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FRS 3°parte: La Fondatrice

 

CARISSIME FIGLIE, SORELLE E AMICHE…

Il Padre Bottamini si affrettò a preparare nell’ex convento alcune stanze per le ravvedute di Borgo della Canadella e tutto fa pensare che esse vi siano entrate nel maggio 1856 con Pietrina Bergamaschi loro Maestra[1]. Non sappiamo invece chi sia entrata con la Madre, dopo gli otto giorni in cui rimase sola. Forse Gaetana Pettenati che aiuterà poi la Bergamaschi nella guida delle ravvedute. Essa infatti viene elencata per prima nel quaderno in cui si parla di loro e la teste Suor M. Albina Buttignol, parlando di lei, dice: « Questa nostra prima consorella ». Oppure, fu quell’ottava compagna di cui non ci fu trasmesso il nome.

Insieme con le ravvedute entrò in San Cristoforo anche Celestina, che aiutava in casa e che soprattutto edificava con la sua pietà.

Ma in questo momento, in cui i voti più ardenti di Madre Adorni si stavano compiendo e il suo cuore era ripieno di santa gioia, ecco il Signore provarla con un nuovo dolore. Mons. Giacomo Lombardini, che tanto aveva favorito e protetto l’Opera, moriva improvvisamente il 18 aprile di quell’anno. Egli era stato la luce, l’anima, il conforto dell’Istituzione. In mezzo alle molteplici sue occupazioni di Vicario Generale, di professore di Sacra Scrittura in seminario, di precettore del duca Roberto di Borbone, aveva saputo trovare il tempo per recarsi dalle sue protette, per istruirle, incoraggiarle e spingerle ad ogni opera di bene.

Madre Adorni di lui parla spesso nella « Storia della Fonda­zione », mettendo bene in rilievo quanto egli abbia fatto per l’Istituto. Riassume i suoi sentimenti in queste parole: « Ah, questi quanto mai fece per questa casa finché visse! ».

Il 25 giugno, come si è detto sopra, il Vescovo di Parma riconfermando con nuovo decreto l’Istituzione, aveva nominato Superiora la signora Carolina Botti.

Non era ancora possibile far venire le giovani compagne nel convento di San Cristoforo, perché non era pronto il reparto ad esse riservato; ma ciò non impedì alla Madre di radunare le sue Figlie e tenere il discorso che il cuore le dettava.

Non possiamo fare a meno di riportarne lunghi brani.

« Carissime Figlie, Sorelle e Amiche mie – cominciò -, già da tempo ho il bene di essere vincolata a loro con questi così dolci nomi. Altro non fu, a mio vedere, che l’ardente carità dell’amoroso Cuore di Gesù che ci legò insieme con questo nodo, perché tutte insieme, con coraggio di sue vere discepole, si entrasse a parte dei sentimenti del suo adorabile Cuore. Per questo, Egli accendeva i nostri cuori di vivo desiderio di unirci in una medesima casa per consacrarci tutte, interamente, al suo santo servizio e perché, con la sua divina Grazia, camminassimo dietro le sue orme e divenissimo una copia fedele della sua vita. Ma in modo particolare Egli voleva che a suo esempio, imitando più da vicino le virtù che Egli praticò sulla Croce, divenissimo vittime volontarie, a maggior gloria del suo divin Padre e per la salvezza di tutte le anime, senza eccettuarne alcuna.

Amate figlie, rendiamo le ben dovute grazie al Dator d’ogni bene, perché è arrivata l’ora determinata dalla Provvidenza, per dar compimento ai nostri voti ».

« Ma… » – A questo punto c’è proprio un « ma », nel suo discorso. La gioia del poter dare inizio alla vita religiosa, tanto sospirata, viene turbata da un’ombra, rappresentata da quel « ma ». Il turbamento però tocca solo la superficie dell’anima, perché nelle sue profondità la Venerabile è già unita intimamente alla volontà di Dio. Così, ancor prima di spiegarci il significato di quel « ma », essa si interrompe per esclamare: « Oh, grande Iddio! Sia pur fatta la vostra santa volontà, a scapito della mia! ».

La ragione del turbamento della Madre deriva dal fatto che era stata nominata Superiora della piccola comunità. Parrebbe strana questa reazione del suo spirito e sembrerebbe ovvio che Madre Adorni aspirasse a guidare quel gruppetto di giovani che l’avevano scelta come guida e maestra. Ma la sua umiltà le fa vedere le cose diversamente: essa si sente incapace e indegna. Si sente anzi tutta confusa e ne prova un dolore vivissimo: anzi, un duplice dolore. Il primo, le deriva dalla trepidazione di veder affidate alle sue cure, come vasi preziosi, le anime di quelle buone giovani, chiamate alla più sublime santità e alla più grande purità di vita. « Il pensiero che questi grandi tesori, contenuti in vasi fragili, vengono affidati alla custodia di un vaso ancora più fragile, anzi terreno, fracassato e cioè alla più misera, alla più tiepida e più negligente di tutte », le causa grande sorpresa e la più grande pena.

Il secondo dolore è conseguenza del primo: come farà a portare avanti questo compito? Chi non sa custodire la propria vigna, come potrà custodire quella degli altri? Lei che aveva trovato sempre e solo nell’obbedienza il conforto e la sicurezza di compiere la volontà di Dio, ora doveva guidare gli altri, indicare a loro il cammino, rendersi interprete della volontà divina. Come potrà dirigere gli altri se essa stessa non sa quello che deve fare?

« Non paia loro strano, amate Figlie – soggiunge -, questo mio dolore e questa mia trepidazione. Se non vogliono pensare alla mia debolezza, ciascuna pensi alla propria e dovrà ammettere che siamo tutte del medesimo fango: massa fragile, donne imperfette e ignoranti. E nessuna possiede queste imperfezioni più di me… Questo lo devono riconoscere e ammettere, per aver timore del pericolo. Quanto è maggiore in me questo pericolo! Come potrò aver quiete e tranquillità finché resterò in quest’ufficio, sapendo che se dormo, anzi se anche solo starò sonnolenta, metto a rischio il tesoro che mi è affidato? ».

In questa trepidazione e sgomento, le viene in soccorso la fede. Si ricorda del salmo che dice che è il Signore che custodisce la casa, e si rasserena in questa confidenza, pensando che dovrà essere Lui la potenza che dona la forza, la luce che guida, lo scudo che difende e l’autore di ogni opera buona. Con l’aiuto del Signore, dunque, lei, benché tiepida e senza virtù, intraprenderà la grande opera di condurre le sue Figlie sulla via della virtù, perché abbiano a divenire angeli di purità, diligenti nella perfezione e ardenti d’amore.

Sentendo la propria incapacità e insufficienza, la Madre esorta le Figlie a prendere la Vergine Santissima a modello di ogni virtù; anzi propone che tutte insieme abbiano ad eleggere come Superiora della Casa, la stessa Vergine Maria, della quale la Adorni si riterrà semplicemente la coadiutrice e la vicaria.

E qui il discorso diviene preghiera: un’invocazione alla Vergine e una regolare nomina di Lei a Superiora della Casa, con la promessa solenne di ubbidirle in tutto e sempre. Ascoltiamola.

« Oh, gran Regina e Imperatrice del Cielo e della terra, non disdegnate di ammettere l’istanza di una che si gloria di essere vostra schiava. Udite, Madre nostra, il gemito che dall’intimo dei nostri cuori si volge a Voi, per chiedervi la vostra amorosa protezione e il vostro materno affetto. Siate Madre singolare di questo piccolo gregge. Non disprezzate chi vi invoca con ansia amorosa e con tutta sincerità.

Da ora e per sempre vi nominiamo e costituiamo unica Padrona e Superiora di questa comunità, in modo tale che tutte le Sorelle di questa Casa e tutte quelle che a noi succederanno in quest’ufficio, non abbiano mai a derogare da questa decisione, ma si reputino e si stimino coadiutrici e vicarie Vostre e tutte a Voi obbediscano, come anche noi obbediamo, perché in questo consiste il nostro vero bene e il nostro futuro progresso.

E io, la minor serva di tutte, rinuncio nelle Vostre mani, mia buona Signora e Padrona, l’ufficio che mi è stato affidato, di sorella maggiore di questa umile comunità, di cui Voi sola siete Madre e Superiora. Da questo momento, mi riconosco Vostra coadiutrice e vicaria.

Prostrate ai Vostri santissimi piedi, Vi preghiamo, dolcissima Signora e Madre nostra, di accettare questa elezione e di governarci d’ora innanzi, come unica e speciale Protettrice e Superiora ».

Con questa umile e confidente preghiera terminò l’allocuzione della Madre Anna Maria Adorni alle sue Figlie.

Altre sagge esortazioni e sentimenti sono espressi nel discorso che abbiamo riassunto, ma abbiamo voluto attenerci ai punti salienti e caratteristici. Ora, dobbiamo aggiungere che il piccolo gruppo era pieno di santo fervore e tutte le giovani non vedevano I’ora di poter entrare in San Cristoforo, per formare con la Madre un’unica fervorosa famiglia. Il Signore però, stava per chiedere il la Madre un altro doloroso sacrificio.

Come abbiamo visto, la figlia Celestina era entrata in San Cristoforo, insieme con le prime ricoverate. Aveva ora tredici anni. Tutte le ricoverate le volevano bene ed erano edificate per la sua bontà. Non è più la golosetta e la bambina vanitosa di un tempo: è obbediente, gentile, servizievole e, soprattutto, prega in una maniera angelica. Possiamo legittimamente arguire che la madre era santamente orgogliosa di lei. Mentre cresceva in statura, in avvenenza e in intelligenza, mostrava anche di progredire nell’amore di Dio e nell’esercizio delle virtù. La madre forse sognava di farla crescere insieme alle bambine che avrebbe presto raccolto e, chi sa, forse un giorno sarebbe potuta divenire loro maestra e dedicarsi per sempre a quella grande opera di bene.

Ma i disegni di Dio non sono come quelli degli uomini.

Verso la fine di ottobre, Celestina si ammalò e ben presto divenne grave. Tutta la casa seguiva con angoscia il decorso della malattia e le ricoverate si davano il cambio a pregare nella piccola cappella. La Madre non si allontanava mai dal lettino e pregava Dio con tutto il cuore e supplicava la Vergine a non toglierle il suo tesoro.

Anche la bambina pregava. Voleva, sì, guarire, ma come le aveva insegnato la mamma, ogni sua supplica terminava con le parole di Gesù nell’Orto: Sia fatta, o Signore, la tua volontà.

L’ultimo giorno le venne un desiderio: si ricordò degli squisiti budini che la mamma qualche volta preparava per lei e per i fratellini. Oh, come le sarebbe piaciuto! La mamma commossa da quel desiderio infantile, corse in cucina e tornò ben presto con il dolce preferito. Ma quando la piccola se lo vide davanti e ne sentì il profumo allettante, un sublime pensiero le si presentò alla mente: « Mamma, disse, mi è venuto in mente di farne un sacrificio alla Madonna! ».

Una lagrima sgorgò dagli occhi della mamma. Voleva dire che, no… la Madonna sarebbe stata contenta lo stesso. Ma poi sentì dentro di sé che doveva rispondere diversamente, che la sua cara Celestina aveva bisogno di un’ultima gemma per la sua corona. Allora, facendosi forza, disse: « Oh, sì, bambina mia! La Madonna sarà molto contenta… ». Non poté dire altro perché un nodo le serrava la gola.

Celestina morì in una grigia giornata di autunno, il 4 novembre 1856. Il sacrificio di Anna Maria Carolina Adorni, vedova Botti, era consumato! Dio le aveva chiesto tutti i suoi figli e lei li aveva offerti con lo strazio nel cuore, così come Maria Addolorata aveva offerto suo Figlio lassù sul Calvario.

Forse fu proprio nello strazio di questo supremo dolore che essa intuì la funzione della Vergine Santissima ai piedi della Croce: essere associata al mistero redentore del Figlio ripetendo dolorosamente e amorosamente il suo « Fiat » davanti alla volontà salvifica del Padre che chiedeva l’immolazione della Vittima da lei generata[2].

Forse proprio in quel momento comprese quale « grazia particolarissima », quale « dono straordinario del cielo » le fosse stato elargito dallo Spirito: quello di essere associata a Cristo Signore nella grande opera della salvezza, come Maria sul Calvario e in intima unione con Lei. In quel momento, rinnovò con piena e dolorosa comprensione il voto di essere vittima volontaria per la salvezza del mondo. 

LA PRIMA COMUNITÀ DELLE ANCELLE

Il 1856 aveva visto anche la morte del conte Valerio Magawly, già Ispettore delle carceri, assassinato in Borgo delle Asse (ora Borgo del Parmigianino), il 4 marzo. Era uno degli ormai numerosi atti di terrorismo, frutto della prassi rivoluzionaria. Madre adorni apprese la notizia con vivo dispiacere, perché il Magawly era stato un uomo che aveva molto favorito l’opera di assistenza alle carcerate.

All’assassinio del conte Magawly seguirono altri attentati, tanto che fu necessario ripristinare lo stato d’assedio. Vennero operati molti arresti, ma poi piano piano la situazione si andò calmando e la duchessa rivolse di nuovo la sua attenzione all’amministrazione e alle riforme: fu ricostituita l’Universítà con tutte le facoltà, furono istituite scuole elementari e medie, fu costruito un nuovo quartiere popolare nell’Oltretorrente, detto via della Salute, e furono risanate le finanze soprattutto per merito del Ministro Antonio Lombardini, padre del compianto Mons. Giacomo Lombardini.

In questo clima di relativa tranquillità, Carolina Adorni si recò dalla duchessa a presentarle un Memoriale in cui chiedeva espressamente l’autorizzazione a fondare una Congregazione religiosa. È datato 9 novembre 1856, cinque giorni dopo la morte di Celestina, ma deve essere stato composto prima ed elaborato stilisticamente da persona capace, probabilmente l’Abate Bottamini. Il Memoriale, o per essere esatti, la « Relazione », ha un’importanza fondamentale perché è il primo documento nel quale sono esposti, con tutta chiarezza, gli scopi e i mezzi dell’Istituzione che Madre Anna Maria Adorni intendeva fondare.

Comincia così: « L’Istituto religioso che sotto il titolo dei Sacratissimi Cuori di Gesù e di Maria intende la sottoscritta fondare in questa Città di Parma, nel Convento delle ex Agostiniane detto di S. Cristoforo, assegnatole a tale uopo graziosamente dalla munificenza di S.A.R la Duchessa regnante, avrà lo scopo, ecc. ».

Lo scopo (oltre quello generale della santificazione dei membri) era « l’adoperarsi a tutt’uomo per mezzo dell’istruzione e della carità più paziente, alla conversione e direzione di quelle femmine che cadute nei disordini di una vita licenziosa ed immorale intendono, per misericordia di Dio, di rientrare nell’ordine della vita morigerata e cristiana ».

Come mezzo a questo scopo due o tre Suore si recheranno più volte alla settimana alla Casa di correzione di Sant’Elisabetta per visitare e istruire le detenute.

Secondo scopo dell’Istituzione era quello di accogliere e istruire fanciulle orfane o abbandonate, che nella tenera età di 10-14 anni sono lasciate senza assistenza e sono in pericolo di corrompersi al contatto col vizio. Naturalmente, l’istruzione religiosa sarà il cardine di questa educazione, « persuase che senza la religione cattolica, e questa ben radicata nel cuore, non possono darsi individui utili alla società ».

Vengono quindi elencati i vantaggi sociali che deriveranno da questa istituzione:

1) Anzitutto, si darebbe modo a donne nubili o vedove, che ne sentissero la vocazione, di dedicarsi a questa benefica Opera, contribuendo così al miglioramento della società civile.

2) Si darebbe ricovero a quelle infelici giovani convertite che, diversamente, correrebbero il rischio di ritornare al vizio e a quelle fanciulle che si trovano nel pericolo di precipitarvi.

3) Imparerebbero qui a guadagnarsi il pane con la propria onesta fatica e si avrebbe modo di preparare oneste inservienti per le case di buoni padroni, vantaggio questo non piccolo se si pensa che le donne di servizio provengono dalle classi basse e, non raramente, da ambienti di dubbia moralità.

Come si può notare in questo riassunto, la Fondatrice, dato lo scopo del Memoriale, insiste sui vantaggi sociali dell’Opera per cui chiede il permesso di fondazione.

Passa poi a presentare un Prospetto di come sarà organizzata « la nuova comunità dei SS. Cuori di Gesù e di Maria nel Convento di S. Cristoforo di Parma ». Vi si dice anzitutto che essa sarà soggetta al Vescovo di Parma e a lui spetterà di dare e approvare il regolamento e le leggi che dovranno guidare la Comunità. Si notifica inoltre che al prossimo 21 dicembre, con il permesso e l’approvazione del Vescovo, saranno ammesse in San Cristoforo alcune giovani piene di zelo e di virtù per dare inizio al noviziato, sotto la guida dell’attuale Superiora.

L’abito sarà stabilito dal Vescovo. Le convertite si chiameranno Rinchiuse e le fanciulle pericolanti si chiameranno Ricoverate. Vestiranno abito secolare ma uniforme nelle loro classi.

Si fa cenno ai due Conservatori per l’amministrazione e si dice che « la Superiora primaria della Comunità di S. Cristoforo, per nomina di Mons. Vescovo e in virtù dell’obbedienza dovuta all’Eccellenza Sua reverendissima, è di presente la sottoscritta (Carolina Botti) ».

La duchessa Reggente, che probabilmente aveva provocato la Relazione, si mostrò molto ben disposta verso Madre Adorni, ma le fece sapere che per ottenere un permesso di fondazione, stante le leggi vigenti, bisognava ricorrere ad un procedimento particolare (che si potrebbe definire una fictio juris, ossia un piccolo imbroglio giuridico): bisognava cioè far apparire che la nuova Congregazione era aggregata a un Istituto già esistente e approvato, adottandone le Regole. Perciò le suggeriva di presentare la sua Istituzione come una derivazione delle Religiose di Nostra Signora della Carità del Buon Pastore di Angers che avevano uno scopo del tutto simile a quello propostosi da Madre Adorni.

Pochi giorni dopo, il 17 dicembre 1856, Madre Adorni consegnava alla duchessa il documento in cui dichiarava di adottare le Regole delle Suore di Angers. Il 9 gennaio successivo, il Ministero di Grazia e Giustizia emanava un decreto a nome di Luisa Maria di Borbone, Reggente per il duca Roberto I, con il quale si dava facoltà all’Ordinario diocesano di fondare nella città di Parma un Istituto colle Regole e Costituzioni proprie delle Religiose di Nostra Signora della Carità del Buon Pastore della città di Angers. Firmato: Luisa. Controfirmato per il Ministro di Grazia e Giustizia: Salati.

Nel decreto, all’articolo 3, si dice che l’Istituto avrà l’uso gratuito, « insino a tanto che durerà la buona Opera diretta al fine prementovato », dell’edificio di San Cristoforo, eccetto quella parte che è già stata assegnata all’opera parrocchiale di San Quintino per la Confraternita di San Carlo. Viene anche stabilito che le spese di riparazione dell’edificio saranno a carico dell’Istituto. Viene così a cadere l’obbligo dell’affitto annuale, prescritto da un precedente documento, e la precarietà della concessione.

Quello che è strano è che all’autorizzazione della duchessa non abbia fatto seguito un corrispondente decreto ecclesiastico che, avvalendosi dell’autorizzazione ducale, istituisse la Congregazione religiosa. Mons. Cantimorri accuserà sì, ricevuta del documento al Ministero di Grazia e Giustizia, ma di fatto non fonderà l’Istituto. L’Opera di Madre Adorni era stata riconosciuta con i decreti del 1855 e ’56, ma come Società di Pie Donne e non come Congregazione religiosa. Questo mancato riconoscimento da parte della Chiesa resterà sempre come una spina nel cuore di Madre Adorni. Solo 19 anni dopo, riuscirà a ottenere dal Vescovo Villa un decreto di erezione in Congregazione religiosa, ma il pieno riconoscimento non l’avrà che sul letto di morte.

Intanto era passata la data del 21 dicembre, prevista dalla Madre come quella in cui sarebbero entrate le aspiranti e avrebbero cominciato il noviziato: era passata ed esse non vi erano entrate. Perché? Forse non erano finiti i lavori? O vi fu qualche altro ostacolo?

Di fatto, le Suore non entreranno in San Cristoforo che il 1° maggio 1857: almeno ufficialmente, perché da un foglietto delle Suore della prima o seconda generazione risulta che la Bergamaschi vi era già e che la Pettenati vi entrò definitivamente nei primi mesi del 1857, Angela Barozzi vi entrò il 27 aprile, Maria Monteverdi il 1° maggio, Elisabetta Rossi l’8, mentre Giuseppina Bianchi non vi entrò definitivamente che il 15 di agosto. Madre Adorni, tuttavia, scrive: « Il giorno 1° maggio 1857, con l’approvazione di Mons. Vescovo, feci entrare in San Cristoforo altre sei mie compagne (la Bergamaschi, come sappiamo, c’era già), che da gran tempo aspettavano di unirsi a me, avendo il Signore dato loro la mia stessa vocazione. E in questo giorno, 1° maggio, si diede principio alla Congregazione religiosa, con otto individui per sostenere questa santa Istituzione ». Nelle otto persone era compresa la Fondatrice e quella compagna di cui si ignora il nome. Così finalmente, a cinquantadue anni, nella piena maturità, Madre Anna Maria Adorni vede realizzato il suo sogno. Le era stato dato il convento di San Cristoforo, lo aveva adattato convenientemente, vi erano entrate 7 aspiranti Suore, 7 giovani ravvedute e 9 orfanelle: l’Opera. era cominciata.

La Madre pensò anzitutto alla formazione delle sue Suore. Aveva ricevuto da Imola una copia in italiano delle Regole e Costituzioni delle Suore di Nostra Signora della Carità del Buon Pastore di Angers e le aveva lette con molto interesse. Contenevano la Regola di Sant’Agostino e le Costituzioni dettate da San Giovanni Eudes e da Sant’Eufrasia Pelletier, nel secolo XVII, per la Congregazione religiosa da essi fondata.

Madre Adorni aveva trovato che, in linea di massima, quelle Costituzioni corrispondevano a quanto essa si proponeva per la sua Congregazione. Vi si parlava dello zelo per la salvezza delle anime, della redenzione delle traviate, della preservazione delle fanciulle abbandonate, della devozione ai SS. Cuori di Gesù e di Maria; ma quello che non si adattava alle condizioni iniziali del suo Istituto era la mole stessa del libro e le molte minuzie che vi erano prescritte; ma soprattutto vi appariva una forma di clausura, quasi monacale, che non si addiceva proprio a un Istituto di Suore che intendevano dedicarsi all’apostolato diretto.

La Adorni pensò quindi che per i primi tempi fosse sufficiente la stesura di un orario quotidiano, con l’indicazione delle azioni da compiere e con qualche annotazione di carattere spirituale. In questo modo, si sarebbe vissuta la regolarità propria di un Istituto religioso, senza gravarsi di regole non ancora provate dall’esperienza. La formazione verrebbe poi completata da opportune conferenze e istruzioni, per le quali avrebbe potuto attingere dalla « Mistica Città di Dio », là dove la Madonna dà istruzioni alla sua confidente sulla vita religiosa, ed anche dalle Costituzioni stesse di Angers.

L’Orario era preceduto da una « Premessa »: le necessità dei primi tempi hanno costretto la superiora a distribuire i vari compiti come meglio era possibile ed anche le pratiche di pietà furono a volte sacrificate per le circostanze degli inizi; « ma il Signore, scrive la Madre, non permetterà mai che alcuna di noi non possa acquistare la virtù e una buona vita interiore per il fatto che lascia Lui per servire Lui ». Sottolineamo quest’espressione, veramente significativa.

« Sembra duro, continua, il non poter pregare molto per l’anima propria. Ma se diminuiamo l’orazione in Cappella per adempiere a quegli obblighi per cui il Signore ci adunò in questa Casa, spero e credo che Egli ci vorrà assistere colla sua divina grazia e farà sì che nelle medesime nostre occupazioni si trovi la vera orazione ». Questa « vera orazione » è il continuo pensiero di Dio, della sua gloria e il pensiero della salvezza delle anime: Madre Adorni viene insomma a dire che nell’apostolato le Suore troveranno l’unione con Dio e un mezzo di santificazione: contemplativus in actione, direbbe Sant’Ignazio.

L’Orario fissa poi le varie azioni della giornata: alzata alle 4.30 (d’inverno un’ora più tardi) e il riposo alle 22: sei ore e mezzo di sonno e una giornata lunga quasi 18 ore. Ricreazione? « Un po’ alla sera dopo cena, mentre nel dopo pranzo per mancanza di tempo, la ricreazione per il momento sparisce ».

Madre Adorni riteneva che la sua comunità, pur non essendo ancora costituita in vera Congregazione, poteva praticare la vita religiosa nella sua interezza. E non si ingannava. Difatti, poteva constatare con i suoi occhi il progresso spirituale delle sue Figlie. Scrive infatti: « Provo la gioia di vedere queste mie consorelle avanzare di giorno in giorno nell’acquisto delle virtù, ma in modo segnalato nello zelo dell’altrui salvezza e nell’ardente desiderio di fare in tutto e per tutto la divina Volontà. Dio buono! Chi non vede che camminando in tal modo ne viene di conseguenza la pazienza, la mortificazione, la mansuetudine, l’umiltà, la castità, la carità, la fortezza e tutto quel corredo di virtù che richiede dai suoi membri questa santa istituzione? ». Insomma, è il raggiungimento della santità attraverso l’esercizio dell’apostolato, proprio come dice il Concilio Vaticano II[3].

 VITA IN SAN CRISTOFORO

Madre Adorni era da poco entrata in San Cristoforo, quando avvenne il seguente fatto. Una certa signora Invernizzi, della parrocchia di San Quintino, si recò un pomeriggio da Madre Adorni, che conosceva già dai tempi di Borgo del Becco, per raccomandarle il suo povero marito, che stava per morire ma che non voleva saperne di preti e di sacramenti. La Madre le disse parole di conforto, la esortò a pregare e a sperare e l’assicurò che avrebbe pregato anche lei per l’infermo.

Partita la donna, Madre Adorni si recò subito in cappella e rimase assorta in preghiera per lungo tempo. Così assorta che non si accorgeva del tempo che passava e quando, all’ora di cena, una Suora la scosse perché andasse a mangiare, disse: « Andate pure a cena. Io non mi muoverò di qui finché il Signore non mi avrà concesso la grazia ». Alle 22,30 finalmente si alzò dal banco, tutta lieta in viso, e alla Suora che si era accostata disse: « Sì, carina, ora mi ritiro volentieri perché in questo momento Gesù mi ha esaudita ». Il giorno dopo si seppe che l’ammalato, dopo una giornata agitatissima, alle 22,30 precise era stato preso come da un sonno profondo e risvegliandosi al mattino, aveva chiesto che gli chiamassero il confessore.

Un’altra conversione avvenne nel corso dell’anno 1858. Si riferisce al reparto bambine cosiddette « pericolanti ». Una di queste bambine dopo qualche tempo cominciò a mostrarsi triste e preoccupata e Suor Giuseppina Bianchi non riusciva a farsi dire che cosa avesse. Pensò allora di parlarne alla Madre. Questa chiamò la piccina e le parlò con tanta amorevolezza che la piccola, con le lagrime agli occhi, le raccontò che la zia, che le aveva fatto da mamma, aveva una cattiva relazione con un ufficiale dell’esercito. La piccola aveva tanto sentito parlare della bruttezza del peccato che ne era tutta spiacente per la zia e temeva che morisse e andasse all’inferno.

Madre Adorni consolò la piccina, esortandola a pregare e assicurando che anche lei avrebbe pregato tanto, tanto… Contrariamente alla norma, che non permetteva ai parenti che conducevano vita scorretta di avvicinare le bambine senza la presenza della Maestra, per questa piccola la Madre lasciò che la zia fosse sempre sola con la nipotina, sia perché la situazione morale dell’infelice era ignorata e sia anche perché era certa che la piccina avrebbe avuto buona influenza sulla zia. Anzi, essa stessa cominciò a parlare a quella povera infelice, la quale finalmente le aprì il cuore. Era consapevole della sua vita di peccato, ma non sapeva come uscirne: amava quell’uomo e poi, in ogni caso, non sarebbe riuscita a farlo allontanare da sé. Madre Adorni esortò la donna a recarsi in pellegrinaggio a Fontanellato e a chiedere alla Madonna la forza di rompere quei legami peccaminosi; nello stesso tempo, fece parlare alla duchessa dalla sua amica Teresa Botteri Lusardi; si trattava di trasferire per qualche tempo l’ufficiale senza far trapelare la vera motivazione del provvedimento. La duchessa acconsentì benevolmente. Nel frattempo, la donna cadde malata e in poco tempo si trovò in fin di vita. Morì pentita e serena, riconoscente alla Vergine e a Madre Adorni di averla ricondotta sulla buona via.

Un altro fatto riguarda le piccole ricoverate e lo raccontiamo qui anche se il suo epilogo si ebbe molti anni più tardi.

Tra le piccole era stata accolta una bambina di 7 anni, certa Franceschina Borghini. Non si sa da chi sia stata affidata a Madre Adorni, perché risultò che non aveva parenti prossimi. Era affetta da una forma di epilessia che la prendeva ogni tanto con convulsioni, bava alla bocca, irrigidimento, ecc. Inoltre, era uno di quei tipetti che oggi gli psicologi chiamano caratteriali: improvvisi scatti d’ira, violenze ingiustificate verso tutto e verso tutti. Insomma, era una bambina impossibile. Dopo qualche mese di infinita pazienza e dopo aver provato tutte le maniere per attirarsi la benevolenza della piccola e domarla in qualche modo, le Suore erano scoraggiate. Pregarono perciò la Madre di mandarla via perché era di disturbo anche per le altre. La Madre rispondeva: « Abbiate pazienza! Abbiate pazienza! È sola e malata. Come possiamo mandarla via? Preghiamo, preghiamo insieme il Signore, Egli ci penserà ».

Passarono così 18 anni, nei quali non si sa se ammirare di più la magnanimità della Madre o la pazienza delle sue Figlie: del resto, sappiamo quale anima eletta fosse Giuseppina Bianchi e come la Madre potesse contare su di lei.

Franceschina non era migliorata con gli anni e fu sempre la croce della buona maestra Giuseppina e un po’ anche delle compagne. A venticinque anni, si ammalò e ben presto ci si accorse che si trattava di quel male terribile al quale allora non c’era rimedio: la tubercolosi.

Madre Adorni era spesso accanto al suo letto e le parlava con tanta dolcezza e con tanta fede che la giovane cominciò a vedere le cose diversamente. Mentre agli inizi si ribellava al suo male e all’idea della morte, ora che la Madre le parlava così bene del bel Paradiso, quasi quasi si sentiva di desiderarlo. Non solo. Eravamo nell’anno giubilare 1875 e la giovane Franceschina fu esortata a compiere anche lei le pratiche del Giubileo. Le compì con tanta fede e devozione che Madre Adorni ebbe a dire che fu l’unica in quella Casa ad acquistare il Giubileo.

Le condizioni dell’inferma si facevano sempre più gravi. La tormentava una gran febbre e ancor più la difficoltà di respiro. Ormai, desiderava la morte e spesso chiedeva: – Quando? Quando? La buona Madre le rispondeva: « Porta ancora un po’ di pazienza Franceschina, poi la Madonna verrà a prenderti ».

Un giorno le disse: « Coraggio! ancora poco… Ho chiesto alla Madonna di venirti a prendere nel giorno e nell’ora in cui Lei fu assunta in Cielo ».

Il 15 agosto, mentre la Chiesa celebrava la festa della Madonna Assunta, la povera Franceschina si aggravò improvvisamente. Le Suore e le compagne le furono accanto. Pregavano. Qualcuna singhiozzava. Ad un tratto, si sentì la voce commossa della Madre che sussurrava: « Inginocchiatevi, perché entra la gran Madre di Dio… ». In quel momento, Franceschina sorrise e spirò. La Madre raccontò poi che il Signore le fece la grazia di vederne l’anima salire in cielo in forma di colomba.

Così, tra giornate piene di preghiera e di lavoro e tra episodi di questo genere, passarono i primi anni di San Cristoforo. La Madre era felice e ringraziava ogni giorno il Signore di averla fatta strumento della sua misericordia.

Le Dame della Pia Unione Visitatrici continuavano con fervore il loro compito e spesso si recavano a San Cristoforo per parlare con la Adorni e per edificarsi della vita di fervore che vi si conduceva.

 LO SPIRITO DELL’ISTITUTO

La vita in San Cristoforo scorreva dunque tranquilla nell’esercizio di tutte le virtù cristiane e particolarmente nella pratica della carità vicendevole e verso le ricoverate. I rapporti tra Carolina Adorni e il gruppetto delle sue collaboratrici erano quelli di maestra e discepole, ma assumevano anche il tono affettuoso di madre e figlie. Perfino nell’obbedienza la Venerabile chiedeva che le sue Suore obbedissero alla Superiora come a loro Madre e con vero affetto di Figlie.

La formazione delle Suore avveniva naturalmente, nelle circostanze di ogni giorno, ma talvolta si accentuava in incontri nei quali la Madre esortava le Suore alla fedeltà a Dio, ammonendole a fuggire anche la più piccola colpa, perché non vi è colpa piccola nello stato religioso, nel senso che il vero amore si manifesta con la premura di evitare anche il più piccolo disgusto alla persona amata.

« Figliole mie, diceva, ricordino che non c’è maggior fortuna per un’anima che quella di essere chiamata nella casa di Dio per consacrarsi tutta al suo servizio ». Le ammoniva anche a premunirsi contro le tentazioni del diavolo che fa di tutto per impedire una vocazione o per allontanare coloro che l’avessero già abbracciata.

Quello però che stava più a cuore alla Venerabile e quello che inculcava maggiormente alle sue Figlie, dopo l’amore di Dio, era lo zelo per la salvezza delle anime. « Ci sono tante istituzioni nella Chiesa di Dio, essa diceva, e la Chiesa ne è tutta adornata. La nostra ha uno scopo tutto particolare che è quello di imitare l’amore ardentissimo dei Sacratissimi Cuori di Gesù e di Maria verso le anime, create a immagine di Dio e ricomprate con il preziosissimo Sangue di Gesù. Ci sono delle religiose che si dedicano alla cura dei corpi, ma noi dobbiamo dedicarci alla cura delle anime e la nostra Casa deve essere come un ospedale aperto per accogliere le anime inferme, desiderose di riacquistare la sanità spirituale ».

Siccome il male è meglio prevenirlo che guarirlo, la piccola Congregazione di San Cristoforo si dedicherà anche a sottrarre dalla strada quelle fanciulle o giovinette che, prive dei genitori o da essi trascurate o abbandonate, corrono il pericolo di entrare nella via del male.

Quale grande missione lavorare per la salvezza delle anime! Nel proemio alle Regole sono riportate bellissime espressioni dei Santi Padri, che Madre Adorni doveva avere familiari: « Un’anima sola ha davanti a Dio più valore di tutti i corpi dell’universo… È cosa più grata a Dio spendere il tempo e la vita per il bene delle anime che soffrire il martirio… ». E aggiungeva: « Particolarissima grazia è questa per loro e straordinario dono del Cielo, di cui devono ritenersi indegnissime: l’essere associate allo stesso nostro Signore Gesù Cristo, alla Sua santissima Madre, agli Apostoli e a tanti grandi Santi in questa grande opera che è la salvezza delle anime… ».

Questa doveva essere per le Suore di Madre Adorni la regola principale, il più importante dei loro doveri, lo spirito e l’anima di tutta la loro vita, la strada che il Signore aveva loro tracciato per arrivare a lui e piacergli. E concludeva dicendo: « Non ci sono al mondo persone più care a Dio di coloro che in certo modo Lo aiutano a salvare le anime ».

Conseguenza di queste premesse doveva essere uno zelo ardente che le spingesse ad impiegare tutte le energie del corpo, del cuore e dello spirito per collaborare con Cristo all’opera di salvezza. Dovevano essere pronte ad abbracciare volentieri ogni difficoltà e ogni sacrificio per amore di Colui che soffrì, per lo stesso scopo, patimenti e oltraggi.

E qui non avrà mancato di esprimere alle sue Figlie quei sentimenti che l’animavano e che l’avevano spinta ad offrirsi vittima di redenzione per le anime.

Così, San Cristoforo divenne un piccolo Cenacolo di anime tutte dedicate a Dio e tutte ardenti di zelo apostolico.

Ma un altro aspetto della vita religiosa Madre Adorni non ha mancato di inculcare alle sue Figlie: l’imitazione perfetta di Gesù, seguendolo fedelmente nel distacco da ogni cosa terrena, per aderire con tutto il cuore a Dio e al Suo progetto di salvezza.

Si tratta dei voti religiosi. Nelle sue conferenze, la Madre pone in primo luogo il voto di obbedienza, indicando così, con San Tommaso, che lo ritiene il più importante: con esso infatti si fa dono a Dio della propria libertà e volontà, cioè di tutto se stesso. Oggi, con il Concilio Vaticano II, si pone al primo posto il voto di castità, per sottolineare il dono del cuore; ma i voti sono, in realtà, un tutt’uno e la loro divisione in povertà, castità e obbedienza è fatta solo per indicare che il dono totale di sé importa la rinuncia alle cose terrene per il Regno di Dio, agli affetti verso le persone per un amore più grande e la rinuncia perfino a se stessi, per cercare solo la volontà di Dio.

L’obbedienza è un atto di fede: si obbedisce ai Superiori perché ci rappresentano Dio e ci manifestano la sua volontà. Questa dottrina è confermata dal Concilio Vaticano II, là dove dice che « i religiosi, mossi dallo Spirito Santo, si sottomettono in spirito di fede ai superiori che sono i rappresentanti di Dio » (Perfectae caritatis, 14). Il Concilio però ammonisce i Superiori a ricercare essi stessi, nella preghiera e nel dialogo fraterno, quale sia veramente la volontà di Dio, perché grande è la responsabilità che pesa su di loro di essere interpreti fedeli di tale volontà.

Madre Adorni, dopo aver esortato ad obbedire ai superiori come se si trattasse di obbedire a Dio stesso, avverte che quello dell’obbedienza è il cammino più sicuro e che il Signore, nell’ultimo giorno, non chiederà conto degli eventuali errori commessi con l’obbedire; anzi li riterrà a merito.

Quello che è interessante nella trattazione sull’obbedienza è la modalità pratica suggerita dalla Madre: « La loro obbedienza, scrive, deve essere fatta con gioia e allegrezza, non per timore, ma per impulso di amore grande e di volontà risoluta, che manifesti anche all’esterno la contentezza che provano dentro, nel fare  il piacere e il volere santissimo di Dio, manifestato loro nelle Regole dell’Istituto e dall’obbedienza ».

Quanto alla povertà, è qualificata come la rinuncia ai beni terreni per acquistare quelli eterni.

Con la rinuncia ai beni di questo mondo, in realtà l’anima libera il cuore dalla schiavitù delle ricchezze e viene riportata alla nobile libertà per cui fu creata: quella cioè di essere signora di tutte le cose: signora, quindi, non schiava delle ricchezze di questo mondo. Con la professione di povertà, essa manifesta questa libertà ed è pronta a rinunciare ad ogni bene, a distribuirlo a chi ne ha bisogno, nella coscienza che Dio ha creato i beni temporali per sostentare la vita e che, ottenuto questo scopo, cessa la causa della loro necessità. « Rinunziate dunque, Figlie mie, scrive la Madre, ad ogni affetto e amore alle cose terrene e non lasciatevi attirare da esse, sotto pretesto o apparenza di necessità. Se questa Casa rimanesse povera non siano sollecite eccessivamente per procurare il necessario alla vita. Una sollecitudine moderata è doverosa, ma quando hanno fatto questo non si turbino se mancherà quello che desiderano e stiano attente di non desiderarlo troppo vivamente, anche se può sembrare utile per il servizio di Dio. Succede spesso che si ami meno il Signore, se insieme con Lui si comincerà ad amare altra cosa.

Il molto lo devono considerare superfluo, perché non ne hanno bisogno e conservarlo senza necessità sarebbe una colpa.

Anche il poco si deve stimare poco, perché è maggior errore imbarazzare il cuore con quello che non vale niente e disturba molto.

Se tutto quello che il loro giudizio umano domanda come necessario, l’ottengono, in verità non sono povere, perché la povertà, a rigore, è avere meno di quello di cui si ha bisogno. In certo senso, si può chiamar ricco colui a cui non manca nulla. L’avere di più del necessario è inquietudine e afflizione di spirito; desiderarlo o conservarlo senza usarne, produce una povertà senza quiete e riposo ».

Ed ecco infine la castità. Essa comprende la purezza dell’anima e del corpo. « Benché nessuna virtù debba mancare a colei che si chiama sposa di Cristo, ed è tale per professione, tuttavia la castità è quella virtù che la rende più conforme e rassomigliante al suo Sposo, perché la spiritualizza, l’allontana dalla corruzione terrena e la eleva allo stato angelico; anzi, la eleva ad una certa partecipazione all’essere stesso di Dio ». Fatto questo voto le Suore « non devono vivere né respirare che per il loro Sposo divino, in ogni innocenza e purità di anima e di corpo, di pensieri e di parole, di contegno e di azioni, con una vita immacolata ed angelica ». Il voto di castità, dunque, è un dono sponsale dell’anima a Gesù, che diviene perciò l’oggetto unico ed esclusivo del proprio amore.

Le Ancelle dell’Immacolata hanno poi una motivazione particolare per praticare con ardore la virtù della purezza ed è che devono innamorarne anche coloro che l’hanno miseramente perduta.

Il capitolo sulla castità termina con alcune norme pratiche per conservare « questo gran tesoro che si trova depositato in un castello con molte porte e finestre, che se non sono ben custodite, non ha sicurezza ». Ricordiamo solo quella che Madre Adorni chiama « ritiratezza ». Non è la clausura propriamente detta, ma è la cura di evitare ogni incontro con le creature, tranne che per aiutarle e spingerle ad amare il Signore: « da tutto il resto devono stare lontane ».

Questi gli insegnamenti che Madre Anna Maria Adorni trasmetteva amorosamente alle sue Figlie, corroborandole con i suoi mirabili esempi. Esse, in data imprecisata del 1859, dopo accurata preparazione e con il permesso del Vescovo, emisero nelle mani della Fondatrice i voti privati di obbedienza, di povertà e castità e di servizio apostolico. Con questa consacrazione, esse divennero vere religiose, anche se, giuridicamente, non riconosciute.


RIEDUCAZIONE DELLE TRAVIATE

La vita, in San Cristoforo, si svolgeva regolarmente, con grande soddisfazione della Fondatrice. Le Suore si mostravano fervorose e zelanti e portavano avanti i loro compiti con la più grande diligenza. Pietrina Bergamaschi e Gaetana Pettenati attendevano alle ravvedute e se ne erano acquistata la fiducia in modo tale che esse si lasciavano guidare docilmente in ogni cosa. Erano davvero delle convertite, che erano passate dalla vita peccaminosa ad una condotta così pia e devota da somigliare a quella di un convento. Giuseppina Bianchi aveva preso la direzione del gruppetto delle bambine, aiutata da quell’anonima che abbiamo incontrato e che lascerà presto l’Istituto per ragioni di salute. Pare che queste bambine andassero dai sette anni in su, ma qualcuna entrò anche a cinque.

Le altre Suore lavoravano per la casa e per l’orto e accompagnavano la Madre nella visita alle prigioni. Essa infatti si era proposta di riprendere questo prezioso apostolato, non appena i lavori di ristrutturazione di San Cristoforo l’avessero permesso. La Madre dava una mano in ogni cosa, sia nell’assistenza alle ricoverate che nei lavori di cucina, di pulizia della casa, di lavanderia, ecc. Diceva di sé: « Ed io, la minima di tutte, per servire a Sua Divina Maestà e obbedire a chi ne tien le veci, assisto con l’opera a tutti gli uffici della casa, e oltre a queste occupazioni interne, abbraccio tutte le opportunità per giovare al mio prossimo »[4]. E aggiunge: « Non è mai stata mia intenzione di restringermi solo al bene di questa casa, ma bensì di estendermi a tutto quello che facevo prima di entrare in San Cristoforo: non dico di far tutto in questi primi tempi, che sarebbe impossibile far di più di quello che presentemente si fa »[5].

La prima opera che si proponeva di fare era la visita alle prigioni, che essa riteneva una delle più importanti missioni, per il bene che vi si poteva fare. Le altre cose, come sappiamo, erano le visite agli ammalati e l’assistenza dei moribondi a domicilio, l’insegnamento del catechismo ai bambini, il soccorso ai poveri visitandoli nei loro tuguri, o quello più necessario e più delicato che riguardava la carità ai nobili decaduti, fatta senza far apparire che fosse « elemosina ». La Madre ha interrotto, a questo punto, la « Storia della Fondazione » e non ci ha detto quello che faceva e che intendeva fare, oltre la visita alle prigioni, ma ci soccorre qui un brano del Ven. Mons. Guido Conforti, Vescovo di Parma, che l’ha conosciuta personalmente. Egli in occasione dell’inaugurazione del monumento eretto in onore della Venerabile nella cappella dell’Istituto, il 25 agosto 1930, disse queste parole: « La sua carità era senza limiti. Brillava anche nel luogo più buio dell’espiazione, privo della luce di verità. Dalle tetre carceri, dove anime derelitte ricevevano da quell’angelo la parola del conforto, della rassegnazione, della pace, si estendeva nei miseri tuguri, ove il povero trovava in lei soccorso, refrigerio alle sue pene; al letto degli infermi ai quali prestava, con materna carità, tutte quelle cure fisiche e morali richieste dalle necessità di ciascuno ».

Ma ritorniamo all’attività all’interno dell’Istituto.

L’opera più delicata era certamente quella dell’assistenza alle ravvedute.

Madre Adorni pensò di mettere per iscritto alcune norme che codificassero l’esperienza passata e servissero per il futuro[6].

Anzitutto, si afferma chiaramente in tali norme che nella Casa di riabilitazione – già si comincia a chiamarla così – non devono esservi ammesse che quelle giovani e donne che hanno dato seri segni di conversione e che sono indotte ad entrarvi dal desiderio di servire Dio e condurre una vita buona. Si deve stare attenti ai motivi per cui le prigioniere chiedono di essere ammesse. Talvolta, sono motivi interessati e perfino non onesti: le Suore che visitano le carceri stiano vigilanti.

Un secondo punto è che le ravvedute non devono essere fatte entrare per forza, né per forza esser trattenute. Se qualcuna, ad un certo momento, vorrà andarsene, si cercherà di indurla con buone parole a rimanere, ma in definitiva la si lascerà andare liberamente.

Terzo: non rimarranno per sempre nell’Istituto, salvo rare eccezioni, ma solo il tempo necessario per rassodarsi nell’esercizio della vita cristiana e per imparare un mestiere. È sottolineata l’importanza di imparare un mestiere per vivere « perché, vi si dice, tra queste giovani ce ne sono molte che furono trascinate nella colpa non dalla passione, ma dalla mancanza del sufficiente per vivere. Le poverine, non conoscendo Dio se non quanto bastava per offenderlo, e non conoscendo il peccato se non quanto bastava a commetterlo, si credevano scusate dalla necessità ». Quando si riteneva che fossero preparate per uscire dalla Casa di riabilitazione, si cercava per loro una buona famiglia presso cui potessero prestare servizio di domestiche; meglio ancora se era possibile provvedere per loro un buon partito. Prima che uscissero da San Cristoforo, venivano rifornite di un sufficiente corredo.

Durante la formazione, era loro proibito uscire perché non avessero a correre il rischio di incontrare pericoli e tentazioni, quando non fossero ancora sufficientemente preparate. Così, anche in casa, non si permetteva che fossero avvicinate da estranei: potevano ricevere solo i parenti stretti e, anche questi, se erano persone di dubbia condotta, venivano ricevuti alla presenza di una Maestra.

La giornata, in San Cristoforo, era quella di un convento: alzata mattiniera, preghiere del mattino, un po’ di meditazione letta da una Maestra, assistenza alla Messa, colazione, lavoro. Poi a mezzogiorno il pasto, accompagnato da buone letture; seguiva un’ora di ricreazione. Press’a poco lo stesso alla sera[7].

I lavori a cui si applicavano erano le normali faccende domestiche, dalle pulizie alla cucina e al bucato; poi, c’erano i laboratori per il cucito, il ricamo e altri lavori. Nella bella stagione, verso sera, si occupavano anche del giardino e dell’orto: preparare la terra per le semine, pulirla dalle erbacce, piantar fiori, legumi, patate; trapiantare l’insalata o i cavoli, innaffiare i fiori e raccoglierli per adornare la Cappella. Si voleva che tutto il lavoro dell’orto fosse fatto dalle due Suore, Angela ed Elisabetta, aiutate dalle ravvedute: non si ammettevano uomini, se non saltuariamente per i lavori più grossi.

Spesso qualche preghiera veniva a rompere la monotonia del lavoro o a intercalare le conversazioni. Perché le ravvedute potevano parlare. Il silenzio era limitato a una mezz’ora al mattino e mezz’ora al pomeriggio, non sappiamo bene in quali circostanze. La Madre pensava che per quella categoria di persone giovasse più il parlare che il tacere. « L’esperienza insegna, essa scrive, che per questo genere di persone il silenzio non giova molto. È bene lasciarle parlare, sia per allontanarle da cattivi pensieri e sia anche per aver modo di conoscerle meglio e così poterle aiutare. E poi, la giornata nell’Istituto è organizzata in modo tale che la mancanza di silenzio non ha alcun effetto negativo, anzi servirà a migliorarle, perché vengono abituate a parlare di Dio e di quello che hanno udito nella lettura spirituale o nell’istruzione ».

Si aveva cura che nelle ricreazioni facessero del movimento, ma si lasciavano libere di parlare di quello che volevano, purché si astenessero da discorsi cattivi. Non si permetteva che parlassero di moda, di vanità, di notizie mondane, né d’altra cosa che le potesse allontanare dall’onestà, dalla modestia o dal timor di Dio. Non si voleva nemmeno che si parlassero in segreto, per evitare ogni pericolo di ritorno ad antichi ricordi o attrattive.

Si aveva grande cura di trovare per loro un buon Confessore, anche se tanta era la confidenza che le giovani avevano verso le Maestre da parlar loro come se fossero il loro direttore spirituale.

Non si ammettevano ai sacramenti se non dopo averle sufficientemente istruite. « Sia ringraziato Dio, scrive la Venerabile, che lo scopo di questo Istituto non è quello di insegnare solo materialmente il catechismo, ma è di farne conoscere la sostanza, perché le anime a noi affidate non abbiano a camminare al buio in cosa di tanta importanza come è quella di sapere ciò che si deve fare per salvare l’anima. E qui sta il tutto: il rimanente è nulla! ». Quanta saggezza cristiana in queste parole!

Circa le preghiere che le Maestre facevano recitare, in Cappella o nei laboratori, la Madre aveva dato direttive perché fossero diverse nei vari giorni: aveva infatti sperimentato che la varietà delle preghiere aiutava a crescere nel fervore.

Quando le ricoverate risultavano sufficientemente preparate venivano esortate a fare una confessione generale, per mettersi tranquille sulla vita passata e, a giudizio del Confessore, venivano ammesse alla Comunione una volta alla settimana.

Questa la vita che le convertite conducevano in San Cristoforo e il metodo educativo usato da Madre Adorni e dalle sue Figlie[8].

 LA FINE DEL DUCATO DI PARMA

I giornali avevano molto parlato dell’apparizione della Madonna a Lourdes, in Francia. Tra l’11 febbraio e il 16 luglio del 1858, la Madonna era apparsa a una povera contadinella, una certa Bernadette Soubirous, in una grotta, presso il fiume Gave, e le aveva chiesto di dire il Rosario e di esortare gli uomini alla penitenza. I buoni ne erano rimasti consolati, tanto più che si era diffusa la voce che la Vergine, apparsa sui Pirenei, aveva confermato la verità affermata da Pio IX, sull’Immacolata Concezione.

La voce di queste apparizioni e dei prodigi che la seguirono giunse anche a Parma, alla Casa di Madre Adorni, e fu per Lei e per le sue Suore una grande gioia e un motivo di nuova riconoscenza al Signore.

Le gioie di questa vita hanno spesso la loro controparte di dolore. La Madre, in quell’anno 1858, ebbe il dispiacere di veder partire il suo Confessore, Dom Attilano Oliveros[9], che l’aveva guidata spiritualmente fin dal 1845, per circa 12 anni, e l’aveva condotta verso le mete dell’immolazione mistica. A tutto bisogna rinunciare in questa vita. Dio solo! Ecco a quale meta Iddio vuol condurre i suoi Santi. Perciò li spoglia a poco a poco di ogni affetto terreno e da ogni attaccamento a cose e a persone. Forse fu in questo momento che Madre Adorni rivolse al Signore quella preghiera che ci è rimasta in una paginetta di quaderno:

« O Padre dei poveri! Ecco ai vostri piedi la più povera di tutte le vostre figlie, che desidera di essere da Voi arricchita di grazie, lumi e forza.

Non ricuso, no, Signore, il patire, ma voglio vincere con Voi iI patire. Voi ben vedete che la mia vita è un continuo morire: non provo che noia, disgusto, tristezza, desolazione, ansietà di spirito, laceramento del cuore. Per ogni verso sono martirizzata, ma per gratuito dono non sono avvilita. Sono angustiata è vero, ma per vostro amore io soffro in pace qualunque cosa Voi, mio Dio, volete da me.

Il vostro amore per me vi fece oltrepassare tutti i confini; e io senza arrossire dovrei misurare il termine al patire? Ah, mai! Prima morire!

Unico Consolatore, non mi riconosco più! Ho sete ardentissima di patire e non patisco; e quando la parte inferiore patisce, la parte superiore si lamenta di non patire e patisce di non patire! ». Santi bisticci delle anime mistiche!

In quell’anno, insieme con Dom Oliveros partì anche il figlio Poldino. Era entrato tra i Benedettini nel 1855 e finché era stato a Parma, qualche volta si recava dalla Madre a salutarla. Si ha anzi il ricordo che, novizio distratto, una volta vi andò con Dom Attilano e, passando per un ambiente, smosse una sedia lasciandola poi fuori posto. La buona Madre, dolcemente, lo rimproverò: « Oh? Poldino! Metti a posto la sedia, se no non dai buon esempio a queste buone bambine ». È l’ultima parola che ci viene riportata della madre al figlio. Sappiamo che poi gli scrisse varie lettere e che talvolta il figlio si lamentò di non averle ancora ricevute; ma sappiamo anche che più tardi pregò Don Andrea di scrivere per lei: difficoltà per l’artrite o volontà di offrire a Dio un nuovo sacrificio? Sono cose che non sapremo che in Cielo.

Ma ritorniamo a più terreni argomenti.

La Francia, per l’abilità di Cavour, si era alleata al Piemonte. Questo il 29 aprile 1859 dichiarò guerra all’Austria. Molti volontari partirono da ogni regione d’Italia e anche da Parma. La duchessa non lo poté impedire o forse anche li favorì, date le sue simpatie per i francesi. Tuttavia, non poteva venir meno al patto di alleanza che la legava all’Austria e perciò si affrettò a dichiarare la propria neutralità.

Ma le cose ormai precipitavano. La duchessa non ne aveva dubbi. Perciò fece partire i figli verso Mantova, ancora in mano agli austriaci, e il 9 giugno partì essa stessa.

Pur nelle angustie che l’agitavano, la buona duchessa non dimenticò la sua amica, quella santa donna dell’Adorni. Così, prima di lasciare Parma, nel pomeriggio del 7 o 8 giugno, si recò a visitarla in San Cristoforo, accompagnata da due dame di corte. Si trattenne a lungo con la Madre e ne ebbe parole di fede che la consolarono e le diedero fiducia per l’avvenire. Poi, volle visitare i locali ed espresse la propria ammirazione per il modo con cui l’Abate Bottamini aveva saputo aggiustare e adattare quell’edificio già così cadente. Passò quindi alle aule delle ravvedute e delle piccole. Ammirò i fini lavori di ricamo ed esortò le ricoverate a condurre una vita edificante, come avevano appreso in quel santo luogo. Poi, con visibile commozione, salutò la sua santa amica e le promise di continuare ad aiutarla anche in seguito. Anche Madre Adorni era profondamente commossa.

La duchessa Luisa Maria di Borbone, quando lasciò Parma, aveva 40 anni ed era stata reggente per cinque.

Madre Adorni e Luisa Maria non si sarebbero più incontrate su questa terra. L’infelice duchessa vagò di città in città, finché la colse un’immatura morte il 1° febbraio 1864, a Venezia. Nel suo testamento si ricordò della sua santa amica e le lasciò 3000 franchi, che per quei tempi erano una buona somma[10].

Partita la duchessa, il Municipio di Parma nominò una Commissione di governo che assunse il potere in nome di Vittorio Emanuele II; poi, il 15 agosto 1859, lo stesso Municipio elesse Dittatore Carlo Farini che il 7 settembre proclamò l’annessione di Parma al Regno d’Italia.

Purtroppo, non mancarono fatti di sangue e vendette. La più atroce fu il linciaggio del conte Luigi Anviti, già capo della polizia. Per quello che riguarda Carolina Adorni, ebbe subito a sperimentare la mutata situazione. Il nuovo governo non aveva simpatia verso la Chiesa e mostrava di non apprezzare le opere, sia pure benefiche, sostenute da Istituti che avessero qualche cosa a che fare con la religione. Non è da meravigliarsi dunque, se il Governatore di Parma mise gli occhi su San Cristoforo, per stanziarvi le truppe governative che affluivano ormai dal Piemonte o dalle altre regioni aggregate al Regno sardo. Madre Adorni si recò di persona al Governatorato a intercedere per la sua Opera e il giorno dopo lo stesso Vescovo intervenne con una lettera di raccomandazione. Così si venne ad un compromesso: una metà del fabbricato verrà occupata dalle truppe e l’altra metà verrà lasciata alla Casa di riabilitazione.

La Madre fece subito murare le porte che dividevano un ambiente dall’altro e si adattò alla penosa situazione.

Entrò a San Cristoforo la brigata Bologna: probabilmente erano soldati romagnoli e l’intesa con la Madre fu quindi più facile. Anzi, la Madre cominciò a recarsi dagli ufficiali e tra i soldati, domandando se avessero bisogno di qualche cosa, aiutandoli quando le era possibile e accattivandosi l’affetto e la stima di tutti. Così, poteva dire anche una buona parola a quei giovani e far loro ricordare che c’è un Dio che ci ama. Gli ufficiali dicevano di lei che era una donna rara e superiore.

Quando le truppe, dopo circa due anni, se ne andranno, sarà necessario restaurare nuovamente l’edificio e spendervi nuovi soldi: per Madre Adorni, già così povera, sarà una gran pena!

TEMPI DIFFICILI

Il plebiscito per l’annessione dell’Emilia-Romagna e della Toscana al Regno d’Italia fu fatto l’11 marzo 1860 e diede una stragrande maggioranza di voti favorevoli. Parma cessava di esistere come Ducato e veniva assorbita nel Regno d’Italia, al quale ormai non mancavano che il Veneto e Roma.

Con lo sparire della Corte, svanirono anche i titoli di nobiltà, i privilegi sociali e, in un certo senso, le distinzioni di classe.

Sfortunatamente, Parma subì, con l’annessione al Regno d’Italia, quella che chiameremmo la terza spoliazione[11]. La città fu trattata come territorio di conquista e con un seguito di leggi e di decreti furono spogliati i palazzi ducali di Colorno e di Sala, poi quello dei Giardini. Opere d’arte d’inestimabile valore furono disperse nei palazzi reali o nei musei d’Italia. A Parma non restarono poco più che le memorie.

In cambio degli imponenti palazzi e immensi parchi passati al demanio, Parma non ebbe che un aggravamento del fisco e una povertà sempre più dilagante. Questi sono i lamenti dei contemporanei[12].

Dal punto di vista religioso, bisogna dire che il Governo piemontese non tenne alcun conto del substrato culturale delle popolazioni che a mano a mano annetteva alla Corona dei Savoia; anzi, animato da quello spirito giacobino che aveva attinto dagli Enciclopedisti e dalla Rivoluzione francese, si proponeva di togliere alla Chiesa ogni diritto e alla religione la libertà di esprimersi in forma pubblica.

Il principio su cui intendeva muoversi la legislazione piemontese era quello enunciato poi da Cavour: Libera Chiesa in libero Stato. Forse in Cavour tale principio suonava veramente, come già in Lamennais, separazione delle due potestà nel rispetto vicendevole dei propri diritti e competenze; ma nella realtà, si voleva una Chiesa come quella concepita da Napoleone, cioè interamente asservita allo Stato.

Anche l’attività di Carolina Adorni risentì immediatamente del nuovo clima. Qualche mese dopo l’instaurazione della Dittatura Farini, Suor Giuseppina Bianchi andò con una compagna, Maria Monteverdi, che ce ne lascia nota, alle Carceri di Sant’Elisabetta per la solita visita. Ma lasciamo la parola alla Monteverdi: « Suor Giuseppina Bianchi ed io andammo come al solito alle Carceri di Santa Elisabetta, ma ci mandarono a San Francesco perché le detenute erano state trasferite in quel luogo[13]. Arrivate in San Francesco ci fecero entrare in una stanza e poi si presentò un signore che disse: “Ormai loro non possono più venire, perché tra lo Stato e la Chiesa vi è una barriera insormontabile”. Non prese neppure la biancheria per la Santa Messa che avevamo portato. Abbandonammo quindi quel luogo con vero dispiacere, poiché non avremmo più potuto confortare e consigliare quelle povere infelici ».

La proibizione si estese a tutta la Pia Unione delle Visitatrici, con quale dispiacere di Madre Adorni lo possiamo immaginare. Quale differenza con il Codice di Maria Luigia che auspicava l’aiuto della Chiesa per la redenzione dei reclusi!

Anche il mite e pio Vescovo, Fra Felice Cantimorri, fu oggetto di persecuzioni e angherie. Perciò, nel maggio del 1860, egli decise di lasciare provvisoriamente Parma e di recarsi a Roma, in attesa di una schiarita. Vista l’opposizione al Vescovo da parte dell’autorità di Parma, Pio IX pensò di destinare il Cantimorri ad una missione all’estero e lo voleva nominare Delegato Apostolico in India. Ma il popolo e i preti di Parma tanto reclamarono il loro Vescovo che dovette intervenire il Ministro degli interni per provvedere al suo ritorno. Mons. Cantimorri tornerà di fatto a Parma nell’estate del 1861.

Madre Adorni e la sua Opera si trovarono intanto in situazione quanto mai precaria: vietata la visita alle carceri, occupata metà dell’Istituto e la beneficenza scarseggiante per il venir meno della Corte e di un certo benessere nelle famiglie ad essa legate. La crisi economica serpeggiante in tutta la penisola colpiva anche Parma e il mantenimento delle ricoverate diveniva sempre più problematico.

Inoltre, venne meno una delle compagne di Madre Adorni: Gaetana Pettinati, che era stata tra le prime, si era ammalata gravemente e il 19 luglio 1862, a 43 anni, aveva cessato di vivere. Ricordarono le sue compagne che la buona Gaetana, sentendosi nel pieno dell’età, non voleva morire.

Madre Adorni che le stava sempre vicino, un giorno le strinse forte le mani fra le sue e si mise a parlare del Paradiso. Ne parlava con tanto ardore che pareva in estasi e la povera malata veniva come pervasa da una gioia nuova che le veniva comunicata dalla santa Fondatrice: « Non vi rincresca morire, cara Figlia mia, le diceva; di lasciare questo misero mondo! Io mi sento felice quando penso che con la morte mi unirò per sempre al mio Dio. Poche sono le persone felici su questa terra, ma io sono una di queste, perché non ho mai cercato che di piacere al Signore e di compiere la sua volontà in tutte le cose… Anche voi, Figlia mia, non avete cercato che Dio ed Egli sarà la vostra ricompensa ». Gaetana fu molto consolata da queste parole. Si rasserenò e accettò la morte nello spirito della Madre e offrendosi vittima per le anime.

Non c’era prospettiva di poterla sostituire, perché le vocazioni, che in un primo tempo si presentavano numerose (nel 1857, Madre Adorni aveva molte domande di ammissione), ora mancavano del tutto e c’era solo speranza che qualcuna delle alunne mostrasse tale vocazione, a meno che non si orientassero verso forme di vita religiosa più organizzata.

La buona Madre non aveva più nemmeno il suo Direttore spirituale e il Vescovo, in mezzo a tanti turbamenti, non vi aveva ancora provveduto e forse non sapeva come provvedervi.

Intanto, venne a morire il pio Sacerdote Don Bernardo Cantini, che era stato Confessore delle alunne fin dai primi tempi di San Cristoforo. Il Vescovo nominò allora Confessore delle alunne, come anche delle Suore, Don Andrea Ferrari, parroco di Santo Stefano e canonico onorario della Cattedrale. Eravamo nel 1863. Don Andrea accettò con riluttanza, date le sue molte occupazioni, ma poi si dedicò con zelo e senso sacerdotale a tale compito.

Quando la Madre lo presentò alle alunne, egli disse solo poche parole, raccomandandosi alle loro preghiere, perché il Signore lo illuminasse in questo delicato compito e si accontentò di impartire un solo semplice insegnamento, ma che rimase impresso nelle menti di quelle fanciulle, tanto che molti anni dopo lo ripetevano ancora. Disse: « Ricordatevi che il tempo è prezioso! Usatelo bene e non perdetene nemmeno un po’, perché vale l’eternità! ».

Questo solo disse, ma le Suore ricordano che in seguito faceva loro le prediche, dava la benedizione eucaristica e assisteva le moribonde.

Viene anche ricordato per un episodio particolare, avvenuto nel 1866. La Casa di San Cristoforo si trovava in strettezze e Madre Adorni pensò di rivolgersi nuovamente ai parenti. Questa volta l’accompagnò a Modena Don Andrea. Le memorie qui parlano degli Zanetti, cioè dei parenti da parte della madre, ma non possiamo garantire che non si trattasse ancora degli Adorni. Il fatto sta che ebbe un’accoglienza poco dissimile da quella che aveva avuto in passato, quando vi andò con la Botteri Lusardi.

Quando tornò a casa, Elisabetta Rossi, che era stata incaricata di preparare il pane, andò da lei e le disse che la madia della farina era vuota. La Madre rispose: « Oh, carina! Forse non avrai veduto bene! Torna al tuo lavoro e abbi fede in Dio ». La Suora obbedì e trovò con sua meraviglia che c’era tanta farina da fare proprio un’infornata, come c’era bisogno.

Ma, tornando al Confessore, si deve ritenere che la Madre e le Suore dovevano esserne assai contente, se hanno conservato di lui una lettera da Roma e due bigliettini. La lettera è datata 23 giugno 1867.

Don Andrea era andato a Roma, forse con altri sacerdoti, in occasione delle feste centenarie della morte di San Pietro, celebrate solennemente da Pio IX con la presenza di 500 Vescovi di varie parti del mondo. Nella lettera descrive la sua meraviglia per le magnificenze di Roma e specialmente per la Basilica di San Paolo, appena ricostruita dopo l’incendio del 1823. Ma quello che più lo colpì fu la grandiosità, la bellezza, la sontuosità della Basilica di San Pietro, in quei giorni tutta adornata a festa. Ma tutto questo è nulla per il pio sacerdote nei confronti della « dolcissima consolazione provata nel vedere per la prima volta il Santo Padre, il grande Pontefice, l’Angelico Pio IX. Io non so descrivere, egli scrive, la tenerissima impressione che mi fece e i soavissimi affetti che si suscitarono dentro al mio cuore a quella vista dolcissima ». Parla poi della solenne processione del Corpus Domini con il Papa e 300 Vescovi.

In quei giorni, il Papa annunciò ai Vescovi riuniti il proposito di convocare un Concilio, ma Don Andrea, quando scrisse la lettera non lo sapeva ancora.

Ci scusi il lettore se ci siamo soffermati un poco su questa lettera che sembra non interessare direttamente il nostro argomento; ma si pensi alla consolazione che essa recò a Madre Adorni, la quale tanto amava il Papa e tanto aveva pregato e pregava per lui, fatto segno di accuse e di vituperi[14].

In questo periodo, avvenne anche un fatto che afflisse molto Madre Adorni, la quale era tanto affezionata al Vescovo Cantimorri. Del resto, tutta la diocesi ne fu afflitta.

Il 19 giugno 1866, verso la mezzanotte, un agente del Governo bussò alla porta dell’Episcopio, e con un certo imbarazzo disse al Vescovo, che trovò ancora alzato, che aveva un penoso incarico da eseguire: aveva ricevuto l’incarico di condurre il Vescovo e il suo Vicario Generale a Cuneo in domicilio coatto.

Il Vescovo accolse l’inatteso annuncio con serenità francescana. Non chiese il perché o forse non gli fu detto. D’altra parte, il messaggero, che rimase in Episcopio tutta la notte a vigilare sul prigioniero, probabilmente non lo sapeva nemmeno lui[15].

Erano le reazioni del liberalismo e della Massoneria al Sillabo di Pio IX, documento pubblicato nel 1864 e contenente un lungo elenco di errori moderni.

Il Vescovo Cantimorri con il suo Vicario Generale, Mons. Francesco dei conti Benassi, partirono alle prime ore del giorno su un vagone di seconda classe, scortati da un agente del Governo o Delegato, come si chiamava. Rimasero a Cuneo per cinque mesi, senza alcuna accusa specifica che ne giustificasse l’esilio. Il Vescovo ritenne suo dovere inviare una lettera al suo clero e al suo popolo, nella quale dichiarava di non aver mai fatto nulla che potesse giustificare il provvedimento: non si era interessato di politica, non aveva fatto nulla contro lo Stato. Egli riteneva che nessuno tra i preti e i fedeli di Parma poteva anche solo dubitare che il loro Vescovo fosse implicato in cose aliene dal suo santo ministero.

Nessuno infatti ne dubitava e quando egli tornò in sede, dopo cinque mesi, il clero e il popolo gli manifestarono la loro solidarietà e il loro affetto.

L’anno seguente una nuova disgrazia si abbatté su Parma. A metà agosto del 1867, si ebbero alcuni casi di colera. La terribile malattia si diffuse con rapidità in tutta la città e provincia e seminò costernazione, lutti, e dolore. Il Vescovo, che in dodici anni di risparmi, aveva messo da parte la somma di Lire 30.000 per restaurare e ampliare il seminario di Berceto, dispose che la somma fosse distribuita in soccorso degli ammalati e dei poveri; e non bastando ancora alle necessità, vendette mobili della casa e perfino i cavalli e le carrozze, riservandosi solo una carrozza per le necessità del suo ufficio.

Passato il colera, ci fu un’altra calamità pubblica. Il 21 settembre del 1868, il Parma e il Baganza strariparono alla confluenza, all’inizio della città, e allagarono la città vecchia, a sinistra del fiume e del torrente. L’acqua arrivò a tre metri di altezza. I morti furono diciassette, ma i sinistrati e i senza tetto erano migliaia. Il Vescovo, non avendo più nulla da mettere a disposizione, si appellò alla generosità del popolo parmigiano e ricorse anche all’aiuto dei vescovi delle diocesi vicine che caritatevolmente inviarono cibi, coperte e denaro.

La gente parlava di castighi di Dio, ma il Vescovo pensava che la Provvidenza permette le calamità naturali e altre disgrazie quale monito all’umanità e per sollecitare i cristiani alla solidarietà e alla carità fraterna.

Anche Madre Adorni fu coinvolta in queste sventure e particolarmente per l’epidemia di colera. Infatti, il 15 agosto 1867, allo scoppiare del male, un messo del comune arrivò in San Cristoforo intimando di lasciar libero il locale entro tre giorni perché il Governatore aveva disposto che venisse adibito a Lazzaretto.

La Madre non si sgomentò: andò in chiesa a raccomandarsi alla « Padrona e Signora » della Casa, la Vergine Maria. Non sappiamo se le fu ispirato di recarsi dal cavaliere Mattia Ortalli o se questi, spontaneamente, saputo della requisizione, si offerse. Egli era fratello di quelle giovinette Ortalli di cui la Adorni era stata istitutrice e molte volte aveva accompagnato in chiesa lei e le sorelle.

Il generoso signore mise a disposizione di Madre Adorni una sua villa in San Lazzaro, un po’ fuori città, ma quanto di meglio si poteva trovare in una simile emergenza. Le signore amiche di Carolina Adorni si occuparono di trovare carri per il trasporto e aiutarono esse stesse a caricare masserizie e a ricollocarle nella villa. Purtroppo, quello che doveva essere un rifugio per due o tre mesi, rimase sede stabile per due anni e mezzo.

A SAN LAZZARO

Da San Lazzaro era più difficile recarsi alle carceri, anche se ne era stata ridata l’autorizzazione. D’altronde, la Madre scoperse subito, nella parrocchia, mille cose da fare e tante persone che attendevano l’esplicarsi del suo zelo. Qui lasciamo la parola al primo biografo, Mons. Simonazzi:

« Dicono i testimoni che il bene fatto da Madre Adorni a San Lazzaro fu immenso. Prestava materna assistenza ed aiuti materiali ai poveri infermi e, curandone le piaghe spirituali, li induceva e li preparava a ricevere i sacramenti e li assisteva al gran passo. Attirava a sé i bambini, allettandoli con piccoli doni e premi affinché imparassero bene la dottrina cristiana. Essi tanto le si erano affezionati che quando la vedevano passare, abbandonavano i loro giochi ed ogni cosa, per correre festanti a lei. Così era delle fanciulle, alle quali insegnava pure lavori d’ago, cucito, ricamo, merletti »[16].

Tra gli infermi che visitava ci fu un certo Carlo Rivaldi che, pur essendo in gravi condizioni, rifiutava di ricevere i sacramenti. La Madre tanto fece con la sua bontà e la sua fede, che l’ammalato si indusse a pentimento e fece una santa morte, assistito dalla Venerabile.

Questo signore aveva una figlia, Elisa, che voleva farsi religiosa presso le Carmelitane, ma che non venne accettata, probabilmente perché, dopo la morte del padre, la famiglia non aveva la possibilità di darle la dote prescritta[17].

La giovane Elisa, allora ventenne, andò a confidarsi con la Madre. Questa l’incoraggiò molto e l’assicurò che il Signore le avrebbe aperto le porte del monastero. Poco dopo, le povere Carmelitane furono afflitte da una grave prova: scoppiò il vaiolo in convento: quella terribile malattia che non perdonava o se si sopravviveva lasciava tracce per tutta la vita. Le buone Suore, essendo di clausura e non avendo conoscenze, si rivolsero alla carità di Madre Adorni. Questa chiamò Elisa Rivaldi e le propose di andare ad assistere le Suore nella loro malattia: « Non prenderai il male, le disse, e dopo le Suore ti ammetteranno volentieri nel loro convento ». Così avvenne. Le Carmelitane ebbero modo di apprezzare la dedizione e lo spirito di pietà della giovane Elisa e l’ammisero nel convento, malgrado la mancanza di dote. Si chiamò Suor Giovanna Teresa. Condusse sempre una vita esemplare e morì piena di meriti a 55 anni, il 30 ottobre 1893, pochi mesi dopo la morte di Madre Adorni.

Un fatto straordinario successe nel periodo in cui la comunità di San Cristoforo si trovava a San Lazzaro. Fu narrato dal Signor Minardi, contadino in casa Ortalli, ma anche da molti altri, perché il fatto fu risaputo in tutta la zona.

La Madre aveva a San Lazzaro una botticella di vino che doveva servire per le ricoverate, per gli infermi, per gli operai ed anche per i poveri del vicinato. A questi, infatti, con il pezzo di pane, offriva anche un bicchiere di vino. Un giorno la Suora incaricata della dispensa, probabilmente Maria Monteverdi, andò dalla Madre e le disse: « Conviene non dare più vino ai poveri, perché la botte è ormai in fondo ». La Madre rispose: « Continuate a dare, carina, e non mancate di fede nella divina Provvidenza ». Si continuò così a spillare vino dalla botte per molto tempo ancora e nessuno sapeva spiegarsi perché quel vino non terminasse.

Oltre alle sventure pubbliche, di cui abbiamo parlato e che ebbero certo un riflesso nel cuore sensibile di Madre Adorni, ci fu un fatto che la colpì personalmente, nei suoi affetti familiari.

Il figlio Poldino si era trasferito a Praglia nel 1858. Si era sempre comportato da ottimo religioso e mai la Madre ebbe bisogno di fargli degli ammonimenti.

Nel luglio 1866, il monastero di Praglia fu colpito, come tanti altri, dalla legge di soppressione. Il 26 agosto 1867, Dom Oliveros, con gran parte della comunità si trasferì a Daila, in Dalmazia[18]. A Praglia restarono alcuni monaci per le funzioni della chiesa e qualche altro per mandare avanti l’Istituto agrario che i Benedettini avevano fondato. Fra quei pochi « fratelli laici » che rimasero a Praglia non c’è il nostro Poldino. Egli aveva lasciato l’Ordine benedettino qualche anno prima, forse nel 1863, dopo un periodo di tempo trascorso in Istria.

Perché è uscito dall’Ordine? Da vari indizi si viene a sapere che Poldino ebbe un grave esaurimento nervoso, per cui la vita del monastero non era più consigliabile. Dom Oliveros o chi per lui gli trovarono una buona famiglia, forse nei dintorni di Praglia, che lo accolse. Una lettera da parte di questa famiglia fa sapere che Poldino è stato toccato, in qualche modo, nelle facoltà mentali. Suor Giuseppina Bianchi, raccomandando alle bambine di pregare per Poldino e per la Madre, ebbe una frase assai significativa: « Voi non potete comprendere quanto sia grande il dolore di una madre… Il sangue non è acqua… ». Disse quest’espressione mentre stava confezionando, con il loro aiuto, un pacco di biancheria da mandare a Poldino. Le Suore parteciparono vivamente a questa disgrazia. Qualcuna ricordò di aver sentito dire da Madre Adorni, che quando Poldino era piccolo, vedendolo dotato di grande ingegno, aveva pregato il Signore che gli avesse a togliere il ben dell’intelletto piuttosto che avesse a usare male della sua intelligenza. A questa sua preghiera avrà pensato Madre Adorni all’avverarsi della disgrazia e forse ne sarà stata per un momento sgomenta; ma poi, ravvivando la fede, si sarà detta: Meglio qualunque male piuttosto che il peccato!…

La Madre faceva inviare alla famiglia che aveva alloggiato Poldino, tutta o buona parte della sua pensione e si raccomandava spesso alle Suore che non lo abbandonassero, nel caso che le fosse sopravvissuto.

Intanto la Madre era stata avvisata che il 15 dicembre di quell’anno 1869, il secondo che passava a San Lazzaro, sarebbe potuta rientrare a San Cristoforo. Mentre già fervevano i preparativi per il ritorno, ecco giungere improvvisamente il Vescovo.

Era il 30 novembre e il giorno dopo egli doveva partire per Roma per partecipare al Concilio Vaticano, indetto da Pio IX. Nella mattinata si era recato in seminario a dare l’addio ai suoi chierici e aveva detto parole che parevano presaghe del futuro: « La vita e la morte sono nelle mani di Dio… Forse non mi vedrete più… Quando udrete il suono della campana che vi darà l’annunzio della morte del Vescovo, pregate per me perché il buon Dio mi conceda misericordia… »[19]. Ora, anche alle alunne di Madre Adorni rivolse parole di addio, anzi ancora più esplicite di quelle dette in seminario. Il breve discorso fu raccolto dalle Suore e noi qui lo trascriviamo, come testamento di quell’anima santa.

« Sono venuto a trovarvi e a salutarvi, figliole mie. L’epoca che attraversiamo è un’epoca triste, di peccati e di vizi. Voi non dovete meravigliarvi se il demonio, con tutti gli sforzi cerca di demolire la Chiesa e togliere anime alla religione. Il Signore permette queste prove e queste lotte, che purificano e rendono più fulgida la vittoria. Appunto nella lotta gli spiriti si ritemprano e acquistano forza e vigore novello. Da queste prove dunque tutta la cristianità uscirà purificata e voi, mie care figliole, pregate tanto e con fervore per affrettare i giorni della vittoria. Supplicate il buon Dio affinché illumini i poveri peccatori avvolti nelle più folte tenebre del peccato. Siate buone, siate sante, così le vostre preghiere saliranno al trono dell’Altissimo; poiché egli esaudisce le preci di quelle anime che, in mezzo ad un secolo di vizi, sanno mantenersi estranee alla comune corruzione per ritirarsi nella Casa di Dio ed a Lui innalzare voti per la salvezza di coloro che, ingannati dal padre della menzogna, si sono resi vittime del peccato.

Oh, la Chiesa non perirà, figliole mie! Pregate dunque ed io, da lontano, vi seguirò e parteciperò alle vostre preghiere, nella dolce speranza di trovarci riuniti per sempre nella patria celeste, dove insieme canteremo l’inno della vittoria.

Figliole mie care, ora vi lascio e più non ci rivedremo su questa terra. Ricordatevi sempre delle mie raccomandazioni, fattevi con affetto di padre, e pregate, pregate, pregate, perché le vostre preghiere dovranno, unite a quelle di tanti altri, porre argine alle iniquità che dilaniano il nostro secolo…

Coraggio, dunque, e perseveranza. Arrivederci in Paradiso! ».

Se tutte furono colpite da quelle fervorose parole e dal presentimento del santo Vescovo di non rivederle, maggiormente fu colpita Madre Adorni, che amava quel Vescovo come un vero padre.

La mesta profezia si doveva avverare. Al termine del Concilio Vaticano I, Mons. Cantimorri partì per Parma, proponendosi di fare una sosta a Bagnorea, sua prima diocesi, che non aveva più visitato da tanto tempo. Giunto a Mugnano, il primo paesino della diocesi, fu colpito da un malore che lo portò in brevi giorni alla tomba. Morì il 28 luglio 1870 e fu sepolto nella cattedrale di Bagnorea.

Madre Adorni ebbe notizia di quella morte, quando era già rientrata a San Cristoforo.

 CONGREGAZIONE RELIGIOSA

I giorni scorrevano tranquilli in San Cristoforo, nel fervore e nella povertà.

Il successore di Mons. Cantimorri fu Mons. Domenico Villa, nominato il 25 febbraio 1872. Fece il suo ingresso a Parma il 19 maggio, quasi due anni dopo la morte del predecessore. Entrò a Parma senza l’exequatur del Governo e perciò vi rimase come in incognito, abitando in seminario, fino a che non ricevette il benestare del Governo nel 1877.

Il nuovo Vescovo proveniva da Bassano del Grappa e da quella cittadella di fervore cristiano – e anche di intransigenza – che era la diocesi di Vicenza.

Egli si manifestò subito come uomo di grande fede e di grande carità: « Io sono povero di tutto, ma non di cuore », soleva dire, ed era la verità. Lo dimostrò in occasione del colera che colpì nuovamente Parma nel 1873: dimentico della sua dignità e incurante della propria salute, passava di casa in casa ad assistere i colerosi, che non raramente venivano abbandonati dai familiari per paura del contagio. Lo dimostrò anche nel 1880, l’anno del grande freddo e della grande miseria. Lo si vide entrare nei tuguri dei poveri portando lui stesso viveri e coperte o altre cose necessarie. Profuse ingenti somme in elemosine, fino a ridursi povero lui stesso e non sapere come provvedere alle più urgenti necessità del suo seminario. Mons. Guido M. Conforti, che gli succedette molti anni dopo, nella cattedra di San Bernardo, disse di lui: « A tutti è noto che egli, il Padre amatissimo, in 10 anni di episcopato ha dato fondo all’avito patrimonio e morì povero, consunto dall’ardore di uno zelo apostolico che aspirava a cose sempre maggiori » (23 maggio 1908).

Un tale cuore non poteva non incontrarsi con quello, egualmente grande, di Madre Adorni. Non fa quindi meraviglia sentir affermare, dal primo Biografo, che aveva una predilezione particolare per San Cristoforo e che si recava spesso a celebrare la Messa o a « fare un po’ di conversazione spirituale con Madre Adorni ». La Madre contraccambiava la stima, la venerazione e l’affetto verso il santo Vescovo. Questi, a volte, manifestava anche i problemi che lo angustiavano: « Che cosa non vorrei fare per quest’Istituto – disse una volta -; ma non ho proprio nulla. Quel poco di cui dispongo viene assorbito dal seminario; anzi, sono preoccupato perché siamo in autunno avanzato e alcuni letti mancano ancora di panni ». Che cosa avrà detto il giorno dopo, quando si vide arrivare da parte di Madre Adorni un grosso pacco di coperte? Avrà sorriso e si sarà detto: « Ecco i poveri che aiutano gli altri poveri! ».

Un’altra sorpresa preparava la Adorni al Vescovo, ogni volta che partiva per la visita pastorale nelle parrocchie di montagna: essa pensava che tante povere chiese mancavano di tutto e perciò preparava al Vescovo uno scatolone di roba: corporali, manutergi o tovaglie d’altare e altre cose utili.

Quando il Vescovo andava a San Cristoforo, si recava anche a dare un’occhiata nei laboratori e non mancava mai di esprimere la sua compiacenza per i bei lavori di cucito e di ricamo che le ragazze eseguivano, sotto la guida delle loro esperte maestre.

Fu in una di queste visite che Madre Adorni parlò al santo Pastore del desiderio che nutriva in cuore che la sua comunità fosse riconosciuta dalla Santa Sede come vera Congregazione religiosa, con noviziato regolare e con i voti pubblici. Il Vescovo volle informarsi se avevano una Regola vera e propria, come ogni Istituto religioso. Gli fu risposto che avevano adottato le Costituzioni della Congregazione di Nostra Signora della Carità del Buon Pastore di Angers, con gli opportuni adattamenti. Egli se ne compiacque, le esaminò e raccomandò di farne una più accurata revisione, per poi sottoporle all’approvazione ecclesiastica. Volendo poi lasciare nelle mani della Madre un documento, rispose in data 26 febbraio 1876, con una lettera nella quale dichiarava di aver esaminato e ponderato attentamente le cause che motivarono l’erezione della Casa a cui Madre Carolina Botti con tanto merito presiedeva e di averne esaminato anche i Regolamenti e di essersi quindi persuaso che il pensiero della fondazione era veramente venuto da Dio. Si congratulava quindi con la Fondatrice per il gran bene compiuto e ringraziava il Signore « che si piacque di farla strumento delle sue misericordie sopra le infelici verso le quali Ella, più che Direttrice, è Madre tenerissima ».

Però, alla domanda di un riconoscimento da parte della Santa Sede, egli è costretto a rispondere che non è ancora venuto il momento, sia per la scarsità dei soggetti, sia per il fatto che la comunità è limitata alla sola città di Parma. Il Vescovo ha chiesto consiglio in proposito e ha ritenuto prudente non inoltrare le pratiche a Roma, cosa che si proponeva di fare in seguito « quando il seme benedetto comincerà a svilupparsi e ad estendersi in proporzioni tali da meritare giustamente la considerazione del Supremo Pastore della Chiesa ». Tuttavia, nulla impediva che venisse un riconoscimento ufficiale da parte del Vescovo, il quale era disposto ad « erigere canonicamente la Casa di San Cristoforo col titolo di Congregazione Religiosa delle povere Figlie di Maria per la Città di Parma ». Era questa una prova della sua speciale benevolenza e della sincera stima che egli professava verso Madre Adorni per le sue benemerenze verso la traviata umanità ed insieme un incoraggiamento a proseguire alacremente nella santa Opera, « nella speranza di un migliore avvenire che non mancherà certamente ». Con queste parole e con una benedizione elargita « con grande effusione di cuore », termina la lettera.

Possiamo immaginare con quale consolazione Madre Adorni e le sue Figlie accolsero questa lettera, così paterna e così incoraggiante. Naturalmente, la Madre si mostrò grata e sollecitò il decreto di erezione. Questo venne firmato dal Vescovo il 25 marzo di quell’anno. Vi è scritto, in chiaro latino curiale che qui traduciamo: …Fin dal 1852 fu fondata in questa città dalla rispettabile signora A. M. Carolina Adorni, vedova Botti, una Pia Casa per educare religiosamente e civilmente donne convertite dal vizio… Erigiamo canonicamente tale Pia Casa, fondata e diretta dalla stessa piissima signora sopra nominata, in Congregazione religiosa con il titolo di Pia Casa delle Povere della B. V. Maria Immacolata (sub título Piae Domus Pauperum B. V. Mariae Immaculatae).

Qui notiamo alcune varianti nei confronti della lettera del Vescovo: anzitutto il titolo. In luogo di Congregazione religiosa delle povere Figlie di Maria per la Città di Parma, si legge: Pia Casa, ecc. Perché Pia Casa invece di « Congregazione religiosa »? Una svista? O il Cancelliere vescovile che controfirma il decreto, ha voluto, di suo, mettere in rilievo che la nuova Congregazione constava di una sola casa? E poi perché è stato tralasciato, nel titolo, la parola « figlie di Maria » « povere figlie di Maria », per dire solo Casa dei poveri o delle povere di Maria? (La parola « pauperum » del latino si presta, infatti, alle due traduzioni). Anche qui una svista? O c’è sotto una qualche ironia perché quella casa della Adorni era abitata veramente da povere donne? Non osiamo dirlo, ma ci stupisce trovare una lettera di Suor Maddalena del 1913, nella quale si ricorda che la Madre era preoccupata per la conservazione dei documenti della sua Istituzione, affidati al Cancelliere, che era appunto il firmatario del decreto, Don Domenico Bondani. Una volta Carolina Adorni si raccomandò esplicitamente a lui perché tutto fosse conservato con cura, e alle sue Suore diceva di trattarlo con riguardi particolari perché aveva in mano i documenti dell’Istituto.

Resta il fatto che Madre Adorni continuava ad avere disavventure nella stesura dei documenti ecclesiastici. Peggio poi nell’applicazione.

Infatti, ricevuto il decreto, la Madre poteva e doveva passare all’istituzione di un noviziato regolare e alla pubblica emissione dei voti: perché non l’ha fatto? Chi lo ha impedito? Sarà stato forse il Vicario Generale, Mons. Giuseppe Burlenghi, che anche ai tempi del successore farà obiezione all’approvazione definitiva, per motivo dello scarso affidamento di continuità del pio Istituto?[20].

Il pretesto – benché ce ne manchino le prove – fu che il Regolamento non era ancora approvato. La Madre, dunque, si dovrà mettere al lavoro e le sue Figlie ricordano che studiava le Costituzioni di Angers, le trascriveva, ed usciva da questo studio-meditazione con il volto infiammato, come quando aveva fatto orazione.

Tuttavia, il Signore volle dare una piccola sconfitta alla prudenza umana, perché proprio in quell’anno, mostrò che la Congregazione di Madre Adorni non era morta, ma viva e si arricchiva di una nuova pianticella, mentre altri germogli già affioravano dall’hortus conclusus delle ricoverate, il giardino chiuso, come lo chiamava, con reminiscenza scritturistica, Mons. Villa.

NUOVE VOCAZIONI

La nuova vocazione era una giovane di 25 o 26 anni. Era entrata tra le piccole ricoverate a 10 anni nel 1860 e si chiamava Virginia Zurlini. Quand’ebbe 18-20 anni manifestò il desiderio di far parte della piccola comunità delle Suore. Ma la Madre la fece attendere a lungo. Sui vent’anni la mandò in famiglia come tutte le ragazze che a quell’età dovevano uscire. Probabilmente, non volle che passasse direttamente dal collegio al convento, senza essersi resa conto del mondo che lasciava. Poi, la Zurlini rientrò e rimase postulante per qualche anno. Fu in questo periodo che la Madre le chiese una prova di grande virtù che durò tre anni e che confermò la Fondatrice sulla buona stoffa della nostra Virginia. La marchesa Teresa Pavesi Negri, grande amica e benefattrice della Venerabile, si era presa in casa la sorella della propria domestica, perché malata e abbandonata dal marito. Ma ben presto la misericordiosa signora si accorse di non poter tenere in casa la povera inferma, che aveva bisogno di una continua assistenza e che in più presentava evidenti segni di squilibrio mentale. Si rivolse quindi alla sua amica Carolina Adorni, la quale, nella sua inesauribile carità, si prese in casa quell’infelice e incaricò la postulante Virginia di farle da infermiera.

L’aspetto più visibile della malattia era una cancrena alla gamba sinistra che le aveva divorato la carne dal ginocchio in giù e che mandava un fetore nauseabondo. La buona Virginia doveva curare continuamente quelle piaghe. Ma questo era il meno. La malata, per il dolore e più per la pazzia, gridava continuamente, giorno e notte, e la povera Virginia doveva correre al suo capezzale e seguirla nelle sue manie. Sia di giorno che di notte, doveva armarsi di scopa o di randello per cacciare il diavolo che la pazza vedeva dappertutto, ora sul letto, ora sulle pareti, ora sul soffitto: e quando non era il diavolo, erano presunti nemici che essa voleva ammazzare. Virginia, con infinita pazienza, le curava le piaghe, le prestava i più umili servizi e subiva tacendo tutti i rimbrotti e le offese che quella poveretta le lanciava. I vicini si lamentarono, ché non riuscivano a dormire e fu necessario portare l’inferma al secondo piano: così, anche le Suore venivano svegliate dalle grida e fu una vera penitenza per tutte. Finalmente, la disgraziata morì. Aveva ricevuto i sacramenti in un momento di lucido intervallo.

Virginia fu ammessa tra le Religiose nel 1876. Per lei, le prove non erano finite con l’entrata nella comunità. La Madre aveva trovato in lei buona stoffa e le suggerirà spesso piccole mortificazioni: piccole cose, ma che, fatte per amor di Dio, elevano l’animo alle sfere del soprannaturale e educano allo spirito di sacrificio e di mortificazione. Virginia, divenuta poi Suor Teresa, le racconterà con tutta semplicità nella sua vecchiaia. Una volta però la Madre le chiese una mortificazione davvero troppo grossa. Teresa ne provò sgomento, ma poi obbedì e quello fu un atto che la confermò nella virtù dell’umiltà.

Si era proprio sul mezzogiorno, quando i ragazzi escono dalla scuola. La Madre chiamò Virginia e le disse: « Sentite, carina, dovreste farmi il favore di riportare la Croce a Don Andrea a Sant’ Antonio »[21]. La Croce era un « crocione » e andare per la strada, a mezzogiorno, con quel crocione sulle spalle era proprio un’umiliazione a cui il temperamento di Virginia si ribellava.

« Devo proprio andarci adesso, Madre? Non potrei andarci questa sera? » (col buio – voleva dire – nessuno mi vede!).

« No, carina – rispose la Madre -, ho proprio bisogno che ci andiate adesso. Fatelo per amor di Dio ».

Così la buona Virginia uscì da San Cristoforo con il crocione sulle spalle, percorse tutta via del Collegio Maria Luigia tra le meraviglie, le risa e i lazzi degli scolari. Notate che non vestiva da Suora, ma da borghese. Arrivò tutta sudata a Sant’Antonio dopo aver percorso un tratto di strada San Michele e consegnò la Croce.

« Tornando a casa – raccontò essa – sentii tutta la felicità di aver potuto vincere me stessa, mortificando il mio amor proprio ».

Evidentemente, Madre Adorni sapeva con chi aveva a che lare!

Nella sua tarda età, Suor Teresa – la nostra Virginia – si presterà con molto amore a curare gli oggetti della chiesa: « La nostra Madre, diceva, voleva che cucissimo e rammendassimo la biancheria di chiesa stando in ginocchio, ed esigeva una perfezione straordinaria nel confezionarla! ». Così, Madre Adorni educava le sue « novizie ».

Una seconda ex alunna fu ammessa nella piccola comunità di San Cristoforo nel 1881. Si chiamava Margherita Schivazappa ed era entrata quand’era ancora piccolina. A 14 anni, cominciò a sentire il desiderio di farsi religiosa, ma non ebbe coraggio di dirlo a nessuno, nemmeno al Confessore. Tanto meno poi alla mamma. Questa aveva concepito sulla figliola dei grandi progetti: voleva nientemeno che mettesse su una scuola, ora che era abbastanza istruita, da portare avanti con l’aiuto di altre due sorelle che erano rimaste a casa. Margherita non diceva né sì né no, e poi, quando era sola, non faceva che pregare e piangere.

Un giorno che se ne stava tutta accasciata in cappella, si sentì toccare leggermente alla spalla, poi la voce della Madre le sussurrò all’orecchio: « Non prendetevi pena, carina, perché il Signore, quest’anno non permetterà che vostra mamma vi prenda fuori e l’anno venturo metterà un altro impedimento ». Margherita restò sorpresa, perché non aveva detto niente a nessuno e si sentì molto consolata. Infatti, non si sa per quali ragioni, quell’anno Margherita non tornò in famiglia. Per l’anno seguente, le Suore le avevano già preparato il corredo e Margherita attendeva con trepidazione la fine della sua permanenza all’Istituto. Questa era stata fissata per il maggio del 1881. Due mesi prima, nel mese di marzo, fu chiamata dalla Superiora che le disse: « Bisogna, carina, che vi disponiate a fare un atto di rassegnazione alla volontà di Dio e ad adorare i suoi disegni… ». La giovane sentì il cuore batterle forte e si domandava che significato avessero quelle parole. La Madre continuò con amorevolezza: « Questa mattina il Signore ha chiamato a sé la vostra mamma ». La giovane scoppiò in pianto. Allora, la buona Superiora se la strinse a sé e le disse con dolcezza: « Non perdetevi d’animo. D’ora in avanti sarò io la vostra madre. Ve lo prometto nel nome del Signore e vi riceverò tra le religiose, mie figlie ».

Fu ricevuta infatti e divenne una Suora buona e zelante. Fu anche Superiora Generale dal 1900 al 1902, dopo la morte di Suor Giuseppina. È quella Suor Maddalena che, affezionatissima alla Madre, ci lasciò tanti foglietti di ricordi, su cose viste o sentite, ed è stata una testimone preziosa per i primi biografi e per le Suore che deposero nei Processi di beatificazione.

Nel 1884, entrò Irene Oddi, poi Suor Carolina, nominata spesso nelle Memorie giurate di Suor Maria Paolina Loretti e di altre. Fu Superiora Generale per lungo tempo, dal 1902 al 1917.

Nel 1891, entreranno Del Prato Fiorella (Suor Chiara), e Grassi Anna (Suor Anna), rispettivamente di 21 e 18 anni. Nel 1893, entrerà, poco prima che la Madre morisse, Francesca Cavalli (Suor M. Francesca), di anni 19.

Nuove leve, dunque, e nuove speranze.

Non è che il desiderio di accrescere la famiglia spingesse Madre Adorni ad accettare indiscriminatamente chiunque chiedeva. Sappiamo di una giovane, allevata nell’Istituto, che chiese ripetutamente di essere ricevuta come postulante: era buona, intelligente, ma di un carattere troppo indipendente e la Madre riteneva di non poterne fare una buona Religiosa. Venne il tempo di tornare a casa e la giovane vi andò con molta nostalgia. Più di una volta ritornò insistendo per essere ammessa tra le Suore. La Madre non accondiscese mai e alle Suore diceva: « Sia lodato Dio che se ne è tornata a casa, perché non è questa la sua vocazione ».

Un’altra, di buona famiglia, tanto fece che fu ammessa; ma la Madre era convinta che avesse un temperamento portato troppo ad effondersi all’esterno e perciò non era adatta alla vita di San Cristoforo. In previsione della venuta dell’aspirante, raccomandò alle Suore di osservare fedelmente la regola del silenzio così come era loro prescritta e come avevano sempre fatto. E per far capire meglio all’aspirante lo spirito di quel silenzio fece affiggere in un quadretto alcune norme che raccomandavano il rigoroso silenzio, eccetto nelle ricreazioni di mezzogiorno e della sera, come mezzo indispensabile per mantenere lo spirito di raccoglimento e di unione con Dio e col prossimo, e percorrere con maggiore alacrità la strada della virtù e della perfezione. Ma la giovane trovò deludente quella vita e, dopo due giorni, se ne andò.


[1] Una nota manoscritta fa entrare la Bergamaschi il 1o maggio 1856. In maggio, il Bottamini riceve una quota di subaffitto di L. 16 per la casa di Borgo della Canadella; nel novembre, riceve L. 200, quota di sei mesi.

[2] Cf. Concilio Vaticano Il, Lumen Gentium, n. 58.

[3] Cf. Lumen Gentium, 41-42, 44; Perfectae  caritatis, 5-6, 8; Optatam totius, 8; Apostolicam actuositatem, 4; Presbyterorum ordinis, 12-14, ecc.

[4]  « Storia della Fondazione ».

[5] Ibid.

[6] Vedi Regolamento per le ravvedute.

[7] Questo, del resto, era il modo di vita in uso in tutti i collegi dell’epoca.

[8] Per l’importante argomento della rieducazione delle traviate si veda la Tesi di laurea di Rosa Pia Cesareo (Suor Placida), Madre Anna Maria Adorni e l’Istituto Buon Pastore in Parma. La rieducazione delle ragazze traviate, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano 1952, dattiloscritto.

[9] Dom Oliveros era stato nominato Abate del monastero di Praglia, in provincia di Padova.

[10] In seguito, anche il principe Roberto di Borbone continuerà a beneficare l’Opera di Madre Adorni.

[11] La prima era avvenuta nel 1734, ad opera dei Borboni di Napoli; la seconda nel 1796, con Napoleone.

[12] Cf. Glauco Lombardi, in « Il Piccolo », Parma 24 maggio 1924.

[13] Il trasferimento avvenne il 20 settembre 1864, perché la casa di pena di Sant’Elisabetta doveva venir trasformata in Sifilocomio. È quindi possibile che il fatto sia avvenuto in tale anno. Ma in tale anno le Visitatrici vennero riammesse, non cacciate, per cui la collocazione nel 1860 conserva la sua validità.

[14] Si conserva copia di una lettera di Madre Adorni e delle sue Figlie, inviata a Pio IX il 4 febbraio 1876. Vi si esprime devozione e attaccamento profondo al Pontefice.

[15] L’accusa era di essere perturbatori dell’ordine pubblico. Il Vescovo, in particolare, era accusato di essere fautore della reazione, di essere la testa del partito reazionario e di aver negato i sacramenti al Sacerdote Canonico Gardoni, firmatario dell’indirizzo Passaglia. Era questo un opuscolo, pubblicato da Padre Passaglia, nel quale si invitava il Papa a rinunciare volontariamente al Potere pontificio.

[16] Simonazzi Roberto, Un apostolo della carità. La Serva di Dio Anna Maria Adorni, Parma 1939, p. 133.

[17] Quest’uso della dote può parere strano ai nostri tempi, ma in passato era una prescrizione che doveva tener conto, tra l’altro, di una possibile uscita dal convento e della necessità di avere, nel caso, una qualche fonte di sostentamento: appunto la dote, che veniva, in quel caso, restituita.

[18] Le cronache di quel monastero ricorderanno con edificazione i monaci venuti da Praglia: persone distinte per santità, carità e per eccellente dottrina: « ma sopra tutti si distingueva – dicono le cronache – il santo Abate Oliveros » (cf. I Monasteri italiani, ed. cit., p. 478).

[19] Martini Martino Maria, Vita di Monsignor Fr. Felice Cantimorri, Vescovo di Parma, Parma 1895, pp. 143-144.

[20] Di questo sacerdote dice Suor Clara Del Prato al Processo Ordinario Diocesano: « Il Vicario Generale, Mons. Burlenghi, non sentiva troppo per la Madre e consigliava di sciogliere la Congregazione; ma la Madre non disse mai nulla ».

[21] Dal 1857, la chiesa parrocchiale di Santo Stefano era stata ridotta ad oratorio ed era stata elevata a sede parrocchiale la chiesa di Sant’Antonio e la parrocchia era chiamata di Santo Stefano protomartire in Sant’Antonio.

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Autore:

Congregazione religiosa fondata da Anna Maria Adorni nel 1857.

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