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FRS 2°parte: Apostolo alle carceri e Istituto Buon Pastore

LA SIGNORA BOTTI VA ALLE CARCERI

Dopo la morte del marito, Carolina Botti sentì il bisogno di pregare di più, di frequentare assiduamente la chiesa e di coltivare lo spirito con pie meditazioni. Non la spingeva soltanto la solitudine e le preoccupazioni di portare avanti la famigliola con così scarsi mezzi, ma soprattutto un bisogno di Dio che da alcuni anni faceva sentire sempre più intenso, alimentato anche dalla lettura della Mistica Città di Dio di Suor Maria di Gesù d’Agreda.

Fu durante la preghiera o nel momento della Comunione che sentì risorgere in lei il desiderio di donarsi tutta al Signore. Ma come fare con quattro figli, tra cui Celestina di soli pochi mesi? Mandò via il pensiero come una tentazione e si disse che molte vedove avevano servito il Signore nel mondo, educando e facendo crescere bene i figli. Il pensiero, però, ritornava continuamente . Si domandò allora se vi fosse la possibilità, per delle vedove, di essere accolte in convento, magari dopo aver affidato i figlioletti a qualche pia istituzione. Si ricordò di Santa Giovanna Francesca Frémyot de Chantal, essa pure vedova, che aveva lasciato i figli e aveva a seguito San Francesco di Sales, per fondare l’Istituto della Visitazione. Poteva essere una soluzione. Pensò dunque di parlarne al confessore, per quanto essa stessa non riuscisse a vedere come si sarebbe potuto combinare l’entrata in un chiostro e la cura dei figli. In quel tempo, era suo confessore un Padre della Compagnia di Gesù. I Gesuiti, infatti, erano rientrati in Parma e officiavano la chiesa di  San Rocco fin dal 4 novembre di quell’anno 1844[1].

Il confessore le fece notare l’impossibilità di abbandonare i figli ma, mentre egli diceva questo, Carolina sentì improvvisa la voce interiore o gliene venne inaspettatamente il ricordo: « Mi morranno i figli e poi mi farò monaca ». Sussurrò queste parole. Ma il Gesuita rimase fermo nella sua direttiva.

Il pensiero però ritornava insistente alla mente della donna ed essa non sapeva che cosa pensare. Anzi, cominciò a presentarsi in una forma nuova e strana, irrealizzabile quanto mai. Era come se la « voce » le dicesse: « Tu dovrai fondare monasteri ». Questo pensiero le appariva chiaro nella mente, come una cosa ineluttabile. E siccome le veniva alla mente tutte le volte che si accostava alla Comunione, cominciò a pensare che si trattasse di una tentazione del diavolo per farle perdere i momenti preziosi della preghiera e impedirle di disporre l’animo « alla partecipazione a un così santo e tremendo mistero ». Dice nella « Storia della Fondazione » che si sentiva internamente mossa da una forza superiore a cui non poteva opporre resistenza. Le causava pena e timore e protestava al Signore il suo desiderio ardente di piacergli, di unirsi stretta­mente a lui e di fare solo la sua volontà con perfetta adesione di cuore e di spirito. E anche fuori della Comunione non cessava di pregare « Sua Divina Maestà », affinché le manifestasse la sua santa volontà e le desse la grazia di conformarvisi generosamente. Tali erano i suoi sentimenti, anche se – aggiunge – « le opere non vi corrispondevano ».

In tale penosa situazione, la Provvidenza le fece incontrare un uomo che sarebbe divenuto la sua guida spirituale: Dom Attilano Oliveros. Dom Attilano José Oliveros era nato in Spagna, a Llerena, Badajos, il 13 ottobre 1812; era divenuto benedettino nel 1831 a Samos, nella Congregazione di Valladolid, ed era stato consacrato sacerdote il 18 giugno 1837. Poi, in data imprecisata, aveva lasciato la Spagna ed era venuto a Parma nel convento di San Giovanni, appartenente alla Congregazione Benedettina Cassinese.

Saremmo desiderosi di conoscere le vicende umane ed i motivi che portarono Dom Attilano fino a Parma, ma – in fondo – hanno meno importanza delle ragioni provvidenziali per cui Dio lo voleva là e in quel tempo.

Dom Attilano era un uomo di Dio. È a Parma nel 1844-1845 e forse già prima. Nel momento in cui noi lo incontriamo ha 32-33 anni. È un uomo zelante e la sua fama di bravo direttore spirituale si diffonde presto tra le anime pie. Possiede anche una spiccata tendenza al misticismo, ereditata dalla sua terra natale e che comu­nicherà alle sue figlie spirituali.

Questo è l’uomo che incontrò la vedova Botti alla fine del 1844 o agli inizi del 1845. Non sappiamo se si sia accostata al suo confessionale, in San Giovanni, per suggerimento di qualche amica, o casualmente; oppure, per misteriose indicazioni che le pro­venivano dall’interno.

A Dom Attilano, la Botti fece la storia della sua vita, raccon­tando le aspirazioni alla consacrazione totale a Dio in un Convento, la morte del marito e la convinzione che stava per avverarsi quanto Ie era stato detto così chiaramente quand’era ancor giovinetta: morirà il marito, moriranno i figli… Ma questa storia del fondar conventi era certamente una tentazione del diavolo. Pensava che manifestandola al confessore, essa avrebbe cessato di molestarla.

Il prudente direttore di spirito le chiese: « Perché dovrebbe essere una tentazione? ».

Al che, la Botti: « Come potrei fondare conventi, senza soldi? »

Allora, Dom Attilano (« avendo assai più fede di me », commenta Madre Adorni): « Come ha fatto Santa Teresa a fondarne tanti? Aveva forse più denari di voi questa benedetta Santa? »[2].

Il padre Oliveros aveva compreso che Dio stava conducendo quell’anima per vie straordinarie e si guardò bene dal dirle che l’idea di fondare monasteri era una tentazione: poteva, al contra­rio, essere un disegno di Dio. Bisognava solo attendere che la volontà divina si manifestasse con segni più chiari. Esortò quindi la sua penitente a confidare in Dio e a mettersi come un docile ,strumento nelle Sue mani: tutto è possibile a Dio!

Ma da uomo saggio e prudente non volle che la pia vedova si cullasse in sogni forse mai raggiungibili: la esortò quindi a darsi fin da quel momento a opere di bene, a gloria di Dio e a vantag­gio delle anime.

La prima cosa che le suggerì fu di compiere quella preziosa opera di misericordia che è la visita agli infermi: « Ero malato e siete venuti a visitarmi ». Le deve aver detto un po’ vagamente: « Se ha un po’ di tempo, vada a trovare qualche persona malata ».

Lei si partì da San Giovanni, un po’ immersa in Dio e un po’ col pensiero su quanto le aveva detto Dom Oliveros. Si doman­dava chi ci fosse di malato tra i suoi vicini, al quale avrebbe potuto far visita. Così, sovrappensiero, giunse alla Strada San Michele, ora via della Repubblica, la strada che doveva attraversare per an­dare a casa. Ma quando giunse all’incrocio, si sentì spinta a prose­guire a sinistra. Senza sapere perché andò avanti per due o tre­cento metri, quando udì dentro di sé la « voce »: « Qui, qui! ». Era giunta davanti al portale di una famiglia evidentemente ricca. Si fermò e suonò alla porta. Una cameriera uscí a domandare:

– Che cosa desidera, signora?

– Sono venuta per assistere un’inferma.

– Qui non c’è alcun malato. Deve avere sbagliato numero.

La signora Botti, rispondendo a quanto sentiva dentro: « No – disse – è proprio qui. Una giovane… una signorina… ».

La cameriera: « I signori hanno un’unica figlia, ma pur­troppo è andata via di casa e non si sa dove sia ».

In quel momento arrivò una carrozza che fermò proprio davanti alla casa: la figlia fuggita veniva riportata a casa, grave­mente inferma.

Fu portata dentro e la Botti seguì le persone, senza che nessuno le dicesse niente. La povera ragazza aveva delle piaghe che erano segno visibile di quelle malattie che sono il retaggio del vizio. La madre della giovane ebbe un senso di nausea e lo espresse non sappiamo con quali parole.

Fu allora che Carolina disse con voce umile e dolce:

– Signora, il mio confessore mi ha ordinato di venire ad assistere questa povera figliola. Ci so fare, signora, perché ho assistito per tanti mesi il mio povero marito.

Quali siano state le reazioni e le risposte non ci è dato sapere; sappiamo soltanto che la Botti andò in quella casa tutti i giorni e più volte al giorno; che curava senza mostrare ripugnanza quelle piaghe purulente e che, negli ultimi tempi, vi passò anche intere notti. Assistette amorevolmente l’inferma per un mese intero e le parlò così ardentemente di Gesù che aveva amato Ia Maddalena, che la povera giovane, commossa forse più dalla carità affettuosa della sua infermiera che dalle sue parole, comin­ciò a pregare e a pentirsi della sua vita. Ricevette i sacramenti e mori di una santa morte, assistita dalla buona vedova. Madre Adorni, parlando molti anni dopo di quell’infelice, si diceva certa della sua eterna salvezza[3].

A Dom Attilano la Botti riferiva tutto. Quando questo com­pito fu terminato, Dom Attilano che andava alle prigioni forse come Cappellano, suggerì alla pia vedova di recarsi alle Carceri di Sant’Elisabetta per insegnare un po’ di catechismo alle recluse.

Pare che la proposta non destasse l’entusiasmo della Botti, anzi, una teste parla addirittura di ripugnanza. Forse fu proprio per reagire a tale sentimento che essa si senti portata a fare voto di obbedienza al proprio confessore. Accettò[4].

Carolina Adorni, vedova Botti, si presentò dunque al diret­tore delle carceri per ottenere il permesso di visitare le recluse allo scopo di insegnare loro il catechismo. Forse fu l’Oliveros a presentarla e, forse, nella richiesta si fece un discreto cenno all’articolo del Codice penale che auspicava un insegnamento reli­gioso, « se si troverà qualcuno disposto ad impartirlo ». Ora la persona disposta c’era. Era una donna conosciuta in città e non ci furono obiezioni.

TRASFORMAZIONI MIRABILI

Come sia stato il primo contatto con le detenute non è possibile saperlo. Forse la curiosità, il bisogno di novità, il deside­rio di parlare con persone del mondo esterno, forse anche la spe­ranza di qualche aiuto materiale avranno fatto sì che l’accoglienza sia stata buona. Del resto, la prima visita si sarà esaurita in buone parole.

L’impressione della Botti fu enorme. Definirà le prigioni: « Un ricettacolo di tutte le malfattrici dello Stato, colpevoli di furti, di infanticidio e di cose del genere. Ci sono anche quelle femmine che si sono date ad una vita licenziosa e che sono pur troppo la rovina di molte anime ». Ne provò come uno sgomento e una profonda compassione. « Il mio cuore restò sopraffatto dal dolore », scriverà nella « Storia della Fondazione », ricordando quei primi tempi.

Cominciò a parlare con loro, ad ascoltarne i dolori, le mise­rie, le recriminazioni, dimostrando per tutte una compassione, una bontà, una tenerezza che ben presto le cattivarono gli animi. Quelle infelici sentirono in quella donna sconosciuta una com­prensione e un affetto che forse non avevano mai incontrato nella loro vita. Cominciarono a confidarsi con lei, a raccontare le loro storie, spesso intessute di vergogne e di delitti, e sempre così piene di miseria e di affanni da far davvero destare la com­passione in un cuore materno come quello della Botti.

Essa si accorse ben presto che quelle infelici non sapevano nulla o quasi nulla di Dio e di Cristo e che, molte volte, erano cadute miseramente nella colpa, prima ancora di sapere che cosa fosse e poi non erano più riuscite a uscire dal fango.

Già un’angoscia le prendeva il cuore, e al mattino quando andava alla Messa pregava per quelle sventurate e chiedeva a Dio di soccorrerle e di toccare loro il cuore, perché alcune sem­bravano indurite nel male… Sguaiate, prepotenti, cattive…

Una mattina, terminata la Messa, si alzò per tornare a casa. Ma un senso di smarrimento la prese. Camminava, ma come mec­canicamente portata dal corpo, mentre il suo spirito era altrove. Giunse a casa, quasi senza saperlo, e non riusciva a far nulla, presa come da una spossatezza indefinibile. Fu in quel momento che risenti la « voce ». Questa volta fu veramente una voce ben distinta o forse addirittura l’Angelo o la Madonna che le apparve. Essa scrive semplicemente: « Mi fu detto che molte persone offendevano il Signore!… Allora mi ritrovai lo spirito per morire, senza poter morire! ».

È come una ferita al cuore, un dolore intenso da sentirsi morire.

La prima fiamma che accese di zelo il cuore della Botti fu, dunque, l’angoscia di vedere Dio offeso. Un Dio così buono che aveva creato « così belle creature » a sua immagine, che le aveva redente con « una redenzione così sovrabbondante ». Oh, quale dolore nel veder perdersi il frutto « della sua passione, morte e gloriosa risurrezione ». Si sentiva venir meno, a questi pensieri.

Poi, la prendeva come un fuoco vivissimo di carità fraterna e si struggeva in lacrime davanti al Signore sentendosi il cuore sopraffatto dal dolore al pensiero di tante anime che si perde­vano, e supplicava Dio per la loro conversione e si offriva vittima di espiazione per tutti. Desiderava ardentemente sopportare qual­siasi pena, essere lei pure crocifissa per la loro risurrezione. Le pareva che avrebbe dato mille vite, per salvare anche un’anima sola tra le tante che si perdevano.

Presa da questo duplice sentimento, di amore a Dio e di dispiacere perché veniva offeso, oltre alla compassione per le ani­me che si perdevano, si rivolgeva a Cristo risorto e gli chiedeva con filiale affetto e confidenza di concederle grandi grazie: addi­rittura un miracolo della sua onnipotenza per la risurrezione di tante anime. Voleva essere lei stessa strumento di quel miracolo – il passaggio dalla morte del peccato alla vita della grazia – e chiedeva che le sue parole divenissero come dardi infuocati che penetrassero nei cuori e li volgessero a sincera compunzione per i peccati.

Essa era ben conscia della sua pochezza, della sua indegnità, ma proprio per questo si rivolgeva a Cristo, alla sua bontà senza pari, e tutto sperava dal suo Cuore amoroso. Ma ciò ancora non le bastava, e chiedeva a Gesù che accettasse l’offerta dei suoi piccoli sacrifici, delle sue « poche e fredde orazioni », perché divenissero accette a Dio e valevoli per la conversione di tutti. E qui le venne spontaneo rivolgersi direttamente a Gesù con una preghiera, quasi una protesta, che giustificasse le sue richieste: « Ma voi sapete, amato mio Redentore, che tutto questo non è diretto a mio vantaggio; anzi, per ottenere tutto questo io non vi chiedo che la nuda croce, e se credessi che fosse di maggior vostra gloria, rinuncerei ben volentieri a ciò che Voi promettete a chi vi serve fedelmente ».

Sono gli accenti dei grandi mistici, la parafrasi della preghiera stessa di San Paolo quando dichiarava di avere un grande dolore nel cuore e una continua sofferenza per i suoi fratelli Ebrei ed esclamava: « Vorrei essere anatema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli » (Rom. 9, 2-3).

Madre Adorni, scrivendo queste espressioni nella « Storia Nella Fondazione », destinata alle sue Figlie spirituali, sente il bisogno di giustificarsi e aggiunge, quasi tra parentesi: « Le mie domande al Signore sembreranno troppo ardite, ma non così a Gesù Crocifisso, perché fu lui stesso che mi invitò a domandare. E se per un tratto della sua misericordia volesse servirsi di me, allora sarebbe una prova sicura per riconoscermi la più minima di tutte ».

Animata da questi sentimenti e spinta da un irresistibile zelo che come fuoco la divorava –  zelus domus tuae comedit me -, si recava ogni giorno alle carceri.

Si intratteneva affabilmente con quelle povere infelici e con cuore commosso parlava loro di Dio, della sua infinita bontà e misericordia; parlava di Gesù che era venuto a salvare i peccatori, che aveva accolto la Maddalena, che aveva ricercato la pecorella perduta; raccontava del figlio prodigo ritornato alla casa paterna e dell’amore tenero del padre che lo riveste della bianca veste e gli pone al dito l’anello e fa festa perché il figlio era morto ed è risuscitao, era perduto ed è stato ritrovato…

Queste e molte altre espressioni uscivano dalla bocca e dal cuore di quella santa donna e si ripercuotevano nei cuori di quelle infelici, strappavano loro lacrime di commozione e infondevano nel loro cuore il desiderio di risorgere dal fango e la speranza di essere perdonate e riamate da Dio.

Ma la buona signora non si accontentava di pie esortazioni. Essa aveva subito compreso che l’ozio era forse il maggior male di quel luogo di punizione. Portò quindi con sé gli utensili necessari, acquistò refe e filo di lana, e cominciò ad insegnare a quelle povere giovani a cucire, a ricamare, a confezionare maglie e calze di lana, a rammendarsi gli abiti e a confezionarne di nuovi. Così la vita del carcere trascorreva più velocemente e diventava più serena.

Non si sentivano più le grida delle liti che prima scoppiavano violente ad ogni piccolo pretesto, non si udivano più imprecazioni e bestemmie e nemmeno nel segreto si facevano più discorsi sguaiati ed osceni. Il direttore delle carceri si accorse ben presto dell’influenza benefica della Botti su quelle povere giovani e ben volentieri permise che la signora, in certi giorni, si fermasse anche nel pomeriggio.

Allora portava con sé una povera fetta di polenta e a volte riportava a casa il pacchetto senza averlo toccato. A Caterina che dolcemente la sgridava, rispondeva con un sorriso: « La Co­munione mi basta! ».

La trasformazione di quell’ambiente fu tale che il direttore una volta fu sentito dire: « Quella signora ha mutato il carcere in un monastero! ».

Erano ben poche le anime che resistevano alle sue calde esortazioni e non venivano conquistate dalla sua fede e dal suo zelo. Si ricorda che, un anno, su 110 detenute, solo nove o dieci rifiutarono di tornare a Dio.

Si può ben immaginare come il demonio, che vedeva strapparsi tante anime, fosse infuriato contro di lei. Si racconta infatti che le apparisse spesso sotto forma di un grosso mastino, che I’attendeva all’uscire di casa e digrignava i denti e poi la seguiva fino alla chiesa di S. Giovanni dove la Botti entrava per  la Messa. Allora il cane si dileguava. Ciò avvenne molte volte.

Lasciamo agli scettici di pensare quello che vogliono e agli specialisti di parapsicologia di spiegare diversamente il fenomeno: noi preferiamo pensare, con Madre Adorni, che sia stato veramente il diavolo.

Questi, non potendo nulla direttamente contro di lei, cominciò a prendersela con le prigioniere. Ci furono infatti due casi di ossessione diabolica, ricordati dalle prime Suore del suo Istituto e riferite negli Atti processuali.

Ad una di queste infelici recluse, il demonio appariva spesso sotto l’aspetto di un negro che la istigava, con parole o con gesti, a togliersi la vita. Lei, tutta impaurita si rifugiava in un angolo e chiamava aiuto.

Un pomeriggio la Botti si sentì spinta ad andare in fretta alle prigioni, anche se non era in programma. Trovò le detenute in grande agitazione: l’ossessa era sparita e non si sapeva dove fosse andata. La buona signora le tranquillizzò dicendo: « State calme, vedrete che io andrò a trovarla ». Così dicendo, si diresse con passo sicuro verso l’ultimo letto del dormitorio e chinandosi quasi a terra vide, sotto il letto, la disgraziata che, col volto livido e stravolto, si stringeva il collo con una fettuccia del grembiule, aiutandosi con tutte e due le mani.

La Venerabile le ordinò in nome di Dio di venir fuori, le sciolse il laccio e le parlò con materna bontà. Dopo un po’, l’infe­lice riprese conoscenza e confessò che il solito negro l’aveva spinta a quel gesto insano.

Ad un’altra appariva sotto forma di un gatto bianco che le saliva sul letto e le metteva tanta paura. Bastava che arrivasse la Botti e il gatto spariva.

Si potrà forse pensare a forme di suggestione o addirittura a pazzia; ma il fatto sta che la signora pregò Dom Oliveros di esorcizzare le due infelici e i fenomeni cessarono. D’altra parte, nella vita di Madre Adorni ci sono troppi fatti di carattere straor­dinario, che non si possono spiegare con considerazioni sempli­cemente razionali.

Conseguenza di questi incontri con il diavolo, fu un raddop­piato fervore nella futura fondatrice, la quale continuava ad an­dare alle prigioni, a rimanerci anche dal mattino alla sera e pre­gava di più e si offriva vittima per la salvezza di quelle povere anime. Essa afferma che continuava ad andarci per consolare quelle povere ed amate sue prigioniere, mentre nel cuore sentiva un vivo e ardente desiderio di aiutarle e di portarle al Signore.

 LE DAME VISITATRICI

 Per poter meglio comprendere il seguito della nostra storia è necessario dare uno sguardo alla situazione sociale e morale della popolazione del Ducato di Parma verso la metà del secolo scorso.

Una grave crisi economica affliggeva da tempo l’intero territorio. La miseria era grande. Molti erano gli accattoni. Alcune opere assistenziali provvedevano alle più estreme necessità, ma erano come una goccia d’acqua nel deserto.

In città, nell’Oltretorrente, la gente viveva, si può dire, sulle strade, per non ammuffire nei miseri tuguri, umidi e senza luce. Il governo di Maria Luigia si vide costretto a distribuire grano a sottoprezzo, mentre cercava di soccorrere i disoccupati con lavori pubblici, specie d’inverno.

La campagna non era in situazioni migliori. I contadini, angariati dai padroni, languivano nella miseria e nella fame. La malaria era endemica nelle zone risicole della campagna padana; la pellagra, per sottonutrizione, era diffusa quasi dappertutto; i bambini soffrivano di verminosi o morivano per sottoalimentazione; gli adulti erano spesso portati via dalla polmonite e minati dalla tubercolosi.

Si aggiunga a questo l’ignoranza assai diffusa, l’analfabetismo quasi generale e l’abbandono delle pratiche religiose, dovuto alla propaganda anticlericale e talvolta anche ai cattivi esempi del clero. Si può immaginare come in queste condizioni la moralità fosse molto in ribasso.

Le relazioni del Ministero del Buon Governo dell’epoca di Maria Luigia, segnalano tre o quattro reati al giorno nella provincia di Parma, per la massima parte furti. Ma anche le risse erano frequenti. Violenze e stupri, anche a minorenni, perfino ai danni di bambine dai nove ai dodici anni, erano abbastanza frequenti. La prostituzione era assai diffusa, anche se vietata dallo Stato. Spesso la polizia faceva retate di donne e ragazze, ma ciò non bastava a svellere la mala pianta.

Ecco come Madre Adorni descrive la situazione, per quel che riguarda le bambine e le giovinette del popolo: « Qui in Parma vi è una quantità di ragazzette di sette o otto anni o poco più che, trascurate dai genitori, sono sempre per la strada, per i caffé, per le osterie in abbandono; in questo modo cominciano a perdere l’onestà per un solo baiocco. Sono arrivate a tal punto che vanno loro stesse in cerca di peccare: non solo per la città, ma anche per le campagne, e poi dicono con chi peccarono. Ma qui non si ferma il torrente del male. Sembra impossibile, eppure è così: queste ragazze si sono fatte maestre di iniquità ad ambo i sessi, e questa è una gran rovina per molti garzoncelli e inesperte ragazzine.

Altre ragazze, per diverse circostanze, si rendono simili alle suddette. Alcune sono avviate a quel mestiere dalle stesse madri che l’hanno praticato in gioventù. Altre innocenti ragazzine sono tradite già all’età di sei anni circa… Il Governo non manca di vegliare su queste scelleratezze e di processare e condannare alle carceri i seduttori, in nome della legge; ma il male è assai vecchio e non ci vuole che la Sapienza Divina per arrestarlo o il potere della sua destra per risanarlo »[5].

La Botti finché ebbe vivo il marito non si deve essere molto accorta di questo stato di cose. I mendicanti andavano sì alla sua porta e ricevevano un tozzo di pane o altre elemosine; ma la mi­seria vera e propria bisognava vederla nei quartieri più popolari che Carolina non praticava. Soprattutto la corruzione non le era mai capitato di vederla, fino al giorno in cui comincerà a visitare le carceri e se la troverà a faccia a faccia.

Non c’è da meravigliarsi se, in questa situazione, le carceri erano sempre piene. Di fatto, ospitavano una media di 800-1000 prigionieri, tra cui un centinaio di donne.

La condizione delle carceri era disastrosa. Per quanto la riforma carceraria, decretata da Maria Luigia, avesse stabilito una distinzione tra Case di forza per i delinquenti comuni, e Case di correzione, per coloro che avevano commesso colpe in età minore o che dessero speranza di ravvedimento, pure i medesimi disordini morali si riscontravano dovunque. La separazione tra maschi e femmine, tra adulti e fanciulli, per quanto prevista dal Codice, non era che scarsamente attuata, e ancora nel 1844 troviamo che i ragazzi vivevano insieme con gli adulti e che spesso dormivano in un letto comune. La sorveglianza era scarsa e i rari interventi punitivi erano assai pesanti, sia nelle Case di forza che in quelle di correzione.

Si sa che nelle Case di forza c’erano officine, e i prigionieri subivano il lavoro forzato; ma non pare che nelle Case di correzione si fosse provveduto ad un qualche lavoro che aiutasse a passare il tempo e impedisse l’ozio. Sarà perciò provvidenziale l’intelligente intervento di Carolina Botti.

Questa si recava nella Casa di correzione di Sant’Elisabetta  e si occupava delle donne e delle giovani ivi recluse.

Ben presto, però, si rese conto che da sola non le era possibile far fronte alle richieste e alle necessità delle prigioniere. Tra l’altro, la sua famigliola non poteva essere abbandonata: era necessario trovare qualche pia donna che l’aiutasse e si alternasse con lei nelle visite.

Carolina ne parlò al confessore e questi la consigliò di sottoporre il progetto al Vescovo. Era questi Mons. Giovanni Neuschel[6]. Uomo pio e caritatevole, accolse la vedova con molta benevolenza e l’incoraggiò nella sua opera di misericordia spirituale.

La Botti deve essersi recata per prima dalla nobildonna Te­resa Botteri Lusardi, che era sua amica, per esporle il progetto: promuovere tra le nobildonne di Parma una santa gara di bontà per soccorrere spiritualmente quelle povere recluse che avevano, sì, peccato, ma che mostravano anche tanto desiderio di incomin­ciare una vita nuova.

La Botteri Lusardi comprese appieno l’idea e si propose di appoggiarla. Allora le due donne, talvolta insieme, più spesso ciascuna per conto proprio, si recarono nelle famiglie più distinte della città a sollecitare un’opera di misericordia tanto grande: visitare le carcerate, istruirle nella dottrina cristiana, condurle al ravvedimento.

Vi aderirono con entusiasmo i più bei nomi della nobiltà parmense. Si doveva essere alla fine del 1846. Le pie dame inco­minciarono le loro visite, con il permesso del direttore delle car­ceri; ma poiché si trattava di una ventina di persone, questi pensò che la cosa avrebbe cominciato a dare nell’occhio e che forse era opportuno ottenere un permesso esplicito dall’alto. Suggerì, così, al Barnabita P. Giuseppe Maria Palma, di scrivere una lettera al Presidente del Dipartimento di Grazia e Giustizia e Buongo­verno, per chiedere un permesso ufficiale per alcune pie dame che desideravano visitare settimanalmente le carceri. La lettera è del 20 gennaio 1847[7].

Il Presidente del Dipartimento di cui sopra chiese il per­messo alla duchessa. Questa, con decreto del 27 aprile del mede­simo anno, approvò l’associazione e permise la visita settimanale purché le visitatrici si attenessero ad alcune norme che sarebbero state stabilite dal Presidente del Dipartimento di Grazia e Giu­stizia e Buongoverno. Quest’ultimo, emanò un regolamento in data 27 aprile.

Il 4 giugno dello stesso anno si tenne la prima adunanza ufficiale nella quale la signora Adorni Botti espose il suo pensiero sulla  visita alle carceri e poi si passò alla lettura dello Statuto e alla elezione della presidente.

Il pensiero della promotrice è chiaramente espresso nella « Sto­ria della Fondazione ». Lo riportiamo e in parte lo riassumiamo.

« L’assistenza alle prigioni, essa scrive, può sembrare a prima vista cosa di poco momento, ma se si considera per quante vie si può giovare alla salvezza delle anime, si dovrà riconoscere che è una delle più importanti missioni. L’esperienza ha già dimostrato il grande bene che ci si può ripromettere con l’avvicinare, con pia­cedole amorevolezza, le carcerate, studiandone con amore cristiano  le inclinazioni. In questo modo, ordinariamente si guadagna il loro cuore. Ottenuta che abbiamo la loro affezione, congiunta a vera stima – meritata per mezzo di un retto e saggio operare, dimostrandoci vere seguaci di Colui che venne a richiamare all’ovi­le le sbandate pecorelle – queste povere sventurate prendono animo e con tutta schiettezza e confidenza palesano a noi i loro trascorsi ».

Segue poi a dire, basandosi sulla sua personale esperienza, come si trasformi l’animo di quelle detenute, per mezzo dell’istru­zione religiosa e di amorevoli ammonizioni, fatte secondo la necessità e l’indole di ciascuna. Esse si rendono conto del loro deplo­revole stato, dei legami affettivi peccaminosi e di tutta la loro vita di colpa. « Incominciano a temere l’eterna perdizione e da questo timore incominciano a dolersi grandemente della pessima vita tra­scorsa e con lagrime di sincero pentimento ci chiedono di aiutarle a fare una buona confessione e a iniziare una vita veramente cri­stiana, sotto la nostra direzione ».

La Venerabile passa poi a parlare dei meravigliosi effetti che opera la grazia divina su quelle anime: « La Grazia produce in pentimenti di vivo dolore per i peccati commessi, di ricono­scenza per essere state perdonate, mentre si fa strada nel loro cuore un vivo desiderio di fare penitenza delle loro gravissime colpe per soddisfare la giustizia di Dio ed insieme sentono la volontà di riparare con una vita penitente e con il buon esempio alla rovina di tante anime che si sono perdute per la loro vita licenziosa e per le loro cattive insinuazioni ».

Tra le meraviglie della grazia c’è anche questo: le ravvedute cercano a loro volta di guadagnare a Dio le anime di quelle povere disgraziate che entrano successivamente nel carcere. « Dicono loro che l’entrata al carcere non è tanto un castigo, quanto una grazia speciale del Signore, per dare loro occasione di allontanarsi dal peccato e dalle cattive occasioni. Parlano poi, come meglio sanno, della bruttezza del peccato, del pregio della virtù, del castigo e del premio eterno e le esortano ad ascoltare le nostre esortazioni e a mettersi sotto la nostra spirituale direzione. Insomma, esercitano anch’esse un vero apostolato ».

E conclude l’Adorni: « Non si può arrivare a comprendere i copiosi frutti che si raccolgono dall’assistenza assidua alle dete­nute, se non si conoscono, in tutta la loro estensione, gli effetti prodigiosi della Grazia ».

La finale del suo discorso mette in risalto i benefici anche sociali di un tale ravvedimento: « Non si vedranno più quelle fem­mine in balia di se stesse abbandonarsi a quelle tresche lussuriose, che per la loro sfrenata licenza erano la rovina di molte anime e lo sfregio di tante famiglie. Si vedranno invece le spose riunirsi con i propri mariti, con sommissione e fedeltà, dopo di aver mac­chiato il talamo matrimoniale con la turpitudine del concubinato; si vedranno quelle giovinette che erano lo scandalo del paese e la pietra d’inciampo per molti, divenute ora edificazione e rifugio per le altre compagne; si vedranno le madri prendere a cuore l’educazione dei figli; si vedrà la concordia nelle famiglie. Quelle che erano ladre rispetteranno la roba altrui e le pubbliche mere­trici si ritireranno in questo ricovero ».

Meraviglioso idealismo dei Santi!

Fu eletta prima presidente Teresa Botteri Lusandi, mentre Carolina Botti ne fu la Superiora.

Venne letto e approvato il Regolamento, che poi fu stam­pato[8].

La Società era aperta a nobili e civili signore, istruite e di specchiata condotta, perché potessero predicare con le parole e con l’esempio, intendendo la Società cooperare con il divino Maestro alla conversione delle povere carcerate istruendole nella dottrina cristiana, ammonendole a mutar vita e aiutandole in questo.

Le signore dovevano portare una fascia bianca, orlata di rosso cremisi, che dalla spalla destra scendeva al lato sinistro, avente nel mezzo i SS. Cuori di Gesù e di Maria e il motto: Ero in carcere e i veniste a visitare.

La Società doveva avere un direttore ecclesiastico, nominato dal Vescovo, che fu Don Giuseppe Ferrari.

Le Visitatrici non dovevano far conoscere il proprio nome, per evitare possibili inconvenienti, e si chiamavano con il nome di Sorella. Molte e sagge norme erano contenute nel Regolamento, sia per ciò che riguarda l’insegnamento del catechismo, sia per la condotta in generale delle pie Visitatrici.

Particolarmente interessante è il lungo articolo 23, nel quale dopo aver esposto il merito che si acquista nel lavorare per la salvezza delle anime, si esortano le dame a disporsi a soffrire qualche cosa per amore di Chi tanto ci ha amato. « E non mancherà di dover soffrire chi si porterà in un luogo di grandi miserie, tra gente per la maggior parte perduta, senza educazione, e talvolta aborrente anche al solo pensiero di operare il bene. Quindi siano disposte a sopportare incomodi ed anche qualche mal garbo che potesse venir fatto, essendo questo un mezzo buonissimo per glorificare il Signore e soddisfare alla pena dovuta ai nostri peccati. Tutte perciò si mostrino verso quelle povere sventurate, piene di carità e di compassione per l’infelicissimo loro stato. Si guardino dal mostrare impazienza, noia e qualunque altro sentimento che potesse recar meraviglia alle detenute e diminuire in esse la stima e l’amore verso le Pie Signore; la qual cosa impedirebbe parte del frutto che con l’aiuto del Signore si spera da questa pia Istituzione ».

Si sente qui tutto lo spirito di Madre Adorni.

Il Regolamento fu presentato al Vescovo Mons. Neuschel che con suo decreto del 29 luglio 1847 dava vita giuridica al gruppo, denominandolo: « Pia Unione delle Dame Visitatrici dellecarceri, sotto la protezione dei Sacratissimi Cuori di Gesti e di Maria ». Il buon Vescovo chiedeva poi e otteneva da Pio IX speciali indulgenze e favori spirituali per le iscritte.

Le visite delle pie dame si alternavano da mezzogiorno alle quattro pomeridiane e, secondo i regolamenti stabiliti dalla direzione carceraria, non potevano accedervi più di due alla volta.

La Società farà un gran bene tra le carcerate, finché il nuovo Governo italiano, nel 1860, non ne vieterà l’attività per pregiudizi antireligiosi. Reclamata dalle detenute e dalla direzione stessa delle carceri, la Pia Unione verrà riammessa all’esercizio del suo apostolato nel 1864 e prolungherà le sue attività fino al 1892.

MORTE DI ALBERTO E RIVOLGIMENTI POLITICI

 Era stata da poco approvata dal Vescovo la « Pia Unione delle dame Visitatrici », quando il piccolo Alberto si ammalò. In un primo momento, si pensò ad una delle solite malattie dei bambini; ma ben presto le sue condizioni si aggravarono e fu necessario chia­mare il medico. Forse fu lo stesso Dott. Demaldé che con tanta premura aveva assistito e curato il signor Botti.

I giorni passavano pieni di trepidazione e di ansie. La buona mamma non lasciava un istante il letto del piccolo infermo. Questi deperiva di giorno in giorno e ben presto si dovette ammettere che non c’era più alcuna speranza umana. Quante preghiere non avranno innalzato al cielo quella povera mamma e i fratellini di Alberto!

  Dopo la metà di luglio, le condizioni del bambino si fecero gravi sì da pensare che fosse ormai la fine. La mamma, i fratellini ed alcune donne del vicinato gli stavano accanto in trepidazione ed in preghiera. La mamma suggeriva al piccolo moribondo qualche preghiera e pensieri di cielo. Alberto era ansimante, ma calmo. Ad un tratto lo videro aprire gli occhi, animarsi in viso e alzare le braccia verso l’alto, mentre il suo corpo come sollevato da una forza prodigiosa e invisibile si elevava sul letto per circa mezzo metro. La sua vocina esile, ma distinta, esclamò: « Oh, sì, vengo, vengo, Gesù, papà mio! ».

Restò così per qualche istante, poi ricadde dolcemente sul suo lettino. Si assopì un poco. Quando riaprì gli ochi, la mamma e i fratellini gli domandarono che cosa avesse visto.

« Ho visto Gesù – rispose – il Sacro Cuore! Mi è venuto a prendere… ».

Si assopì di nuovo e a poco a poco si spense.

Il suo piccolo volto si fissò in un sorriso. Era il 17 luglio 1847. Albertino non aveva ancora dieci anni. La madre e i fratellini scoppiarono in pianto. Anche le donne che erano presenti piangevano. ,

Carolina Botti, qualche anno dopo, ricorderà quella morte, triste e luminosa, al figlio Poldino, già entrato in convento: « Ti trovasti presente anche tu, caro figlio – gli scriverà –. Ah, che morte preziosa fu mai quella! Sorprese chi era presente e chi lo riseppe: perché presto tutta la città ne parlava… ».

I bambini erano conosciuti in città, perché erano come due angioletti quando servivano la Messa in San Rocco. La fama di come era morto il piccolo Alberto si diffuse dappertutto e molti accompagnarono la piccola bara.

Il dolore della madre e dei fratellini si placò in quella visione di gloria nella quale il piccolo era stato come trasportato. L’unico che sembrava inconsolabile era il piccolo Guido; ma non era tanto perché aveva perso l’amato fratellino e il compagno di giochi, quanto perché, nella sua fede semplice e ardente, aveva visto la morte come il dischiudersi di una porta che si apre sul cielo: piangeva perché voleva morire anche lui e incontrare Gesù come Alberto! Dio lo esaudirà ben presto.

Intanto, gli avvenimenti politici incalzavano. Il 16 giugno, proprio quando la Botti stava vegliando il suo figlioletto malato, c’era stata in città una manifestazione in favore di Pio IX, nell’anniversario della sua elezione, che era degenerata in disordini. Si era conclusa con una violenta dimostrazione contro il Vescovo, che aveva il difetto di essere di origine straniera.

La duchessa era assente. Quando, il 16 novembre, tornò dall’Austria, affranta nel fisico e nel morale, trovò il popolo irritato dalle repressioni. Un mese dopo, il 17 dicembre 1847, Maria Luigia moriva. Aveva 56 anni.

Le sue ultime parole furono per il suo popolo: « Spero che i parmigiani non mi dimenticheranno, perché li ho amati e ho sempre cercato di fare loro del bene ». Questi, infatti, la ricorderanno con simpatia e con affetto, anche se in quei momenti di passione non seppero mostrare quel compianto che ne avrebbe accompagnato la dipartita se fosse avvenuta qualche anno prima. Possiamo però dire che la morte arrivò in tempo per impedire che la sua fine fosse troppo amareggiata. Gli avvenimenti che si preparavano erano infatti assai tristi.

A pochi giorni dalla morte di Maria Luigia, Ludovico di Borbone, al quale spettava la successione per il trattato di Parigi, venne da Lucca a prendere possesso del Ducato: era il 31 dicembre 1847. Assunse il nome di Carlo II.

Egli giunse a Parma già inviso alla popolazione, perché, prima ancora di entrare in possesso del Ducato, ne aveva venduto le terre più fertili, in cambio di una grossa somma di denaro e della zona boscosa di Pontremoli e Bagnone di Lunigiana. Le terre cedute al duca di Modena erano quelle di Guastalla con i paesi al di là dell’Enza: Poviglio, Gattatico, Ciano, Rossena, Selvapiana, Vedriano e Gombio. Così, d’ora in avanti, il Ducato non si chiamerà più Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, ma Ducato di Parma, Piacenza e Stati annessi. I parmigiani però dicevano: Parma, Piacenza e sassi annessi. Accusavano il duca di aver venduto granaio e cantina per una legnaia.

A rendere più precaria la situazione del nuovo sovrano vennero le insurrezioni del Lombardo-Veneto e la guerra del Piemonte contro l’Austria[9].

In aiuto di Carlo Alberto accorsero volontari da tutta Italia.

In aprile, il duca lasciò Parma, per non tornarvi più. Un governo provvisorio organizzò un plebiscito e decretò l’annessione al Regno di Sardegna[10].

Fu costituita la Guardia Nazionale, alla quale aderirono anche non pochi preti e religiosi, con meraviglia e scandalo del popolo. Mons. Neuschel deprecò il fatto, in una Lettera pastorale, affermando che il dovere del prete era quello di pregare, prostrato dinnanzi al santo altare, e non quello di impugnare le armi. La risposta all’accorata ammonizione del Vescovo fu una manifestazione, inscenata contro di lui e condotta da alcuni di quei sacerdoti che egli aveva giustamente ammonito. In seguito a tale manifestazione, Mons. Neuschel lasciò temporaneamente la diocesi.

Madre Adorni non fa alcun cenno alle vicende politiche, ma in una sua lettera, che dovrebbe essere datata alla fine del 1849 o agli inizi del 1850, esprime il suo dolore per la « mala corrispondenza » di tanti preti. « Ah, questo dolore superava le mie forze – essa scrive – e lo riconoscevo per il più terribile dei divini castighi ». Voleva dire che quando Dio vuol punire un popolo, lo colpisce anzitutto nei suoi preti.

L’OPERA DEL BUON PASTORE

Madre Anna Maria Adorni[11] continuava la visita alle carceri e nel frattempo pregava Dio che l’aiutasse a provvedere per quelle infelici che sarebbero state dimesse e che non sapevano dove andare. « Non era per me lieve dolore, scrive, veder appressarsi il termine della subíta condanna ». Dove potevano andare senza parenti né appoggi? Le sventurate, in seguito alla loro colpa, avevano perso i mezzi di sussistenza e la pubblica stima. Avrebbero desiderato ritornare sulla buona strada, ma non potevano, perché prive di casa, di mezzi per vivere, senza nessuno che potesse assisterle o guidarle. Le persone buone non le volevano ricevere perché non si fidavano (e qui la Madre commenta: « Come se non ci fosse la remissione dei peccati… ») e alle famiglie poco sicure essa non si sentiva di indirizzarle.

Madre Adorni si trovava in un grande imbarazzo: poteva permettere che tornassero al peccato, dopo averlo detestato? E che cosa fare senza un soldo?

Pregò molto e raccomandò alla Madonna specialmente una povera ragazza che aveva già scontato la sua pena e doveva uscire in quei giorni.

Finalmente trovò una famiglia, buona ma povera, che si mostrò disposta ad accogliere la giovane finché non si fosse trovato modo di collocarla a servizio in qualche luogo fuori Parma. Era però necessario offrire alla famiglia una quota mensile per il mantenimento della giovane e la vedova Adorni era così povera che faceva fatica a mantenere la sua piccola famiglia. Così, per la prima volta, si umiliò ad andare a chiedere aiuti.

Si rivolse alle signore della Pia Unione Visitatrici e forse a qualche altra buona persona: ora l’una, ora l’altra le pagheranno la pensione.

Eravamo nell’anno 1848 e con questo piccolo seme ha inizio quella che sarà poi chiamata Casa di riabilitazione e più tardi, Opera del Buon Pastore[12].

« Ma altre giovani piangevano – scrive la Venerabile – dicendomi che non volessi permettere che ritornassero al peccato. Oh, Gesù mio! Che stretta al cuore! Di giubilo per l’abborrimento che mostravano al peccato; in pari tempo di dolore perché non sapevo a chi affidarle ».

Non c’era alcuna soluzione, se non prendere una qualche stanza in affitto per collocarvi le detenute che uscivano e continuare così la loro istruzione catechetica e la loro formazione spirituale, cercando nel frattempo una conveniente occupazione.

Ne parlò a Dom Oliveros, il suo « ottimo confessore e direttore ». Questi, da quell’uomo di fede che era, approvò subito il progetto, anche se non si sapeva come si sarebbe potuto risolvere il problema dell’affitto. Come il solito, l’Oliveros esortò la sua penitente ad esporre al Vescovo il progetto, cosa che Carolina fece molto volentieri. Fu ricevuta amabilmente dal Vescovo Neuschel e ne ebbe incoraggiamento e benedizioni.

In questo momento entra in scena un altro personaggio che sarà poi vicino per molto tempo a Madre Adorni: è Mons. Giacomo Lombardini, allora Vicario Generale della diocesi. « Con 1’approvazione di così ragguardevoli persone – scrive Madre Adorni – determinai di prendere qualche stanza in pigione… ». Ma era senza un soldo, sia per pagare l’affitto, sia per il mantenimento delle tre giovani che dovevano uscire di prigione e che avevano chiesto il suo aiuto. Doveva inoltre pensare anche a una persona che avesse cura di loro, che le sorvegliasse e le custodisse, perché  essa non poteva abbandonare i figli.

La donna adatta l’aveva già in vista e probabilmente la « lavorava » già da tempo. Si trattava di una giovane maestra d’Asilo, certa Pietrina Bergamaschi, di 23 o 24 anni. Era una giovane pia, iscritta al Terz’Ordine di San Francesco, ed aveva già accompagnato Madre Adorni nella visita alle carceri: anzi, era stata la prima compagna che aveva portato con sé. Le fece la proposta e questa accettò, anche se ciò significava lasciare un impiego che le Assicurava la vita: la Bergamaschi era già entrata nello spirito della Venerabile.

Dopo non molto tempo, Madre Adorni venne a sapere che c’era un appartamento libero in via San Quintino, 8 (ora via 22 Luglio); apparteneva ad un certo Andrea Ugolotti e si trovava proprio di fronte allo Stabilimento Bagni Riquier.

E l’affitto? « Appoggiata tutta alla divina Provvidenza mi sembrava, con ragione, di avere al di là di quanto abbisognassi; non temevo, no, la mancanza di mezzi umani, né mi raffreddavo punto per condurre a buon termine quest’opera benedetta; ma talmente m’infiammavo che perdevo la conoscenza della mia pochezza ». Insomma, la divina Provvidenza vi avrebbe pensato!

Le tre ragazze entrarono nell’appartamento di via San Quintino 8, probabilmente a San Martino del 1848 e con esse entrò anche Pietrina Bergamaschi che doveva essere la loro maestra.

La piccola famiglia di San Quintino, con una condotta esemplare ed una devozione fervente era una dimostrazione visibile delle trasformazioni che la grazia operava nelle anime.

« Questa nascente opera – scrive la Venerabile – divenne presto l’oggetto delle mie consolazioni e della mia ammirazione ».

Il primo confessore della piccola comunità fu Dom Attilano Oliveros, ma per poco tempo. Il 10 settembre dell’anno 1849, egli dovette lasciare Parma, insieme con tutti i Benedettini del Monastero di San Giovanni.

II nuovo duca di Parma, Carlo III di Borbone, successo al padre Carlo II, aveva preso misure severe contro chiunque, nell’anno precedente, avesse preso parte ai movimenti indipendentisti che avevano costretto il padre alla fuga. Eliminò dal governo i membri liberaleggianti, licenziò impiegati e professori di Università e non risparmiò quei membri del clero che si erano mostrati troppo liberali. Anche i Benedettini ebbero l’ostracismo. Non devono essere stati secondi a nessun altro dei preti liberali, se il duca ebbe a dire: « Più nessun Benedettino entrerà nei miei Stati! »[13]

Il dispiacere di Madre Adorni per la partenza del suo confessore si può dedurre anche da una lettera che gli scrisse qualche tempo prima che egli partisse, per esporgli l’animo suo. Ne riportiamo un brano, anche perché apre uno spiraglio sulle elevazioni mistiche della Venerabile: « Sabato avevo appena soddisfatto il mio dovere in Sant’Elisabetta (cioè la visita al carcere), quando mi venne un vivo desiderio di recarmi in chiesa per assistere alla Santa Messa, con la speranza di compatir Gesù nei suoi dolori. Ma giunta che fui in chiesa, non mi fu possibile fermar l’intelletto né la memoria sulla dolorosa Passione di Gesù Cristo, benché lo desiderassi e mi sforzassi di farlo. Non vi riuscivo affatto. Dovetti cedere agli impulsi della più viva gratitudine e di speranza per il frutto di essa. Ah, Padre, non ho capacità né parole adeguate per potermi manifestare! Il Signore faccia quello che io non posso ».

Sembra che Madre Adorni sia stata pervasa da profondi sentimenti di riconoscenza al Signore per quanto egli ha operato per noi nella sua Passione, anziché potersi unire a Gesù sofferente, per compatirlo, come aveva in mente di fare. In realtà, essa veniva così portata a riflettere sulla Passione del Signore con quello spirito che è proprio della Chiesa, quando nella Messa celebra il memoriale della Passione e Morte del Signore in sentimento di gratitudine, tanto da chiamare la Messa stessa Eucaristia o rendimento di grazie. Questo senso di riconoscenza si estendeva alla visione dei preziosi frutti di salvezza portati dalla Passione del Signore. Ma continuiamo con le parole della Madre: « Mi si presentò alla memoria la preghiera che avevo fatto a Maria Addolorata, il giorno avanti, ai piedi della Croce, prima che cominciasse la dolorosa agonia del nostro buon Gesù (si era forse nel periodo pasquale del 1849). Ah, Madre mia, che mi foste sempre Madre di misericordia , anche quando io vi rendevo Madre di dolore! Sì, Ella mi invitò con materno affetto a supplicarla per tutti i bisogni della Chiesa, facendomi conoscere che il tempo ne era propizio: perché tutti venissero a conoscere il vero Dio e per la conversione di tutti i peccatori e invitandomi a patire per loro e a lavorare con zelo e senza posa per la gloria di Sua Divina Maestà, a imitazione del  suo divin Figlio. Ah, il mio cuore come s’intenerì, essendo questo I’unico mio desiderio! Non attendevo che gli impulsi della Grazia per adempiere a questo dovere, subito, con fervoroso amore ». Da questo brano sembra che Madre Adorni non abbia avuto solo desideri e ispirazioni interiori, ma che abbia sentito la Vergine stessa parlarle « con materno affetto », mettendola a parte delle ansie del suo cuore di Madre di tutti gli uomini.

In questo punto c’è un riferimento ai suoi confessori, Dom Attilano e quello che lo dovrà sostituire, il pio e zelante Mons. Giacomo Lombardini. « Pregai in modo particolare per i miei confessori… Sì, con figlial confidenza dissi alla più tenera delle Madri che li guidasse con le sue proprie mani ai piedi della Croce in quelle tre ore di agonia del Redentore e da quella Cattedra di vera sapienza apprendessero quella celeste dottrina di morire a se stessi e in questo modo a corrispondere alla più eletta delle vocazioni ».

Madre Adorni, ritorna poi al tempo della Messa per dire i sentimenti che provò in essa: la preghiera ardente che le sgorgava dall’anima per la conversione del mondo intero e perché « non si perdesse più il frutto di sua Passione, Morte e gloriosa Resurre­zione »; poi, la gioia di sentirsi esaudita e la sensazione come se si fosse acceso nel suo cuore un fuoco vivo di carità fraterna e nello stesso tempo le pareva di sentirsi unita, in una intimità inesprimibile, ai desideri e ai voleri di « Sua Divina Maestà ». « Ma di questi tocchi così soavi non posso manifestarmi!… ».

Prima di lasciare Parma, Dom Oliveros ebbe modo di ammirare la trasformazione spirituale delle ricoverate, e sia lui che Mons. Lombardini incoraggiarono la zelante signora assicurandola che l’Opera era voluta da Dio e che il Signore voleva essere servito amorosamente in quella casa.

Madre Adorni si sentì molto rassicurata da quelle parole, poiché la sua fede le faceva vedere Gesù nei suoi confessori.

Ormai la sola mattina era riservata alle carceri. Madre Adorni, pur avendo nella Bergamaschi una persona di assoluta fiducia, voleva vegliare personalmente, « molto da vicino », le sue « care ospiti ». Passava con loro tutti i pomeriggi e parte della sera, istruendole nella fede, educandole nella pietà e insegnando loro la pratica delle virtù. Le istruiva anche nei lavori domestici perché intendeva prepararle a divenire delle buone domestiche, con l’idea di collocarle in qualche famiglia timorata di Dio; ma aveva anche speranza che sarebbero divenute brave spose e buone mamme.

Quelle ragazze erano divenute così edificanti che Carolina non avrà certo esitato a portarvi, nei pomeriggi e nei giorni di vacanza, i suoi due figlioletti: Guido di 10 anni e Celestina di 6 o 7. Poldino doveva essere già militare.

LA CASA ROSSA DI BORGO DELLA CANADELLA

Trascorse così più di un anno, da quando Madre Adorni aveva aperto la casa di via San Quintino. La gente del vicinato si era accorta delle quattro ragazze che abitavano il quartierino, ma nulla era trapelato circa la loro provenienza. Solo alcuni sacerdoti, con i quali Madre Adorni aveva parlato, sapevano dell’iniziativa e l’incoraggiavano. Dicevano che l’opera era necessaria, che c’erano già state in passato opere simili, che poi erano state soppresse per vicende politiche o per altri motivi: erano i conventi di Sant’Antonio, di S. Tiburzio e di San Benedetto.

Madre Adorni cominciava di nuovo a sognare.

Ma pareva che ogni progresso delle sue opere dovesse essere segnato dalla croce.

Siamo all’anno 1850. Il 19 giugno Guido compì dieci anni. Piccola festicciola in famiglia. Nessuno avrebbe pensato che quello era l’ultimo compleanno di Guido.

Poco dopo, il bambino si ammalò e l’8 di ottobre se ne andò a raggiungere il fratellino in Cielo. Non abbiamo particolari sulla sua morte, ma la Madre nella lettera al figlio Poldino, citata sopra, diceva, comprendendo tutti e tre i suoi bambini: « La virtù divina operava in essi e da parte loro corrispondevano alla Grazia; e per la fedele corrispondenza ottennero quel felice fine di possedere per sempre quello che tanto amavano. E come era di ammirazione la loro vita per chi li conosceva, del pari fu la loro morte ».

Scritta questa lettera vari anni dopo la morte dei figli, la pia madre ne ricordava solo la fragrante virtù e ne vedeva la beatitudine eterna di cui erano stati gratificati. Perciò esclama: « Oh, quanto dovrei essere grata al Signore per benefici così segnalati, d’aver io, senza meritarlo, cinque figli in Paradiso! ».

« Dovrai popolare il Cielo di molte belle creature », le aveva detto la « voce ».

Ora, in questa fine del 1850, la signora Botti era rimasta sola con la figlioletta di sette anni, la piccola Celestina.

Passato il 1850 e consolata un poco dal grande dolore che le causò la perdita del figlioletto, si rimise a pensare alle sue opere. l’esperienza le aveva fatto capire che, per portare avanti seriamente l’opera di assistenza alle ex carcerate, non era possibile contare su persone che vi dedicavano una qualche ora alla settimana o al mese, ma che bisognava avere delle persone tutte dedicate all’Opera, proprio come Pietrina. Essa vedeva già la piccola casa di San Quintino trasformarsi in un convento di Monache, che avrebbero assicurato un ricovero più sicuro e una direzione più appropriata alle traviate ravvedute. Capiva che il suo zelo la portava a sognare oltre a quello che era possibile fare, in quei tempi nei quali gli Ordini religiosi venivano soppressi, anziché fondati. Ma che cosa non avrebbe fatto per sollevare quelle povere meschine, cadute in errore? « Ravvedute che siano, hanno una specie di diritto presso le loro più fortunate sorelle in Cristo », scriveva. Animata da questi pensieri, si dava d’attorno, in tutta segretezza, per raccogliere vicino a sé e preparare per il futuro un gruppo di giovani che accettassero di condividere il suo ideale di bene. Sentiva come una certezza che il convento si sarebbe realizzato, malgrado tutte le difficoltà; anzi, pensava che ciò sarebbe avvenuto fra non molti anni. Con questa interiore certezza andava pensando a quali mezzi doveva appigliarsi per le prime spese, mentre non aveva nulla.

Rimuginava dentro di sé questi pensieri, quando le capitò di passare davanti all’ex convento di Sant’Antonio: perché non potrebbe essere riaperto questo convento e ridato agli scopi che un tempo aveva? Decise di andare dal Podestà di Parma, il conte Fulcini, che già era stato direttore o ispettore delle carceri e che Madre Adorni conosceva bene. Si era sempre mostrato ben disposto verso di lei e quindi essa aveva la speranza che, anche in questa circostanza, avrebbe interposto i suoi buoni uffici.

Vi andò nei primi giorni di aprile del 1852. Fu accolta con molta cordialità e non le fu perciò difficile esporre al conte il suo desiderio, cioè ottenere dal Governo una parte dell’ex convento di San t’Antonio. Il Podestà rispose che avrebbe fatto di tutto e che l’avrebbe favorita nel miglior modo possibile. Madre Adorni era tutta felice e già si vedeva nell’interno del convento, insieme con il gruppetto di ragazze che aveva scelto come collaboratrici e con un buon gruppo di ex detenute. Non solo, ma avrebbe incominciato anche ad accogliere quelle ragazzine abbandonate che si vedevano tutto il giorno per la strada. Quello che mancava era solo il denaro e bisognava affrettarsi a raccoglierne, almeno per Ie prime spese.

Parlò del suo progetto all’amica Teresa Butteri e insieme con lei si recò a Modena, presso parenti, probabilmente gli Adorni, con l’idea di chiedere a loro qualche aiuto. Fu accolta con sinceri  segni di cordialità, come una parente che da tanti anni non si fa vedere. Certamente fu trattenuta per il desinare; ma quando essa manifestò il motivo della sua visita la cordialità dei parenti subito si raffreddò. Le dissero che interessarsi delle prostitute era una cosa vergognosa, che non doveva pensarci e che, se si fosse davvero dedicata a quell’attività, avrebbe portato disonore a tutto il casato.

Pare poi che, a un certo momento, qualcuno della famiglia, forse riscaldato dal vino bevuto durante il pasto, abbia anche trasceso e abbia detto male parole, e addirittura l’abbia mandata via con cattive maniere. Per le scale, riferirà la Botteri, essa disse: « Coraggio! Non dobbiamo perderci d’animo! Quando incontro qualche opposizione io mi sento sempre più incoraggiata, perché le contrarietà sono un segno comune delle opere di Dio ».

Tornata a Parma senza un soldo, si consultò con l’amica per trovare altri mezzi. Non poteva chiedere alle Dame Visitatrici, perché le pagavano già la pensione a San Quintino, né sapeva a chi altri rivolgersi. Fu forse la stessa Botteri a consigliarle di andare dalla principessa-madre, la duchessa Maria Teresa di Savoia, che aveva sposato Carlo II e che era quindi madre dell’attuale duca di Parma, Carlo III. Essa aveva fama di essere molto caritatevole. La principessa si trovava allora a Massa Carrara.

Così Carolina Adorni attraversò di nuovo la Cisa, in senso contrario di come aveva fatto circa trent’anni prima, quand’era fanciulletta quindicenne e camminava con sua madre verso l’esilio.

Venne accolta con molta benevolenza e ciò le diede il coraggio di dire tutto a quella principessa così pia e caritatevole. Le disse dell’appartamentino di via San Quintino, della trasformazione delle ricoverate, della speranza di ottenere il convento di Sant’Antonio e della necessità di denaro per provvedere ai restauri e al mantenimento delle ricoverate, presenti e future. La principessa, a dire della Botti, restò molto consolata e soddisfatta di quanto intese e diede un’abbondante elemosina a quella mendicante di nuovo tipo.

Ritornò a Parma piena di grandi speranze, ma doveva purtroppo trovarvi un’amara delusione. Il Podestà le comunicò, con sincero rincrescimento, che in data 26 giugno 1852, il Dipartimento delle Finanze aveva risposto a quello di Grazia e Giustizia che la richiesta riguardante l’ex convento di Sant’Antonio non poteva essere accolta, perché « può accadere che lo si debba destinare ad altra cosa più importante ». La Madre, a proposito di questa risposta, in una minuta della « Storia della Fondazione », commenta: « E ci può essere cosa più importante della salvezza delle anime? ». Non sappiamo se ci sia stato l’intervento diretto del duca, il quale non era troppo tenero verso le istituzioni di carattere religioso. Tuttavia, la nota del Ministero aggiungeva che, se si fosse trovato altro locale adatto, magari in qualche paese del Ducato, sarebbe stato concesso volentieri per così lodevole scopo.

Naturalmente, Madre Adorni non poteva accettare una proposta del genere: da fuori città, sarebbe stato difficile recarsi alle prigioni, e non avrebbe potuto avvicinare le donne traviate, accogliere le ravvedute e assistere i moribondi nei loro domicili.

Intanto, in città si venne a sapere delle pratiche svolte dalla Adorni e dello scopo per cui aveva chiesto l’uso del convento di Sant’Antonio. Essa divenne così oggetto delle critiche più malevoli. I più discreti dicevano: « Dove ha la testa? È un’illusa… Come farà senza un soldo? ». Qualcuno si domandava se fosse impazzita.

Ci furono anche persone che non esitarono ad andare a casa sua, dove la pia vedova viveva ormai con la sola Celestina e la fedele domestica Caterina. Si dicevano spinti dall’affetto verso di lei e l’esortavano a rinunciare a quel progetto, che era tempo sprecato per quella gente corrotta, che molti e potenti personaggi le erano contrari e che era mal diretta, e cose del genere. Veramente, Madre Adorni nel suo manoscritto dice: « e cento altre impertinenze ». I personaggi potenti erano certo alla Corte, che non era più quella dei tempi di Maria Luigia, e lo stesso duca aveva fama di libertino.

Madre Adorni, invece di sentirsi turbata, provava in sé sicurezza interiore e gioia profonda. Accettava tutto con gaudio interiore, anzi provava un vivo desiderio di soffrire qualche cosa, per ottenere dalla divina Misericordia di poter attuare quell’opera che era destinata a fare tanto bene alle anime.

Non avendo potuto ottenere il convento Sant’Antonio, pensò a una soluzione provvisoria: una casa più ampia di quella di San Quintino e si diede a cercarla. La trovò di fatto in Borgo della Canadella, 14 (ora via Primo Groppi): una casa rossa, abbastanza ampia, che poteva contenere una decina di persone; due appartamenti al pianterreno, uno al primo piano ed uno al secondo. La casa era di proprietà di un certo Giuseppe Rastelli e l’affitto annuo richiesto era di 400 lire.

Non avendo denaro a sufficienza, Madre Adorni pensò di recarsi dalla duchessa Luisa Maria, moglie del duca di Parma, Carlo III, donna profondamente religiosa e di superiore bontà. Si rivolse a lei, « né mi sono ingannata », soggiunge.

Accolta con molta amabilità poté esporre tutti i suoi progetti, citando anche il Vangelo là dove parla della pecorella smarrita e della gioia in Cielo per quella ritrovata.

Nel colloquio che ebbe con la duchessa, la signora Botti le espose confidenzialmente la situazione: la generosa offerta avuta dalla duchessa-madre e le elargizioni mensili cui si erano impegnate caritatevoli persone e i suoi vari progetti.

La duchessa Luisa Maria l’ascoltò con grande interesse, le disse benevolmente che tutto comincia dal poco e che andasse avanti tranquilla, non curandosi delle critiche, ché anzi si sarebbe preoccupata per farle avere un ambiente più ampio, appena si fosse reso libero.

« Questa benigna principessa – scrive Madre Adorni – si dimostrò più madre che sovrana ed accettò di onorare questa Casa (la Casa Rossa di Borgo Canadella), come protettrice e superiora, dopo Maria, per assicurare i primi passi malsicuri che s’incontravano presso molte persone che, presi – poverini! – dal timore che non vi restassero più donne, s’adontavano meco e cercavano di chiudermi tutte le vie per soffocare quest’opera al suo primo nascere ».

La duchessa le fece assegnare un sussidio mensile di 100 franchi: ciò le permise di prendere in affitto la casa e di accogliervi altre cinque ex detenute, oltre alle tre che vi andarono dal primitivo appartamento.

Entrarono nella nuova casa Pietrina e le prime ravvedute, per San Martino, l’11 novembre 1852.

Mons. Giacomo Lombardini, allora Vicario Capitolare[14], pensò che fosse necessario ottenere dal Governo le debite autorizzazioni, poiché l’Opera ormai non poteva più essere tenuta nascosta. Egli dunque scrisse una lettera, in data 25 aprile 1853, chiedendo l’autorizzazione a erigere « uno Stabilimento o comunità di Pie Donne (tra parentesi specifica: “come le Luigine”), per l’educazione di giovani convertite ».

Anche se Madre Adorni pensava alle « monache », non era prudente per i tempi che correvano chiedere una cosa simile: si parla quindi solo di « pie donne » e si offre l’esempio delle « Luigine », istituzione educatrice che era sfuggita alle leggi napoleoniche, appunto perché non era Congregazione religiosa. L’11 giugno venne la risposta favorevole con l’allegato Decreto, datato 7 giugno 1853. Si permetteva l’istituzione di una « Casa di ricovero e di educazione per le femmine ravvedute ». Si noti la diversa dizione nei confronti della richiesta di Mons. Lombardini. Uniche condizioni: si richiedeva un Regolamento e due Conservatori (o amministratori) approvati dal Governo. La facoltà di erigere la la Casa è data al Vescovo. I Conservatori furono il Rev. Abate Gianbenedetto Bottamini, monaco benedettino, e il conte Boselli, ciambellano di Corte, persona di soda pietà. Madre Adorni ne fu più che soddisfatta.

Intanto, erano rientrati a Parma i Benedettini e con essi Dom Attilano Oliveros. Il duca non aveva più voluto i Benedettini della Congregazione Cassinese ed aveva accettato invece quelli provenienti dal monastero di San Giuliano a Genova, riformato dall’Abate Pietro Casaretto. Della vecchia comunità solo l’Oliveros era potuto rientrare, perché proveniente dal monastero di Valladolid. Il suo ritorno si ebbe nel febbraio o nel marzo del 1853[15].

Fu accolto con gioia dalle anime che egli dirigeva spiritualmente e particolarmente dalla nostra Venerabile. Forse perché il monastero era ancora molto in disordine, Dom Attilano, dopo qualche tempo, fu mandato altrove, ma l’Abate Casaretto ricevette una pressante lettera, in data 24 maggio 1853, dal Commissario straordinario del Comune di Parma, Magawly, ispettore generale delle prigioni di Stato, con la supplica che Dom Oliveros « possa essere ridonato alle molte anime che tanto desiderano il suo ritorno »[16]. Ciò fa pensare all’apostolato che l’Oliveros esercitava nelle carceri. Si deve ritenere che 1’Oliveros sia stato rimandato a Parma prima dell’autunno, perché la signora Botti può far vedere anche a lui il Decreto del duca, del 7 giugno.

La Venerabile infatti scrive: « Il (superiore) diocesano ed il rev. padre Attilano, veduto il decreto, ritennero ambedue che il Signore si volesse servire di me per far risorgere questa santa istituzione, che gli sconvolgimenti politici e le massime anticristiane avevano distrutto ».

Incurante delle critiche che già si facevano e di quelle che si sarebbero fatte, munita solo dell’obbedienza del superiore ecclesiastico e del confessore, Madre Adorni decise di andare ad abitare in quel « creduto Conservatorio, perché allora non era prudenza dire di piú »[17].

Vi andò con molta gioia interiore e con il fermo proposito d sopportare volentieri tutte quelle croci che inevitabilmente accompagnano quell’ardua vocazione. Vi entrò probabilmente ai primi di novembre del 1853, disdicendo l’affitto della propria casa, per risparmiare qualche cosa sulla scarsa pensione. Del resto, si considerava già « monaca » perché da anni si era legata con i voti religiosi.

Portò con sé anche Celestina, che aveva ormai dieci anni e che era diventata una bambina così buona da costituire l’ammirazione di tutti.

Per quanto Madre Adorni facesse di tutto per non dare a divedere che si era trasferita in quella casa, tuttavia, nella cerchia dei più intimi, lo si venne a sapere. Di qui nuove critiche. Anche le persone più pie e affezionate si sentirono in dovere di sconsigliarla: aver cura di quelle disgraziate, passi; ma vivere con loro! Si può, sì, servire il Signore, ma non in questo strano modo, accomunandosi con donne che sono l’abbominio della città.

Possiamo supporre che tra questi critici vi fossero anche non poche delle nobili dame che avevano dato il nome per la visita alle carceri. La psicologia di questa categoria di persone è molto ben dipinta dal Manzoni nell’ultimo capitolo del suo romanzo, là dove parla del marchese che ha preso il posto di Don Rodrigo: era così umile da servirli a tavola ma non talmente da mettersi alla pari[18].

La buona signora portava l’esempio di Gesù che sedeva a mensa con i pubblicani. « Non è una stranezza – diceva – imitare Gesù ».

Dentro di sé desiderava imitare Gesù fino al sacrificio supremo che lo portò sulla Croce per la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Intanto, con l’aiuto di Dio, « dell’Increata Sapienza che tutto conduce a termine », essa dice, la casa andava di bene in meglio, sotto tutti gli aspetti. Le ravvedute le davano molte consolazioni con la loro obbedienza e amore filiale, e per la grande confidenza con la quale le manifestavano il loro interno, « come se fossi il loro confessore », scriveva. « Ero riguardata come vera madre e benefattrice ».

La fama della meravigliosa trasformazione di quelle infelici si diffuse a poco a poco per la città e quegli stessi che prima disapprovavano la pia vedova, ora si congratulavano con lei e dicevano che si vedeva proprio che era opera di Dio: « e tante altre cose che, per verità – diceva – avrei rossore di riferire ». E la santa donna riflette sulla vanità dei giudizi umani: oggi giudicano pazzia quello che domani credono santità. « Io, per me – conclude -, ritengo questa massima: se qualche persona dice bene di me perché non mi conosce abbastanza, non ne ho alcun vantaggio davanti a Dio. Così, se dice del male, si vede che mi conosce meglio degli altri e io nulla perdo davanti a Sua Divina Maestà. Purché io faccia sempre la sua divina volontà, per me è lo stesso, sia che dicano bene, sia che dicano male ».

E Poldino? Ha 26 anni. Dovrebbe già aver finito il servizio militare, a meno che la mania militaresca del duca Carlo non abbia prolungato la ferma per più di tre anni. Sogna di entrare tra i Benedettini, ma essi, pur essendo giuridicamente rientrati in possesso del monastero, non vi hanno ancora costituito una vera e propria comunità: lo faranno nel novembre dell’anno seguente e la nuova comunità sarà composta di 12 persone.

Ne sarà Abate Dom Raffaele Testa e Dom Attilano Oliveros sarà nominato Priore.

 L’UDIENZA DELLA DUCCHESSA

Il giorno 26 marzo (1854), alle ore 5,45 del pomeriggio, l’Altezza Reale Duca di Parma Ferdinando Carlo III di Borbone, ritornava a piedi dal pubblico passeggio al Reale Palazzo, accompagnato da un suo aiutante. Era giorno di domenica e i cittadini si trovavano in folla per la città. Giunto all’angolo del Borgo San Biagio che riesce alla strada detta di Santa Lucia (attuale Via Cavour), uno sconosciuto che stava colà in agguato, l’urtò e urtandolo gli ficcò nel basso ventre un pugnale, e lasciato nella ferita il ferro, si diede alla fuga »[19].

Portato a Palazzo il principe mori il giorno dopo. Spirò tra le braccia della duchessa dopo aver perdonato il suo uccisore e aver ricevuto i sacramenti della Chiesa. La « Civiltà Cattolica » commenta: « Un principe che muore ferito a tradimento nel fiore della sua giovinezza perdonando al proprio uccisore, è uno spettacolo che prova quale forza ispiri al cuore umano la nostra santa religione, nelle più difficili circostanze della vita »[20]. In questo modo, il duca Carlo chiuse con una bella morte una vita che non era sempre stata esemplare.

Non era stato un uomo di governo o forse non ebbe attorno a sé gente capace; o non la seppe scegliere. Pur essendo di animo buono e non avendo fatta alcuna repressione violenta dopo i moti liberali del 1848-1849, irritò la popolazione introducendo l’umiliante pena del bastone, non contemplata nel Codice di Parma[21]. Inoltre, si venne a trovare al centro di movimenti politici gravi, nei quali gli intellettuali liberali si trovavano uniti – pur senza associarseli – a gruppi di popolani, pronti a tutto, spinti dall’odio di parte e dall’incitamento dei mazziniani, che ricorrevano ormai alla violenza e al delitto. Furono questi ad armare la mano omicida. Il duca stesso, appena colpito, esclamò: « Questo è un regalo di Mazzini ».

La vedova Luisa Maria di Borbone assunse la reggenza in nome del figlio Roberto che aveva solo dieci anni.

Un mese dopo, Madre Adorni, che già aveva trovato nella duchessa tanta benevolenza, si recò da lei a porgerle le condoglianze[22]. Carolina Adorni ebbe parole di conforto che devono essere penetrate nel cuore di Luisa Maria. Nello stesso tempo non mancò di esprimere la propria edificazione per la fortezza d’animo e la rassegnazione dimostrate dalla principessa in così dura prova. Passò poi a parlare dei suoi progetti. Le parlò della Casa di Borgo della Canadella e della vita edificante che vi conducevano le ricoverate e poi le disse queste precise parole: « Giacché la bontà di Vostra Altezza, senza che io lo meriti, si mostra verso di me più Madre che Sovrana, io le apro il mio cuore con sincerità di umile figlia ». Le disse esplicitamente che, quando andò in quella casa, non aveva solo l’intenzione di assistere personalmente le ravvedute, ma pensava di formare un vero Istituto di Suore che la coadiuvassero nell’opera.

Confidando ora nella religiosa pietà della duchessa, le parlava a cuore aperto, sperando di poter ottenere da lei ciò che da t\anto tempo desiderava. Per dare forza alla sua preghiera aggiunse, con quel tono ispirato che a volte la prendeva: « L’assicuro che questa sarà cosa molto grata ed accetta alla comune nostra Madre, Maria. Questa mia pietosa Signora io la riguardo come la sola Padrona e l’unica Superiora di questa Casa. Nulla faccio, nulla determino, se prima non vado a Lei nell’orazione ».

Pregò poi la « sua buona Principessa, che dimostrò sempre di onorare Maria », di approvare la fondazione del sospirato convento di religiose. La pregò « in nome di questa divina Signora ». Nella sua foga si lasciò sfuggire queste parole: « Se questa grazia non mi verrà concessa, io me ne andrò altrove, perché questa è la mia vocazione e ciò che il Signore vuole da me ».

Commossa da queste parole, la duchessa rispose:

« Oh, per carità, non fate mai questo! Non vedete che oggidí non ci sono più persone che si prestino a riparare il male e a promuovere il bene? Io pure desidero che si compia questa opera di bene. Vi prego di restare qui e di far del bene, e io vi prometto che approverò tutto quello che volete ».

Esultando nello spirito per così cortese risposta, Carolina Adorni Botti insistette: « Un convento di monache con voti… ».

« Sì, sì e poi sì – rispose la duchessa – e per darvi un pegno della mia promessa vi do questa immagine di Maria che sia come fondamento sul quale appoggerete il vostro convento di monache. E che Dio vi benedica! ». Così dicendo prese in mano una statuetta di Maria Regina delle Vittorie e gliela diede.

Fatta ardita da tanta bontà, Madre Adorni chiese un’altra grazia: « Mi conceda l’ex convento di San Cristoforo per farvi un monastero ».

– Ma quello è una rimessa!, esclamò la duchessa.

– Il Signore riparerà tutto, rispose la Adorni.

La Duchessa disse che glielo avrebbe dato, appena si fosse reso libero.

In quell’occasione, la duchessa diede alla Adorni copia della lettera che essa aveva appena inviata al Santo Padre, Pio IX, lettera nella quale protestava tutta la sua devozione al Sommo Pontefice e prometteva un governo che avrebbe promosso la religione e difeso i diritti della Chiesa; e poiché Parma, da quasi due anni era senza Pastore, chiedeva urgentemente la nomina di « un vescovo energico e sapiente »: « Ed io prego in questo momento Vostra Santità – scriveva – di sceglierlo e mandarlo Ella stessa. Io so che trattavasi di proporre un rispettabile Ecclesiastico di altra nazione; ma ci abbisogna un Vescovo italiano e che ci venga dalle Vostre mani ». La richiesta di un Vescovo italiano era quanto mai saggia e opportuna.

Pio IX rispondeva inviando a Parma un Vescovo che era suo unico personale e che godeva tutta la sua stima e fiducia: il Cappuccino Fra Felice Cantimorri, trasferendolo dalla diocesi di Bagnorea (oggi Bagnoregio, in prov. di Viterbo).

Il santo Vescovo fece il suo ingresso a Parma il 15 agosto 1854. Per Madre Adorni è stata questa una grazia particolare, perché nel Vescovo Cantimorri troverà un protettore, un amico, un Padre. Essa lo chiama « degno e zelante » e « buon Pastore ».

Informato da Mons. Lombardini della Casa e dell’Opera della Adorni, se ne compiacque molto e, « con quella sua naturale benignità, ringraziò del già fatto ». « Da questo, soggiunge la Adorni, si conosce il vero zelo d’un buon Pastore! ». Il buon Vescovo favori molto l’opera di Madre Adorni tanto che essa attribuirà a lui molto merito per lo sviluppo successivo: « Quanto mai di cuore si deve ringraziare il Signore, per avercelo dato, in tempi di tanta necessità ».

Prima che terminasse l’anno 1854, Madre Adorni ebbe bisogno di chiedere un’altra udienza alla duchessa. Trovò Luisa Maria assai turbata per gli avvenimenti che avevano scosso Parma in quegli intimi mesi: il 13 giugno c’era stato un attentato al giudice Gabbi che indagava sull’assassinio del duca e poco più d’un mese dopo, il 22 luglio, una rivolta organizzata sullo schema dei colpi di mano di Mazzini. La polizia lo venne a sapere in tempo e la rivolta fu domata dai militari con stragi e saccheggi. Seguirono fucilazioni e rappresaglie. La duchessa non aveva potuto far nulla per impedire che fosse versato del sangue ed ora il popolo si era inasprito contro di lei.

Tuttavia, ricevette con piacere Madre Adorni, dalla quale sperava parole di conforto. Le ebbe certamente. Ma lo scopo per cui Anna Maria si era recata dalla duchessa era un altro: voleva chiedere la grazia sovrana per una giovane di 23 anni, condannata per infanticidio.

La sentenza doveva essere eseguita dopo tre anni; così disponeva il Codice, non si sa se per motivi umanitari, – nell’ipotesi che, nel frattempo, emergesse qualche nuova prova di innocenza – o per infierire maggiormente sul condannato con una lunga attesa.

L’infanticidio era un reato odioso, che ripugnava persino alle delinquenti comuni, ed è probabile quindi che la disgraziata Linda sia stata oggetto di disprezzo e di insulti da parte delle compagne di prigionia, sia prima che dopo la condanna. Solo Madre Adorni l’avvicinava con tenerezza materna. Ma essa restava chiusa nel suo mutismo rabbioso e disperato. Per Madre Adorni non restava che pregare. Il primo biografo dice che la Madre, di fatto, non cessava di pregare e di fare aspre penitenze per la conversione di quell’anima. Finalmente, la grazia di Dio la toccò. Un giorno, davanti alle soavi parole della Venerabile, la giovane si sciolse in pianto e da quel momento tutto cambiò nella sua vita. Cominciò a comprendere la gravità della sua colpa e a pentirsene amaramente. Quella condanna che aveva accolta con irosa rivolta, ora l’accettava come un giusto castigo per la colpa; non solo, ma desiderava riparare con preghiere e penitenze, nel poco tempo che le rimaneva da vivere.

Madre Adorni, presa da immensa pietà per la giovane convertita, pensò di chiedere a Luisa Maria la grazia sovrana.

Andò dunque dalla duchessa e con quella confidenza che ormai le era concessa, tanto perorò la causa della povera Linda e tanto assicurò dell’avveduta conversione, che la duchessa, profondamente commossa, le promise di concedere la grazia richiesta. Anzi, volle che la prigioniera fosse « comandata » al Conservatorio di Borgo della Canadella, perché la Adorni ne avesse cura continua. Richiese anche che la Madre ritornasse presto a riferirle sulla condotta di questa sua protetta. Terminò chiedendole preghiere per il suo difficile governo.

Ritornò Madre Adorni qualche settimana dopo e riferì che tanto era l’ardore e la compunzione della convertita, che non faceva che pregare e piangere e che anzi le aveva confidato di aver chiesto al Signore di farla molto soffrire in questo mondo per riparare la sua colpa e per meritarsi un posto nel Cielo.

Sia stato per cause naturali o per un intervento particolare di Dio – che a volte ascolta le suppliche di certe anime – il fatto è che Linda ben presto si ammalò.

Il suo corpo si ricoperse di piaghe purulente e la sua sofferenza era continua e atroce. Qualche volta le sfuggivano dei gemiti ma poi si tratteneva e diceva al Signore: « Vi ringrazio di questi patimenti. Purificatemi, purificatemi per il bel Paradiso! ».

Alle continue sofferenze aggiungeva anche volontarie mortificazioni non chiedendo mai nulla e soffrendo tutto per amore di Dio. Andarla a trovare era commovente ed edificante. La stessa duchessa, informata di questa santa trasformazione e della gravità della malattia, volle andarla a visitare. Le disse parole di conforto e se ne andò molto commossa, dicendo che avrebbe voluto scrivere la vita di quella infelice convertita a edificazione di tutti.

Talvolta, Linda si rivolgeva a Pietrina o a Madre Adorni e diceva: « Vengano, vengano i mondani e osservino questo mio misero corpo! ».

Quando sentì che l’ora della morte era ormai vicina, si rivolse a Madre Adorni e le disse: « Non sono degna di morire in questo soffice letto. Vi prego: stendetemi sulla nuda terra. Desidero morire così ».

Madre Adorni ebbe un istante di incertezza tra il sentimento umano che le avrebbe voluto alleviare ogni male e quello soprannaturale. Le disse: « Sì, figliola, se così il Signore ti ispira. Sii unita a Lui sulla Croce ».

Con la più tenera attenzione, Madre Adorni e la Bergamaschi solevarono l’inferma e la deposero sul pavimento. Così ricevette i sacramenti, con immensa pietà, e amorevolmente assistita da Adorni e da Pietrina Bergamaschi, circondata dal gruppetto delle ricoverate, rese serenamente la sua anima a Dio.

UN AVVENIMENTO STRAORDINARIO

Dobbiamo qui interrompere la nostra storia per parlare di un avvenimento straordinario che doveva rallegrare la Chiesa intera e che portò a Madre Adorni una gioia inesprimibile.

Già da qualche anno si parlava dell’intenzione espressa dal Papa Pio IX di proclamare solennemente come dogma della Chiesa l’immacolato concepimento di Maria. Il mondo era in attesa ed era noto che il Papa aveva consultato tutte le Chiese e aveva riscontrato una quasi generalità di consensi. Egli aveva dunque deciso di proclamare come verità rivelata l’esenzione della Vergine Maria da ogni macchia di peccato originale: ciò avvenne di fatto l’8 dicembre 1854, alla presenza di moltissimi Vescovi e tra l’esultanza di tutto il mondo cristiano.

Madre Adorni che amava così teneramente la Vergine Maria, ne esultò in maniera tutta particolare.

Già nei mesi precedenti si era preparata al grande avvenimento leggendo e rileggendo i passi della « Mistica Città di Dio » di Madre Maria di Gesù d’Agreda, là dove parla di questo sublime privilegio.

Ne scrive con gioia ad un’amica – probabilmente la contessa Elisa Trivelli Benassi -, e dichiara la sua fede in questa verità. Ma ne scrive in modo particolare a Fra Sincero da Piacenza, che era legato a lei da amicizia spirituale e che gliene aveva richiesto. Scrive: « Mio prediletto figlio, di buon grado la metto a parte di quella gioia e allegrezza che inonda il mio cuore per essere arrivato il tempo avventurato di vedere ormai definita qual dogma l’Immacolata Concezione di Maria Santissima

Ah, figlio mio! troppo è ristretto e tiepido questo cuore nel ricambiare l’amore di quella divina Signora, e fin qui non ho opera buona la quale corrisponda al più piccolo dei suoi benefici. Io non posso che benedire e ringraziare con lei la divina Provvidenza per aver riservato a questi tempi tanto calamitosi un trionfo così solenne per la Chiesa, nella definizione dogmatica di questa verità, sempre sostenuta e difesa dall’Ordine Serafico ».

« …Grandi documenti e luce si racchiudono nei santi libri ch’io leggo e rileggo, con tutto trasporto, dove si tratta di quello che operò l’Altissimo in Maria nell’istante di sua Concezione Immacolata[23]. Contiene tanti e tanti a noi occulti sacramenti, il beneficio di essere Maria SS. concetta in grazia, che io mi confesso stupita di quel poco o niente che intendo, e il mio cuore si converte in affetti di meraviglia, la mia lingua ammutolisce per non saper spiegare anche quel poco che intendo. No, non vi arriva la mia ignoranza! Nessuno, per quanto fosse un’anima santa e arricchita di divina sapienza, troverebbe parole o termini propri per non offendere tanta grandezza; e quando li avesse, sopravanzerebbero ed opprimerebbero l’umana miseria.

Ma chi fra i mortali potrà inoltrarsi in questo mare immenso, scandagliare le profondità di questo grande Oceano di smisurata grandezza? Il torrente impetuoso della divinità s’incamminò a letificare questa Mistica Città dell’anima santissima di Maria… Mio figlio, fermiamoci qui sul lido, per non esserci dato d’inoltrarci più in là, e da qui miriamo la vera Arca del Testamento… Si vede la natura uscire dall’ordine suo, per essere ordinata; si stabiliscono nuove leggi contro il peccato… poiché l’increata Sapienza aveva stabilito, fin dall’eternità, di trarre intatta fuori dalla macchia comune di tutta la natura, la Madre della Grazia, e col potere della sua destra, assegnato le aveva incomparabili tesori di grazie e di benedizioni, per dotarla ed arricchirla come conveniva alla dignità della Madre dell’Umanato Divin Verbo ».

In un’altra lettera al medesimo Fra Sincero da Piacenza, scrive: « Sono ormai per finire questo mio lungo scritto ma non posso terminarlo senza prima intrattenermi un poco sulla dolcissima Madre mia… Come potrò io dimenticare d’aver in Cielo una tal Madre? Il mio cuore è sopraffatto di gioia e di riverenza, e mi trasporta lo spirito all’altezza di sua gloria. Assorta rimango nella cognizione di questo divin Tabernacolo e mi è forza riconoscere il suo Autore per più ammirabile nella di Lei formazione, che in tutto il rimanente creato. Tutto è inferiore a questa Creatura e Signora. La diversità delle creature manifesta con meraviglia il potere del loro Creatore, ma in questa sola Regina di tutti si racchiudono e contengono più ricchi tesori che in tutte insieme le creature ».

Queste riflessioni terminano con una di quelle preghiere sublimi e spontanee come uscivano spesso dal cuore infuocato di Madre Adorni.

« Io miserabile creatura, benché sia polvere e cenere e la minima delle vostre serve, con allegrezza e giubilo del mio spirito vi rendo grazie, o gloriosissima Trinità, e vi magnifico per l’ampiezza di tutti i doni che versaste a gonfi torrenti sull’unica prediletta vostra Figlia, Madre e Sposa.

Sì, o Maria, amorosa Madre mia! L’individua Trinità vi conobbe prima che voi foste, come l’unica a cui conveniva la dignità eccelsa di Madre dell’Umanato Divin Verbo. S’incamminò subito a Voi, con tutto l’impeto, il fiume della Divinità e i suoi attributi, per quanto era capace di riceverli Colei che era pur sempre creatura, e come conveniva alla dignità di Madre, la Trinità santa contemplò in Voi, o fortunata Maria, tutte le grazie e i meriti che avreste guadagnato per Voi e tutti i frutti che avreste ottenuto per tutto il popolo con la vostra fedele corrispondenza.

Mia pietosa Madre, dilatate il mio cuore e il mio intelletto sopra le mie forze, perché possa ricevere l’abbondanza dei lumi che a me donate per conoscere la vostra grandezza. Non permettete, mia pietosa Signora, che i vostri doni siano in me oziosi e senza frutto. Fate che questi divini lumi che in me versate servano a far sì che il vostro Nome sia innalzato e la vostra gloria dilatata ».

Quattro anni dopo, a Lourdes, la Vergine Santa apparirà ad una umile fanciulla, Bernadette Soubirous, e confermerà la definizione di Roma.

L’EX CONVENTO DI SAN CRISTOFORO

L’anno 1855 cominciò male. L’ex convento di San Cristoforo, promesso a Madre Adorni, veniva improvvisamente occupato dai militari.

La notizia giunse come un fulmine a ciel sereno nella Casa di Borgo della Canadella. Gli amici e i benefattori non potevano darsi pace. La Venerabile invece non perdette la sua fiducia.

Alle più intime disse: « Non si contristino per questo ritardo, disposto da Dio. Perché fra qualche tempo verrà il colera in questa città e San Cristoforo diventerà Lazzaretto. Molte persone moriranno. Ma dopo, chi ci ha chiuse le porte si farà premura perché vi entriamo. Mi verranno date le chiavi nel 1856 ». Quando la Venerabile disse queste parole, con accento profetico, era presente la marchesa Teresa Pavesi Negri Calciati, dama di Corte e una delle Visitatrici e amica della Adorni. Essa si spaventò nel sentir parlare con tanta sicurezza di cose così terribili: « Oh, Dio mio! – disse – Forse morirò anch’io di colera! ».

La Adorni le disse prontamente: « Oh, no! Voi non morirete, ma avrete una lunga vita ». La contessa infatti visse fino al 1883 e morì a 77 anni.

Nei giorni seguenti, la duchessa fece chiamare Madre Adorni per esprimerle il suo dispiacere e il suo disappunto per aver dovuto soggiacere alle necessità delle truppe che non avevano per il momento altra scelta. Comunque, non si perdesse d’animo e ricordasse la statuetta della Regina delle Vittorie che le aveva dato in pegno. La buona Principessa l’assicurò che avrebbe mantenuto la promessa, appena « San Cristoforo » sarebbe divenuto libero: si sentiva obbligata per l’affetto che provava verso le ravvedute, ma aveva anche un’altra ragione: « Vi voglio dire la verità – disse -. Mi sento internamente mossa da una forza superiore che io non ho pace se non ve lo darò ».

Anche questo era un segno dell’intervento di Dio.

La Venerabile sentiva in sé tanta fiducia che il Signore, per intercessione di Maria, le avrebbe dato quel convento che non solo sperava, ma ne era sicura e tutto preparava per andarvi. Dicono le sue prime compagne che arrivò a comperare alcuni serramenti, che risultarono poi nella misura esatta, anche se la Madre non aveva mai veduto il convento nel suo interno.

Aveva poi raccolto attorno a sé sei o sette giovani che erano state colpite dalla sua personalità e conquistate al suo ideale e che erano già pronte a entrare nella nuova sede.

Essa le radunava ogni tanto nella Casa di Borgo della Canadella, o forse altrove per dar meno nell’occhio. Parlava loro di Dio, della Passione e Morte di nostro Signore, delle anime peccatrici e del dolore grande che provava nel veder resa inutile una redenzione così abbondante. Parlava poi della Madonna e le innamorava di Lei, suggerendo pensieri di confidenza e di filiale abbandono verso una così tenera e amorosa Madre.

Talvolta, ne avrà condotta una – o tutte per turno – nella visita alle carceri, ora che Pietrina era troppo occupata con le ravvedute, per potervi andare.

In quell’inizio del 1855, le avrà tranquillizzate per la questione di San Cristoforo e avrà loro promesso, con quella sicurezza che a volte si riscontrava in lei, che fra non molto la piccola comunità avrebbe potuto entrare nel convento.

La prima delle sue discepole fu Pietrina Bergamaschi che abbiamo già incontrato e che seguì Madre Adorni fin dal 1848 e forse anche prima: già da cinque o sei anni assisteva le ravvedute nella casa di San Quintino e poi in quella di Borgo della Canadella. Ora aveva 30 anni[24] ed era molto pia e zelante e inoltre aveva dimostrato doti non comuni come Maestra delle ravvedute, ufficio che svolgerà per tutta la vita. La seconda fu una certa Giuseppina Bianchi che aveva allora 26 anni[25]. Era certamente la più dotata del gruppo. Abbastanza istruita e pratica di lavori femminili, era stata Maestra di lavoro in una scuola femminile prima di entrare nell’Istituto. Inoltre, era l’unica che avesse avuto un’esperienza di vita religiosa, perché era entrata tra le Suore del Sacro Cuore di Santa Sofia Barat e vi era rimasta fino al 1848, quando aveva 19 anni, e dovette uscire perché la Congregazione, di origine francese, fu mandata via da Parma. Pensava di ricongiungersi con le consorelle in Francia, ma Dom Oliveros la consigliò di rimanere e di unirsi con Madre Adorni per la nuova fondazione.

Fu un elemento prezioso: un carattere dolce, di grande carità, di intensa vita di preghiera e di spiritualità profonda. Sarà per 36 anni impareggiabile Maestra delle fanciulle e succederà alla Fondatrice nella direzione dell’Istituto: nessuno l’avrebbe potuto fare meglio di lei che era definita « una seconda copia della Madre ».

Le altre furono: Gaetana Pettenati, di 36 anni, una donna già matura che sarà poi assegnata alla direzione delle ravvedute insieme con Pietrina Bergamaschi e che morirà dopo solo 7 anni, nel 1862 [26]; Maria Monteverdi[27] ed Elisabetta Rossi[28], entrambe di anni 22; e la più giovane di tutte, Luigia Barozzi di 19 anni[29]. Svolgeranno umilmente le loro funzioni nella Casa, adattandosi ai lavori più umili e coltivando la vita di pietà e di sacrificio.

Elisabetta Rossi fu negli ultimi anni della Madre la sua devota infermiera e la sua confidente.

Queste furono le prime compagne di Madre Adorni. Probabilmente, erano tutte dirette spiritualmente da Dom Oliveros e conosciute dal Vicario Generale Mons. Lombardini.

Nel 1855, questi pensò che fosse giunto ormai il tempo di dare un riconoscimento ecclesiastico ufficiale alla piccola comunità che mostrava già tanto fervore e così bene prometteva per il futuro, anche se non le era ancora stato possibile vivere in un ambiente comune. Ne parlò al Vescovo e a suo nome stese un decreto in data 3 aprile 1855, per erigere canonicamente la nuova comunità. Facendo espresso riferimento al decreto di Carlo III del 7 aprile 1853, che autorizzava il Vescovo a erigere una Società di Pie Signore con il compito di istruire religiosamente e civilmente le donne che dal fango del vizio fossero rientrate nella retta via, dichiara che tale Società è stata costituita « per opera principalmente della venerabile Donna Carolina Botti », e la erige canonicamente con il titolo di « Società dei Sacratissimi e Purissimi Cuori di Gesù e di Maria ».

Forse questo decreto aveva un difetto di forma, perché non era stato controfirmato dal Vescovo. Ciò spiegherebbe perché, l’anno seguente, il Vescovo Felice Cantimorri abbia rifatto il decreto, in data 25 giugno 1856, riscrivendolo quasi alla lettera, con la sola aggiunta della nomina della Superiora nella persona di Donna Carolina Botti e di due Conservatori (che qui vengono chiamati « curatori per l’amministrazione degli affari »). Vi si fa anche un cenno alle Regole, « che abbiamo comandato di scrivere ad uso della Società ». Questa volta la firma è del Vescovo e non sussistono dubbi giuridici.

Vogliamo però aggiungere che il documento di Mons. Lombardini, anche se avesse avuto un difetto di forma, costituisce di fatto l’inizio della comunità ecclesiale di Madre Adorni, poiché questa fu certamente la volontà del Vescovo Cantimorri che fece stendere il decreto.

Intanto, il colera predetto da Madre Adorni era scoppiato in varie città d’Italia. Il 26 luglio di quell’anno 1855, si ebbe a Parma il primo caso. Ben presto l’epidemia si fece violenta. Nella sola città, che contava allora 45.000 abitanti, vennero segnalati 50-60 casi al giorno e a volte anche più di 100.

Per provvedere ad un Lazzaretto di emergenza, fu dato ordine alla truppe di sgomberare il convento di San Cristoforo, che fu subito pieno di malati. I Benedettini misero spontaneamente a disposizione parte del loro convento e si dedicarono, essi stessi, all’assistenza dei colerosi. Dom Oliveros si distinse in modo particolare: Ciò verrà ricordato anche nel suo Necrologio: « si dedicò indefessamente, dí e notte, vi è scritto, ad assistere i malati e amministrare i sacramenti »[30]. Quando il disastro sarà finito, Luisa Maria di Borbone decreterà una medaglia al merito al monastero dei Benedettini « per azioni distinte di carità e di coraggio durante l’epidemia del colera ».

Certamente anche Madre Adorni, com’era suo costume, si dedicò all’assistenza dei malati e dei moribondi e possiamo supporre che le sue Figlie si siano generosamente prestate a quell’opera di misericordia.

Il colera durò a Parma dal luglio al novembre e provocò 8.200 morti

Madre Adorni non fu colpita dal morbo, ma in seguito alle fatiche e agli strapazzi si ammalò e dovette mettersi a letto. Quanto sia durata questa sua malattia non lo sappiamo: ci è solo noto che il 18 gennaio del 1856, quando le sarà concesso finalmente di entrare in San Cristoforo, non si era ancora rimessa in salute.

L’ex convento di San Cristoforo, dopo l’epidemia, fu lasciato in completo abbandono. Finalmente, ai primi di gennaio, il Comune riconsegnò i chiavi all’Amministrazione militare (« che l’aveva sgomberato per il morbo asiatico »). L’esercito tardò a rioccupare l’edificio e intanto intervenne la duchessa in favore di Madre Adorni. Il 22 gennaio 1856, i militari ricevettero l’ordine di non occupare l’ex convento di San Cristoforo, ma « di consegnarlo, senza alcuna formalità, alla signora Carolina Botti di Parma, la quale come Istitutrice di uno Stabilimento di Asilo e Ravvedimento per le Donne traviate della Capitale, avrebbe dovuto occuparlo con alcune donne che la coadiuvavano ».

In realtà, Madre Adorni aveva già ricevuto le chiavi del convento la sera del 18 gennaio e nella mattina seguente vi era entrata[31].

Essa non si era ancora ristabilita dalla sua malattia, ma era tanto lo zelo di iniziare l’opera che non poté attendere di guarire perfettamente: « Che importa (della salute) – essa scriverà – quando c’è di mezzo la gloria di Dio! ».

Vi entrò e rimase sola per otto giorni. Scriverà essa stessa che il luogo era « molto freddo, senza finestre e senza porte alle stanze, per essere stato tutto bruciato nel trambusto di quella pestilenza ».

Vari anni più tardi, in una lettera al Demanio, che voleva riprendere l’ex convento, Madre Adorni farà una descrizione ancora più dettagliata di come aveva trovato l’edificio. « Io andavo in possesso, essa scrive, di un locale che trovavasi nel massimo deperimento, tutto puntellato, senza porte, senza usci, senza finestre, colle scale tutte guaste e pericolanti, coi pavimenti quasi tutti consunti, coi tetti tutti bisognosi delle più urgenti riparazioni, col pian terreno tutto insalubre e in gran parte senza mattonato; tale locale infine che a farne acquisto a prezzo di stima valeva forse la pena di pagarlo 8 o 10 mila lire, tanto trovavasi in pessime condizioni ». Aggiungerà anche che per riparazioni e per renderlo abitabile le occorsero, nello spazio di vari anni, ben 70.000 lire.

Ebbene, con sorpresa di tutti, benché fosse ancora mezzo malata, non ne sofferse affatto, anzi si vedeva chiaramente che il Signore le dava forza e coraggio. Tutte le sue pene parevano poche al pensiero che stava operando per il servizio di Dio e considerando che in quella casa si sarebbe servito e lodato il Signore. « Questo, essa scrive, era per me di particolare contento, che non sarei capace di ridirlo. Sia sempre lodato il Signore da cui tutto ci deriva ».

L’Abate Bottamini, uno dei due Amministratori, accorse subito a rendersi conto della situazione. Benché l’edificio fosse in condizioni disastrose, il buon Padre comprese facilmente quanto esso fosse adatto all’opera. Il locale era ampio e facilmente divisibile in tre reparti, come era nei progetti della Madre: uno per le Suore, uno per le ravvedute, ed uno per le fanciulle ricoverate. C’era poi un bell’orto e aria buona.

Il buon Padre si mise subito all’opera, tracciando disegni e studiando ogni particolare. Poi, chiamò i muratori e cominciò i lavori.

Da alcune note di conti riscontriamo che lo stesso giorno della sua entrata in San Cristoforo, il 19 gennaio 1856, Madre Adorni consegnò all’Abate Bottamini tutto il denaro che aveva e cioè: 10 marenghi d’oro, pari a Lire 223, e 14 marenghi d’argento, pari A Lire 77.70; inoltre, altre 3 Lire e 39 centesimi. Dalle medesime note risulta anche che l’Abate Bottamini era amministratore dell’Opera fin dal febbraio del 1853, cioè ancor prima del decreto di Carlo III.

Ci si può domandare dove Madre Adorni abbia trovato il denaro per la ricostruzione. Dalle note amministrative risulta che per i primi lavori, dal 21 gennaio 1856 alla fine del 1858, furono spese L. 20.000; in seguito, altre 40-50 mila lire. Pare che Madre Adorni abbia ricevuto cospicue somme dalla duchessa Luisa Maria e da Maria Teresa di Borbone Savoia. Altre pie persone si erano sottoscritte per versamenti mensili. Tuttavia, le somme non potevano bastare all’urgenza e la Madre dovette ricorrere a prestiti, con interesse e firme di garanzia. Un prestito fu fatto dall’Asilo comunale, tramite il Bottamini che ne era amministratore. Anche la signora Botteri Lusardi fece un prestito. L’Abate Bottamini seppe cercare qua e là e, alla fine, la Provvidenza salderà ogni debito.

Ciò che più sorprende in questa situazione di difficoltà economiche e di strettezze finanziarie è la fede e la magnanimità della Fondatrice. Pur essendo piena di debiti e bisognosa di aiuti quotidiani per mandar avanti il gruppo delle ricoverate, non esitava a soccorrere altri che ricorressero a lei. Il caso più singolare fu forse quello di Angela Molari, di Rimini, conosciuta da Carolina Adorni fin dal 1854. Volendo fondare anch’essa una Congregazione religiosa[32] e trovandosi in gravi difficoltà, si rivolse più volte a Madre Adorni per essere aiutata. Questa non esitò a segnalarle le persone più facoltose e benefiche e a raccomandare loro l’amica, come più povera di lei. Perfino nel 1857, quando Madre Adorni si trovava piena di preoccupazioni e di debiti, la Molari si rivolgerà a lei per lettera, per essere raccomandata ai noti benefattori, cosa che la Adorni farà con tutto il cuore.


[1] II decreto ducale di riammissione negli Stati parmensi è del 4 mar­zo 1844.

[2] Cf. « Storia della Fondazione »

[3] Questo episodio è variamente collocato nel tempo dai biografi, ma non può essere avvenuto che nei primi tempi della sua vita di apostolato, perché dal 1853 al 1858, i cinque anni in cui Dom Oliveros fu ancora suo confessore, Madre Adorni si trovò troppo impegnata nelle varie opere per poter attendere per un mese ad un’inferma. Nel racconto dei biografi resta solo da attenuare il senso del servizio dato «giorno e notte» (cf. Simonazzi, pp. 382-383).

[4] Nella « Storia della Fondazione », scritta nel 1857 o 1858, Madre Ador­ni afferma di essersi legata con voto di obbedienza dieci anni prima; ma l’espressione può essere imprecisa e significare il tempo di un decennio circa. Là teste Suor Pia Marchioli dice, per averlo sentito dire da ben tre Suore contemporanee della Venerabile, che essa fece questo voto subito dopo la morte del marito. Questo riferimento ci avvicinerebbe di più alla data del 1845-1846.

[5] « Storia della Fondazione ».

[6] Mons. Neuschel era di origine ungherese. Già confessore ed elemosiniere di Maria Luigia, fu Vescovo di Guastalla nel 1828, poi di Borgo S. Donnino (1836) e quindi trasferito a Parma il 21 gennaio 1843, dove entrerà il 19 marzo dello stesso anno.

[7] I Barnabiti erano stati chiamati a Parma da Maria Luigia, nei 1833 a dirigere il Collegio Maria Luigia. II padre Palma era probabilmente Cappellano delle Carceri.

[8] Regolamento della Società di Pie Signore per l’assistenza spirituale delle detenute nella Casa di forza e correzione in Parma, Parma – Dalla Tipo­grafia Ferrari, 1847.

[9] Il 17 marzo 1848 era insorta Venezia; il 18 insorse Milano che combatté le sue gloriose Cinque Giornate, e il 23 il Piemonte dichiarava guerra all’Austria per correre in aiuto a Milano.

[10] L’annessione avvenne il 16 giugno 1848.

[11] Da questo momento useremo di preferenza il nome di Anna Maria Adorni o di Madre Adorni, perché con quest’Opera ha inizio la sua mater­nità spirituale, che culminerà nella fondazione dell’Istituto delle Ancelle dell’Immacolata.

[12] Sulla data dell’inizio dell’Opera c’è incertezza. Il Simonazzi segna la data del 1852 (pag. 80), ma è certamente errata. Altri documenti ci riportano al 1848. Tra l’altro, la pergamena scritta dal Conforti in occasione della morte, per metterla nella cassa, dice che l’Opera ebbe inizio nel 1848; anche lo « Statuto organico », scritto nel 1892, dice espressamente « verso il 1848 », aggiungendo che verso quell’epoca la signora Botti aveva già raccolto alcune giovani in una casa presa in affitto. Anche la casa di San Quintino, andrebbe quindi collocata al San Martino del 1848 o a quello del 1849. Era infatti uso di entrare nelle case d’affitto l’undici novembre, festa di San Martino. Di qui la frase « far San Martino ».

[13] Cf. AA. VV., I Monasteri italiani della Congregazione Sublacense (1843-1972), Parma 1972, p. 142.

[14] Il vescovo Mons. Neuschel aveva rinunziato alla sede il 27 settembre 1852.

[15] L’11 aprile 1853 fu accettato ufficialmente come membro della Comunità di San Giovanni.

[16] I monasteri italiani, op. cit., p. 154.

[17] Si chiamavano Conservatori gli Istituti di educazione per le fanciulle.

[18] Cf. I promessi sposi, cap. 38.

[19] Vedi Civiltà Cattolica, 1854, p. 209.

[20] Ibid.

[21] La pena del bastone era stata mutuata dai regolamenti militari austriaci e veniva irrogata forse con troppa facilità.

[22] Vedi « Storia della Fondazione ».

[23] Sono i libri di Maria d’Agreda, di cui si è parlato più sopra.

[24] Nata a Parma il 10 luglio 1825, morirà in San Cristoforo il 10 marzo 1890.

[25] Nata a Parma il 19 marzo 1829, mori il 14 marzo 1900.

[26] Nata a Parma l’8 aprile 1819, morta il 19 luglio 1862.

[27] Nata a Noceto il 30 aprile 1833, morta il 31 gennaio 1885.

[28] Nata a Campora il 4 maggio 1833, morta il 23 gennaio 191.

[29] Nata a Pagazzano il 27 agosto 1836, morta il 17 gennaio 1900.

[30] I monasteri italiani, p. 160.

[31] Ufficialmente, il convento sarà assegnato alla « signora Carolina Botti » il 9 gennaio 1857 e consegnato formalmente al Vescovo il 6 marzo dello stesso anno.

[32] La Molari fonderà di fatto la Congregazione delle Figlie dell’Immacolata Concezione a Sant’Arcangelo di Romagna e assumerà il nome religioso di Suor Maria Maddalena della SS. Trinità.

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Congregazione religiosa fondata da Anna Maria Adorni nel 1857.

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