile recarsi alle prigioni, e non avrebbe potuto avvicinare le donne traviate, accogliere le ravvedute e assistere i moribondi nei loro domicili.

Intanto, in città si venne a sapere delle pratiche svolte dalla Adorni e dello scopo per cui aveva chiesto l’uso del convento di Sant’Antonio. Essa divenne così oggetto delle critiche più malevoli. I più discreti dicevano: « Dove ha la testa? È un’illusa… Come farà senza un soldo? ». Qualcuno si domandava se fosse impazzita.

Ci furono anche persone che non esitarono ad andare a casa sua, dove la pia vedova viveva ormai con la sola Celestina e la fedele domestica Caterina. Si dicevano spinti dall’affetto verso di lei e l’esortavano a rinunciare a quel progetto, che era tempo sprecato per quella gente corrotta, che molti e potenti personaggi le erano contrari e che era mal diretta, e cose del genere. Veramente, Madre Adorni nel suo manoscritto dice: « e cento altre impertinenze ». I personaggi potenti erano certo alla Corte, che non era più quella dei tempi di Maria Luigia, e lo stesso duca aveva fama di libertino.

Madre Adorni, invece di sentirsi turbata, provava in sé sicurezza interiore e gioia profonda. Accettava tutto con gaudio interiore, anzi provava un vivo desiderio di soffrire qualche cosa, per ottenere dalla divina Misericordia di poter attuare quell’opera che era destinata a fare tanto bene alle anime.

Non avendo potuto ottenere il convento Sant’Antonio, pensò a una soluzione provvisoria: una casa più ampia di quella di San Quintino e si diede a cercarla. La trovò di fatto in Borgo della Canadella, 14 (ora via Primo Groppi): una casa rossa, abbastanza ampia, che poteva contenere una decina di persone; due appartamenti al pianterreno, uno al primo piano ed uno al secondo. La casa era di proprietà di un certo Giuseppe Rastelli e l’affitto annuo richiesto era di 400 lire.

Non avendo denaro a sufficienza, Madre Adorni pensò di recarsi dalla duchessa Luisa Maria, moglie del duca di Parma, Carlo III, donna profondamente religiosa e di superiore bontà. Si rivolse a lei, « né mi sono ingannata », soggiunge.

Accolta con molta amabilità poté esporre tutti i suoi progetti, citando anche il Vangelo là dove parla della pecorella smarrita e della gioia in Cielo per quella ritrovata.

Nel colloquio che ebbe con la duchessa, la signora Botti le espose confidenzialmente la situazione: la generosa offerta avuta dalla duchessa-madre e le elargizioni mensili cui si erano impegnate caritatevoli persone e i suoi vari progetti.

La duchessa Luisa Maria l’ascoltò con grande interesse, le disse benevolmente che tutto comincia dal poco e che andasse avanti tranquilla, non curandosi delle critiche, ché anzi si sarebbe preoccupata per farle avere un ambiente più ampio, appena si fosse reso libero.

« Questa benigna principessa – scrive Madre Adorni – si dimostrò più madre che sovrana ed accettò di onorare questa Casa (la Casa Rossa di Borgo Canadella), come protettrice e superiora, dopo Maria, per assicurare i primi passi malsicuri che s’incontravano presso molte persone che, presi – poverini! – dal timore che non vi restassero più donne, s’adontavano meco e cercavano di chiudermi tutte le vie per soffocare quest’opera al suo primo nascere ».

La duchessa le fece assegnare un sussidio mensile di 100 franchi: ciò le permise di prendere in affitto la casa e di accogliervi altre cinque ex detenute, oltre alle tre che vi andarono dal primitivo appartamento.

Entrarono nella nuova casa Pietrina e le prime ravvedute, per San Martino, l’11 novembre 1852.

Mons. Giacomo Lombardini, allora Vicario Capitolare[14], pensò che fosse necessario ottenere dal Governo le debite autorizzazioni, poiché l’Opera ormai non poteva più essere tenuta nascosta. Egli dunque scrisse una lettera, in data 25 aprile 1853, chiedendo l’autorizzazione a erigere « uno Stabilimento o comunità di Pie Donne (tra parentesi specifica: “come le Luigine”), per l’educazione di giovani convertite ».

Anche se Madre Adorni pensava alle « monache », non era prudente per i tempi che correvano chiedere una cosa simile: si parla quindi solo di « pie donne » e si offre l’esempio delle « Luigine », istituzione educatrice che era sfuggita alle leggi napoleoniche, appunto perché non era Congregazione religiosa. L’11 giugno venne la risposta favorevole con l’allegato Decreto, datato 7 giugno 1853. Si permetteva l’istituzione di una « Casa di ricovero e di educazione per le femmine ravvedute ». Si noti la diversa dizione nei confronti della richiesta di Mons. Lombardini. Uniche condizioni: si richiedeva un Regolamento e due Conservatori (o amministratori) approvati dal Governo. La facoltà di erigere la la Casa è data al Vescovo. I Conservatori furono il Rev. Abate Gianbenedetto Bottamini, monaco benedettino, e il conte Boselli, ciambellano di Corte, persona di soda pietà. Madre Adorni ne fu più che soddisfatta.

Intanto, erano rientrati a Parma i Benedettini e con essi Dom Attilano Oliveros. Il duca non aveva più voluto i Benedettini della Congregazione Cassinese ed aveva accettato invece quelli provenienti dal monastero di San Giuliano a Genova, riformato dall’Abate Pietro Casaretto. Della vecchia comunità solo l’Oliveros era potuto rientrare, perché proveniente dal monastero di Valladolid. Il suo ritorno si ebbe nel febbraio o nel marzo del 1853[15].

Fu accolto con gioia dalle anime che egli dirigeva spiritualmente e particolarmente dalla nostra Venerabile. Forse perché il monastero era ancora molto in disordine, Dom Attilano, dopo qualche tempo, fu mandato altrove, ma l’Abate Casaretto ricevette una pressante lettera, in data 24 maggio 1853, dal Commissario straordinario del Comune di Parma, Magawly, ispettore generale delle prigioni di Stato, con la supplica che Dom Oliveros « possa essere ridonato alle molte anime che tanto desiderano il suo ritorno »[16]. Ciò fa pensare all’apostolato che l’Oliveros esercitava nelle carceri. Si deve ritenere che 1’Oliveros sia stato rimandato a Parma prima dell’autunno, perché la signora Botti può far vedere anche a lui il Decreto del duca, del 7 giugno.

La Venerabile infatti scrive: « Il (superiore) diocesano ed il rev. padre Attilano, veduto il decreto, ritennero ambedue che il Signore si volesse servire di me per far risorgere questa santa istituzione, che gli sconvolgimenti politici e le massime anticristiane avevano distrutto ».

Incurante delle critiche che già si facevano e di quelle che si sarebbero fatte, munita solo dell’obbedienza del superiore ecclesiastico e del confessore, Madre Adorni decise di andare ad abitare in quel « creduto Conservatorio, perché allora non era prudenza dire di piú »[17].

Vi andò con molta gioia interiore e con il fermo proposito d sopportare volentieri tutte quelle croci che inevitabilmente accompagnano quell’ardua vocazione. Vi entrò probabilmente ai primi di novembre del 1853, disdicendo l’affitto della propria casa, per risparmiare qualche cosa sulla scarsa pensione. Del resto, si considerava già « monaca » perché da anni si era legata con i voti religiosi.

Portò con sé anche Celestina, che aveva ormai dieci anni e che era diventata una bambina così buona da costituire l’ammirazione di tutti.

Per quanto Madre Adorni facesse di tutto per non dare a divedere che si era trasferita in quella casa, tuttavia, nella cerchia dei più intimi, lo si venne a sapere. Di qui nuove critiche. Anche le persone più pie e affezionate si sentirono in dovere di sconsigliarla: aver cura di quelle disgraziate, passi; ma vivere con loro! Si può, sì, servire il Signore, ma non in questo strano modo, accomunandosi con donne che sono l’abbominio della città.

Possiamo supporre che tra questi critici vi fossero anche non poche delle nobili dame che avevano dato il nome per la visita alle carceri. La psicologia di questa categoria di persone è molto ben dipinta dal Manzoni nell’ultimo capitolo del suo romanzo, là dove parla del marchese che ha preso il posto di Don Rodrigo: era così umile da servirli a tavola ma non talmente da mettersi alla pari[18].

La buona signora portava l’esempio di Gesù che sedeva a mensa con i pubblicani. « Non è una stranezza – diceva – imitare Gesù ».

Dentro di sé desiderava imitare Gesù fino al sacrificio supremo che lo portò sulla Croce per la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Intanto, con l’aiuto di Dio, « dell’Increata Sapienza che tutto conduce a termine », essa dice, la casa andava di bene in meglio, sotto tutti gli aspetti. Le ravvedute le davano molte consolazioni con la loro obbedienza e amore filiale, e per la grande confidenza con la quale le manifestavano il loro interno, « come se fossi il loro confessore », scriveva. « Ero riguardata come vera madre e benefattrice ».

La fama della meravigliosa trasformazione di quelle infelici si diffuse a poco a poco per la città e quegli stessi che prima disapprovavano la pia vedova, ora si congratulavano con lei e dicevano che si vedeva proprio che era opera di Dio: « e tante altre cose che, per verità – diceva – avrei rossore di riferire ». E la santa donna riflette sulla vanità dei giudizi umani: oggi giudicano pazzia quello che domani credono santità. « Io, per me – conclude -, ritengo questa massima: se qualche persona dice bene di me perché non mi conosce abbastanza, non ne ho alcun vantaggio davanti a Dio. Così, se dice del male, si vede che mi conosce meglio degli altri e io nulla perdo davanti a Sua Divina Maestà. Purché io faccia sempre la sua divina volontà, per me è lo stesso, sia che dicano bene, sia che dicano male ».

E Poldino? Ha 26 anni. Dovrebbe già aver finito il servizio militare, a meno che la mania militaresca del duca Carlo non abbia prolungato la ferma per più di tre anni. Sogna di entrare tra i Benedettini, ma essi, pur essendo giuridicamente rientrati in possesso del monastero, non vi hanno ancora costituito una vera e propria comunità: lo faranno nel novembre dell’anno seguente e la nuova comunità sarà composta di 12 persone.

Ne sarà Abate Dom Raffaele Testa e Dom Attilano Oliveros sarà nominato Priore.

 L’UDIENZA DELLA DUCCHESSA

Il giorno 26 marzo (1854), alle ore 5,45 del pomeriggio, l’Altezza Reale Duca di Parma Ferdinando Carlo III di Borbone, ritornava a piedi dal pubblico passeggio al Reale Palazzo, accompagnato da un suo aiutante. Era giorno di domenica e i cittadini si trovavano in folla per la città. Giunto all’angolo del Borgo San Biagio che riesce alla strada detta di Santa Lucia (attuale Via Cavour), uno sconosciuto che stava colà in agguato, l’urtò e urtandolo gli ficcò nel basso ventre un pugnale, e lasciato nella ferita il ferro, si diede alla fuga »[19].

Portato a Palazzo il principe mori il giorno dopo. Spirò tra le braccia della duchessa dopo aver perdonato il suo uccisore e aver ricevuto i sacramenti della Chiesa. La « Civiltà Cattolica » commenta: « Un principe che muore ferito a tradimento nel fiore della sua giovinezza perdonando al proprio uccisore, è uno spettacolo che prova quale forza ispiri al cuore umano la nostra santa religione, nelle più difficili circostanze della vita »[20]. In questo modo, il duca Carlo chiuse con una bella morte una vita che non era sempre stata esemplare.

Non era stato un uomo di governo o forse non ebbe attorno a sé gente capace; o non la seppe scegliere. Pur essendo di animo buono e non avendo fatta alcuna repressione violenta dopo i moti liberali del 1848-1849, irritò la popolazione introducendo l’umiliante pena del bastone, non contemplata nel Codice di Parma[21]. Inoltre, si venne a trovare al centro di movimenti politici gravi, nei quali gli intellettuali liberali si trovavano uniti – pur senza associarseli – a gruppi di popolani, pronti a tutto, spinti dall’odio di parte e dall’incitamento dei mazziniani, che ricorrevano ormai alla violenza e al delitto. Furono questi ad armare la mano omicida. Il duca stesso, appena colpito, esclamò: « Questo è un regalo di Mazzini ».

La vedova Luisa Maria di Borbone assunse la reggenza in nome del figlio Roberto che aveva solo dieci anni.

Un mese dopo, Madre Adorni, che già aveva trovato nella duchessa tanta benevolenza, si recò da lei a porgerle le condoglianze[22]. Carolina Adorni ebbe parole di conforto che devono essere penetrate nel cuore di Luisa Maria. Nello stesso tempo non mancò di esprimere la propria edificazione per la fortezza d’animo e la rassegnazione dimostrate dalla principessa in così dura prova. Passò poi a parlare dei suoi progetti. Le parlò della Casa di Borgo della Canadella e della vita edificante che vi conducevano le ricoverate e poi le disse queste precise parole: « Giacché la bontà di Vostra Altezza, senza che io lo meriti, si mostra verso di me più Madre che Sovrana, io le apro il mio cuore con sincerità di umile figlia ». Le disse esplicitamente che, quando andò in quella casa, non aveva solo l’intenzione di assistere personalmente le ravvedute, ma pensava di formare un vero Istituto di Suore che la coadiuvassero nell’opera.

Confidando ora nella religiosa pietà della duchessa, le parlava a cuore aperto, sperando di poter ottenere da lei ciò che da t\anto tempo desiderava. Per dare forza alla sua preghiera aggiunse, con quel tono ispirato che a volte la prendeva: « L’assicuro che questa sarà cosa molto grata ed accetta alla comune nostra Madre, Maria. Questa mia pietosa Signora io la riguardo come la sola Padrona e l’unica Superiora di questa Casa. Nulla faccio, nulla determino, se prima non vado a Lei nell’orazione ».

Pregò poi la « sua buona Principessa, che dimostrò sempre di onorare Maria », di approvare la fondazione del sospirato convento di religiose. La pregò « in nome di questa divina Signora ». Nella sua foga si lasciò sfuggire queste parole: « Se questa grazia non mi verrà concessa, io me ne andrò altrove, perché questa è la mia vocazione e ciò che il Signore vuole da me ».

Commossa da queste parole, la duchessa rispose:

« Oh, per carità, non fate mai questo! Non vedete che oggidí non ci sono più persone che si prestino a riparare il male e a promuovere il bene? Io pure desidero che si compia questa opera di bene. Vi prego di restare qui e di far del bene, e io vi prometto che approverò tutto quello che volete ».

Esultando nello spirito per così cortese risposta, Carolina Adorni Botti insistette: « Un convento di monache con voti… ».

« Sì, sì e poi sì – rispose la duchessa – e per darvi un pegno della mia promessa vi do questa immagine di Maria che sia come fondamento sul quale appoggerete il vostro convento di monache. E che Dio vi benedica! ». Così dicendo prese in mano una statuetta di Maria Regina delle Vittorie e gliela diede.

Fatta ardita da tanta bontà, Madre Adorni chiese un’altra grazia: « Mi conceda l’ex convento di San Cristoforo per farvi un monastero ».

– Ma quello è una rimessa!, esclamò la duchessa.

– Il Signore riparerà tutto, rispose la Adorni.

La Duchessa disse che glielo avrebbe dato, appena si fosse reso libero.

In quell’occasione, la duchessa diede alla Adorni copia della lettera che essa aveva appena inviata al Santo Padre, Pio IX, lettera nella quale protestava tutta la sua devozione al Sommo Pontefice e prometteva un governo che avrebbe promosso la religione e difeso i diritti della Chiesa; e poiché Parma, da quasi due anni era senza Pastore, chiedeva urgentemente la nomina di « un vescovo energico e sapiente »: « Ed io prego in questo momento Vostra Santità – scriveva – di sceglierlo e mandarlo Ella stessa. Io so che trattavasi di proporre un rispettabile Ecclesiastico di altra nazione; ma ci abbisogna un Vescovo italiano e che ci venga dalle Vostre mani ». La richiesta di un Vescovo italiano era quanto mai saggia e opportuna.

Pio IX rispondeva inviando a Parma un Vescovo che era suo unico personale e che godeva tutta la sua stima e fiducia: il Cappuccino Fra Felice Cantimorri, trasferendolo dalla diocesi di Bagnorea (oggi Bagnoregio, in prov. di Viterbo).

Il santo Vescovo fece il suo ingresso a Parma il 15 agosto 1854. Per Madre Adorni è stata questa una grazia particolare, perché nel Vescovo Cantimorri troverà un protettore, un amico, un Padre. Essa lo chiama « degno e zelante » e « buon Pastore ».

Informato da Mons. Lombardini della Casa e dell’Opera della Adorni, se ne compiacque molto e, « con quella sua naturale benignità, ringraziò del già fatto ». « Da questo, soggiunge la Adorni, si conosce il vero zelo d’un buon Pastore! ». Il buon Vescovo favori molto l’opera di Madre Adorni tanto che essa attribuirà a lui molto merito per lo sviluppo successivo: « Quanto mai di cuore si deve ringraziare il Signore, per avercelo dato, in tempi di tanta necessità ».

Prima che terminasse l’anno 1854, Madre Adorni ebbe bisogno di chiedere un’altra udienza alla duchessa. Trovò Luisa Maria assai turbata per gli avvenimenti che avevano scosso Parma in quegli intimi mesi: il 13 giugno c’era stato un attentato al giudice Gabbi che indagava sull’assassinio del duca e poco più d’un mese dopo, il 22 luglio, una rivolta organizzata sullo schema dei colpi di mano di Mazzini. La polizia lo venne a sapere in tempo e la rivolta fu domata dai militari con stragi e saccheggi. Seguirono fucilazioni e rappresaglie. La duchessa non aveva potuto far nulla per impedire che fosse versato del sangue ed ora il popolo si era inasprito contro di lei.

Tuttavia, ricevette con piacere Madre Adorni, dalla quale sperava parole di conforto. Le ebbe certamente. Ma lo scopo per cui Anna Maria si era recata dalla duchessa era un altro: voleva chiedere la grazia sovrana per una giovane di 23 anni, condannata per infanticidio.

La sentenza doveva essere eseguita dopo tre anni; così disponeva il Codice, non si sa se per motivi umanitari, – nell’ipotesi che, nel frattempo, emergesse qualche nuova prova di innocenza – o per infierire maggiormente sul condannato con una lunga attesa.

L’infanticidio era un reato odioso, che ripugnava persino alle delinquenti comuni, ed è probabile quindi che la disgraziata Linda sia stata oggetto di disprezzo e di insulti da parte delle compagne di prigionia, sia prima che dopo la condanna. Solo Madre Adorni l’avvicinava con tenerezza materna. Ma essa restava chiusa nel suo mutismo rabbioso e disperato. Per Madre Adorni non restava che pregare. Il primo biografo dice che la Madre, di fatto, non cessava di pregare e di fare aspre penitenze per la conversione di quell’anima. Finalmente, la grazia di Dio la toccò. Un giorno, davanti alle soavi parole della Venerabile, la giovane si sciolse in pianto e da quel momento tutto cambiò nella sua vita. Cominciò a comprendere la gravità della sua colpa e a pentirsene amaramente. Quella condanna che aveva accolta con irosa rivolta, ora l’accettava come un giusto castigo per la colpa; non solo, ma desiderava riparare con preghiere e penitenze, nel poco tempo che le rimaneva da vivere.

Madre Adorni, presa da immensa pietà per la giovane convertita, pensò di chiedere a Luisa Maria la grazia sovrana.

Andò dunque dalla duchessa e con quella confidenza che ormai le era concessa, tanto perorò la causa della povera Linda e tanto assicurò dell’avveduta conversione, che la duchessa, profondamente commossa, le promise di concedere la grazia richiesta. Anzi, volle che la prigioniera fosse « comandata » al Conservatorio di Borgo della Canadella, perché la Adorni ne avesse cura continua. Richiese anche che la Madre ritornasse presto a riferirle sulla condotta di questa sua protetta. Terminò chiedendole preghiere per il suo difficile governo.

Ritornò Madre Adorni qualche settimana dopo e riferì che tanto era l’ardore e la compunzione della convertita, che non faceva che pregare e piangere e che anzi le aveva confidato di aver chiesto al Signore di farla molto soffrire in questo mondo per riparare la sua colpa e per meritarsi un posto nel Cielo.

Sia stato per cause naturali o per un intervento particolare di Dio – che a volte ascolta le suppliche di certe anime – il fatto è che Linda ben presto si ammalò.

Il suo corpo si ricoperse di piaghe purulente e la sua sofferenza era continua e atroce. Qualche volta le sfuggivano dei gemiti ma poi si tratteneva e diceva al Signore: « Vi ringrazio di questi patimenti. Purificatemi, purificatemi per il bel Paradiso! ».

Alle continue sofferenze aggiungeva anche volontarie mortificazioni non chiedendo mai nulla e soffrendo tutto per amore di Dio. Andarla a trovare era commovente ed edificante. La stessa duchessa, informata di questa santa trasformazione e della gravità della malattia, volle andarla a visitare. Le disse parole di conforto e se ne andò molto commossa, dicendo che avrebbe voluto scrivere la vita di quella infelice convertita a edificazione di tutti.

Talvolta, Linda si rivolgeva a Pietrina o a Madre Adorni e diceva: « Vengano, vengano i mondani e osservino questo mio misero corpo! ».

Quando sentì che l’ora della morte era ormai vicina, si rivolse a Madre Adorni e le disse: « Non sono degna di morire in questo soffice letto. Vi prego: stendetemi sulla nuda terra. Desidero morire così ».

Madre Adorni ebbe un istante di incertezza tra il sentimento umano che le avrebbe voluto alleviare ogni male e quello soprannaturale. Le disse: « Sì, figliola, se così il Signore ti ispira. Sii unita a Lui sulla Croce ».

Con la più tenera attenzione, Madre Adorni e la Bergamaschi solevarono l’inferma e la deposero sul pavimento. Così ricevette i sacramenti, con immensa pietà, e amorevolmente assistita da Adorni e da Pietrina Bergamaschi, circondata dal gruppetto delle ricoverate, rese serenamente la sua anima a Dio.

UN AVVENIMENTO STRAORDINARIO

Dobbiamo qui interrompere la nostra storia per parlare di un avvenimento straordinario che doveva rallegrare la Chiesa intera e che portò a Madre Adorni una gioia inesprimibile.

Già da qualche anno si parlava dell’intenzione espressa dal Papa Pio IX di proclamare solennemente come dogma della Chiesa l’immacolato concepimento di Maria. Il mondo era in attesa ed era noto che il Papa aveva consultato tutte le Chiese e aveva riscontrato una quasi generalità di consensi. Egli aveva dunque deciso di proclamare come verità rivelata l’esenzione della Vergine Maria da ogni macchia di peccato originale: ciò avvenne di fatto l’8 dicembre 1854, alla presenza di moltissimi Vescovi e tra l’esultanza di tutto il mondo cristiano.

Madre Adorni che amava così teneramente la Vergine Maria, ne esultò in maniera tutta particolare.

Già nei mesi precedenti si era preparata al grande avvenimento leggendo e rileggendo i passi della « Mistica Città di Dio » di Madre Maria di Gesù d’Agreda, là dove parla di questo sublime privilegio.

Ne scrive con gioia ad un’amica – probabilmente la contessa Elisa Trivelli Benassi -, e dichiara la sua fede in questa verità. Ma ne scrive in modo particolare a Fra Sincero da Piacenza, che era legato a lei da amicizia spirituale e che gliene aveva richiesto. Scrive: « Mio prediletto figlio, di buon grado la metto a parte di quella gioia e allegrezza che inonda il mio cuore per essere arrivato il tempo avventurato di vedere ormai definita qual dogma l’Immacolata Concezione di Maria Santissima

Ah, figlio mio! troppo è ristretto e tiepido questo cuore nel ricambiare l’amore di quella divina Signora, e fin qui non ho opera buona la quale corrisponda al più piccolo dei suoi benefici. Io non posso che benedire e ringraziare con lei la divina Provvidenza per aver riservato a questi tempi tanto calamitosi un trionfo così solenne per la Chiesa, nella definizione dogmatica di questa verità, sempre sostenuta e difesa dall’Ordine Serafico ».

« …Grandi documenti e luce si racchiudono nei santi libri ch’io leggo e rileggo, con tutto trasporto, dove si tratta di quello che operò l’Altissimo in Maria nell’istante di sua Concezione Immacolata[23]. Contiene tanti e tanti a noi occulti sacramenti, il beneficio di essere Maria SS. concetta in grazia, che io mi confesso stupita di quel poco o niente che intendo, e il mio cuore si converte in affetti di meraviglia, la mia lingua ammutolisce per non saper spiegare anche quel poco che intendo. No, non vi arriva la mia ignoranza! Nessuno, per quanto fosse un’anima santa e arricchita di divina sapienza, troverebbe parole o termini propri per non offendere tanta grandezza; e quando li avesse, sopravanzerebbero ed opprimerebbero l’umana miseria.

Ma chi fra i mortali potrà inoltrarsi in questo mare immenso, scandagliare le profondità di questo grande Oceano di smisurata grandezza? Il torrente impetuoso della divinità s’incamminò a letificare questa Mistica Città dell’anima santissima di Maria… Mio figlio, fermiamoci qui sul lido, per non esserci dato d’inoltrarci più in là, e da qui miriamo la vera Arca del Testamento… Si vede la natura uscire dall’ordine suo, per essere ordinata; si stabiliscono nuove leggi contro il peccato… poiché l’increata Sapienza aveva stabilito, fin dall’eternità, di trarre intatta fuori dalla macchia comune di tutta la natura, la Madre della Grazia, e col potere della sua destra, assegnato le aveva incomparabili tesori di grazie e di benedizioni, per dotarla ed arricchirla come conveniva alla dignità della Madre dell’Umanato Divin Verbo ».

In un’altra lettera al medesimo Fra Sincero da Piacenza, scrive: « Sono ormai per finire questo mio lungo scritto ma non posso terminarlo senza prima intrattenermi un poco sulla dolcissima Madre mia… Come potrò io dimenticare d’aver in Cielo una tal Madre? Il mio cuore è sopraffatto di gioia e di riverenza, e mi trasporta lo spirito all’altezza di sua gloria. Assorta rimango nella cognizione di questo divin Tabernacolo e mi è forza riconoscere il suo Autore per più ammirabile nella di Lei formazione, che in tutto il rimanente creato. Tutto è inferiore a questa Creatura e Signora. La diversità delle creature manifesta con meraviglia il potere del loro Creatore, ma in questa sola Regina di tutti si racchiudono e contengono più ricchi tesori che in tutte insieme le creature ».

Queste riflessioni terminano con una di quelle preghiere sublimi e spontanee come uscivano spesso dal cuore infuocato di Madre Adorni.

« Io miserabile creatura, benché sia polvere e cenere e la minima delle vostre serve, con allegrezza e giubilo del mio spirito vi rendo grazie, o gloriosissima Trinità, e vi magnifico per l’ampiezza di tutti i doni che versaste a gonfi torrenti sull’unica prediletta vostra Figlia, Madre e Sposa.

Sì, o Maria, amorosa Madre mia! L’individua Trinità vi conobbe prima che voi foste, come l’unica a cui conveniva la dignità eccelsa di Madre dell’Umanato Divin Verbo. S’incamminò subito a Voi, con tutto l’impeto, il fiume della Divinità e i suoi attributi, per quanto era capace di riceverli Colei che era pur sempre creatura, e come conveniva alla dignità di Madre, la Trinità santa contemplò in Voi, o fortunata Maria, tutte le grazie e i meriti che avreste guadagnato per Voi e tutti i frutti che avreste ottenuto per tutto il popolo con la vostra fedele corrispondenza.

Mia pietosa Madre, dilatate il mio cuore e il mio intelletto sopra le mie forze, perché possa ricevere l’abbondanza dei lumi che a me donate per conoscere la vostra grandezza. Non permettete, mia pietosa Signora, che i vostri doni siano in me oziosi e senza frutto. Fate che questi divini lumi che in me versate servano a far sì che il vostro Nome sia innalzato e la vostra gloria dilatata ».

Quattro anni dopo, a Lourdes, la Vergine Santa apparirà ad una umile fanciulla, Bernadette Soubirous, e confermerà la definizione di Roma.

L’EX CONVENTO DI SAN CRISTOFORO

L’anno 1855 cominciò male. L’ex convento di San Cristoforo, promesso a Madre Adorni, veniva improvvisamente occupato dai militari.

La notizia giunse come un fulmine a ciel sereno nella Casa di Borgo della Canadella. Gli amici e i benefattori non potevano darsi pace. La Venerabile invece non perdette la sua fiducia.

Alle più intime disse: « Non si contristino per questo ritardo, disposto da Dio. Perché fra qualche tempo verrà il colera in questa città e San Cristoforo diventerà Lazzaretto. Molte persone moriranno. Ma dopo, chi ci ha chiuse le porte si farà premura perché vi entriamo. Mi verranno date le chiavi nel 1856 ». Quando la Venerabile disse queste parole, con accento profetico, era presente la marchesa Teresa Pavesi Negri Calciati, dama di Corte e una delle Visitatrici e amica della Adorni. Essa si spaventò nel sentir parlare con tanta sicurezza di cose così terribili: « Oh, Dio mio! – disse – Forse morirò anch’io di colera! ».

La Adorni le disse prontamente: « Oh, no! Voi non morirete, ma avrete una lunga vita ». La contessa infatti visse fino al 1883 e morì a 77 anni.

Nei giorni seguenti, la duchessa fece chiamare Madre Adorni per esprimerle il suo dispiacere e il suo disappunto per aver dovuto soggiacere alle necessità delle truppe che non avevano per il momento altra scelta. Comunque, non si perdesse d’animo e ricordasse la statuetta della Regina delle Vittorie che le aveva dato in pegno. La buona Principessa l’assicurò che avrebbe mantenuto la promessa, appena « San Cristoforo » sarebbe divenuto libero: si sentiva obbligata per l’affetto che provava verso le ravvedute, ma aveva anche un’altra ragione: « Vi voglio dire la verità – disse -. Mi sento internamente mossa da una forza superiore che io non ho pace se non ve lo darò ».

Anche questo era un segno dell’intervento di Dio.

La Venerabile sentiva in sé tanta fiducia che il Signore, per intercessione di Maria, le avrebbe dato quel convento che non solo sperava, ma ne era sicura e tutto preparava per andarvi. Dicono le sue prime compagne che arrivò a comperare alcuni serramenti, che risultarono poi nella misura esatta, anche se la Madre non aveva mai veduto il convento nel suo interno.

Aveva poi raccolto attorno a sé sei o sette giovani che erano state colpite dalla sua personalità e conquistate al suo ideale e che erano già pronte a entrare nella nuova sede.

Essa le radunava ogni tanto nella Casa di Borgo della Canadella, o forse altrove per dar meno nell’occhio. Parlava loro di Dio, della Passione e Morte di nostro Signore, delle anime peccatrici e del dolore grande che provava nel veder resa inutile una redenzione così abbondante. Parlava poi della Madonna e le innamorava di Lei, suggerendo pensieri di confidenza e di filiale abbandono verso una così tenera e amorosa Madre.

Talvolta, ne avrà condotta una – o tutte per turno – nella visita alle carceri, ora che Pietrina era troppo occupata con le ravvedute, per potervi andare.

In quell’inizio del 1855, le avrà tranquillizzate per la questione di San Cristoforo e avrà loro promesso, con quella sicurezza che a volte si riscontrava in lei, che fra non molto la piccola comunità avrebbe potuto entrare nel convento.

La prima delle sue discepole fu Pietrina Bergamaschi che abbiamo già incontrato e che seguì Madre Adorni fin dal 1848 e forse anche prima: già da cinque o sei anni assisteva le ravvedute nella casa di San Quintino e poi in quella di Borgo della Canadella. Ora aveva 30 anni[24] ed era molto pia e zelante e inoltre aveva dimostrato doti non comuni come Maestra delle ravvedute, ufficio che svolgerà per tutta la vita. La seconda fu una certa Giuseppina Bianchi che aveva allora 26 anni[25]. Era certamente la più dotata del gruppo. Abbastanza istruita e pratica di lavori femminili, era stata Maestra di lavoro in una scuola femminile prima di entrare nell’Istituto. Inoltre, era l’unica che avesse avuto un’esperienza di vita religiosa, perché era entrata tra le Suore del Sacro Cuore di Santa Sofia Barat e vi era rimasta fino al 1848, quando aveva 19 anni, e dovette uscire perché la Congregazione, di origine francese, fu mandata via da Parma. Pensava di ricongiungersi con le consorelle in Francia, ma Dom Oliveros la consigliò di rimanere e di unirsi con Madre Adorni per la nuova fondazione.

Fu un elemento prezioso: un carattere dolce, di grande carità, di intensa vita di preghiera e di spiritualità profonda. Sarà per 36 anni impareggiabile Maestra delle fanciulle e succederà alla Fondatrice nella direzione dell’Istituto: nessuno l’avrebbe potuto fare meglio di lei che era definita « una seconda copia della Madre ».

Le altre furono: Gaetana Pettenati, di 36 anni, una donna già matura che sarà poi assegnata alla direzione delle ravvedute insieme con Pietrina Bergamaschi e che morirà dopo solo 7 anni, nel 1862 [26]; Maria Monteverdi[27] ed Elisabetta Rossi[28], entrambe di anni 22; e la più giovane di tutte, Luigia Barozzi di 19 anni[29]. Svolgeranno umilmente le loro funzioni nella Casa, adattandosi ai lavori più umili e coltivando la vita di pietà e di sacrificio.

Elisabetta Rossi fu negli ultimi anni della Madre la sua devota infermiera e la sua confidente.

Queste furono le prime compagne di Madre Adorni. Probabilmente, erano tutte dirette spiritualmente da Dom Oliveros e conosciute dal Vicario Generale Mons. Lombardini.

Nel 1855, questi pensò che fosse giunto ormai il tempo di dare un riconoscimento ecclesiastico ufficiale alla piccola comunità che mostrava già tanto fervore e così bene prometteva per il futuro, anche se non le era ancora stato possibile vivere in un ambiente comune. Ne parlò al Vescovo e a suo nome stese un decreto in data 3 aprile 1855, per erigere canonicamente la nuova comunità. Facendo espresso riferimento al decreto di Carlo III del 7 aprile 1853, che autorizzava il Vescovo a erigere una Società di Pie Signore con il compito di istruire religiosamente e civilmente le donne che dal fango del vizio fossero rientrate nella retta via, dichiara che tale Società è stata costituita « per opera principalmente della venerabile Donna Carolina Botti », e la erige canonicamente con il titolo di « Società dei Sacratissimi e Purissimi Cuori di Gesù e di Maria ».

Forse questo decreto aveva un difetto di forma, perché non era stato controfirmato dal Vescovo. Ciò spiegherebbe perché, l’anno seguente, il Vescovo Felice Cantimorri abbia rifatto il decreto, in data 25 giugno 1856, riscrivendolo quasi alla lettera, con la sola aggiunta della nomina della Superiora nella persona di Donna Carolina Botti e di due Conservatori (che qui vengono chiamati « curatori per l’amministrazione degli affari »). Vi si fa anche un cenno alle Regole, « che abbiamo comandato di scrivere ad uso della Società ». Questa volta la firma è del Vescovo e non sussistono dubbi giuridici.

Vogliamo però aggiungere che il documento di Mons. Lombardini, anche se avesse avuto un difetto di forma, costituisce di fatto l’inizio della comunità ecclesiale di Madre Adorni, poiché questa fu certamente la volontà del Vescovo Cantimorri che fece stendere il decreto.

Intanto, il colera predetto da Madre Adorni era scoppiato in varie città d’Italia. Il 26 luglio di quell’anno 1855, si ebbe a Parma il primo caso. Ben presto l’epidemia si fece violenta. Nella sola città, che contava allora 45.000 abitanti, vennero segnalati 50-60 casi al giorno e a volte anche più di 100.

Per provvedere ad un Lazzaretto di emergenza, fu dato ordine alla truppe di sgomberare il convento di San Cristoforo, che fu subito pieno di malati. I Benedettini misero spontaneamente a disposizione parte del loro convento e si dedicarono, essi stessi, all’assistenza dei colerosi. Dom Oliveros si distinse in modo particolare: Ciò verrà ricordato anche nel suo Necrologio: « si dedicò indefessamente, dí e notte, vi è scritto, ad assistere i malati e amministrare i sacramenti »[30]. Quando il disastro sarà finito, Luisa Maria di Borbone decreterà una medaglia al merito al monastero dei Benedettini « per azioni distinte di carità e di coraggio durante l’epidemia del colera ».

Certamente anche Madre Adorni, com’era suo costume, si dedicò all’assistenza dei malati e dei moribondi e possiamo supporre che le sue Figlie si siano generosamente prestate a quell’opera di misericordia.

Il colera durò a Parma dal luglio al novembre e provocò 8.200 morti

Madre Adorni non fu colpita dal morbo, ma in seguito alle fatiche e agli strapazzi si ammalò e dovette mettersi a letto. Quanto sia durata questa sua malattia non lo sappiamo: ci è solo noto che il 18 gennaio del 1856, quando le sarà concesso finalmente di entrare in San Cristoforo, non si era ancora rimessa in salute.

L’ex convento di San Cristoforo, dopo l’epidemia, fu lasciato in completo abbandono. Finalmente, ai primi di gennaio, il Comune riconsegnò i chiavi all’Amministrazione militare (« che l’aveva sgomberato per il morbo asiatico »). L’esercito tardò a rioccupare l’edificio e intanto intervenne la duchessa in favore di Madre Adorni. Il 22 gennaio 1856, i militari ricevettero l’ordine di non occupare l’ex convento di San Cristoforo, ma « di consegnarlo, senza alcuna formalità, alla signora Carolina Botti di Parma, la quale come Istitutrice di uno Stabilimento di Asilo e Ravvedimento per le Donne traviate della Capitale, avrebbe dovuto occuparlo con alcune donne che la coadiuvavano ».

In realtà, Madre Adorni aveva già ricevuto le chiavi del convento la sera del 18 gennaio e nella mattina seguente vi era entrata[31].

Essa non si era ancora ristabilita dalla sua malattia, ma era tanto lo zelo di iniziare l’opera che non poté attendere di guarire perfettamente: « Che importa (della salute) – essa scriverà – quando c’è di mezzo la gloria di Dio! ».

Vi entrò e rimase sola per otto giorni. Scriverà essa stessa che il luogo era « molto freddo, senza finestre e senza porte alle stanze, per essere stato tutto bruciato nel trambusto di quella pestilenza ».

Vari anni più tardi, in una lettera al Demanio, che voleva riprendere l’ex convento, Madre Adorni farà una descrizione ancora più dettagliata di come aveva trovato l’edificio. « Io andavo in possesso, essa scrive, di un locale che trovavasi nel massimo deperimento, tutto puntellato, senza porte, senza usci, senza finestre, colle scale tutte guaste e pericolanti, coi pavimenti quasi tutti consunti, coi tetti tutti bisognosi delle più urgenti riparazioni, col pian terreno tutto insalubre e in gran parte senza mattonato; tale locale infine che a farne acquisto a prezzo di stima valeva forse la pena di pagarlo 8 o 10 mila lire, tanto trovavasi in pessime condizioni ». Aggiungerà anche che per riparazioni e per renderlo abitabile le occorsero, nello spazio di vari anni, ben 70.000 lire.

Ebbene, con sorpresa di tutti, benché fosse ancora mezzo malata, non ne sofferse affatto, anzi si vedeva chiaramente che il Signore le dava forza e coraggio. Tutte le sue pene parevano poche al pensiero che stava operando per il servizio di Dio e considerando che in quella casa si sarebbe servito e lodato il Signore. « Questo, essa scrive, era per me di particolare contento, che non sarei capace di ridirlo. Sia sempre lodato il Signore da cui tutto ci deriva ».

L’Abate Bottamini, uno dei due Amministratori, accorse subito a rendersi conto della situazione. Benché l’edificio fosse in condizioni disastrose, il buon Padre comprese facilmente quanto esso fosse adatto all’opera. Il locale era ampio e facilmente divisibile in tre reparti, come era nei progetti della Madre: uno per le Suore, uno per le ravvedute, ed uno per le fanciulle ricoverate. C’era poi un bell’orto e aria buona.

Il buon Padre si mise subito all’opera, tracciando disegni e studiando ogni particolare. Poi, chiamò i muratori e cominciò i lavori.

Da alcune note di conti riscontriamo che lo stesso giorno della sua entrata in San Cristoforo, il 19 gennaio 1856, Madre Adorni consegnò all’Abate Bottamini tutto il denaro che aveva e cioè: 10 marenghi d’oro, pari a Lire 223, e 14 marenghi d’argento, pari A Lire 77.70; inoltre, altre 3 Lire e 39 centesimi. Dalle medesime note risulta anche che l’Abate Bottamini era amministratore dell’Opera fin dal febbraio del 1853, cioè ancor prima del decreto di Carlo III.

Ci si può domandare dove Madre Adorni abbia trovato il denaro per la ricostruzione. Dalle note amministrative risulta che per i primi lavori, dal 21 gennaio 1856 alla fine del 1858, furono spese L. 20.000; in seguito, altre 40-50 mila lire. Pare che Madre Adorni abbia ricevuto cospicue somme dalla duchessa Luisa Maria e da Maria Teresa di Borbone Savoia. Altre pie persone si erano sottoscritte per versamenti mensili. Tuttavia, le somme non potevano bastare all’urgenza e la Madre dovette ricorrere a prestiti, con interesse e firme di garanzia. Un prestito fu fatto dall’Asilo comunale, tramite il Bottamini che ne era amministratore. Anche la signora Botteri Lusardi fece un prestito. L’Abate Bottamini seppe cercare qua e là e, alla fine, la Provvidenza salderà ogni debito.

Ciò che più sorprende in questa situazione di difficoltà economiche e di strettezze finanziarie è la fede e la magnanimità della Fondatrice. Pur essendo piena di debiti e bisognosa di aiuti quotidiani per mandar avanti il gruppo delle ricoverate, non esitava a soccorrere altri che ricorressero a lei. Il caso più singolare fu forse quello di Angela Molari, di Rimini, conosciuta da Carolina Adorni fin dal 1854. Volendo fondare anch’essa una Congregazione religiosa[32] e trovandosi in gravi difficoltà, si rivolse più volte a Madre Adorni per essere aiutata. Questa non esitò a segnalarle le persone più facoltose e benefiche e a raccomandare loro l’amica, come più povera di lei. Perfino nel 1857, quando Madre Adorni si trovava piena di preoccupazioni e di debiti, la Molari si rivolgerà a lei per lettera, per essere raccomandata ai noti benefattori, cosa che la Adorni farà con tutto il cuore.


[1] II decreto ducale di riammissione negli Stati parmensi è del 4 mar­zo 1844.

[2] Cf. « Storia della Fondazione »

[3] Questo episodio è variamente collocato nel tempo dai biografi, ma non può essere avvenuto che nei primi tempi della sua vita di apostolato, perché dal 1853 al 1858, i cinque anni in cui Dom Oliveros fu ancora suo confessore, Madre Adorni si trovò troppo impegnata nelle varie opere per poter attendere per un mese ad un’inferma. Nel racconto dei biografi resta solo da attenuare il senso del servizio dato «giorno e notte» (cf. Simonazzi, pp. 382-383).

[4] Nella « Storia della Fondazione », scritta nel 1857 o 1858, Madre Ador­ni afferma di essersi legata con voto di obbedienza dieci anni prima; ma l’espressione può essere imprecisa e significare il tempo di un decennio circa. Là teste Suor Pia Marchioli dice, per averlo sentito dire da ben tre Suore contemporanee della Venerabile, che essa fece questo voto subito dopo la morte del marito. Questo riferimento ci avvicinerebbe di più alla data del 1845-1846.

[5] « Storia della Fondazione ».

[6] Mons. Neuschel era di origine ungherese. Già confessore ed elemosiniere di Maria Luigia, fu Vescovo di Guastalla nel 1828, poi di Borgo S. Donnino (1836) e quindi trasferito a Parma il 21 gennaio 1843, dove entrerà il 19 marzo dello stesso anno.

[7] I Barnabiti erano stati chiamati a Parma da Maria Luigia, nei 1833 a dirigere il Collegio Maria Luigia. II padre Palma era probabilmente Cappellano delle Carceri.

[8] Regolamento della Società di Pie Signore per l’assistenza spirituale delle detenute nella Casa di forza e correzione in Parma, Parma – Dalla Tipo­grafia Ferrari, 1847.

[9] Il 17 marzo 1848 era insorta Venezia; il 18 insorse Milano che combatté le sue gloriose Cinque Giornate, e il 23 il Piemonte dichiarava guerra all’Austria per correre in aiuto a Milano.

[10] L’annessione avvenne il 16 giugno 1848.

[11] Da questo momento useremo di preferenza il nome di Anna Maria Adorni o di Madre Adorni, perché con quest’Opera ha inizio la sua mater­nità spirituale, che culminerà nella fondazione dell’Istituto delle Ancelle dell’Immacolata.

[12] Sulla data dell’inizio dell’Opera c’è incertezza. Il Simonazzi segna la data del 1852 (pag. 80), ma è certamente errata. Altri documenti ci riportano al 1848. Tra l’altro, la pergamena scritta dal Conforti in occasione della morte, per metterla nella cassa, dice che l’Opera ebbe inizio nel 1848; anche lo « Statuto organico », scritto nel 1892, dice espressamente « verso il 1848 », aggiungendo che verso quell’epoca la signora Botti aveva già raccolto alcune giovani in una casa presa in affitto. Anche la casa di San Quintino, andrebbe quindi collocata al San Martino del 1848 o a quello del 1849. Era infatti uso di entrare nelle case d’affitto l’undici novembre, festa di San Martino. Di qui la frase « far San Martino ».

[13] Cf. AA. VV., I Monasteri italiani della Congregazione Sublacense (1843-1972), Parma 1972, p. 142.

[14] Il vescovo Mons. Neuschel aveva rinunziato alla sede il 27 settembre 1852.

[15] L’11 aprile 1853 fu accettato ufficialmente come membro della Comunità di San Giovanni.

[16] I monasteri italiani, op. cit., p. 154.

[17] Si chiamavano Conservatori gli Istituti di educazione per le fanciulle.

[18] Cf. I promessi sposi, cap. 38.

[19] Vedi Civiltà Cattolica, 1854, p. 209.

[20] Ibid.

[21] La pena del bastone era stata mutuata dai regolamenti militari austriaci e veniva irrogata forse con troppa facilità.

[22] Vedi « Storia della Fondazione ».

[23] Sono i libri di Maria d’Agreda, di cui si è parlato più sopra.

[24] Nata a Parma il 10 luglio 1825, morirà in San Cristoforo il 10 marzo 1890.

[25] Nata a Parma il 19 marzo 1829, mori il 14 marzo 1900.

[26] Nata a Parma l’8 aprile 1819, morta il 19 luglio 1862.

[27] Nata a Noceto il 30 aprile 1833, morta il 31 gennaio 1885.

[28] Nata a Campora il 4 maggio 1833, morta il 23 gennaio 191.

[29] Nata a Pagazzano il 27 agosto 1836, morta il 17 gennaio 1900.

[30] I monasteri italiani, p. 160.

[31] Ufficialmente, il convento sarà assegnato alla « signora Carolina Botti » il 9 gennaio 1857 e consegnato formalmente al Vescovo il 6 marzo dello stesso anno.

[32] La Molari fonderà di fatto la Congregazione delle Figlie dell’Immacolata Concezione a Sant’Arcangelo di Romagna e assumerà il nome religioso di Suor Maria Maddalena della SS. Trinità.

Pubblicato in: Uncategorized

FRS 1°parte: Sposa e madre

ADDIO AL PAESE

 Fivizzano, in provincia di Massa e Carrara, è un paese di circa 1.500 abitanti a 326 metri sul livello del mare. È sorto in antichi tempi su una spianata tra i monti, sul versante destro della valle dell’Aulella, affluente della Magra. Nel sec. XVI fu cinto di mura dai fiorentini che vi costruirono anche la chiesa, crollata nel 1571 in seguito a terremoto. Forse vi rimase in piedi, tutta o in parte, la facciata che porta tracce delle costruzioni dei Canossa. Fu rico­struita a tre navate, con altari riccamente ornati di marmi e un bel soffitto a cassettoni. Davanti alla chiesa, si allarga la piazza maggiore che Cosimo III dei Medici abbellì con una elegante fon­tana. A fianco della chiesa è il palazzo del Comune.

Una mattina del 1820, quando appena un chiarore si diffon­deva sulle cime dei monti, un calesse passò sulla strada che corre all’estremità della piazza scendendo verso il basso. Il calesse fermò un poco all’altezza della chiesa e le due donne che vi erano sopra fecero un segno di croce e poi il guidatore avviò di nuovo il caval­lo. Le donne erano Gaudenzia Antonietta Zanetti, vedova Adorni, di 38 anni, e sua figlia Carolina di 15. Se ne andavano dal paese per sempre.

Un dissesto finanziario, dopo la morte del marito, aveva costretto la vedova Adorni a vendere tutto e a partirsene con la figlia. 

Si era sposata sedici anni prima, il 27 maggio 1804, con Mat­teo Adorni, nato a Dalli di Sotto il 27 febbraio 1783. Lei era nata a Dalli di Sopra il 14 giugno 1782, era quindi di quasi un anno più anziana del marito.

Ma non fu questo il motivo dell’opposizione della famigli Zanetti al matrimonio della figlia con il giovane Matteo Adorni; né fu quello della giovane età. Il vero motivo fu di carattere economico, essendo gli Zanetti di condizione agiata, mentre gli Adorni erano di condizioni assai modeste. I giovani però decisero di sposarsi ugualmente. Per evitare spiacevoli manifestazioni da parti dei parenti, celebrarono le nozze in un paese vicino; non in quella della sposa, come si usa, né in quello dello sposo. Poi, Matteo decise di lasciare il suo paesello e di andare a cercar fortuna altrove. Fu così che emigrò a Fivizzano, l’anno stesso delle nozze Fivizzano era un centro di industrie artigiane, e specialmente manifatturiere. Vi erano due gualchiere, tre tintorie, tre conce di pelli una fabbrica di cappelli di pelo, una ferriera e una stamperia. Era un centro commerciale buono perché convergevano verso il paese varie frazioni di una vasta area che oggi forma il comune di Fivizzano, con oltre 15.000 abitanti. Il mercoledì e il sabato vi si teneva il mercato di cereali, di olio, di vettovaglie e di altre merci. Vi affluivano i mercanti fino dal lucchese e da Carrara. Vi erano anche quattro grosse fiere nei mesi di maggio, luglio, settembre e dicembre.

Aiutato dal padre, il giovane Matteo acquistò o prese in af­fitto un piccolo negozio che intendeva gestire insieme con la moglie. Laborioso, intraprendente, coraggioso, in poco tempo ave­va acquistato la fiducia della gente. Antonietta poi aveva belle maniere, per cui la botteguccia Adorni prosperò in pochissimo tempo.

Ad un anno dal matrimonio, il 19 giugno 1805, era nata Carolina. Era una bimba sana e i genitori non esitarono a portarla al battesimo solo quattro giorni dopo. La battezzò Don Mauri­zio Solferini, il parroco del luogo, un uomo pio e caritatevole che morirà in concetto di santità non molti anni dopo. La chiamarono Anna, Maria, Carlotta, Emilia. Erano padrini « il Sig. Gio Batta Sambuchi del Sig. Antonio e la Sig.ra Anna Adorni del Sig. Carlo, anzi – corregge subito il Registro – del Sig. Luigi Adorni, ambi da Fivizzano ».

Questo Luigi Adorni, padre di Anna, è probabilmente un pa­rente di Matteo, forse uno zio; è anzi legittimo pensare che Mat­teo si sia potuto stabilire a Fivizzano proprio perché vi erano già dei parenti. Il primo nome, Anna, posto alla bambina, fu in omag­gio alla madrina. Gli altri nomi ricordavano forse parenti o persone che avevano aiutato gli Adorni al loro venire a Fivizzano. La bambina però non sarà chiamata con il primo nome di batte­simo, ma con il terzo un po’ storpiato: la chiameranno infatti Carolina.

Erano stati anni felici quelli trascorsi dai due sposi a Fiviz­zano, con la loro bambina. Poi era venuta, inaspettata e straziante, la morte di Matteo, e madre e figlia si trovarono in gravi difficoltà. Affidati gli affari ad un amministratore di fiducia, ben presto si trovarono piene di debiti. Antonietta non poteva rivolgersi ai suoi, essendosi sposata contro il loro volere, e non poteva sperare grandi aiuti dai parenti del marito. Pensò quindi di vendere tutto e di andare in un luogo lontano dove guadagnarsi la vita facendo lavori anche umili, ma dove non si sapesse che era decaduta da un’an­tica agiatezza.

Forse a indirizzare le due infelici verso Parma furono i si­gnori Ortalli che avevano una villa in paese e vasti possedimenti. A Parma, c’erano i loro parenti, la famiglia Ortalli, una famiglia ricca e molto influente.

Così, le due donne partirono, caricando sul calesse pochi pacchi di cose indispensabili e si avviarono verso Pontremoli.

Un ultimo sguardo al paese, una silenziosa lacrima e un addio angoscioso per un luogo che era pieno di ricordi lieti e tristi. Il campanile della chiesa fu l’ultimo a vedersi e richiamò ancora una volta il pensiero di Dio e della Provvidenza. La madre e la giovi­netta movevano silenziosamente le labbra in preghiera. Talvolta, l’una o l’altra seguitava ad alta voce un pensiero che le era comin­ciato nella mente: Ci sarà qualcuno ad attenderci? Dove andremo? Come ci accoglieranno? E poi?… « E poi siamo nelle mani di Dio. Egli non ci abbandonerà! ».

E con questa fiducia scendevano per la strada sassosa fino alla pianura, fino a Pontremoli.

Da questa cittadina avranno preso la diligenza, se la strada costruita da Napoleone era praticabile, o forse un tratto fu per­corso in diligenza e il resto, fino al passo della Cisa e lungo il monte che discende verso Parma, a piedi, caricando sui muli la poca roba che portavano con sé[1]. Avranno impiegato un giorno o due ad arrivare a Parma e amiamo pensare che fosse d’estate quan­do le giornate sono lunghe e il sole tramonta tardi.

Forse gli Ortalli mandarono qualcuno della servitù ad acco­gliere le povere donne e le alloggiarono in uno sgabuzzino per qualche giorno; oppure, dovettero andare in una locanda di poco prezzo e darsi d’attorno per trovare al più presto un luogo dove alloggiare. Comunque, le troviamo presto in una casetta presa in affitto, in via della Pescheria Vecchia 11, oggi piazzale Cesare Battisti.

Dopo poco tempo, l’amabile e bella Carolina veniva assunta in casa Ortalli come istitutrice, nome pomposo per una ragazza che non doveva aver fatto che alcune classi elementari, ma che tuttavia sapeva leggere e scrivere ed era assai abile in cucito e ricamo, che si mostrava tanto buona e devota e sapeva bene il cate­chismo. Così, Carolina divenne maestra e, insieme, compagna di giochi delle figlie degli Ortalli, che conserveranno sempre di lei un ricordo pieno di ammirazione. La mamma si accontentò di servire in una casa di signori, anche se i biografi, pietosamente, la definiscono « governante ».

 CAROLINA

 Carolina era stata la gioia e l’orgoglio dei due giovani sposi di Fivizzano. Graziosa e intelligente, era ammirata da tutti. La gente che andava alla bottega non poteva non rivolgere un compli­mento alla madre e alla bimba. La madre la educò alla fede e alla pietà. Le insegnò le preghiere e la portava in chiesa. Il padre era pure un buon cristiano e l’educazione di Carolina fu armoniosa e tale da portare buoni frutti[2].

I biografi dicono che fu mandata a scuola da una maestra pri­vata, all’età di quattro anni: è probabile, se pure di scuola si trat­tava. La signora Antonietta doveva attendere al negozio e si trovò nella necessità di affidare presto la bambina a qualcuno, almeno per qualche ora della giornata. Forse in quell’età imparò anche i primi elementi del leggere e dello scrivere. Ma, divenuta più gran­dicella, probabilmente sarà stata mandata a scuola dalle Benedettine che avevano un monastero vicino alla chiesa. Si sa che nel 1838 vi tenevano una scuola per le bambine e le giovinette: non sarà stato così anche nel 1810-1815? O le leggi di soppressione degli Ordini religiosi, emanate da Napoleone, avevano snidato anche quelle buone monache? Noi pensiamo che le Benedettine vi fos­sero ai tempi della fanciullezza della nostra Carolina e che abbia­no influito sulla formazione della bimba.

Il fatto è che la piccola Carolina, di quattro anni, ha già sentito parlare di peccatori e di anime da salvare e ne è tanto impres­sionata che a volte, di notte, si alza dal lettino per inginocchiarsi sul pavimento a pregare per la loro conversione. Chi gliene avrà parlato? E chi le avrà suggerito, a sei anni, di farsi un piccolo romi­taggio nell’orto, dove rifugiarsi con una amichetta a pregare? A sette anni e mezzo prende la grande decisione di andare fino alle Indie, per convertire gli infedeli. Qualcuno le ha parlato di San Francesco Saverio e lei voleva seguirne le orme.

Con l’amichetta partì di fatto, una mattina per tempo, pen­sando forse che in un giorno sarebbe arrivata alle Indie. Invece arrivò solo a pochi chilometri dal paese, stanca e affamata, ma decisa a continuare. Se non che passò un baroccio e l’uomo che lo guidava riconobbe Carolina dal vestitino rosa. Si fermò, ascoltò i grandi propositi, poi si offerse di portare le due piccole missio­narie fino… alle Indie! Invece, il baroccio svoltò verso il paese e un’ora dopo la piccola Carolina era tra le braccia della mamma, ancora in lacrime e tutta preoccupata per la figlioletta che era spa­rita e che nessuno aveva più visto. Le avrà domandato come Maria a Gesù: « Perché ci hai fatto questo? » (Lc. 2, 48).

La risposta fu disarmante: voleva salvare anime. Poi, rasse­gnandosi alla volontà della madre soggiungerà che « Gesù non l’aveva trovata degna di dare la vita per Lui ».

Questi fatti potrebbero essere definiti episodi infantili, senza significato se, vedendo il seguito della vita della Venerabile Madre Anna Maria Adorni, non riscontrassimo qui quasi un preludio della sua futura vocazione.

C’è anche un altro episodio che proietta la sua luce nel futuro. La buona mamma Antonietta aveva alloggiato in soffitta un povero vecchio, malandato in salute. Carolina aveva undici anni e sapeva già aiutare in casa e in negozio; ma presa da compassione per il mendicante volle essere lei a portargli da mangiare, a pulirgli la stanza e a fargli compagnia.

In contrasto con questi episodi « edificanti », Carolina divenuta adulta e formatrice di anime, ricorderà con rammarico un dispet­tuccio fatto alla sua maestra. Questa le aveva dato da eseguire un merletto al tombolo, lavoro piuttosto difficile per la sua età. Carolina ci lavorò un po’, fece e disfece i punti, ricominciò da capo più volte, poi si indispettí e in un improvviso impeto d’ira gettò tombolo e ricamo dalla finestra. Questo cedimento all’impulsività, se lo rimprovererà tutta la vita.

Dato il contesto religioso della famiglia, pensiamo che Caro­Iina abbia frequentato ogni giorno la chiesa, prima con sua madre e poi anche da sola. Da quel santo prete che fu Don Maurizio attinse preziosi insegnamenti: imparò a conoscere il catechismo e le vite dei Santi, e sentì parlare di missioni e di infedeli. Purtrop­po, il buon prete nel 1817 si ammalò gravemente e in breve tempo fu condotto alla tomba, tra la costernazione dei fedeli che lo ama­vano sinceramente. Carolina aveva 12 anni e fu questo il primo dolore della sua vita e il primo contatto con il mistero della morte: Ie veniva a mancare un uomo saggio e prudente al quale aveva affi­dato i segreti del suo cuore e le più profonde aspirazioni dell’anima; perché sappiamo che fin da allora le era sorto in cuore un vivo desiderio di consacrarsi a Dio.

Due anni dopo, Carolina rientrerà in quella chiesa per un altro funerale: quello del padre. Il dolore sarà immenso e la grande casa apparirà desolatamente vuota.

Ora, Carolina e sua madre erano a Parma. Questa città ospi­tale sarà d’ora in avanti la loro nuova patria. Chi avrebbe potuto pensare che quelle due superstiti di un naufragio erano state get­tate su quella spiaggia per un disegno amoroso di Dio? Quella graziosa quindicenne era destinata a diventare la madre della gente più povera e più misera, la soccorritrice benefica di tante fanciulle abbandonate e di giovani già percosse dal male e guastate dal vizio.

 PARMA DUCALE

 La Parma cui erano approdate Antonietta e Carolina era la Par­ma di Maria Luigia.

La città aveva origini antiche. Affondava le proprie radici fino ai tempi di Roma, essendo stata fondata da coloni romani nel 183 a. C., sulle rovine dell’Agro Gallico. Si sviluppò nel Medioevo ed ebbe qualche splendore nei secoli VI e VII tanto da essere chia­mata Crisopoli o città d’oro (ma forse il nome le fu dato perché vi era custodito il tesoro dell’erario).

Il cristianesimo vi entrò presto ed ebbe periodi burrascosi nel­l’epoca della lotta per le investiture. Ma quella fu anche un’epoca di fede come ci attestano le meravigliose costruzioni dei secoli XI e XII: il duomo, il battistero, e gli antichi monasteri nella campagna.

Epica la lotta contro Federico II che culminò nella battaglia del 18 febbraio 1248 e la vittoria di Parma che segnò l’inizio della fine di Federico.

Più tardi, nei secoli XIV-XV, regneranno i Visconti e gli Sforza, poi i francesi e finalmente i Farnese (1545-1731), che tanti ricordi lasciarono di sé, sia per fosche tragedie di potere, che per palazzi e monumenti insigni ed il mecenatismo verso l’arte.

I Borboni dominarono dal 1731 al 1802, e ciò che rimase di più memorabile di questo passaggio fu lo spogliamento dei palazzi reali di Parma, Colorno e Sala. Vi saranno ancora i Borboni per breve tempo dal 1849, come avremo modo di vedere.

Parma ritornerà a fare storia con la duchessa Maria Luigia, moglie di Napoleone Bonaparte, ex imperatrice e arciduchessa d’Austria.

La Rivoluzione francese era scoppiata come un terremoto vio­lento che sconquassa la terra. Preparata ideologicamente dagli Enciclopedisti e dall’Illuminismo, trovò nella lotta che contrap­poneva l’aristocrazia e il clero alla borghesia, la scintilla che fece scoppiare l’incendio.

Con Napoleone, la Rivoluzione esportò in tutta Europa i nuovi fermenti che l’avevano animata e iniziò, tra sangue e rovine, una marcia che non si sarebbe più fermata. Si stabilizzò in Codici e Ordinamenti nuovi e soprattutto in aspirazioni irresistibili verso ideali di libertà, di uguaglianza e di giustizia. In queste aspirazioni si innesteranno i movimenti irredentistici italiani e di altri popoli, e, più tardi, vi troveranno spazio e alimento le lotte più specifiche che sfoceranno nel socialismo, una delle espressioni più sincere, anche se non l’unica, di un bisogno di giustizia sociale sempre più acuto e diffuso.

Sulle rovine dell’Impero si cercò di ricostruire un passato che doveva considerarsi caduto per sempre. Il trattato di Vienna del 1815 e quello di Parigi del 1816, ristabiliranno in ogni paese quei regimi che le rivoluzioni e il sentimento popolare avevano abbattuto.

Fu con il trattato di Fontainebleau prima e di Vienna poi che Maria Luigia, figlia dell’imperatore Francesco I d’Austria, si vide assegnare il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla.

Aveva sposato Napoleone a 19 anni, per ragioni di Stato, dopo che egli aveva divorziato da Giuseppina Beauharnais che non gli aveva dato figli. Maria Luigia gli aveva dato un figlio, ma non l’amore.

Oltre ad essere più anziano di lei di 22 anni, Napoleone era pur sempre un rude soldato, mentre lei proveniva da una Corte raffinata. Tuttavia gli fu fedele e, se non per amore, per sensi di dovere e per compassione, pare lo volesse accompagnare al­l’isola d’Elba; ma ancora una volta le ragioni di Stato prevalsero. Per le stesse ragioni, non le fu concesso il figlio che fu allevato lontano da lei, alla Corte di Vienna.

Qualcuno accusò Maria Luigia di non avere amato il figlio avuto da Napoleone, l’infelice duca di Reichstadt; ma non fu così. Lo compianse sempre e ne senti molto la morte; ma anche qui le ragioni di Stato non lasciarono spazio all’amore materno. Si potrebbe dire che Maria Luigia fu una donna infelice, frustrata nei suoi affetti e nelle sue aspirazioni, se non avesse avuto un temperamento tranquillo e forse anche superficiale, facile cioè ad evadere dai pensieri tristi e dagli affanni che le circostanze le fecero incontrare. Forse un’evasione la trovò anche nella musica, nella letteratura e nell’arte che amava, oltre che nelle feste che soleva dare a Corte.

Fu una donna mite e buona, amante della vita semplice e modesta, gentile con tutti e compassionevole verso i bisognosi. Governò con saggezza e con animo tollerante[3]. Molto merito fu attribuito al conte Neipperg, un ufficiale dell’esercito austriaco che le era stato posto a fianco da Metternich con il compito di servirla e di sorvegliarla. Il conte Adamo di Neipperg era un uomo di quasi quarant’anni, prestante nella persona, cavalleresco nei modi, intelligente, amante dell’arte e colto. Non è da meravi­gliarsi se conquistò il cuore di lei. Prima ne fu amante, poi sposo.

Maria Luigia fu amata dal popolo per la sua bontà e per le opere pubbliche e di assistenza sociale da lei compiute.

Aveva 23 anni quando entrò in Parma il 19 aprile 1816, passando il Po a Casalmaggiore su un ponte di barche costruito apposta e si attirò subito la simpatia del popolo disponendo che la somma destinata ai festeggiamenti fosse invece erogata a fa­vore dei poveri. Si fece anche restituire le opere d’arte asportate da Napoleone e cominciò subito imprese di utilità pubblica o di interesse culturale. Arricchì la Biblioteca Palatina acquistando tutti i volumi dall’orientalista Gianbernardo Rossi; costruì il cimi­tero della Villetta e fondò l’ospizio della maternità per le ragazze madri. Istituì ospedali, ricoveri per anziani, manicomi. Soccorse il popolo con elargizioni nei casi di pubbliche calamità e cercò di far fronte alla miseria e alla disoccupazione favorendo opere pub­bliche specialmente nei periodi invernali, quando i braccianti della campagna erano senza lavoro.

Sua opera insigne fu il Codice Civile per gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla, pubblicato nel 1820: uno dei migliori di quei tempi.

Quando le nostre due profughe arrivarono a Parma, trova­rono un clima di serenità e di pace, quale non si riscontrava altrove. Tutti parlavano bene della duchessa e non c’erano turbamenti so­ciali o politici di qualche rilievo. Esse, dunque, potevano avere speranza di vivere, a Parma, una vita tranquilla.

« PER QUALI STRADE MI ANDAVATE PREPARANDO »

Della famiglia Ortalli, che ospitò per sei anni la giovane Ca­rolina Adorni, si sa poco. Vi è però un vicolo a Parma dedicato al suo nome e, secondo Sitti[4], molti membri di questa famiglia si distinsero per ingegno, patriottismo e per aver ricoperto cariche pubbliche. Nel tempo della nostra storia, un Giovanni Ortalli fu maestro di equitazione dei paggi di Maria Luigia, insignito del titolo di cavallerizzo onorario di Corte; un altro, il dottor Ermenegildo, fu membro del governo provvisorio nel 1831, quando Maria Luigia si allontanò da Parma per i moti insurrezionali. Cer­tamente frequentavano la Corte ed erano personalmente conosciu­ti dalla duchessa. Essendo una delle famiglie più distinte, avevano amicizie con tutta la nobiltà e l’aristocrazia di Parma.

In casa Ortalli, mentre aiutava le bambine nei compiti scola­stici e nei lavori di ricamo e cucito, Carolina perfezionava se stessa nel leggere e scrivere e si affinava nelle buone maniere, imparando l’arte di comportarsi in pubblico. Nello stesso tempo stringeva conoscenze e amicizie che le sarebbero tornate utili in seguito.

Qui, forse, incontrò due pie ragazze con le quali si sentì por­tata a scambiare idee e propositi. Ma può anche darsi che le abbia conosciute nella chiesa parrocchiale di San Pietro, alla quale appar­teneva, o in quelle più importanti di San Vitale e di San Rocco che probabilmente già da allora frequentava.

Carolina doveva avere 17 o 18 anni quando allacciò questa amicizia, o almeno quando cominciarono a scambiarsi i loro segreti a comunicarsi le loro aspirazioni. Con loro cominciò a frequentare l’antico monastero delle Cappuccine nella zona che oggi è chia­mata Barriera Farini. Vi si venerava – e si venera tuttora – un’immagine del Santo Bambino di Praga; ma non era questo l’oggetto della loro attrazione. Dopo aver pregato nella chiesa, pic­cola e avvolta in una mistica penombra, le tre amiche si recavano in parlatorio e, attraverso la grata, resa invisibile dai tendaggi, la Madre Abbadessa si intratteneva con loro. Era una voce soave che parlava di Dio e pareva venire da un altro mondo, invisibile e sconosciuto. Da quella voce e dalle parole che pronunciava, tra­luceva una felicità insospettata e si intuiva un’anima innamorata di Dio. Carolina sentì in quelle conversazioni che si poteva inna­morarsi di Dio ed esserne riamata come sposa. Quale sovrumana felicità in questa prospettiva! Subito, improvviso, sorse in lei il desiderio di farsi monaca, di entrare in quel monastero. E quando senti le due amiche chiedere esplicitamente di entrarvi, essa disse: « Anch’io… ».

Ma un’ombra attraversò il suo pensiero e le impedì di esprimere con più sicuro accento quanto le era salito dal cuore. Di là dalla grata, la voce della Abbadessa le sussurrò: « Prega, prega molto; se sarà volontà di Dio ti accoglieremo volentieri nella nostra famiglia ».

Carolina tornò a casa e ne parlò alla madre. Questa probabilmente non diede grande peso a quella rivelazione. Forse disse sem­plicemente: « Avresti il coraggio di lasciarmi sola? ». Era questo il pensiero che le aveva impedito di manifestare con maggiore sicu­rezza il suo desiderio alla Abbadessa.

Ma Carolina seguitava a pensarci… Moltiplicò le visite al monastero delle Cappuccine, salutò con lacrime le due amiche che vi entravano e forse partecipò alla solenne cerimonia della vesti­zione: impressionante cerimonia che significa la morte al mondo per vivere con Gesù solo e questo crocifisso.

Se non che mamma Antonietta cominciò a preoccuparsi. Cercò di distogliere la figlia da quel passo, non perché non ne comprendesse la grandezza, ma perché con tutta sincerità riteneva che Dio non poteva volere da lei, già vedova, di sacrificare l’unica figlia e rimanere completamente sola: non aveva già patito abbastanza?

E il quarto comandamento non obbligava ad onorare il padre e la madre? Quando Carolina insisteva, la signora Antonietta finiva i suoi ragionamenti nel pianto. Un giorno, sicura del fatto suo, Antonietta consigliò la figlia di andare da un prete e di parlarne in confessione: ma di dire tutto! La morte del padre, l’esilio, la mamma sola…

Certo, il prete avrebbe capito la situazione.

Carolina andò di fatto dal confessore. Disse il suo desiderio, l’opposizione della madre, le difficoltà reali che si opponevano alla sua vocazione. Forse, contrariamente alla madre, pensava che il confessore l’avrebbe incoraggiata, tanto più che le Cappuccine erano disposte a riceverla. Invece, quel sacerdote le disse con tutta sicurezza: « In queste circostanze, è volontà di Dio che resti con sua madre. Si sposi e darà dei figli al Signore… ».

Non ancora convinta, se ne andò incerta dal confessionale e si mise a pregare davanti all’altare della Madonna… In quel mo­mento si avverò un fatto mistico che dovrà ripetersi frequentemente nella sua vita: udì in sé una voce o semplicemente senti dentro di sé farsi strada una certezza interiore che non ammetteva dubbi: « Ti sposerai, Carolina, avrai molti figli. Poi ti morrà il marito, moriranno i tuoi figli e infine sarai monaca. Ma prima è necessa­rio che tu popoli il cielo di anime belle! ».

Non sappiamo come il fatto sia avvenuto: per semplificare parleremo di una « voce », anche se può essere stata una visione o quella forma che i mistici chiamano « locuzione interiore ».

Animata dunque da questa nuova certezza, Carolina riferì a sua madre: « Mi sposerò, avrò figli, e poi mi farò monaca ». La madre non si preoccupò di questa ultima frase e si diede invece d’attorno per cercare alla figlia un buon partito.

Carolina era ormai completamente tranquilla. Probabilmente, riferì al confessore la sua nuova certezza e in seguito non accen­nerà a rimpianti o a rimorsi. Anzi, parlando della sua vocazione, mentre ricorda gli entusiasmi infantili come una fortissima attra­zione verso la vita religiosa (« quello stato che da bimba adorai »), definisce la sua vocazione nella prima gioventù come una semplice inclinazione.

Ecco le sue parole: « Nella mia prima gioventù mi sentivo inclinata ad essere monaca… ». Continua, poi, parlando delle sue due amiche che si fecero Cappuccine e, anche qui, attenendo le sue aspirazioni, dice che il monastero era « in parte » , quello che preferiva. Circa la disponibilità delle buone monache, afferma che non vide in loro alcuna contrarietà a riceverla in quel santo chiostro. Si trattava dunque di una vocazione ancor  vaga, indicata da quel « mi sentivo alquanto inclinata », da quel non aver scelto un monastero se non « in parte », nel non averne fatto do­manda esplicita e non averne avuto, naturalmente, che una vaga risposta. Certo, se non ci fosse stato il problema della madre sola, probabilmente Carolina sarebbe entrata in convento, avrebbe cioè coltivata una vocazione che era solo allo stato incipiente. Essa con­tinua: « Ma mia madre non si sentì di aderire: essendo io figlia unica, desiderava e contava di maritarmi in casa ».

Non fu dunque un matrimonio forzato quello di Carolina Adorni e ritengo che i primi biografi abbiano calcato un po’ la mano, parlando di tristezza nel giorno delle nozze e di pianti nei primi tempi di matrimonio. No! Carolina non può aver provato simili sentimenti. Essa vede ben diversamente la sua decisione di sposarsi. Essa scrive infatti nella Storia della Fondazione: « Io dun­que per divina disposizione mi maritai nell’età di diciannove anni, fui madre di sei figli e rimasi vedova con quattro, dopo diciotto anni di matrimonio ». Con queste espressioni anticipiamo il qua­dro della vita di sposa e di madre della « signora » Carolina Adorni-Botti, ma è necessario per far comprendere come essa abbia accet­tato con semplicità il consiglio del confessore e abbia veduto nelle circostanze la « divina disposizione ». Infatti, nello stesso brano, poco prima, commenta: « Ma si vide bene, come si vedrà più avanti, non essere ancora l’ora destinata dalla Divina Sapienza. Dio mio, per quale strada mi andavate disponendo perché io vi ser­vissi nello stato in cui mi trovo!… ». In questo brano noi non vediamo altro che una grande fede, un abbandono alla divina Provvidenza, fede e abbandono che i fatti proveranno giustificati.

Carolina, dunque, si preparò serenamente al matrimonio. An­zi, possiamo arguire che entrò con gioia, come ogni novella sposa, nella vita matrimoniale, proponendosi di divenire una sposa e una madre esemplare.

LA SIGNORA BOTTI

Non sappiamo come sia avvenuto l’incontro con il dottor An­tonio Domenico Botti, impiegato a Corte, con l’ufficio e il titolo di Impiegato del Controllo della Casa Ducale. Forse i due giovani si erano incontrati in casa Ortalli, in occasione di qualche ricevi­mento: o furono i signori stessi a programmare l’incontro o a segnalare al Botti che il matrimonio con Carolina Adorni sarebbe stato una buona scelta. Può anche darsi che il Botti abbia incon­trato per caso la Adorni e abbia fatto tutti i suoi passi per chie­derne la mano.

Carolina aveva diciotto o diciannove anni. Aveva un bel viso e capelli biondi, la statura media, la carnagione rosea e delicata, gli occhi vivacissimi. Il suo sorriso esprimeva bontà e ispirava confidenza. Così press’a poco ci è descritta la giovane in un fogliet­to scritto da una Suora che la conobbe[5].

Carolina parlava un bell’italiano, era gentile e bene educata. Piacque subito a Domenico.

Antonio Domenico Botti era nato a Piacenza, ma abitava a Parma assieme ai genitori, in una via non precisata nella parroc­chia di Sant’Ulderico. Era un buon partito, sia per la serietà della persona, che per la cultura (i primi biografi lo chiamano « dot­tore », significando che aveva qualche titolo universitario) e sia anche perché aveva un buono stipendio. Riceveva infatti lire 600 annue « con lume e fuoco ». Soprattutto, doveva essere animato  da buoni sentimenti: ci viene infatti descritto come un uomo buono e religioso.

Il matrimonio fu celebrato nella chiesa di San Pietro Apostolo, parrocchia della sposa, il 18 ottobre 1826. Dagli Atti veniamo sapere che il Botti era figlio di Luigi, mentre non si dice che era nato il 1° dicembre 1796 e aveva quindi trent’anni, nove più della sposa che ne aveva ventuno[6]. Vi si dice anche che fu fatta una sola “pubblicazione” nelle due parrocchie di San Pietro e sant’Ulderico, con la dispensa dalle altre due. In questo Atto appaiono due cose curiose: lo sposo viene chiamato Antonio che era probabilmente il primo nome di battesimo e non Domenico, come veniva chiamato comunemente.

Il nome di Domenico apparirà in altri documenti successivi. II nome della sposa, invece, appare con tutti i nomi di battesimo: « Anna, Maria, Carlotta Adorni, figlia del signor Marco, di questa parrocchia di San Pietro ».

Sappiamo che suo padre si chiamava Matteo, ma il buon Cu­rato, Filippo Grisendi, che unì i due sposi in matrimonio, deve aver confuso un evangelista con l’altro. Nell’attestato di morte di Madre Adorni, il padre diventerà addirittura Michele, che era in realtà il nonno. Vatti a fidare dei documenti!

Al matrimonio saranno stati presenti anche i genitori di An­tonio-Domenico e cioè il signor Luigi e la signora Benelli Teresa. Da parte della sposa, probabilmente, non c’era che la madre.

Data la situazione familiare della sposa, il Botti decise di an­dare ad abitare nella casa della signora Adorni, perché sarebbe stato indelicato lasciarla sola.

Passiamo immaginare i due sposi lieti e felici e con loro la signora Antonietta Adorni. Ma ci è lecito supporre che una certa timidezza da parte di Carolina le facesse avere un po’ di soggezione del marito. Era infatti più anziano di lei, più istruito e aveva un impiego onorifico a Corte; poi, in quei tempi, i fidanzamenti non si prolungavano molto e gli incontri erano piuttosto rari e formali, con la presenza di un familiare. Si arrivava così al matrimonio senza ben conoscersi e senza aver creato quel clima di intimità e amicizia che rende i rapporti dei due sposi familiari e spontanei. Ma certamente Carolina era contenta di avere sposato Domenico, perché trovava in lui bontà e protezione.

A turbare quella felicità che stava costruendosi, giorno per giorno, nella gioiosa consapevolezza di amare e di sentirsi vicen­devolmente riamati, ecco un’improvvisa, terribile sventura. Un giorno, senza che nulla lo facesse antivedere, mamma Antonietta si sentì male e in pochi istanti morì fra le braccia della figlia. Era il 17 gennaio 1827, a tre mesi esatti dalla data del matrimonio.

Non è possibile immaginare il dolore, lo schianto, lo sgo­mento di quella povera sposina, poco più che ventenne, che si sentì mancare improvvisamente colei che era stato l’unico soste­gno della sua vita.

Pianse tanto e si disperò talmente da sentirsi morire.

Il marito le fu accanto affettuoso e fece di tutto per conso­larla. Carolina si rifugiò nella preghiera. Ed ecco farsi sentire ancora la « voce »: « Non piangere, Carolina. Tua mamma è in cielo. Dio l’ha premiata per le sue virtù, per la sua pietà e la sua bontà. Ma non le ha dato la gioia di vivere insieme con te, perché non fu abbastanza generosa circa la tua vocazione ».

Queste press’a poco le parole della « voce ». La certezza del­l’attuale felicità della madre la confortò. Si rasserenò e ritrovò la gioia di vivere. Contribuì a questo anche la certezza di avere un bimbo nel seno. Inoltre, il marito, per sottrarre la sposa ai ricordi tristi, aveva deciso di cambiare casa.

I Botti dunque traslocarono in una casa molto più ampia, non molto lungi dalla prima, in vicolo Sant’Ambrogio, 1, sempre nella parrocchia di San Pietro.

Passò quell’inverno triste e venne la primavera. Rifiorì il sor­riso sul volto soave di Carolina la cui maternità era ormai evidente. In piena estate, il 6 luglio, nacque un bimbo che chiamarono En­rico. Ma la gioia della nascita fu rattristata dalla trepidazione.

Il bambino era debole e pareva morisse di momento in mo­mento. Perciò, fu subito battezzato. I giorni che seguirono furono di ansia, tormentati dal flebile pianto del povero piccino. Fu chia­mato il medico, gli diedero delle medicine, ma tutto fu inutile. II piccolo Enrico morì che non aveva ancora un mese di vita: II 4 agosto 1827.

L’angoscia riprese l’animo di Carolina. Non trovava consolazione al suo pianto se non recandosi in chiesa e pregando. Forse vennero in mente le parole di quella « voce »: « Ti moriranno figli… ».

Non sappiamo se la « voce » le abbia di nuovo parlato e l’abbia consolata. Sappiamo solo che dopo alcuni mesi sentì in sé una nuova piccola vita che si sviluppava; sentì che Dio le dava un altro figlio. Era necessario farsi forza e vivere!

Leopoldo nacque il 15 luglio 1828, a undici mesi dalla morte del fratellino. Era sano e robusto e prometteva di crescere bene e in fretta. I due giovani sposi erano di nuovo felici.

DIECI ANNI SERENI

Gli anni che seguirono la nascita del bambino furono anni felici. Poldino era un bimbo vispo e intelligente e i genitori river­savano su di lui tutto il loro amore. La giovane mamma – aveva 23 anni quando nacque Poldino – gli dava il latte, ne spiava con emozione i primi sorrisi e attendeva trepidante il primo balbet­tare del bambino che l’avrebbe chiamata mamma.

Frattanto al marito era stato aumentato lo stipendio[7]. Così poteva permettersi di comprare qualche bel vestito alla sposa, di cui era orgoglioso. Sappiamo infatti che Carolina ebbe qualche abito di seta e alcuni scialli finissimi, che più tardi, nel 1857, serviranno a confezionare sacri paramenti per la cappella del suo Istituto. Poi, il marito cominciò a condurla a qualche serata di gala e a farle frequentare distinte famiglie: tutte cose che non erano state possibili nei primi due anni, sia per il lutto della madre, sia per le due gravidanze e la morte del primo bambino. Avevano pure una domestica, una certa Caterina, che poteva aver cura del piccolo Poldo durante le loro assenze. Tutto fa pensare che Carolina sia stata presentata anche alla duchessa Maria Luigia, data la familiarità che questa usava con le persone legate alla Corte. Anche le amicizie con l’aristocrazia di Parma devono essere state numerose. Sappiamo che il marito conduceva la sua sposa a teatro e possiamo immaginare che abbiano partecipato con tutta l’aristocrazia all’inaugurazione del Teatro Regio, il 16 maggio, quando venne rappresentata la nuova opera di Bellini, Zaira.

La Botti doveva prendere parte a queste manifestazioni, che possiamo chiamare « mondane », con semplicità e con gioia, come era naturale per una giovane signora di buona educazione e dotata di gusto.

Domenico, da parte sua, era tanto orgoglioso della bellezza della moglie che pensò di farle fare un ritratto da un buon artista. Pare l’abbia fatta ritrarre a tutta statura, in piedi o seduta, nei suoi abiti di seta: il volto soave, i capelli biondi pettinati con gusto, gli occhi splendenti. Doveva essere un bel quadro. Carolina se ne compiaceva e a ragione. Ma quando, dopo la morte del marito, lo spinto di Dio entrerà come un uragano nella sua anima ed essa vedrà le cose sotto una differente prospettiva, si rimprovererà di aver seguito le attrattive del mondo. In realtà, Carolina condusse sempre una vita edificante, nella quale la pietà cristiana e la preghiera dominavano. Tuttavia, le innocenti concessioni al fasto e al divertimento le tornavano alla mente come fossero state gravi mancanze di amore verso il suo Dio e quindi come gravi pec­cati: « Oh, mio pietoso Gesù – esclamerà nella sua preghiera -, mi avete levata dal fango di tanti peccati; e chi mai li potrà enume­rare? Voi solo ne vedete il numero e conoscete la malizia di tanti eccessi. Ah, Signore, se non mi avvalorasse la vostra grande mise­ricordia, mi getterei nel baratro della disperazione, alla vista di tanti eccessi. A me sembrano un numero infinito, se l’uomo potesse operare all’infinito. Oh, anni miei perduti nell’offendere il mio Dio! Oh, pazienza divina nel sopportarmi! Oh, Dio di clemenza, miratemi come miraste San Pietro e datemi spirito di vera penitenza. Cessi in me prima la vita che di nuovo offendervi ». Si resta dav­vero sorpresi di fronte alle espressioni di colpevolezza che si riscontrano spesso negli scritti dei Santi: essi hanno certamente una visione più profonda e più delicata di quello che le Sacre Scritture chiamano il mysterium iniquitatis, il mistero del male. Noi non possiamo che ripetere con Dante: « Oh dignitosa coscienza e netta: come t’è picciol fallo amaro morso »[8].

In quello struggimento mistico, Carolina sentirà come colpa anche la compiacenza per la propria bellezza e l’affetto per quel dipinto che così bene la raffigurava: darà alle fiamme il bel quadro senza altro rimpianto che quello di non aver amato abbastanza, per un certo tempo, il suo Dio.

Ma nel tempo di cui parliamo, che comprende quasi una decina di anni, Carolina ha vissuto una vita serena, gioiosa, effon­dendo il suo affetto, in eguale misura, sul marito e sul figlio.

Per lunghi anni parve che la sua fecondità si fosse tutta esau­rita nel piccolo Leopoldo; poi riprenderà rigogliosa, nella piena maturità, rendendola madre di altri quattro figli. Ma di questo, più tardi. Quello che ci preme ora di notare è che Carolina fu una sposa affettuosissima e che l’armonia della giovane coppia non passò inosservata alle signore dell’aristocrazia, tanto che a volte chiedevano alla bella e simpatica amica il segreto di quell’amore, così perfetto e costante. Ed essa rispondeva con tutta semplicità, che occorre pregare Dio e saper sopportare, saper tacere e aspet­tare. E soggiungeva: « Tutti i mariti sarebbero buoni, se le spose fossero sempre ossequienti e sempre pronte ad accontentarli in tutto ciò che non è male. Così, i mariti si sentirebbero attratti al bene e ne ricaverebbero profitto spirituale ».

Il dottor Domenico corrispondeva pienamente all’amabilità della sua consorte. Non solo non le impediva di recarsi alla chiesa, ma vi partecipava insieme a lei regolarmente, affinandosi così nelle cose spirituali, divenendo sempre più diligente nel compimento dei suoi doveri e sempre più tranquillo e sereno.

Qualcuno ha voluto vedere un senso di gelosia o uno spirito altero nel fatto che, ad un certo momento, il Botti richiese alla sposa di abbandonare il bel linguaggio toscano che aveva portato con sé dalla Lunigiana; ma nulla ci autorizza ad attribuirgli tali sentimenti. Possiamo piuttosto pensare che abbia chiesto alla moglie di adottare il dialetto parmigiano nel periodo torbido del 1831, quando i cosiddetti « patrioti », costrinsero Maria Lui­gia a fuggire. L’uso della lingua italiana poteva forse a qualcuno far pensare che i Botti si accomunassero con coloro che reclamavano l’unione con l’Italia. Se fu così, si è trattato di un atto di prudenza, e se è stato, in altro tempo, per adeguarsi al linguaggio locale, comune allora anche nell’aristocrazia, non possiamo defi­nire che la richiesta del marito.

Trascorsero così dieci anni felici. Poldino cresceva e andava a scuola. Mostrava un’intelligenza non comune ed era servizievole ed obbediente, anche se talvolta appariva in lui una certa alterezza, forse la coscienza della propria intelligenza, e il desiderio di emer­gere. Probabilmente, il complesso del figlio unico faceva capolino in lui perché amava di essere il centro dell’attenzione dei genitori e degli altri. Ma la mamma saprà correggerne a poco a poco i difetti,  educandolo alla preghiera e all’amore di Dio, tanto che, cresciuto, maturerà in lui la vocazione religiosa.

UN VESTITO TROPPO BELLO

Le barricate di Parigi del 1830 avevano risollevato le spe­ranze dei fuorusciti italiani dopo aver visto fallire i moti del 1821. Così, nei primi mesi del 1831, si organizzarono sommosse in varie parti d’Italia. Il patriota Ciro Menotti credette ingenuamente che il duca di Modena, Francesco IV, si sarebbe messo a capo del movimento per l’unità italiana; ma era solo un tranello. L’insur­rezione che doveva coinvolgere Modena, Parma e gli Stati ponti­fici della Romagna non ebbe luogo.

A Parma, però, ci furono manifestazioni popolari il 10 feb­braio. La folla si radunò numerosa davanti al Palazzo Ducale e per le strade della città, al grido di « Abbasso Werklein, viva la du­chessa, vogliamo la Costituzione! »[9].

Nei giorni successivi, la manifestazione si fece minacciosa. Werklein fuggi travestito e la duchessa, ricevuta una commissione municipale, dichiarò di non poter venir meno ai suoi vincoli con l’Austria e di essere disposta a lasciare Parma. Di fatti, parti la notte del 15 febbraio, diretta a Casalmaggiore e a Piacenza. La sua partenza suscitò sentimenti diversi e contrastanti: l’amore per la duchessa e l’esaltazione patriottica si opponevano, trasmodando talvolta in gesti di violenza.

Fu costituito un governo provvisorio, del quale, come si è detto sopra, faceva parte anche un Ermenegildo Ortalli, come rap­presentante dei rivoluzionari. Ma l’intervento dell’Austria con lo scontro di Fiorenzuola, il 25 febbraio, riportò ogni cosa alla situazione di prima. Il 13 marzo gli austriaci entrarono a Parma e la presidiarono.

La duchessa non tornò che l’otto agosto. Fu accolta con applausi e luminarie; ma essa non si fece illusioni: l’idillio con il popolo di Parma era finito per sempre.

La fuga della duchessa e le incertezze dei giorni che seguirono gettarono lo scompiglio e il panico a Corte: tutti si chiedevano che cosa sarebbe successo se la duchessa fosse partita per sempre. Molti avrebbero perduto l’impiego e forse sarebbero divenuti oggetto dl rappressaglia. Possiamo pensare che anche i nostri due sposi abbiamo  condiviso tale trepidazione e che abbiano sinceramente goduto per il ritorno della sovrana.

Werklein fu sostituito con il conte francese Charles Réné de Bombolles. Era questi un uomo onesto e saggio, ma poca aperto e forse troppo austero; a dire dei suoi critici, anche un po’ bac­chettone. Fu instaurato un regime di austerità anche a Corte per riparare i dispendi del periodo rivoluzionario[10]. Si disse che il Bombelles aveva spogliato la reggia della splendida veste di cui l’aveva adornata il conte di Neipperg: questi teneva feste e danze, e il francese faceva recitare rosari. È, evidentemente, un’esagerazione, ma l’accusa è indice dello spirito anticlericale che regnava in un certo strato della società e che riteneva il conte troppo vicino al clero e ai Gesuiti.

Malgrado le difficoltà finanziarie, la duchessa riprese il programma di opere pubbliche, interrotto per la morte del Neipperg e per i moti rivoluzionari. Fuse insieme il Collegio dei Nobili con quello del ceto medio, detto del Lalatta, costituendo il Collegio Ducale Maria Luigia. Fu restaurato il Palazzo Ducale, e costruito il Palazzo delle Beccherie in piazza Ghiaia. Vennero gettati ponti sulla Nure, sull’Arda e sul Tidone[11] e fu ripresa la costruzione della strada della Cisa, iniziata da Napoleone. Fu pure aperta la strada Borgotaro-Malerino, che doveva allacciarsi alla riviera li­gure e a Genova. L’ex convento di San Francesco fu adattato a sede dell’Ospedale degli Incurabili; la Biblioteca Palatina ampliata.

Ma lo spirito pubblico andava sempre più allontanandosi dalla duchessa. Ormai, il movimento liberale aveva seminato le sue idee dappertutto e Mazzini tesseva le sue trame rivoluzionarie, inci­tando le classi popolari. Pur non simpatizzando per il socialismo, Mazzini aveva compreso che l’idea di indipendenza non aveva presa sul popolo e che per esso bisognava far leva sulle ingiustizie sociali e su ogni forma di liberazione dall’oppressione. In questo clima di odio sociale, il 19 gennaio 1834 veniva assassinato, in piazza della Steccata, il capo della polizia Edoardo Sartorio, uomo odiato dal popolo e malvisto a Corte. Se la sua uccisione non susci­tò rimpianti, non mancò però di generare ansietà e sgomento: era infatti il segno che incominciava un periodo di odi e di violenze.

Gli anni che seguirono furono cupi come un cielo coperto che annuncia il temporale.

Giungiamo così all’anno 1837, dal quale riprendiamo la sto­ria dei nostri protagonisti.

La signora Botti aveva 32 anni. L’inverno era quasi passato e si annunciava la primavera. Proprio quando la natura si risve­gliava e le piante emettevano i nuovi germogli, Carolina, con grande sorpresa e con immensa gioia, avvertì nuovamente nel suo seno i segni di una maternità incipiente. Dovette essere un’emo­zione sconvolgente, dopo quasi dieci anni senza speranza. Essa aveva certo sospirato una nuova maternità e aveva pregato per questo: ora, la gioia si mutava in un ringraziamento silenzioso a Dio e poi in un abbraccio affettuoso al marito.

Forse fu nel periodo dell’attesa che successe un fatto che tanto doveva impressionare Carolina, così da influire sulla sua vita. Essa ne parlerà spesso in seguito.

Si recava in via San Quintino (oggi, XXII luglio) forse per fare una visita a qualche distinta famiglia; o tornava dall’averla fatta. Vestiva un bellissimo abito che faceva risaltare la sua bel­lezza. Se ne camminava silenziosa sul marciapiede, quando vide un giovane venirle incontro sulla stessa mano. Il giovane si fermò davanti a lei e disse con dolcezza: « Vestita in questo mo­do?… ». Sorpresa da quel genere di saluto, abbassò lo sguardo sull’abito e disse – o volle dire -: « Non è immodesto! ». Ma quando alzò lo sguardo il giovane non c’era più. Guardò avanti, guardò dietro le spalle… Era davvero scomparso! Profondamente impressionata, pensò che fosse stato il suo Angelo Custode.

Probabilmente entrò nella chiesa di San Quintino e meditò su quelle misteriose parole. Dio le aveva parlato di nuovo, per mezzo del suo Angelo.

Tornò a casa e raccontò al marito ciò che le era successo. E quando questi insisteva perché si rimettesse quel vestito, essa Immancabilmente  rispondeva: « Devo obbedire, devo obbedire… ».

Non era solo il vestito. Era come se un richiamo celeste fosse venuto a risvegliarla da un sonno profondo, per riportarla nell’atmosfera più elevata dello spirito. Cominciò a pregare di più, a pas­sare lunghe ore in chiesa, mentre nel suo animo crescevano sentimenti di amore verso Dio e un desiderio immenso di piacergli. Con il pretesto della maternità incipiente, si scusava con il marito di non poter partecipare alle feste o ad altri intrattenimenti, e siccome non sempre poteva esimersi dall’andare a teatro, si era incollata sul vetro del binocolo una minuscola croce, che le appariva davanti ogni qualvolta usava lo strumento, apparentemente per vedere meglio qualche attrice. Così, la sua giornata era piena di Dio e del ricordo della Passione di Cristo.

Forse è proprio in questo tempo che le capitò in mano un libro scritto da una mistica spagnola del secolo XVII, Suor Maria di Gesù d’Agreda. Era intitolato Mistica Città di Dio. Secondo Maria d’Agreda, il libro fu scritto sotto dettatura della Madonna: descriveva la vita della Vergine e riportava insegnamenti attribuiti alla  Vergine stessa. Qui la signora Botti trovò alimento alla sua spiritualità, tanto da farne il suo libro.

Così, l’attesa del bimbo fu come una veglia mistica. I collo­qui con Dio si intercalavano con le dolci parole rivolte al bambino che portava nel seno.

Quando il 29 settembre 1837 nacque Alberto fu una grande gioia per tutti, anche per Poldino che aveva ormai nove anni.

Il bambino crebbe vispo e sano e cominciò presto a balbettare il nome della mamma e a congiungere le manine in preghiera.

Erano passati da poco due anni dalla nascita di Alberto, che Carolina si sentì in attesa di un altro figlio. Guido nacque il 19 giugno 1840 e accrebbe la gioia della famiglia. L’anno seguente – forse troppo presto – l’undici novembre nacque una bam­bina: la chiamarono Clementina. Purtroppo non visse che poche ore. Doveva essere stata attesa con grande desiderio questa bam­bina dopo tre maschietti; ma Dio aveva voluto così. Pregarono di nuovo e chiesero a Dio che desse loro ancora una bimba. Cele­stina nacque nel 1843, il giorno dopo Natale; ma in quali circo­stanze angosciose lo vedremo in seguito.

LA MORTE DEL MARITO

Si era forse nell’ottobre o novembre 1843. Poldino aveva già 15 anni e doveva essere a scuola: forse in quel Collegio Maria Luigia di cui si è parlato. Alberto aveva sei anni e Guido tre.

La signora Botti aveva lasciato i figli con la domestica ed era andata a Messa nella vicina chiesa di San Vitale. Il marito era andato in ufficio. Ad un certo momento, Carolina risentì la « voce »: Corri a casa, perché tuo marito sta male ». Si alzò di scatto e andò in fretta a casa.

` « Presto, presto, Caterina, chiama il medico! ».

La domestica guardò stupefatta la signora e rimase immo­bile come una statua. Ma la signora Botti insisté: « Va’ presto, per carità, che io preparo il letto… Mio marito, mio marito… ».

Caterina non replicò, pensando che qualche cosa fosse successa al signor Botti e che la signora ne fosse stata informata. Corse a chiamare il medico. La domestica era appena partita che arrivò una carrozza della Corte: il signor Domenico era stato col­pito da malore improvviso e due amici lo accompagnavano a casa.

Fu portato a letto e poco dopo venne il dottor Antonio De­maldè che non poté che recare i primi soccorsi[12].

Languì in letto per quattro o cinque mesi, mentre la moglie lo assisteva giorno e notte, prodigandogli le più amorose cure e i più umili servizi. E ciò malgrado la gravidanza avanzata. Dome­nico ne era profondamente ammirato e commosso. Mentre ne curava il corpo, la buona sposa cercava di elevarne lo spirito. Il marito era sí un buon cristiano, ma la vita di Corte non era fatta per il raccoglimento interiore e le finezze della pietà cristiana. Carolina pregava e nello stesso tempo, con discrezione, sugge­riva al malato qualche pensiero di rassegnazione e di preghiera, preparandolo così al grande passo. Nel cuore sperava ancora e pregava intensamente Dio che non togliesse il padre ai suoi figli.

Venne il dicembre e l’ora di dare alla luce la sua creatura si avvicinava. Domenico diceva alla sposa di mettersi a letto e di ri­posare, che a lui avrebbe pensato Caterina; ma la buona sposa non lo poteva abbandonare, gli era sempre accanto, dimentica di sé e delle sue pene.

Per fortuna, la sua fu una gravidanza normale senza alcuna complicazione. Si mise a letto forse il giorno stesso del parto e il giorno seguente era già in piedi, anche se debole, accanto al marito. Il medico curante, un uomo veramente cristiano, osservò con meraviglia il comportamento di affettuosa dedizione della signora Botti e una volta non poté trattenersi dall’esclamare: Lei, signo­ra, è veramente una donna meravigliosa!

Così pensava anche il marito. Non poteva esprimerle con molte parole il suo affetto e la sua riconoscenza, ma lo manife­stava con affettuose strette di mano e talvolta con una lacrima. In quei mesi, l’anima di Domenico si affinò e ormai solo pensieri celesti riempivano la sua mente e il suo cuore.

La bambina, che era nata il 26 dicembre, fu chiamata Cele­stina. Il babbo la baciò con trasporto e non senza commozione, pensando che presto sarebbe rimasta orfana. Chi avrebbe pensato alla sua famiglia quando egli non ci sarebbe stato più? Carolina lo tranquillizzava con pensieri di fede, esortandolo alla fiducia nella divina Provvidenza.

Purtroppo, si avvicinava l’inevitabile. Domenico ricevette i sacramenti della Chiesa con grande devozione circondato dalla moglie e dai bambini: Celestina ancora in braccio alla mamma. Il 23 marzo 1844, il signor Botti si addormentò nel Signore. Quest’espressione si addiceva veramente a quella morte. Carolina ebbe a dire che fece per lui tutto quello che il Signore le ispirò e che ebbe la consolazione di consegnarlo a Dio non solo buono, ma santo.

Erano vissuti insieme diciott’anni, amandosi di vero amore, felici anche se con intermezzi di ansie e di dolori.

I funerali furono celebrati nella chiesa di San Pietro alla presenza di molti amici e conoscenti. La tristezza di quella morte affliggeva tutti, soprattutto al pensiero della povera vedova e dei suoi bambini rimasti soli.

Certo, la morte del Botti non portava solo lutto e desola­zione, ma anche l’incertezza del futuro e forse la povertà.

Carolina rimaneva vedova a 39 anni, con un figlio di 16 e gli altri tre ancora in tenera età: Alberto aveva sette anni, Guido quattro e Celestina aveva appena tre mesi! La gente li compas­sionava e ci fu chi ne parlò alla duchessa, la quale dispose che si provvedesse subito alla pensione. Questa fu fissata in lire 433,35 annuali, un terzo del salario del marito.

Bisognava adeguarsi alla nuova situazione e provvedere immediatamente a limitare ogni spesa. La prima cosa che la vedova Botto decise, fu di lasciare la casa agiata in cui si trovava per andare in una più umile e meno costosa. Così, dopo non molto tempo, si trasferì in un piccolo appartamento in Borgo del Becco, l’at­tuale Borgo Riccio, al numero 34. La seconda decisione, non meno dolorosa, fu quella di licenziare la domestica. Un giorno, dunque, chiamò la buona Caterina e con le lacrime agli occhi le disse che era costretta a fare senza di lei, perché non aveva possibilità di pagarla, e che le dispiaceva molto dopo tanti anni di fedele e devoto servizio, nei quali era stata come una persona di famiglia… Caterina reagì con la foga della buona popolana dal grande cuore: « Non sia mai, disse, che io l’abbandoni proprio ora, quando è più grande il bisogno ». E rimase. Dio sa quanto fu utile e provvi­denziale la sua presenza, che permise a Carolina di attendere alle opere alle quali Dio la chiamava.

MADRE TENERA E FORTE

 Ormai, la responsabilità della cura e dell’educazione dei figli pesava tutta sulle spalle di Carolina, o più esattamente sulla ve­dova Botti. Una donna che rimane vedova si mette spesso in una tensione che le fa moltiplicare le energie, nello sforzo di supplire alla mancanza del marito. Se Carolina fu sempre premurosa verso i suoi figli, ancor più lo divenne quando rimase sola.

La temporanea ma lunga infecondità dopo la nascita di Leo­poldo, come anche la morte di Clementina, dopo la nascita di Guido, avevano creato una differenza di età notevole tra i fratelli.

I sedici anni di Poldino lo allontanavano psicologicamente dai fratellini e più ancora dalla sorellina. Nel subconscio doveva avver­tire una specie di gelosia per i fratellini che erano oggetto di parti­colari cure da parte della mamma, proprio per la loro tenera età. Inoltre, gli era venuto a mancare il babbo proprio nell’età diffi­cile, in quell’adolescenza piena di desideri inespressi, di facili mal­contenti e di scatti d’ira. Anche se non ci è stato detto nulla della crisi adolescenziale di Leopoldo, abbiamo motivo di pensare che si sia manifestata in qualche forma di reazione provocando nella madre una certa preoccupazione e un visibile rincrescimento. Lo deduciamo da una lettera che Poldino scrisse più tardi dal con­vento dei Benedettini, nella quale chiede umilmente perdono, dispia­cendosi per aver fatto soffrire la sua buona mamma.

Questa lettera può semplicemente riflettere la estrema delica­tezza d’animo di Poldino e non ci autorizza a pensare che sia stato causa alla madre di veri dispiaceri. È un fatto che egli crebbe buono, molto pio e devoto, tanto da sentire in sé la vocazione al monastero.

Una testimonianza al Processo Apostolico, che si riferisce ai ricordi delle prime compagne di Madre Adorni, ci assicura che la buona signora Botti studiava con occhio assiduo le tendenze e il carattere dei figli e con amorevole fortezza li andava plasmando e ne correggeva i difetti latenti; perciò Carolina, pur compiacen­dosi delle aspirazioni del figlio, volle provarne la vocazione e gli disse di essere disposta a lasciarlo entrare fra i Benedettini, però solo dopo che avesse fatto il servizio militare per tre anni « nelle truppe morigerate della duchessa ». Questa strana condizione si spiega con l’idea, allora corrente, che il servizio militare fosse una specie di iniziazione che aiutava i giovani a diventare adulti.

Purtroppo, quando Poldino arrivò all’età di fare il soldato, la ducchessa Maria Luigia era morta e non sappiamo se le truppe di Carlo III di Borbone fossero altrettanto morigerate come quelle della duchessa (se pure queste lo erano!) o se prendevano ispirazione dal loro poco morigerato sovrano. Ad ogni modo, sappiamo che Poldino si comportò sempre bene ed ogni sabato lo si vedeva alla chiesa di San Giovanni a ricevere i sacramenti.

Quello però che resta veramente singolare nell’intervento materno è che essa abbia imposto al figlio di entrare come converso e di non diventare prete. La ragione vera di questa volontà della madre non deve ricercarsi nel timore che il figlio si insuperbisse assumendo la dignità sacerdotale, come dice un biografo, e tanto meno per mortificare in se stessa il desiderio di avere un figlio sacerdote. Sono deduzioni che non hanno fondamento e non reggono di fronte all’equilibrio della signora Botti. Piuttosto è da attribuirsi ad una certa ansietà della madre circa la salute del figlio; oppure, dobbiamo supporre che ci sia stato ancora una volta l’intervento della « voce » che le abbia svelato i segreti del futuro. Diversamente, come giudicare la condotta della signora Botti, sempre così saggia e prudente? Non si può pensare di lei, che cercava sempre nel confessore la conferma della volontà di Dio, anche dopo averla conosciuta per vie misteriose e per locu­zioni interiori, che si sia comportata diversamente nel caso così importante della vocazione del figlio.

Come sia vissuto e che cosa abbia fatto il giovane Poldino prima e dopo il servizio militare non ci è dato di saperlo. Certa­mente abitò con la madre e i fratellini. Fu presente alla morte di Alberto nel 1847, ma non a quella di Guido nel 1850, perché probabilmente era militare, né a quella di Celestina, perché era già in convento.

Lasciamo dunque Poldino per seguire le vicende degli altri figli.

Alberto e Guido erano cresciuti insieme e sembravano due gemellini, anche se tra l’uno e l’altro c’era la differenza di quasi tre anni. Compagni di giochi e partecipi insieme di una saggia edu­cazione materna, crebbero nel timor di Dio, impararono presto a congiungere le manine in preghiera e a parlare a Gesù e alla sua Mamma, con quella semplicità e quella fede che è propria dei bimbi. Impararono a offrire al Signore piccoli sacrifici, sia per dimostrargli il proprio amore, sia anche perché la comunanza di vita esigeva che i fratellini si sacrificassero l’uno per l’altro, divi­dendo tra loro ogni cosa buona, i dolci come i giocattoli.

Crebbero pii e devoti, tanto che chi li vedeva servire la Messa nella chiesa di San Rocco ne rimaneva colpito: li chiamavano i due santini. Il fatto che li troviamo chierichetti a San Rocco ci fa pen­sare che la vedova Botti abbia continuato a frequentare quella chiesa, anche dopo essersi traslocata nei pressi della chiesa di San Quintino.

Non è che i due bambini non facessero qualche capriccio e non commettessero qualche birichinata; ma bastava uno sguardo della buona mamma perché rientrassero nell’ordine. Qualche volta per correggerli usava una sottile bacchettina con la quale picchiava leggermente sulle manine grassottelle: non era un dolore, ma era il segno di un castigo; e i piccoli, quando sentivano di meritarlo, portavano essi stessi la piccola verga alla madre perché li punisse. Questa, come ebbe a confessare più volte alle sue Suore, doveva sforzarsi di fare la severa di fronte all’ingenua prontezza dei figli a subire la punizione e più volte dovette ritirarsi in fretta nella propria stanza per nascondere la propria commozione.

Li abituò alle buone maniere e parve persino esigente se du­rante il passeggio non voleva che i bambini si voltassero indietro a guardare le persone che passavano; non era buona educazione! E una volta che lo fecero ripetutamente, richiamati da chissà quale curiosità, uno sguardo della mamma li ammonì e quando furono a casa, i piccoli corsero a prendere la bacchettina.

Li educava anche alla carità verso i poveri. A Natale, prov­vedeva iI pranzo a una povera famiglia composta di padre, madre e bambino, e lo faceva in ricordo della Santa Famiglia di Nazareth. Vi andava con i bambini perché imparassero a fare la carità. Forse in quella circostanza portava per il bambino povero qualche vesti­tino smesso da Alberto e da Guido, ma ben pulito e stirato per­chè – diceva – i poveri devono essere trattati bene, come se fossero Gesù. E quando gli indigenti venivano alla porta, non voleva che si desse loro il pane raffermo, ma diceva ai bambini: « Diamo loro il pane tenero e, per una volta tanto, mangiamo noi il pane duro: ai poveri capita raramente di mangiare pane fresco! ».

I bambini si educavano così all’amore di Dio e all’amore del prossimo e crescevano come due angioletti. Quando la sorellina crebbe un poco, si associò a loro nelle opere buone e nelle pre­ghiere, alla scuola della loro santa madre.

Un giorno, nella loro voglia di giocare, i due fratellini combi­narono uno scherzo che si direbbe di cattivo gusto,  se non scusasse I’età innocente. Entrando in cucina, videro sul tavolo un bel pollo arrosto. Così, per godersi lo spettacolo di Caterina che l’avrebbe cercato dappertutto, i due bricconcelli si portarono via il pollo e lo nascosero nella propria stanza. Poi, dopo aver atteso per un poco il ritorno di Caterina, finirono per dimenticare il pro­prio scherzo e se ne andarono a giocare altrove.

Caterina tutta affannata raccontò alla padrona che il pollo era sparito. Carolina intuì subito cosa fosse successo, ma ne approfittò per insegnare ai bimbi il rispetto alle persone di servizio. Li chiamò dunque come avesse una cosa importante e segreta da dire: « Oggi -disse – è successa una cosa grave in casa nostra: hanno rubato un pollo! Purtroppo io dovrò mandar via Caterina, perché non può essere stata che lei… ».

I bambini confessarono subito il loro scherzo e tutto fu finito.

Ma un giorno i ladri entrarono davvero nella loro casa. Caterina aveva dimenticato aperta la porta della cantina. I bambini vi­dero un uomo salire le scale con un grosso pacco sulle spalle e quando scese lo videro fermarsi un poco davanti alla porta aperta, entrarvi furtivamente e uscire con un pacchetto di candele steariche che erano in serbo per la notte, dato che in quei tempi non c’era la luce elettrica. I due piccoli capirono subito e cominciarono a chiamare a gran voce la mamma. Il ladro, a sentir gridare, se ne scappò in fretta e la madre, anziché rincorrerlo o, gridare, prese i bimbi per mano e li fece inginocchiare dicendo: « Preghiamo per quel poveretto, perché ha commesso un peccato! ». I piccoli, me­ravigliati, dissero tra loro: « La mamma è davvero una santa ».

Più difficile fu educare Celestina. Era l’ultima venuta ed aveva i difetti propri del più piccolo della famiglia.

Si sentiva oggetto di quel tenero amore materno che ogni mamma riversa particolarmente sui più piccoli, che di quest’affetto hanno più bisogno; coccolata dai fratellini e dalla buona Caterina che l’aveva vista nascere, Celestina voleva essere vezzeggiata e tendeva a crescere un po’ egoista, abituata com’era a ricevere tutto dagli altri e a non dare nulla a nessuno. Amava poi guardarsi nello specchio e si pavoneggiava per i bei vestitini o per i nastrini sui capelli.

La madre notava queste tendenze della piccina e si propo­neva di correggerla gradatamente. Poiché Celestina, ricevendo qualche dolce correva in disparte a mangiarselo da sola, la mamma le fece trovare due o tre volte, avvolto in belle carte, un sasso­lino o un pezzettino di polenta. La golosetta ci rimaneva male e piangeva, e allora la mamma le diceva: « Certamente il dolce si sarà mutato in sasso! Così succede ai bimbi golosi che non vogliono dividere le cose buone con i loro fratellini… ».

Una volta che la vide pavoneggiarsi con il vestitino delle feste, le disse che ciò non stava bene e che bisognava mortificarsi. Così, la fece cambiare e la condusse a passeggio con il vestitino comune. Finì poi per coprire tutti gli specchi perché la bambina imparasse a non essere vanitosa.

Questi e molti altri fatti illustrano le industrie della madre nella educazione dei figli: educazione basata sull’amor di Dio e sulla necessità di sacrificarsi per il bene degli altri.


[1] La nostra ipotesi che le due donne, anziché per il passo del Cerreto, siano andate a Parma attraversando la Cisa, si basa sul fatto che questa era la via diretta per Parma dalla costa tirrenica ed era un passo di molto traffico.

 [2] Un certo Angelo Adorni, di Dalli di Sotto, risulta essere stato consa­r.uo diacono nel 1802: è un fratello di Matteo?

[3] Nel 1821, costretta dal duca di Modena a processare alcuni patrioti, emanò sentenze miti, seguite ben presto da amnistia.

[4] Giuseppe Sitti, Parma nel nome delle sue strade.

[5] La particolarità dei capelli biondi non compare nella descrizione dei contemporanei, ma è attestata da Suor Placida Cesareo che fu presente al­l’esumazione della salma nel 1953.

[6] Nelle sue memorie essa parla di diciannove anni, ma forse allude al­l’epoca del fidanzamento o la tradí la memoria.

 [7] Fu portato a L. 1.300 annue.

[8] Purgatorio, III, 8-9.

[9] Nel 1829 era morto il Neipperg e Metternich si era affrettato a mettere accanto a Maria Luigia una sua creatura, il colonnello barone Giuseppe Wer­klein: un uomo duro che non tardò a disgustare i parmigiani.

[10] Nel restaurare le finanze, dissestate dal periodo della rivoluzione, si distinse il barone Vincenzo Mistrali, governatore di Parma.

 [11] Nel 1821 erano stati costruiti i ponti sul Taro e sulla Trebbia.

[12] Nell’Istituto delle Ancelle si ritiene si sia trattato di tubercolosi. Questa sarebbe stata pure la malattia di cui morirono i figli.

Pubblicato in: Uncategorized

FRS – Prefazione

La città di Parma ricorda ancora con ammirazione padre Lino Maupas che per molti anni fu il conforto dei carcerati e l’aiuto dei poveri; ma non ha dimenticato un’altra eccelsa figura che ha effuso la sua carità, per quasi tutta la seconda metà del secolo scorso, dedicandosi all’assistenza alle carcerate, alla redenzione delle donne traviate, all’educazione delle fanciulle abbandonate e ad ogni opera di  umana solidarietà.

Anna Maria Adorni è una figura straordinaria non solo nel campo della carità e dell’assistenza sociale, ma anche in quello della mistica e della santità. Quando mori, nel 1893, Parma le tributò un omaggio di presenza e di compianto quale si ebbe a riscontrare solo in occasione dei funerali di padre Lino, nel 1924, e di Mons. Guido Maria Conforti, venerato Vescovo di Parma, nel 1931.

La figura della Adorni trascende i confini della città in cui ha operato, perché le opere da lei compiute, lo spirito che le ha animate e l’intuito pedagogico con cui le ha portate avanti, restano un modello a cui potranno utilmente ispirarsi quanti attendono ad opere di redenzione sociale.

Per chi vive oggi, non è facile rendersi conto dell’ambiente in cui visse Anna Maria Adorni. Era il tempo degli ultimi duchi. La miseria nella città era grande. L’aristocrazia, a stento conser­vava qualche apparenza; l’industria era nulla, l’agricoltura trascu­rata; poche le scuole, scarsa l’assistenza ospedaliera, frequenti le epidemie, endemica la tubercolosi, la pellagra e la malaria. Innu­merevoli i poveri e i disoccupati. La Duchessa Maria Luigia, nel periodo del suo splendore, provvide a qualche opera di assistenza e soprattutto intraprese opere pubbliche di grande respiro che ri­chiedevano impiego di mano d’opera: ciò specialmente durante la stagione invernale. Poi, tutto era caduto. Le rivoluzioni e gli sperperi avevano esaurito l’erario pubblico e la miseria era dive­nuta dilagante. Con la miseria, il vizio.

La prostituzione era favorita dall’estrema povertà, tanto che si trovavano donne o anche ragazzine di otto dieci anni che face­vano mercato del loro corpo per pochi baiocchi. Spesso erano le stesse madri che avviavano le figlie sulla via del vizio, o erano i cattivi esempi o l’abbandono.

L’avvento del Regno d’Italia non migliorò questa situazione, anzi, in un primo tempo, l’aggravò con l’imposizione di nuove tasse e con la liberalizzazione della prostituzione; inoltre, per pre­giudizi antireligiosi, non favorì e spesso ostacolò le opere di assi­stenza sociale promosse da privati o da istituzioni legate alla Chiesa cattolica; né riuscì, per lungo tempo, a sostituirle.

In quest’ambiente sociale, ebbe a operare Anna Maria Ador­ni. Divenuta vedova a 39 anni, invece che la Corte dove era solita ritrovarsi con l’aristocrazia parmense, cominciò a frequentare le carceri, portando in quel luogo di pena e di tristezza, la parola di conforto, un senso di materna tenerezza e la luce della fede. Ben presto unirà a sé, nella pietosa opera di assistenza alle carcerate, le più elette dame della nobiltà, infiammandole del suo stesso ar­dore apostolico. Per provvedere un rifugio sicuro alle convertite che uscivano dal carcere, si farà essa stessa mendicante, bussando a tutte le porte, da quella della Reggente, Luisa Maria di Bor­bone, a quelle dei conti e dei marchesi, non disdegnando l’obolo dei poveri. Riuscirà così a provvedere di una casa, anzi di una fami­glia, le giovani ravvedute che ricuperava dalla prigione e piccole orfane che sottraeva alla strada.

Per estendere la sua attività ad un numero sempre maggiore di fanciulle e di giovani bisognose e per prolungare la sua opera nel tempo, Anna Maria Adorni raccoglierà attorno a sé alcune gio­vani, sensibili al suo stesso ideale: sarà il primo nucleo di quello che diventerà poi l’Istituto delle Ancelle dell’Immacolata di Parma.

Le sarebbero occorsi ingenti mezzi e alte e potenti protezioni; ma le mancava tutto. La sosteneva solo la sua immensa pietà per le sventure e il desiderio ardente di sottrarre povere giovani dal sentiero della colpa. Confidava in Dio solo e intraprendeva così opere che hanno del sublime, e forse anche del temerario.

Oggi, le molteplici opere di previdenza sociale, sostenute dalle leggi e dalle elargizioni dello Stato, provvedono alle necessità del­l’infanzia abbandonata, ai poveri, ai disoccupati, agli infermi: nulla, o quasi nulla di tutto questo, ai tempi di Madre Adorni. Tutto era lasciato all’iniziativa privata e non può non recar mera­viglia che una umile vedova, priva di qualsiasi mezzo materiale, abbia potuto realizzare in quei tempi un’opera di assistenza così benemerita. I contemporanei ne erano stupiti.

Ecco come una persona che la conobbe, il Dottor Luigi Gam­bara, ci descrive la Adorni, nei suoi ultimi anni:

« Quando, giovane medico poco più che trentenne, per la prima volta l’avvicinai e la vidi nella sua poltroncina, accanto al suo caro Crocifisso, con l’occhio vivace e sereno, l’aspetto sorri­dente di bontà, ebbi il senso di avvicinare non una vecchia signora, MA UNA CREATURA MISTICA che sentivo di dover ammirare ma che non riuscivo a comprendere appieno. Non era quella la figura di una monaca, né di una vecchia badessa che i suoi giorni avesse trascorso nelle mura di un chiostro; no, era la figura di una donna che tutta la sua vita aveva devoluta al bene, alla redenzione di anime traviate, o per triste eredità o per sventura, rifiutate dalla società, per cui solo era possibile una ricostituzione dello spirito tra persone che le comprendessero, capaci di farsi padrone del loro cuore e rifarlo ad una nuova esistenza ».

Anna Maria Adorni visse nella povertà e mori povera, dopo aver beneficato innumerevoli persone con il denaro che è passato nelle sue mani. Le sue Figlie ne hanno continuato l’opera, a Parma e altrove. Una statistica del 1949, ci fa sapere che dal 1857, quando è cominciata l’opera del Buon Pastore, ben 1505 giovani furono assistite dalla Adorni e dalle sue Figlie: 917 erano ravvedute e 588 orfane o abbandonate. Molte altre ne hanno soccorse le Figlie di Madre Adorni nel tempo che va dal 1949 ai nostri giorni. La Venerabile Anna Maria continua cosí a vivere e a compiere il bene per mezzo delle sue Figlie. Parma, giustamente, le ha dedicata una via, proprio là dove piú particolarmente si è svolta la sua opera.

Il 6 febbraio 1978, dopo un lungo duplice Processo – Ordinario e Apostolico – il Santo Padre Paolo VI, con apposito Decreto proclamava l’eroicità delle virtù di Anna Maria Adorni e le insigniva del titolo di Venerabile. Ciò significa che la Chiesa pur non permettendone ancora il culto pubblico, vuole additare ai fedeli l’esempio di Anna Maria Adorni, come un modello insigne da imitare e al quale ispirarsi: ciò vale soprattutto per coloro che operano nel campo dell’assistenza sociale e della carità.

Hanno fatto bene, quindi, le Ancelle dell’Immacolata a voler preparare una nuova biografia della Venerabile, dopo che si sono esaurite le precedenti, perché è non solo giusto, ma doveroso far conoscere le meraviglie che il Signore opera nei suoi Santi.

 Ho accettato volentieri di scrivere questa vita, per l’ammirazione personale che nutro verso Madre Adorni ed anche in omaggio al Fondatore del mio Istituto, il Ven. Guido Maria Conforti che per Madre Adorni aveva una vera venerazione e la dimostrò scrivendo e dicendo di lei i più elevati elogi. Anzi, ne preconizzava l’elevazione agli onori degli altari con le seguenti parole. « Noi ora, non potendo né volendo prevenire i giudizi delle Chiesa, abbiamo pregato pace all’anima di Lei, benché in ogni cuore sia riposta la certezza che essa sia a parte della beatifica visione di Dio. Ed io vi assicuro che anziché invocarle l’eterno riposo, mi sentirei di prostrarmi davanti a quella tomba che ne racchiude le benedette spoglie e pregare Anna Maria Adorni di sua speciale protezione. Ma siccome Roma non ha ancora parlato, noi ci limitiamo a pregare l’Onnipotente perché presto l’aureola dei Beati coroni la fronte della buona Madre e rifulgano sugli altari le virtù eroiche di si umile, ma grande creatura » (25 agosto 1930).

 Ora, Roma ha parlato: ne ha riconosciuto la santità della vita e, per glorificarla con l’aureola dei Beati, attende solo un segno dall’Alto, che Dio cioè ne confermi con nuovi miracoli la santità.

Ho cercato di scrivere in maniera semplice, perché questa biografia possa essere letta facilmente da tutti e possa far cono­scere ad una più vasta cerchia le virtù e le opere della Venera­bile. Mi sentirò assai ricompensato se questo mio modesto lavoro farà un po’ di bene.

L’Autore