Pubblicato in: Uncategorized

FRS 1°parte: Sposa e madre

ADDIO AL PAESE

 Fivizzano, in provincia di Massa e Carrara, è un paese di circa 1.500 abitanti a 326 metri sul livello del mare. È sorto in antichi tempi su una spianata tra i monti, sul versante destro della valle dell’Aulella, affluente della Magra. Nel sec. XVI fu cinto di mura dai fiorentini che vi costruirono anche la chiesa, crollata nel 1571 in seguito a terremoto. Forse vi rimase in piedi, tutta o in parte, la facciata che porta tracce delle costruzioni dei Canossa. Fu rico­struita a tre navate, con altari riccamente ornati di marmi e un bel soffitto a cassettoni. Davanti alla chiesa, si allarga la piazza maggiore che Cosimo III dei Medici abbellì con una elegante fon­tana. A fianco della chiesa è il palazzo del Comune.

Una mattina del 1820, quando appena un chiarore si diffon­deva sulle cime dei monti, un calesse passò sulla strada che corre all’estremità della piazza scendendo verso il basso. Il calesse fermò un poco all’altezza della chiesa e le due donne che vi erano sopra fecero un segno di croce e poi il guidatore avviò di nuovo il caval­lo. Le donne erano Gaudenzia Antonietta Zanetti, vedova Adorni, di 38 anni, e sua figlia Carolina di 15. Se ne andavano dal paese per sempre.

Un dissesto finanziario, dopo la morte del marito, aveva costretto la vedova Adorni a vendere tutto e a partirsene con la figlia. 

Si era sposata sedici anni prima, il 27 maggio 1804, con Mat­teo Adorni, nato a Dalli di Sotto il 27 febbraio 1783. Lei era nata a Dalli di Sopra il 14 giugno 1782, era quindi di quasi un anno più anziana del marito.

Ma non fu questo il motivo dell’opposizione della famigli Zanetti al matrimonio della figlia con il giovane Matteo Adorni; né fu quello della giovane età. Il vero motivo fu di carattere economico, essendo gli Zanetti di condizione agiata, mentre gli Adorni erano di condizioni assai modeste. I giovani però decisero di sposarsi ugualmente. Per evitare spiacevoli manifestazioni da parti dei parenti, celebrarono le nozze in un paese vicino; non in quella della sposa, come si usa, né in quello dello sposo. Poi, Matteo decise di lasciare il suo paesello e di andare a cercar fortuna altrove. Fu così che emigrò a Fivizzano, l’anno stesso delle nozze Fivizzano era un centro di industrie artigiane, e specialmente manifatturiere. Vi erano due gualchiere, tre tintorie, tre conce di pelli una fabbrica di cappelli di pelo, una ferriera e una stamperia. Era un centro commerciale buono perché convergevano verso il paese varie frazioni di una vasta area che oggi forma il comune di Fivizzano, con oltre 15.000 abitanti. Il mercoledì e il sabato vi si teneva il mercato di cereali, di olio, di vettovaglie e di altre merci. Vi affluivano i mercanti fino dal lucchese e da Carrara. Vi erano anche quattro grosse fiere nei mesi di maggio, luglio, settembre e dicembre.

Aiutato dal padre, il giovane Matteo acquistò o prese in af­fitto un piccolo negozio che intendeva gestire insieme con la moglie. Laborioso, intraprendente, coraggioso, in poco tempo ave­va acquistato la fiducia della gente. Antonietta poi aveva belle maniere, per cui la botteguccia Adorni prosperò in pochissimo tempo.

Ad un anno dal matrimonio, il 19 giugno 1805, era nata Carolina. Era una bimba sana e i genitori non esitarono a portarla al battesimo solo quattro giorni dopo. La battezzò Don Mauri­zio Solferini, il parroco del luogo, un uomo pio e caritatevole che morirà in concetto di santità non molti anni dopo. La chiamarono Anna, Maria, Carlotta, Emilia. Erano padrini « il Sig. Gio Batta Sambuchi del Sig. Antonio e la Sig.ra Anna Adorni del Sig. Carlo, anzi – corregge subito il Registro – del Sig. Luigi Adorni, ambi da Fivizzano ».

Questo Luigi Adorni, padre di Anna, è probabilmente un pa­rente di Matteo, forse uno zio; è anzi legittimo pensare che Mat­teo si sia potuto stabilire a Fivizzano proprio perché vi erano già dei parenti. Il primo nome, Anna, posto alla bambina, fu in omag­gio alla madrina. Gli altri nomi ricordavano forse parenti o persone che avevano aiutato gli Adorni al loro venire a Fivizzano. La bambina però non sarà chiamata con il primo nome di batte­simo, ma con il terzo un po’ storpiato: la chiameranno infatti Carolina.

Erano stati anni felici quelli trascorsi dai due sposi a Fiviz­zano, con la loro bambina. Poi era venuta, inaspettata e straziante, la morte di Matteo, e madre e figlia si trovarono in gravi difficoltà. Affidati gli affari ad un amministratore di fiducia, ben presto si trovarono piene di debiti. Antonietta non poteva rivolgersi ai suoi, essendosi sposata contro il loro volere, e non poteva sperare grandi aiuti dai parenti del marito. Pensò quindi di vendere tutto e di andare in un luogo lontano dove guadagnarsi la vita facendo lavori anche umili, ma dove non si sapesse che era decaduta da un’an­tica agiatezza.

Forse a indirizzare le due infelici verso Parma furono i si­gnori Ortalli che avevano una villa in paese e vasti possedimenti. A Parma, c’erano i loro parenti, la famiglia Ortalli, una famiglia ricca e molto influente.

Così, le due donne partirono, caricando sul calesse pochi pacchi di cose indispensabili e si avviarono verso Pontremoli.

Un ultimo sguardo al paese, una silenziosa lacrima e un addio angoscioso per un luogo che era pieno di ricordi lieti e tristi. Il campanile della chiesa fu l’ultimo a vedersi e richiamò ancora una volta il pensiero di Dio e della Provvidenza. La madre e la giovi­netta movevano silenziosamente le labbra in preghiera. Talvolta, l’una o l’altra seguitava ad alta voce un pensiero che le era comin­ciato nella mente: Ci sarà qualcuno ad attenderci? Dove andremo? Come ci accoglieranno? E poi?… « E poi siamo nelle mani di Dio. Egli non ci abbandonerà! ».

E con questa fiducia scendevano per la strada sassosa fino alla pianura, fino a Pontremoli.

Da questa cittadina avranno preso la diligenza, se la strada costruita da Napoleone era praticabile, o forse un tratto fu per­corso in diligenza e il resto, fino al passo della Cisa e lungo il monte che discende verso Parma, a piedi, caricando sui muli la poca roba che portavano con sé[1]. Avranno impiegato un giorno o due ad arrivare a Parma e amiamo pensare che fosse d’estate quan­do le giornate sono lunghe e il sole tramonta tardi.

Forse gli Ortalli mandarono qualcuno della servitù ad acco­gliere le povere donne e le alloggiarono in uno sgabuzzino per qualche giorno; oppure, dovettero andare in una locanda di poco prezzo e darsi d’attorno per trovare al più presto un luogo dove alloggiare. Comunque, le troviamo presto in una casetta presa in affitto, in via della Pescheria Vecchia 11, oggi piazzale Cesare Battisti.

Dopo poco tempo, l’amabile e bella Carolina veniva assunta in casa Ortalli come istitutrice, nome pomposo per una ragazza che non doveva aver fatto che alcune classi elementari, ma che tuttavia sapeva leggere e scrivere ed era assai abile in cucito e ricamo, che si mostrava tanto buona e devota e sapeva bene il cate­chismo. Così, Carolina divenne maestra e, insieme, compagna di giochi delle figlie degli Ortalli, che conserveranno sempre di lei un ricordo pieno di ammirazione. La mamma si accontentò di servire in una casa di signori, anche se i biografi, pietosamente, la definiscono « governante ».

 CAROLINA

 Carolina era stata la gioia e l’orgoglio dei due giovani sposi di Fivizzano. Graziosa e intelligente, era ammirata da tutti. La gente che andava alla bottega non poteva non rivolgere un compli­mento alla madre e alla bimba. La madre la educò alla fede e alla pietà. Le insegnò le preghiere e la portava in chiesa. Il padre era pure un buon cristiano e l’educazione di Carolina fu armoniosa e tale da portare buoni frutti[2].

I biografi dicono che fu mandata a scuola da una maestra pri­vata, all’età di quattro anni: è probabile, se pure di scuola si trat­tava. La signora Antonietta doveva attendere al negozio e si trovò nella necessità di affidare presto la bambina a qualcuno, almeno per qualche ora della giornata. Forse in quell’età imparò anche i primi elementi del leggere e dello scrivere. Ma, divenuta più gran­dicella, probabilmente sarà stata mandata a scuola dalle Benedettine che avevano un monastero vicino alla chiesa. Si sa che nel 1838 vi tenevano una scuola per le bambine e le giovinette: non sarà stato così anche nel 1810-1815? O le leggi di soppressione degli Ordini religiosi, emanate da Napoleone, avevano snidato anche quelle buone monache? Noi pensiamo che le Benedettine vi fos­sero ai tempi della fanciullezza della nostra Carolina e che abbia­no influito sulla formazione della bimba.

Il fatto è che la piccola Carolina, di quattro anni, ha già sentito parlare di peccatori e di anime da salvare e ne è tanto impres­sionata che a volte, di notte, si alza dal lettino per inginocchiarsi sul pavimento a pregare per la loro conversione. Chi gliene avrà parlato? E chi le avrà suggerito, a sei anni, di farsi un piccolo romi­taggio nell’orto, dove rifugiarsi con una amichetta a pregare? A sette anni e mezzo prende la grande decisione di andare fino alle Indie, per convertire gli infedeli. Qualcuno le ha parlato di San Francesco Saverio e lei voleva seguirne le orme.

Con l’amichetta partì di fatto, una mattina per tempo, pen­sando forse che in un giorno sarebbe arrivata alle Indie. Invece arrivò solo a pochi chilometri dal paese, stanca e affamata, ma decisa a continuare. Se non che passò un baroccio e l’uomo che lo guidava riconobbe Carolina dal vestitino rosa. Si fermò, ascoltò i grandi propositi, poi si offerse di portare le due piccole missio­narie fino… alle Indie! Invece, il baroccio svoltò verso il paese e un’ora dopo la piccola Carolina era tra le braccia della mamma, ancora in lacrime e tutta preoccupata per la figlioletta che era spa­rita e che nessuno aveva più visto. Le avrà domandato come Maria a Gesù: « Perché ci hai fatto questo? » (Lc. 2, 48).

La risposta fu disarmante: voleva salvare anime. Poi, rasse­gnandosi alla volontà della madre soggiungerà che « Gesù non l’aveva trovata degna di dare la vita per Lui ».

Questi fatti potrebbero essere definiti episodi infantili, senza significato se, vedendo il seguito della vita della Venerabile Madre Anna Maria Adorni, non riscontrassimo qui quasi un preludio della sua futura vocazione.

C’è anche un altro episodio che proietta la sua luce nel futuro. La buona mamma Antonietta aveva alloggiato in soffitta un povero vecchio, malandato in salute. Carolina aveva undici anni e sapeva già aiutare in casa e in negozio; ma presa da compassione per il mendicante volle essere lei a portargli da mangiare, a pulirgli la stanza e a fargli compagnia.

In contrasto con questi episodi « edificanti », Carolina divenuta adulta e formatrice di anime, ricorderà con rammarico un dispet­tuccio fatto alla sua maestra. Questa le aveva dato da eseguire un merletto al tombolo, lavoro piuttosto difficile per la sua età. Carolina ci lavorò un po’, fece e disfece i punti, ricominciò da capo più volte, poi si indispettí e in un improvviso impeto d’ira gettò tombolo e ricamo dalla finestra. Questo cedimento all’impulsività, se lo rimprovererà tutta la vita.

Dato il contesto religioso della famiglia, pensiamo che Caro­Iina abbia frequentato ogni giorno la chiesa, prima con sua madre e poi anche da sola. Da quel santo prete che fu Don Maurizio attinse preziosi insegnamenti: imparò a conoscere il catechismo e le vite dei Santi, e sentì parlare di missioni e di infedeli. Purtrop­po, il buon prete nel 1817 si ammalò gravemente e in breve tempo fu condotto alla tomba, tra la costernazione dei fedeli che lo ama­vano sinceramente. Carolina aveva 12 anni e fu questo il primo dolore della sua vita e il primo contatto con il mistero della morte: Ie veniva a mancare un uomo saggio e prudente al quale aveva affi­dato i segreti del suo cuore e le più profonde aspirazioni dell’anima; perché sappiamo che fin da allora le era sorto in cuore un vivo desiderio di consacrarsi a Dio.

Due anni dopo, Carolina rientrerà in quella chiesa per un altro funerale: quello del padre. Il dolore sarà immenso e la grande casa apparirà desolatamente vuota.

Ora, Carolina e sua madre erano a Parma. Questa città ospi­tale sarà d’ora in avanti la loro nuova patria. Chi avrebbe potuto pensare che quelle due superstiti di un naufragio erano state get­tate su quella spiaggia per un disegno amoroso di Dio? Quella graziosa quindicenne era destinata a diventare la madre della gente più povera e più misera, la soccorritrice benefica di tante fanciulle abbandonate e di giovani già percosse dal male e guastate dal vizio.

 PARMA DUCALE

 La Parma cui erano approdate Antonietta e Carolina era la Par­ma di Maria Luigia.

La città aveva origini antiche. Affondava le proprie radici fino ai tempi di Roma, essendo stata fondata da coloni romani nel 183 a. C., sulle rovine dell’Agro Gallico. Si sviluppò nel Medioevo ed ebbe qualche splendore nei secoli VI e VII tanto da essere chia­mata Crisopoli o città d’oro (ma forse il nome le fu dato perché vi era custodito il tesoro dell’erario).

Il cristianesimo vi entrò presto ed ebbe periodi burrascosi nel­l’epoca della lotta per le investiture. Ma quella fu anche un’epoca di fede come ci attestano le meravigliose costruzioni dei secoli XI e XII: il duomo, il battistero, e gli antichi monasteri nella campagna.

Epica la lotta contro Federico II che culminò nella battaglia del 18 febbraio 1248 e la vittoria di Parma che segnò l’inizio della fine di Federico.

Più tardi, nei secoli XIV-XV, regneranno i Visconti e gli Sforza, poi i francesi e finalmente i Farnese (1545-1731), che tanti ricordi lasciarono di sé, sia per fosche tragedie di potere, che per palazzi e monumenti insigni ed il mecenatismo verso l’arte.

I Borboni dominarono dal 1731 al 1802, e ciò che rimase di più memorabile di questo passaggio fu lo spogliamento dei palazzi reali di Parma, Colorno e Sala. Vi saranno ancora i Borboni per breve tempo dal 1849, come avremo modo di vedere.

Parma ritornerà a fare storia con la duchessa Maria Luigia, moglie di Napoleone Bonaparte, ex imperatrice e arciduchessa d’Austria.

La Rivoluzione francese era scoppiata come un terremoto vio­lento che sconquassa la terra. Preparata ideologicamente dagli Enciclopedisti e dall’Illuminismo, trovò nella lotta che contrap­poneva l’aristocrazia e il clero alla borghesia, la scintilla che fece scoppiare l’incendio.

Con Napoleone, la Rivoluzione esportò in tutta Europa i nuovi fermenti che l’avevano animata e iniziò, tra sangue e rovine, una marcia che non si sarebbe più fermata. Si stabilizzò in Codici e Ordinamenti nuovi e soprattutto in aspirazioni irresistibili verso ideali di libertà, di uguaglianza e di giustizia. In queste aspirazioni si innesteranno i movimenti irredentistici italiani e di altri popoli, e, più tardi, vi troveranno spazio e alimento le lotte più specifiche che sfoceranno nel socialismo, una delle espressioni più sincere, anche se non l’unica, di un bisogno di giustizia sociale sempre più acuto e diffuso.

Sulle rovine dell’Impero si cercò di ricostruire un passato che doveva considerarsi caduto per sempre. Il trattato di Vienna del 1815 e quello di Parigi del 1816, ristabiliranno in ogni paese quei regimi che le rivoluzioni e il sentimento popolare avevano abbattuto.

Fu con il trattato di Fontainebleau prima e di Vienna poi che Maria Luigia, figlia dell’imperatore Francesco I d’Austria, si vide assegnare il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla.

Aveva sposato Napoleone a 19 anni, per ragioni di Stato, dopo che egli aveva divorziato da Giuseppina Beauharnais che non gli aveva dato figli. Maria Luigia gli aveva dato un figlio, ma non l’amore.

Oltre ad essere più anziano di lei di 22 anni, Napoleone era pur sempre un rude soldato, mentre lei proveniva da una Corte raffinata. Tuttavia gli fu fedele e, se non per amore, per sensi di dovere e per compassione, pare lo volesse accompagnare al­l’isola d’Elba; ma ancora una volta le ragioni di Stato prevalsero. Per le stesse ragioni, non le fu concesso il figlio che fu allevato lontano da lei, alla Corte di Vienna.

Qualcuno accusò Maria Luigia di non avere amato il figlio avuto da Napoleone, l’infelice duca di Reichstadt; ma non fu così. Lo compianse sempre e ne senti molto la morte; ma anche qui le ragioni di Stato non lasciarono spazio all’amore materno. Si potrebbe dire che Maria Luigia fu una donna infelice, frustrata nei suoi affetti e nelle sue aspirazioni, se non avesse avuto un temperamento tranquillo e forse anche superficiale, facile cioè ad evadere dai pensieri tristi e dagli affanni che le circostanze le fecero incontrare. Forse un’evasione la trovò anche nella musica, nella letteratura e nell’arte che amava, oltre che nelle feste che soleva dare a Corte.

Fu una donna mite e buona, amante della vita semplice e modesta, gentile con tutti e compassionevole verso i bisognosi. Governò con saggezza e con animo tollerante[3]. Molto merito fu attribuito al conte Neipperg, un ufficiale dell’esercito austriaco che le era stato posto a fianco da Metternich con il compito di servirla e di sorvegliarla. Il conte Adamo di Neipperg era un uomo di quasi quarant’anni, prestante nella persona, cavalleresco nei modi, intelligente, amante dell’arte e colto. Non è da meravi­gliarsi se conquistò il cuore di lei. Prima ne fu amante, poi sposo.

Maria Luigia fu amata dal popolo per la sua bontà e per le opere pubbliche e di assistenza sociale da lei compiute.

Aveva 23 anni quando entrò in Parma il 19 aprile 1816, passando il Po a Casalmaggiore su un ponte di barche costruito apposta e si attirò subito la simpatia del popolo disponendo che la somma destinata ai festeggiamenti fosse invece erogata a fa­vore dei poveri. Si fece anche restituire le opere d’arte asportate da Napoleone e cominciò subito imprese di utilità pubblica o di interesse culturale. Arricchì la Biblioteca Palatina acquistando tutti i volumi dall’orientalista Gianbernardo Rossi; costruì il cimi­tero della Villetta e fondò l’ospizio della maternità per le ragazze madri. Istituì ospedali, ricoveri per anziani, manicomi. Soccorse il popolo con elargizioni nei casi di pubbliche calamità e cercò di far fronte alla miseria e alla disoccupazione favorendo opere pub­bliche specialmente nei periodi invernali, quando i braccianti della campagna erano senza lavoro.

Sua opera insigne fu il Codice Civile per gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla, pubblicato nel 1820: uno dei migliori di quei tempi.

Quando le nostre due profughe arrivarono a Parma, trova­rono un clima di serenità e di pace, quale non si riscontrava altrove. Tutti parlavano bene della duchessa e non c’erano turbamenti so­ciali o politici di qualche rilievo. Esse, dunque, potevano avere speranza di vivere, a Parma, una vita tranquilla.

« PER QUALI STRADE MI ANDAVATE PREPARANDO »

Della famiglia Ortalli, che ospitò per sei anni la giovane Ca­rolina Adorni, si sa poco. Vi è però un vicolo a Parma dedicato al suo nome e, secondo Sitti[4], molti membri di questa famiglia si distinsero per ingegno, patriottismo e per aver ricoperto cariche pubbliche. Nel tempo della nostra storia, un Giovanni Ortalli fu maestro di equitazione dei paggi di Maria Luigia, insignito del titolo di cavallerizzo onorario di Corte; un altro, il dottor Ermenegildo, fu membro del governo provvisorio nel 1831, quando Maria Luigia si allontanò da Parma per i moti insurrezionali. Cer­tamente frequentavano la Corte ed erano personalmente conosciu­ti dalla duchessa. Essendo una delle famiglie più distinte, avevano amicizie con tutta la nobiltà e l’aristocrazia di Parma.

In casa Ortalli, mentre aiutava le bambine nei compiti scola­stici e nei lavori di ricamo e cucito, Carolina perfezionava se stessa nel leggere e scrivere e si affinava nelle buone maniere, imparando l’arte di comportarsi in pubblico. Nello stesso tempo stringeva conoscenze e amicizie che le sarebbero tornate utili in seguito.

Qui, forse, incontrò due pie ragazze con le quali si sentì por­tata a scambiare idee e propositi. Ma può anche darsi che le abbia conosciute nella chiesa parrocchiale di San Pietro, alla quale appar­teneva, o in quelle più importanti di San Vitale e di San Rocco che probabilmente già da allora frequentava.

Carolina doveva avere 17 o 18 anni quando allacciò questa amicizia, o almeno quando cominciarono a scambiarsi i loro segreti a comunicarsi le loro aspirazioni. Con loro cominciò a frequentare l’antico monastero delle Cappuccine nella zona che oggi è chia­mata Barriera Farini. Vi si venerava – e si venera tuttora – un’immagine del Santo Bambino di Praga; ma non era questo l’oggetto della loro attrazione. Dopo aver pregato nella chiesa, pic­cola e avvolta in una mistica penombra, le tre amiche si recavano in parlatorio e, attraverso la grata, resa invisibile dai tendaggi, la Madre Abbadessa si intratteneva con loro. Era una voce soave che parlava di Dio e pareva venire da un altro mondo, invisibile e sconosciuto. Da quella voce e dalle parole che pronunciava, tra­luceva una felicità insospettata e si intuiva un’anima innamorata di Dio. Carolina sentì in quelle conversazioni che si poteva inna­morarsi di Dio ed esserne riamata come sposa. Quale sovrumana felicità in questa prospettiva! Subito, improvviso, sorse in lei il desiderio di farsi monaca, di entrare in quel monastero. E quando senti le due amiche chiedere esplicitamente di entrarvi, essa disse: « Anch’io… ».

Ma un’ombra attraversò il suo pensiero e le impedì di esprimere con più sicuro accento quanto le era salito dal cuore. Di là dalla grata, la voce della Abbadessa le sussurrò: « Prega, prega molto; se sarà volontà di Dio ti accoglieremo volentieri nella nostra famiglia ».

Carolina tornò a casa e ne parlò alla madre. Questa probabilmente non diede grande peso a quella rivelazione. Forse disse sem­plicemente: « Avresti il coraggio di lasciarmi sola? ». Era questo il pensiero che le aveva impedito di manifestare con maggiore sicu­rezza il suo desiderio alla Abbadessa.

Ma Carolina seguitava a pensarci… Moltiplicò le visite al monastero delle Cappuccine, salutò con lacrime le due amiche che vi entravano e forse partecipò alla solenne cerimonia della vesti­zione: impressionante cerimonia che significa la morte al mondo per vivere con Gesù solo e questo crocifisso.

Se non che mamma Antonietta cominciò a preoccuparsi. Cercò di distogliere la figlia da quel passo, non perché non ne comprendesse la grandezza, ma perché con tutta sincerità riteneva che Dio non poteva volere da lei, già vedova, di sacrificare l’unica figlia e rimanere completamente sola: non aveva già patito abbastanza?

E il quarto comandamento non obbligava ad onorare il padre e la madre? Quando Carolina insisteva, la signora Antonietta finiva i suoi ragionamenti nel pianto. Un giorno, sicura del fatto suo, Antonietta consigliò la figlia di andare da un prete e di parlarne in confessione: ma di dire tutto! La morte del padre, l’esilio, la mamma sola…

Certo, il prete avrebbe capito la situazione.

Carolina andò di fatto dal confessore. Disse il suo desiderio, l’opposizione della madre, le difficoltà reali che si opponevano alla sua vocazione. Forse, contrariamente alla madre, pensava che il confessore l’avrebbe incoraggiata, tanto più che le Cappuccine erano disposte a riceverla. Invece, quel sacerdote le disse con tutta sicurezza: « In queste circostanze, è volontà di Dio che resti con sua madre. Si sposi e darà dei figli al Signore… ».

Non ancora convinta, se ne andò incerta dal confessionale e si mise a pregare davanti all’altare della Madonna… In quel mo­mento si avverò un fatto mistico che dovrà ripetersi frequentemente nella sua vita: udì in sé una voce o semplicemente senti dentro di sé farsi strada una certezza interiore che non ammetteva dubbi: « Ti sposerai, Carolina, avrai molti figli. Poi ti morrà il marito, moriranno i tuoi figli e infine sarai monaca. Ma prima è necessa­rio che tu popoli il cielo di anime belle! ».

Non sappiamo come il fatto sia avvenuto: per semplificare parleremo di una « voce », anche se può essere stata una visione o quella forma che i mistici chiamano « locuzione interiore ».

Animata dunque da questa nuova certezza, Carolina riferì a sua madre: « Mi sposerò, avrò figli, e poi mi farò monaca ». La madre non si preoccupò di questa ultima frase e si diede invece d’attorno per cercare alla figlia un buon partito.

Carolina era ormai completamente tranquilla. Probabilmente, riferì al confessore la sua nuova certezza e in seguito non accen­nerà a rimpianti o a rimorsi. Anzi, parlando della sua vocazione, mentre ricorda gli entusiasmi infantili come una fortissima attra­zione verso la vita religiosa (« quello stato che da bimba adorai »), definisce la sua vocazione nella prima gioventù come una semplice inclinazione.

Ecco le sue parole: « Nella mia prima gioventù mi sentivo inclinata ad essere monaca… ». Continua, poi, parlando delle sue due amiche che si fecero Cappuccine e, anche qui, attenendo le sue aspirazioni, dice che il monastero era « in parte » , quello che preferiva. Circa la disponibilità delle buone monache, afferma che non vide in loro alcuna contrarietà a riceverla in quel santo chiostro. Si trattava dunque di una vocazione ancor  vaga, indicata da quel « mi sentivo alquanto inclinata », da quel non aver scelto un monastero se non « in parte », nel non averne fatto do­manda esplicita e non averne avuto, naturalmente, che una vaga risposta. Certo, se non ci fosse stato il problema della madre sola, probabilmente Carolina sarebbe entrata in convento, avrebbe cioè coltivata una vocazione che era solo allo stato incipiente. Essa con­tinua: « Ma mia madre non si sentì di aderire: essendo io figlia unica, desiderava e contava di maritarmi in casa ».

Non fu dunque un matrimonio forzato quello di Carolina Adorni e ritengo che i primi biografi abbiano calcato un po’ la mano, parlando di tristezza nel giorno delle nozze e di pianti nei primi tempi di matrimonio. No! Carolina non può aver provato simili sentimenti. Essa vede ben diversamente la sua decisione di sposarsi. Essa scrive infatti nella Storia della Fondazione: « Io dun­que per divina disposizione mi maritai nell’età di diciannove anni, fui madre di sei figli e rimasi vedova con quattro, dopo diciotto anni di matrimonio ». Con queste espressioni anticipiamo il qua­dro della vita di sposa e di madre della « signora » Carolina Adorni-Botti, ma è necessario per far comprendere come essa abbia accet­tato con semplicità il consiglio del confessore e abbia veduto nelle circostanze la « divina disposizione ». Infatti, nello stesso brano, poco prima, commenta: « Ma si vide bene, come si vedrà più avanti, non essere ancora l’ora destinata dalla Divina Sapienza. Dio mio, per quale strada mi andavate disponendo perché io vi ser­vissi nello stato in cui mi trovo!… ». In questo brano noi non vediamo altro che una grande fede, un abbandono alla divina Provvidenza, fede e abbandono che i fatti proveranno giustificati.

Carolina, dunque, si preparò serenamente al matrimonio. An­zi, possiamo arguire che entrò con gioia, come ogni novella sposa, nella vita matrimoniale, proponendosi di divenire una sposa e una madre esemplare.

LA SIGNORA BOTTI

Non sappiamo come sia avvenuto l’incontro con il dottor An­tonio Domenico Botti, impiegato a Corte, con l’ufficio e il titolo di Impiegato del Controllo della Casa Ducale. Forse i due giovani si erano incontrati in casa Ortalli, in occasione di qualche ricevi­mento: o furono i signori stessi a programmare l’incontro o a segnalare al Botti che il matrimonio con Carolina Adorni sarebbe stato una buona scelta. Può anche darsi che il Botti abbia incon­trato per caso la Adorni e abbia fatto tutti i suoi passi per chie­derne la mano.

Carolina aveva diciotto o diciannove anni. Aveva un bel viso e capelli biondi, la statura media, la carnagione rosea e delicata, gli occhi vivacissimi. Il suo sorriso esprimeva bontà e ispirava confidenza. Così press’a poco ci è descritta la giovane in un fogliet­to scritto da una Suora che la conobbe[5].

Carolina parlava un bell’italiano, era gentile e bene educata. Piacque subito a Domenico.

Antonio Domenico Botti era nato a Piacenza, ma abitava a Parma assieme ai genitori, in una via non precisata nella parroc­chia di Sant’Ulderico. Era un buon partito, sia per la serietà della persona, che per la cultura (i primi biografi lo chiamano « dot­tore », significando che aveva qualche titolo universitario) e sia anche perché aveva un buono stipendio. Riceveva infatti lire 600 annue « con lume e fuoco ». Soprattutto, doveva essere animato  da buoni sentimenti: ci viene infatti descritto come un uomo buono e religioso.

Il matrimonio fu celebrato nella chiesa di San Pietro Apostolo, parrocchia della sposa, il 18 ottobre 1826. Dagli Atti veniamo sapere che il Botti era figlio di Luigi, mentre non si dice che era nato il 1° dicembre 1796 e aveva quindi trent’anni, nove più della sposa che ne aveva ventuno[6]. Vi si dice anche che fu fatta una sola “pubblicazione” nelle due parrocchie di San Pietro e sant’Ulderico, con la dispensa dalle altre due. In questo Atto appaiono due cose curiose: lo sposo viene chiamato Antonio che era probabilmente il primo nome di battesimo e non Domenico, come veniva chiamato comunemente.

Il nome di Domenico apparirà in altri documenti successivi. II nome della sposa, invece, appare con tutti i nomi di battesimo: « Anna, Maria, Carlotta Adorni, figlia del signor Marco, di questa parrocchia di San Pietro ».

Sappiamo che suo padre si chiamava Matteo, ma il buon Cu­rato, Filippo Grisendi, che unì i due sposi in matrimonio, deve aver confuso un evangelista con l’altro. Nell’attestato di morte di Madre Adorni, il padre diventerà addirittura Michele, che era in realtà il nonno. Vatti a fidare dei documenti!

Al matrimonio saranno stati presenti anche i genitori di An­tonio-Domenico e cioè il signor Luigi e la signora Benelli Teresa. Da parte della sposa, probabilmente, non c’era che la madre.

Data la situazione familiare della sposa, il Botti decise di an­dare ad abitare nella casa della signora Adorni, perché sarebbe stato indelicato lasciarla sola.

Passiamo immaginare i due sposi lieti e felici e con loro la signora Antonietta Adorni. Ma ci è lecito supporre che una certa timidezza da parte di Carolina le facesse avere un po’ di soggezione del marito. Era infatti più anziano di lei, più istruito e aveva un impiego onorifico a Corte; poi, in quei tempi, i fidanzamenti non si prolungavano molto e gli incontri erano piuttosto rari e formali, con la presenza di un familiare. Si arrivava così al matrimonio senza ben conoscersi e senza aver creato quel clima di intimità e amicizia che rende i rapporti dei due sposi familiari e spontanei. Ma certamente Carolina era contenta di avere sposato Domenico, perché trovava in lui bontà e protezione.

A turbare quella felicità che stava costruendosi, giorno per giorno, nella gioiosa consapevolezza di amare e di sentirsi vicen­devolmente riamati, ecco un’improvvisa, terribile sventura. Un giorno, senza che nulla lo facesse antivedere, mamma Antonietta si sentì male e in pochi istanti morì fra le braccia della figlia. Era il 17 gennaio 1827, a tre mesi esatti dalla data del matrimonio.

Non è possibile immaginare il dolore, lo schianto, lo sgo­mento di quella povera sposina, poco più che ventenne, che si sentì mancare improvvisamente colei che era stato l’unico soste­gno della sua vita.

Pianse tanto e si disperò talmente da sentirsi morire.

Il marito le fu accanto affettuoso e fece di tutto per conso­larla. Carolina si rifugiò nella preghiera. Ed ecco farsi sentire ancora la « voce »: « Non piangere, Carolina. Tua mamma è in cielo. Dio l’ha premiata per le sue virtù, per la sua pietà e la sua bontà. Ma non le ha dato la gioia di vivere insieme con te, perché non fu abbastanza generosa circa la tua vocazione ».

Queste press’a poco le parole della « voce ». La certezza del­l’attuale felicità della madre la confortò. Si rasserenò e ritrovò la gioia di vivere. Contribuì a questo anche la certezza di avere un bimbo nel seno. Inoltre, il marito, per sottrarre la sposa ai ricordi tristi, aveva deciso di cambiare casa.

I Botti dunque traslocarono in una casa molto più ampia, non molto lungi dalla prima, in vicolo Sant’Ambrogio, 1, sempre nella parrocchia di San Pietro.

Passò quell’inverno triste e venne la primavera. Rifiorì il sor­riso sul volto soave di Carolina la cui maternità era ormai evidente. In piena estate, il 6 luglio, nacque un bimbo che chiamarono En­rico. Ma la gioia della nascita fu rattristata dalla trepidazione.

Il bambino era debole e pareva morisse di momento in mo­mento. Perciò, fu subito battezzato. I giorni che seguirono furono di ansia, tormentati dal flebile pianto del povero piccino. Fu chia­mato il medico, gli diedero delle medicine, ma tutto fu inutile. II piccolo Enrico morì che non aveva ancora un mese di vita: II 4 agosto 1827.

L’angoscia riprese l’animo di Carolina. Non trovava consolazione al suo pianto se non recandosi in chiesa e pregando. Forse vennero in mente le parole di quella « voce »: « Ti moriranno figli… ».

Non sappiamo se la « voce » le abbia di nuovo parlato e l’abbia consolata. Sappiamo solo che dopo alcuni mesi sentì in sé una nuova piccola vita che si sviluppava; sentì che Dio le dava un altro figlio. Era necessario farsi forza e vivere!

Leopoldo nacque il 15 luglio 1828, a undici mesi dalla morte del fratellino. Era sano e robusto e prometteva di crescere bene e in fretta. I due giovani sposi erano di nuovo felici.

DIECI ANNI SERENI

Gli anni che seguirono la nascita del bambino furono anni felici. Poldino era un bimbo vispo e intelligente e i genitori river­savano su di lui tutto il loro amore. La giovane mamma – aveva 23 anni quando nacque Poldino – gli dava il latte, ne spiava con emozione i primi sorrisi e attendeva trepidante il primo balbet­tare del bambino che l’avrebbe chiamata mamma.

Frattanto al marito era stato aumentato lo stipendio[7]. Così poteva permettersi di comprare qualche bel vestito alla sposa, di cui era orgoglioso. Sappiamo infatti che Carolina ebbe qualche abito di seta e alcuni scialli finissimi, che più tardi, nel 1857, serviranno a confezionare sacri paramenti per la cappella del suo Istituto. Poi, il marito cominciò a condurla a qualche serata di gala e a farle frequentare distinte famiglie: tutte cose che non erano state possibili nei primi due anni, sia per il lutto della madre, sia per le due gravidanze e la morte del primo bambino. Avevano pure una domestica, una certa Caterina, che poteva aver cura del piccolo Poldo durante le loro assenze. Tutto fa pensare che Carolina sia stata presentata anche alla duchessa Maria Luigia, data la familiarità che questa usava con le persone legate alla Corte. Anche le amicizie con l’aristocrazia di Parma devono essere state numerose. Sappiamo che il marito conduceva la sua sposa a teatro e possiamo immaginare che abbiano partecipato con tutta l’aristocrazia all’inaugurazione del Teatro Regio, il 16 maggio, quando venne rappresentata la nuova opera di Bellini, Zaira.

La Botti doveva prendere parte a queste manifestazioni, che possiamo chiamare « mondane », con semplicità e con gioia, come era naturale per una giovane signora di buona educazione e dotata di gusto.

Domenico, da parte sua, era tanto orgoglioso della bellezza della moglie che pensò di farle fare un ritratto da un buon artista. Pare l’abbia fatta ritrarre a tutta statura, in piedi o seduta, nei suoi abiti di seta: il volto soave, i capelli biondi pettinati con gusto, gli occhi splendenti. Doveva essere un bel quadro. Carolina se ne compiaceva e a ragione. Ma quando, dopo la morte del marito, lo spinto di Dio entrerà come un uragano nella sua anima ed essa vedrà le cose sotto una differente prospettiva, si rimprovererà di aver seguito le attrattive del mondo. In realtà, Carolina condusse sempre una vita edificante, nella quale la pietà cristiana e la preghiera dominavano. Tuttavia, le innocenti concessioni al fasto e al divertimento le tornavano alla mente come fossero state gravi mancanze di amore verso il suo Dio e quindi come gravi pec­cati: « Oh, mio pietoso Gesù – esclamerà nella sua preghiera -, mi avete levata dal fango di tanti peccati; e chi mai li potrà enume­rare? Voi solo ne vedete il numero e conoscete la malizia di tanti eccessi. Ah, Signore, se non mi avvalorasse la vostra grande mise­ricordia, mi getterei nel baratro della disperazione, alla vista di tanti eccessi. A me sembrano un numero infinito, se l’uomo potesse operare all’infinito. Oh, anni miei perduti nell’offendere il mio Dio! Oh, pazienza divina nel sopportarmi! Oh, Dio di clemenza, miratemi come miraste San Pietro e datemi spirito di vera penitenza. Cessi in me prima la vita che di nuovo offendervi ». Si resta dav­vero sorpresi di fronte alle espressioni di colpevolezza che si riscontrano spesso negli scritti dei Santi: essi hanno certamente una visione più profonda e più delicata di quello che le Sacre Scritture chiamano il mysterium iniquitatis, il mistero del male. Noi non possiamo che ripetere con Dante: « Oh dignitosa coscienza e netta: come t’è picciol fallo amaro morso »[8].

In quello struggimento mistico, Carolina sentirà come colpa anche la compiacenza per la propria bellezza e l’affetto per quel dipinto che così bene la raffigurava: darà alle fiamme il bel quadro senza altro rimpianto che quello di non aver amato abbastanza, per un certo tempo, il suo Dio.

Ma nel tempo di cui parliamo, che comprende quasi una decina di anni, Carolina ha vissuto una vita serena, gioiosa, effon­dendo il suo affetto, in eguale misura, sul marito e sul figlio.

Per lunghi anni parve che la sua fecondità si fosse tutta esau­rita nel piccolo Leopoldo; poi riprenderà rigogliosa, nella piena maturità, rendendola madre di altri quattro figli. Ma di questo, più tardi. Quello che ci preme ora di notare è che Carolina fu una sposa affettuosissima e che l’armonia della giovane coppia non passò inosservata alle signore dell’aristocrazia, tanto che a volte chiedevano alla bella e simpatica amica il segreto di quell’amore, così perfetto e costante. Ed essa rispondeva con tutta semplicità, che occorre pregare Dio e saper sopportare, saper tacere e aspet­tare. E soggiungeva: « Tutti i mariti sarebbero buoni, se le spose fossero sempre ossequienti e sempre pronte ad accontentarli in tutto ciò che non è male. Così, i mariti si sentirebbero attratti al bene e ne ricaverebbero profitto spirituale ».

Il dottor Domenico corrispondeva pienamente all’amabilità della sua consorte. Non solo non le impediva di recarsi alla chiesa, ma vi partecipava insieme a lei regolarmente, affinandosi così nelle cose spirituali, divenendo sempre più diligente nel compimento dei suoi doveri e sempre più tranquillo e sereno.

Qualcuno ha voluto vedere un senso di gelosia o uno spirito altero nel fatto che, ad un certo momento, il Botti richiese alla sposa di abbandonare il bel linguaggio toscano che aveva portato con sé dalla Lunigiana; ma nulla ci autorizza ad attribuirgli tali sentimenti. Possiamo piuttosto pensare che abbia chiesto alla moglie di adottare il dialetto parmigiano nel periodo torbido del 1831, quando i cosiddetti « patrioti », costrinsero Maria Lui­gia a fuggire. L’uso della lingua italiana poteva forse a qualcuno far pensare che i Botti si accomunassero con coloro che reclamavano l’unione con l’Italia. Se fu così, si è trattato di un atto di prudenza, e se è stato, in altro tempo, per adeguarsi al linguaggio locale, comune allora anche nell’aristocrazia, non possiamo defi­nire che la richiesta del marito.

Trascorsero così dieci anni felici. Poldino cresceva e andava a scuola. Mostrava un’intelligenza non comune ed era servizievole ed obbediente, anche se talvolta appariva in lui una certa alterezza, forse la coscienza della propria intelligenza, e il desiderio di emer­gere. Probabilmente, il complesso del figlio unico faceva capolino in lui perché amava di essere il centro dell’attenzione dei genitori e degli altri. Ma la mamma saprà correggerne a poco a poco i difetti,  educandolo alla preghiera e all’amore di Dio, tanto che, cresciuto, maturerà in lui la vocazione religiosa.

UN VESTITO TROPPO BELLO

Le barricate di Parigi del 1830 avevano risollevato le spe­ranze dei fuorusciti italiani dopo aver visto fallire i moti del 1821. Così, nei primi mesi del 1831, si organizzarono sommosse in varie parti d’Italia. Il patriota Ciro Menotti credette ingenuamente che il duca di Modena, Francesco IV, si sarebbe messo a capo del movimento per l’unità italiana; ma era solo un tranello. L’insur­rezione che doveva coinvolgere Modena, Parma e gli Stati ponti­fici della Romagna non ebbe luogo.

A Parma, però, ci furono manifestazioni popolari il 10 feb­braio. La folla si radunò numerosa davanti al Palazzo Ducale e per le strade della città, al grido di « Abbasso Werklein, viva la du­chessa, vogliamo la Costituzione! »[9].

Nei giorni successivi, la manifestazione si fece minacciosa. Werklein fuggi travestito e la duchessa, ricevuta una commissione municipale, dichiarò di non poter venir meno ai suoi vincoli con l’Austria e di essere disposta a lasciare Parma. Di fatti, parti la notte del 15 febbraio, diretta a Casalmaggiore e a Piacenza. La sua partenza suscitò sentimenti diversi e contrastanti: l’amore per la duchessa e l’esaltazione patriottica si opponevano, trasmodando talvolta in gesti di violenza.

Fu costituito un governo provvisorio, del quale, come si è detto sopra, faceva parte anche un Ermenegildo Ortalli, come rap­presentante dei rivoluzionari. Ma l’intervento dell’Austria con lo scontro di Fiorenzuola, il 25 febbraio, riportò ogni cosa alla situazione di prima. Il 13 marzo gli austriaci entrarono a Parma e la presidiarono.

La duchessa non tornò che l’otto agosto. Fu accolta con applausi e luminarie; ma essa non si fece illusioni: l’idillio con il popolo di Parma era finito per sempre.

La fuga della duchessa e le incertezze dei giorni che seguirono gettarono lo scompiglio e il panico a Corte: tutti si chiedevano che cosa sarebbe successo se la duchessa fosse partita per sempre. Molti avrebbero perduto l’impiego e forse sarebbero divenuti oggetto dl rappressaglia. Possiamo pensare che anche i nostri due sposi abbiamo  condiviso tale trepidazione e che abbiano sinceramente goduto per il ritorno della sovrana.

Werklein fu sostituito con il conte francese Charles Réné de Bombolles. Era questi un uomo onesto e saggio, ma poca aperto e forse troppo austero; a dire dei suoi critici, anche un po’ bac­chettone. Fu instaurato un regime di austerità anche a Corte per riparare i dispendi del periodo rivoluzionario[10]. Si disse che il Bombelles aveva spogliato la reggia della splendida veste di cui l’aveva adornata il conte di Neipperg: questi teneva feste e danze, e il francese faceva recitare rosari. È, evidentemente, un’esagerazione, ma l’accusa è indice dello spirito anticlericale che regnava in un certo strato della società e che riteneva il conte troppo vicino al clero e ai Gesuiti.

Malgrado le difficoltà finanziarie, la duchessa riprese il programma di opere pubbliche, interrotto per la morte del Neipperg e per i moti rivoluzionari. Fuse insieme il Collegio dei Nobili con quello del ceto medio, detto del Lalatta, costituendo il Collegio Ducale Maria Luigia. Fu restaurato il Palazzo Ducale, e costruito il Palazzo delle Beccherie in piazza Ghiaia. Vennero gettati ponti sulla Nure, sull’Arda e sul Tidone[11] e fu ripresa la costruzione della strada della Cisa, iniziata da Napoleone. Fu pure aperta la strada Borgotaro-Malerino, che doveva allacciarsi alla riviera li­gure e a Genova. L’ex convento di San Francesco fu adattato a sede dell’Ospedale degli Incurabili; la Biblioteca Palatina ampliata.

Ma lo spirito pubblico andava sempre più allontanandosi dalla duchessa. Ormai, il movimento liberale aveva seminato le sue idee dappertutto e Mazzini tesseva le sue trame rivoluzionarie, inci­tando le classi popolari. Pur non simpatizzando per il socialismo, Mazzini aveva compreso che l’idea di indipendenza non aveva presa sul popolo e che per esso bisognava far leva sulle ingiustizie sociali e su ogni forma di liberazione dall’oppressione. In questo clima di odio sociale, il 19 gennaio 1834 veniva assassinato, in piazza della Steccata, il capo della polizia Edoardo Sartorio, uomo odiato dal popolo e malvisto a Corte. Se la sua uccisione non susci­tò rimpianti, non mancò però di generare ansietà e sgomento: era infatti il segno che incominciava un periodo di odi e di violenze.

Gli anni che seguirono furono cupi come un cielo coperto che annuncia il temporale.

Giungiamo così all’anno 1837, dal quale riprendiamo la sto­ria dei nostri protagonisti.

La signora Botti aveva 32 anni. L’inverno era quasi passato e si annunciava la primavera. Proprio quando la natura si risve­gliava e le piante emettevano i nuovi germogli, Carolina, con grande sorpresa e con immensa gioia, avvertì nuovamente nel suo seno i segni di una maternità incipiente. Dovette essere un’emo­zione sconvolgente, dopo quasi dieci anni senza speranza. Essa aveva certo sospirato una nuova maternità e aveva pregato per questo: ora, la gioia si mutava in un ringraziamento silenzioso a Dio e poi in un abbraccio affettuoso al marito.

Forse fu nel periodo dell’attesa che successe un fatto che tanto doveva impressionare Carolina, così da influire sulla sua vita. Essa ne parlerà spesso in seguito.

Si recava in via San Quintino (oggi, XXII luglio) forse per fare una visita a qualche distinta famiglia; o tornava dall’averla fatta. Vestiva un bellissimo abito che faceva risaltare la sua bel­lezza. Se ne camminava silenziosa sul marciapiede, quando vide un giovane venirle incontro sulla stessa mano. Il giovane si fermò davanti a lei e disse con dolcezza: « Vestita in questo mo­do?… ». Sorpresa da quel genere di saluto, abbassò lo sguardo sull’abito e disse – o volle dire -: « Non è immodesto! ». Ma quando alzò lo sguardo il giovane non c’era più. Guardò avanti, guardò dietro le spalle… Era davvero scomparso! Profondamente impressionata, pensò che fosse stato il suo Angelo Custode.

Probabilmente entrò nella chiesa di San Quintino e meditò su quelle misteriose parole. Dio le aveva parlato di nuovo, per mezzo del suo Angelo.

Tornò a casa e raccontò al marito ciò che le era successo. E quando questi insisteva perché si rimettesse quel vestito, essa Immancabilmente  rispondeva: « Devo obbedire, devo obbedire… ».

Non era solo il vestito. Era come se un richiamo celeste fosse venuto a risvegliarla da un sonno profondo, per riportarla nell’atmosfera più elevata dello spirito. Cominciò a pregare di più, a pas­sare lunghe ore in chiesa, mentre nel suo animo crescevano sentimenti di amore verso Dio e un desiderio immenso di piacergli. Con il pretesto della maternità incipiente, si scusava con il marito di non poter partecipare alle feste o ad altri intrattenimenti, e siccome non sempre poteva esimersi dall’andare a teatro, si era incollata sul vetro del binocolo una minuscola croce, che le appariva davanti ogni qualvolta usava lo strumento, apparentemente per vedere meglio qualche attrice. Così, la sua giornata era piena di Dio e del ricordo della Passione di Cristo.

Forse è proprio in questo tempo che le capitò in mano un libro scritto da una mistica spagnola del secolo XVII, Suor Maria di Gesù d’Agreda. Era intitolato Mistica Città di Dio. Secondo Maria d’Agreda, il libro fu scritto sotto dettatura della Madonna: descriveva la vita della Vergine e riportava insegnamenti attribuiti alla  Vergine stessa. Qui la signora Botti trovò alimento alla sua spiritualità, tanto da farne il suo libro.

Così, l’attesa del bimbo fu come una veglia mistica. I collo­qui con Dio si intercalavano con le dolci parole rivolte al bambino che portava nel seno.

Quando il 29 settembre 1837 nacque Alberto fu una grande gioia per tutti, anche per Poldino che aveva ormai nove anni.

Il bambino crebbe vispo e sano e cominciò presto a balbettare il nome della mamma e a congiungere le manine in preghiera.

Erano passati da poco due anni dalla nascita di Alberto, che Carolina si sentì in attesa di un altro figlio. Guido nacque il 19 giugno 1840 e accrebbe la gioia della famiglia. L’anno seguente – forse troppo presto – l’undici novembre nacque una bam­bina: la chiamarono Clementina. Purtroppo non visse che poche ore. Doveva essere stata attesa con grande desiderio questa bam­bina dopo tre maschietti; ma Dio aveva voluto così. Pregarono di nuovo e chiesero a Dio che desse loro ancora una bimba. Cele­stina nacque nel 1843, il giorno dopo Natale; ma in quali circo­stanze angosciose lo vedremo in seguito.

LA MORTE DEL MARITO

Si era forse nell’ottobre o novembre 1843. Poldino aveva già 15 anni e doveva essere a scuola: forse in quel Collegio Maria Luigia di cui si è parlato. Alberto aveva sei anni e Guido tre.

La signora Botti aveva lasciato i figli con la domestica ed era andata a Messa nella vicina chiesa di San Vitale. Il marito era andato in ufficio. Ad un certo momento, Carolina risentì la « voce »: Corri a casa, perché tuo marito sta male ». Si alzò di scatto e andò in fretta a casa.

` « Presto, presto, Caterina, chiama il medico! ».

La domestica guardò stupefatta la signora e rimase immo­bile come una statua. Ma la signora Botti insisté: « Va’ presto, per carità, che io preparo il letto… Mio marito, mio marito… ».

Caterina non replicò, pensando che qualche cosa fosse successa al signor Botti e che la signora ne fosse stata informata. Corse a chiamare il medico. La domestica era appena partita che arrivò una carrozza della Corte: il signor Domenico era stato col­pito da malore improvviso e due amici lo accompagnavano a casa.

Fu portato a letto e poco dopo venne il dottor Antonio De­maldè che non poté che recare i primi soccorsi[12].

Languì in letto per quattro o cinque mesi, mentre la moglie lo assisteva giorno e notte, prodigandogli le più amorose cure e i più umili servizi. E ciò malgrado la gravidanza avanzata. Dome­nico ne era profondamente ammirato e commosso. Mentre ne curava il corpo, la buona sposa cercava di elevarne lo spirito. Il marito era sí un buon cristiano, ma la vita di Corte non era fatta per il raccoglimento interiore e le finezze della pietà cristiana. Carolina pregava e nello stesso tempo, con discrezione, sugge­riva al malato qualche pensiero di rassegnazione e di preghiera, preparandolo così al grande passo. Nel cuore sperava ancora e pregava intensamente Dio che non togliesse il padre ai suoi figli.

Venne il dicembre e l’ora di dare alla luce la sua creatura si avvicinava. Domenico diceva alla sposa di mettersi a letto e di ri­posare, che a lui avrebbe pensato Caterina; ma la buona sposa non lo poteva abbandonare, gli era sempre accanto, dimentica di sé e delle sue pene.

Per fortuna, la sua fu una gravidanza normale senza alcuna complicazione. Si mise a letto forse il giorno stesso del parto e il giorno seguente era già in piedi, anche se debole, accanto al marito. Il medico curante, un uomo veramente cristiano, osservò con meraviglia il comportamento di affettuosa dedizione della signora Botti e una volta non poté trattenersi dall’esclamare: Lei, signo­ra, è veramente una donna meravigliosa!

Così pensava anche il marito. Non poteva esprimerle con molte parole il suo affetto e la sua riconoscenza, ma lo manife­stava con affettuose strette di mano e talvolta con una lacrima. In quei mesi, l’anima di Domenico si affinò e ormai solo pensieri celesti riempivano la sua mente e il suo cuore.

La bambina, che era nata il 26 dicembre, fu chiamata Cele­stina. Il babbo la baciò con trasporto e non senza commozione, pensando che presto sarebbe rimasta orfana. Chi avrebbe pensato alla sua famiglia quando egli non ci sarebbe stato più? Carolina lo tranquillizzava con pensieri di fede, esortandolo alla fiducia nella divina Provvidenza.

Purtroppo, si avvicinava l’inevitabile. Domenico ricevette i sacramenti della Chiesa con grande devozione circondato dalla moglie e dai bambini: Celestina ancora in braccio alla mamma. Il 23 marzo 1844, il signor Botti si addormentò nel Signore. Quest’espressione si addiceva veramente a quella morte. Carolina ebbe a dire che fece per lui tutto quello che il Signore le ispirò e che ebbe la consolazione di consegnarlo a Dio non solo buono, ma santo.

Erano vissuti insieme diciott’anni, amandosi di vero amore, felici anche se con intermezzi di ansie e di dolori.

I funerali furono celebrati nella chiesa di San Pietro alla presenza di molti amici e conoscenti. La tristezza di quella morte affliggeva tutti, soprattutto al pensiero della povera vedova e dei suoi bambini rimasti soli.

Certo, la morte del Botti non portava solo lutto e desola­zione, ma anche l’incertezza del futuro e forse la povertà.

Carolina rimaneva vedova a 39 anni, con un figlio di 16 e gli altri tre ancora in tenera età: Alberto aveva sette anni, Guido quattro e Celestina aveva appena tre mesi! La gente li compas­sionava e ci fu chi ne parlò alla duchessa, la quale dispose che si provvedesse subito alla pensione. Questa fu fissata in lire 433,35 annuali, un terzo del salario del marito.

Bisognava adeguarsi alla nuova situazione e provvedere immediatamente a limitare ogni spesa. La prima cosa che la vedova Botto decise, fu di lasciare la casa agiata in cui si trovava per andare in una più umile e meno costosa. Così, dopo non molto tempo, si trasferì in un piccolo appartamento in Borgo del Becco, l’at­tuale Borgo Riccio, al numero 34. La seconda decisione, non meno dolorosa, fu quella di licenziare la domestica. Un giorno, dunque, chiamò la buona Caterina e con le lacrime agli occhi le disse che era costretta a fare senza di lei, perché non aveva possibilità di pagarla, e che le dispiaceva molto dopo tanti anni di fedele e devoto servizio, nei quali era stata come una persona di famiglia… Caterina reagì con la foga della buona popolana dal grande cuore: « Non sia mai, disse, che io l’abbandoni proprio ora, quando è più grande il bisogno ». E rimase. Dio sa quanto fu utile e provvi­denziale la sua presenza, che permise a Carolina di attendere alle opere alle quali Dio la chiamava.

MADRE TENERA E FORTE

 Ormai, la responsabilità della cura e dell’educazione dei figli pesava tutta sulle spalle di Carolina, o più esattamente sulla ve­dova Botti. Una donna che rimane vedova si mette spesso in una tensione che le fa moltiplicare le energie, nello sforzo di supplire alla mancanza del marito. Se Carolina fu sempre premurosa verso i suoi figli, ancor più lo divenne quando rimase sola.

La temporanea ma lunga infecondità dopo la nascita di Leo­poldo, come anche la morte di Clementina, dopo la nascita di Guido, avevano creato una differenza di età notevole tra i fratelli.

I sedici anni di Poldino lo allontanavano psicologicamente dai fratellini e più ancora dalla sorellina. Nel subconscio doveva avver­tire una specie di gelosia per i fratellini che erano oggetto di parti­colari cure da parte della mamma, proprio per la loro tenera età. Inoltre, gli era venuto a mancare il babbo proprio nell’età diffi­cile, in quell’adolescenza piena di desideri inespressi, di facili mal­contenti e di scatti d’ira. Anche se non ci è stato detto nulla della crisi adolescenziale di Leopoldo, abbiamo motivo di pensare che si sia manifestata in qualche forma di reazione provocando nella madre una certa preoccupazione e un visibile rincrescimento. Lo deduciamo da una lettera che Poldino scrisse più tardi dal con­vento dei Benedettini, nella quale chiede umilmente perdono, dispia­cendosi per aver fatto soffrire la sua buona mamma.

Questa lettera può semplicemente riflettere la estrema delica­tezza d’animo di Poldino e non ci autorizza a pensare che sia stato causa alla madre di veri dispiaceri. È un fatto che egli crebbe buono, molto pio e devoto, tanto da sentire in sé la vocazione al monastero.

Una testimonianza al Processo Apostolico, che si riferisce ai ricordi delle prime compagne di Madre Adorni, ci assicura che la buona signora Botti studiava con occhio assiduo le tendenze e il carattere dei figli e con amorevole fortezza li andava plasmando e ne correggeva i difetti latenti; perciò Carolina, pur compiacen­dosi delle aspirazioni del figlio, volle provarne la vocazione e gli disse di essere disposta a lasciarlo entrare fra i Benedettini, però solo dopo che avesse fatto il servizio militare per tre anni « nelle truppe morigerate della duchessa ». Questa strana condizione si spiega con l’idea, allora corrente, che il servizio militare fosse una specie di iniziazione che aiutava i giovani a diventare adulti.

Purtroppo, quando Poldino arrivò all’età di fare il soldato, la ducchessa Maria Luigia era morta e non sappiamo se le truppe di Carlo III di Borbone fossero altrettanto morigerate come quelle della duchessa (se pure queste lo erano!) o se prendevano ispirazione dal loro poco morigerato sovrano. Ad ogni modo, sappiamo che Poldino si comportò sempre bene ed ogni sabato lo si vedeva alla chiesa di San Giovanni a ricevere i sacramenti.

Quello però che resta veramente singolare nell’intervento materno è che essa abbia imposto al figlio di entrare come converso e di non diventare prete. La ragione vera di questa volontà della madre non deve ricercarsi nel timore che il figlio si insuperbisse assumendo la dignità sacerdotale, come dice un biografo, e tanto meno per mortificare in se stessa il desiderio di avere un figlio sacerdote. Sono deduzioni che non hanno fondamento e non reggono di fronte all’equilibrio della signora Botti. Piuttosto è da attribuirsi ad una certa ansietà della madre circa la salute del figlio; oppure, dobbiamo supporre che ci sia stato ancora una volta l’intervento della « voce » che le abbia svelato i segreti del futuro. Diversamente, come giudicare la condotta della signora Botti, sempre così saggia e prudente? Non si può pensare di lei, che cercava sempre nel confessore la conferma della volontà di Dio, anche dopo averla conosciuta per vie misteriose e per locu­zioni interiori, che si sia comportata diversamente nel caso così importante della vocazione del figlio.

Come sia vissuto e che cosa abbia fatto il giovane Poldino prima e dopo il servizio militare non ci è dato di saperlo. Certa­mente abitò con la madre e i fratellini. Fu presente alla morte di Alberto nel 1847, ma non a quella di Guido nel 1850, perché probabilmente era militare, né a quella di Celestina, perché era già in convento.

Lasciamo dunque Poldino per seguire le vicende degli altri figli.

Alberto e Guido erano cresciuti insieme e sembravano due gemellini, anche se tra l’uno e l’altro c’era la differenza di quasi tre anni. Compagni di giochi e partecipi insieme di una saggia edu­cazione materna, crebbero nel timor di Dio, impararono presto a congiungere le manine in preghiera e a parlare a Gesù e alla sua Mamma, con quella semplicità e quella fede che è propria dei bimbi. Impararono a offrire al Signore piccoli sacrifici, sia per dimostrargli il proprio amore, sia anche perché la comunanza di vita esigeva che i fratellini si sacrificassero l’uno per l’altro, divi­dendo tra loro ogni cosa buona, i dolci come i giocattoli.

Crebbero pii e devoti, tanto che chi li vedeva servire la Messa nella chiesa di San Rocco ne rimaneva colpito: li chiamavano i due santini. Il fatto che li troviamo chierichetti a San Rocco ci fa pen­sare che la vedova Botti abbia continuato a frequentare quella chiesa, anche dopo essersi traslocata nei pressi della chiesa di San Quintino.

Non è che i due bambini non facessero qualche capriccio e non commettessero qualche birichinata; ma bastava uno sguardo della buona mamma perché rientrassero nell’ordine. Qualche volta per correggerli usava una sottile bacchettina con la quale picchiava leggermente sulle manine grassottelle: non era un dolore, ma era il segno di un castigo; e i piccoli, quando sentivano di meritarlo, portavano essi stessi la piccola verga alla madre perché li punisse. Questa, come ebbe a confessare più volte alle sue Suore, doveva sforzarsi di fare la severa di fronte all’ingenua prontezza dei figli a subire la punizione e più volte dovette ritirarsi in fretta nella propria stanza per nascondere la propria commozione.

Li abituò alle buone maniere e parve persino esigente se du­rante il passeggio non voleva che i bambini si voltassero indietro a guardare le persone che passavano; non era buona educazione! E una volta che lo fecero ripetutamente, richiamati da chissà quale curiosità, uno sguardo della mamma li ammonì e quando furono a casa, i piccoli corsero a prendere la bacchettina.

Li educava anche alla carità verso i poveri. A Natale, prov­vedeva iI pranzo a una povera famiglia composta di padre, madre e bambino, e lo faceva in ricordo della Santa Famiglia di Nazareth. Vi andava con i bambini perché imparassero a fare la carità. Forse in quella circostanza portava per il bambino povero qualche vesti­tino smesso da Alberto e da Guido, ma ben pulito e stirato per­chè – diceva – i poveri devono essere trattati bene, come se fossero Gesù. E quando gli indigenti venivano alla porta, non voleva che si desse loro il pane raffermo, ma diceva ai bambini: « Diamo loro il pane tenero e, per una volta tanto, mangiamo noi il pane duro: ai poveri capita raramente di mangiare pane fresco! ».

I bambini si educavano così all’amore di Dio e all’amore del prossimo e crescevano come due angioletti. Quando la sorellina crebbe un poco, si associò a loro nelle opere buone e nelle pre­ghiere, alla scuola della loro santa madre.

Un giorno, nella loro voglia di giocare, i due fratellini combi­narono uno scherzo che si direbbe di cattivo gusto,  se non scusasse I’età innocente. Entrando in cucina, videro sul tavolo un bel pollo arrosto. Così, per godersi lo spettacolo di Caterina che l’avrebbe cercato dappertutto, i due bricconcelli si portarono via il pollo e lo nascosero nella propria stanza. Poi, dopo aver atteso per un poco il ritorno di Caterina, finirono per dimenticare il pro­prio scherzo e se ne andarono a giocare altrove.

Caterina tutta affannata raccontò alla padrona che il pollo era sparito. Carolina intuì subito cosa fosse successo, ma ne approfittò per insegnare ai bimbi il rispetto alle persone di servizio. Li chiamò dunque come avesse una cosa importante e segreta da dire: « Oggi -disse – è successa una cosa grave in casa nostra: hanno rubato un pollo! Purtroppo io dovrò mandar via Caterina, perché non può essere stata che lei… ».

I bambini confessarono subito il loro scherzo e tutto fu finito.

Ma un giorno i ladri entrarono davvero nella loro casa. Caterina aveva dimenticato aperta la porta della cantina. I bambini vi­dero un uomo salire le scale con un grosso pacco sulle spalle e quando scese lo videro fermarsi un poco davanti alla porta aperta, entrarvi furtivamente e uscire con un pacchetto di candele steariche che erano in serbo per la notte, dato che in quei tempi non c’era la luce elettrica. I due piccoli capirono subito e cominciarono a chiamare a gran voce la mamma. Il ladro, a sentir gridare, se ne scappò in fretta e la madre, anziché rincorrerlo o, gridare, prese i bimbi per mano e li fece inginocchiare dicendo: « Preghiamo per quel poveretto, perché ha commesso un peccato! ». I piccoli, me­ravigliati, dissero tra loro: « La mamma è davvero una santa ».

Più difficile fu educare Celestina. Era l’ultima venuta ed aveva i difetti propri del più piccolo della famiglia.

Si sentiva oggetto di quel tenero amore materno che ogni mamma riversa particolarmente sui più piccoli, che di quest’affetto hanno più bisogno; coccolata dai fratellini e dalla buona Caterina che l’aveva vista nascere, Celestina voleva essere vezzeggiata e tendeva a crescere un po’ egoista, abituata com’era a ricevere tutto dagli altri e a non dare nulla a nessuno. Amava poi guardarsi nello specchio e si pavoneggiava per i bei vestitini o per i nastrini sui capelli.

La madre notava queste tendenze della piccina e si propo­neva di correggerla gradatamente. Poiché Celestina, ricevendo qualche dolce correva in disparte a mangiarselo da sola, la mamma le fece trovare due o tre volte, avvolto in belle carte, un sasso­lino o un pezzettino di polenta. La golosetta ci rimaneva male e piangeva, e allora la mamma le diceva: « Certamente il dolce si sarà mutato in sasso! Così succede ai bimbi golosi che non vogliono dividere le cose buone con i loro fratellini… ».

Una volta che la vide pavoneggiarsi con il vestitino delle feste, le disse che ciò non stava bene e che bisognava mortificarsi. Così, la fece cambiare e la condusse a passeggio con il vestitino comune. Finì poi per coprire tutti gli specchi perché la bambina imparasse a non essere vanitosa.

Questi e molti altri fatti illustrano le industrie della madre nella educazione dei figli: educazione basata sull’amor di Dio e sulla necessità di sacrificarsi per il bene degli altri.


[1] La nostra ipotesi che le due donne, anziché per il passo del Cerreto, siano andate a Parma attraversando la Cisa, si basa sul fatto che questa era la via diretta per Parma dalla costa tirrenica ed era un passo di molto traffico.

 [2] Un certo Angelo Adorni, di Dalli di Sotto, risulta essere stato consa­r.uo diacono nel 1802: è un fratello di Matteo?

[3] Nel 1821, costretta dal duca di Modena a processare alcuni patrioti, emanò sentenze miti, seguite ben presto da amnistia.

[4] Giuseppe Sitti, Parma nel nome delle sue strade.

[5] La particolarità dei capelli biondi non compare nella descrizione dei contemporanei, ma è attestata da Suor Placida Cesareo che fu presente al­l’esumazione della salma nel 1953.

[6] Nelle sue memorie essa parla di diciannove anni, ma forse allude al­l’epoca del fidanzamento o la tradí la memoria.

 [7] Fu portato a L. 1.300 annue.

[8] Purgatorio, III, 8-9.

[9] Nel 1829 era morto il Neipperg e Metternich si era affrettato a mettere accanto a Maria Luigia una sua creatura, il colonnello barone Giuseppe Wer­klein: un uomo duro che non tardò a disgustare i parmigiani.

[10] Nel restaurare le finanze, dissestate dal periodo della rivoluzione, si distinse il barone Vincenzo Mistrali, governatore di Parma.

 [11] Nel 1821 erano stati costruiti i ponti sul Taro e sulla Trebbia.

[12] Nell’Istituto delle Ancelle si ritiene si sia trattato di tubercolosi. Questa sarebbe stata pure la malattia di cui morirono i figli.

Annunci

Autore:

Congregazione religiosa fondata da Anna Maria Adorni nel 1857.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...