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FRS 4°parte: Gli ultimi anni

UN’EREDITÀ PERDUTA

In quegli anni, molte persone care a Madre Adorni, a una a una avevano lasciato questo mondo creando un vuoto attorno a lei e causandole profondo dolore e una pacata rassegnazione.

Nel 1877, venne a morte quell’uomo provvidenziale che fu I’Abate Giambenedetto Bottamini. Il giorno dell’Epifania, mentre diceva Messa, fu colto da malore. Portato nel suo appartamentino del 1° piano, vi langui fino al 15 giugno quando, pieno di meriti, rese la sua bell’anima a Dio. La Madre e le Suore lo piansero con sincero cordoglio e ne suffragarono l’anima con la più viva riconoscenza. Egli aveva assistito l’Istituto per oltre vent’anni. Con lui, la Congregazione perdeva un benefattore insigne e più che un amico, un padre. Come Direttore era stato il braccio destro della Fondatrice, ne aveva portato avanti ogni impegno di carattere amministrativo, tenendosi discretamente in disparte per tutto quello che riguardava l’ordinamento interno e la guida spirituale dell’istituto.

Il 23 ottobre 1879, mori improvvisamente Dom Oliveros a Tirano d’Istria. Madre Adorni ne fu misteriosamente informata. Lo stesso giorno, infatti, chiamò Suor Maddalena e le fece distrugre i diari che Dom Oliveros le aveva ordinato di scrivere: ormai non servivano più… Il 22 luglio 1882, venne a morire anche l’amabile e amato Mons. Villa e anche questo fu per la Adorni un grande dolore.

Nel 1884, morì la sua prima collaboratrice nella visita alle carceri, la nobildonna Teresa Batteri Lusardi. Poco dopo, il 31 gennaio del 1885, mori anche la buona, umile, laboriosa, Maria Monteverdi, cuciniera perpetua. Si racconta di lei che la Madre, nei primi tempi di San Cristoforo, le abbia chiesto che cosa le sarebbe piaciuto meno di fare in quella Casa. La giovane che aveva allora 24 anni, rispose con tutta semplicità:

– La cuciniera. La cosa che farei meno volentieri è proprio la cucina.

– Eppure, carina – soggiunse la Madre -, è proprio questo ciò che vi chiede il Signore.

In realtà, non c’era molta scelta e la buona Maria se ne andò serenamente in cucina, dove rimase per 28 anni, fino alla sua ultima malattia sopportata con la più eroica pazienza.

Anche la prima compagna di ideali e di fatiche, la meravigliosa Pietrina Bergamaschi, se ne andò, quasi in punta di piedi, il 13 marzo 1890, dopo essere vissuta con Madre Adorni per oltre 40 anni.

Qualche anno prima era morta un’altra amica della Adorni, sulla quale dobbiamo trattenerci un poco.

Madre Adorni, come si è visto, si trovò quasi continuamente in strettezze economiche e spesso anche nella mancanza del necessario. Ciò avvenne specialmente dopo la morte del Vescovo Villa, il quale nella sua povertà, trovava sempre qualche avanzo per il suo « orto chiuso ». Si sa che le ricoverate avevano un cibo povero, talvolta dovevano accontentarsi di patate cotte nell’acqua senza alcun condimento; il latte era un lusso e lo si passava assai raramente: nel giorno dell’Immacolata, in omaggio alla Vergine, e in qualche altra particolare circostanza. L’estrema povertà impediva di accogliere un maggior numero di fanciulle, anche se la necessità di farlo era molta. Spesso, con il cuore che sanguinava, la Madre era costretta a rifiutare. Qualche volta, presa da scrupoli, il giorno dopo mandava a chiamare chi le aveva presentato la fanciulla e diceva: « Questa notte non ho potuto dormire: portatemi quella bambina! Il Signore provvederà! ». Oppure: « Non la potrei proprio prendere, ma mi avete pregato in nome della Madonna: come posso dir di no alla Madonna? ».

La marchesa Teresa Pavesi Negri era al corrente di questa situazione e non mancava di aiutare; si era anzi proposta di lasciare una pingue eredità all’Istituto, dopo la sua morte. Si trattava di 200.000 lire che, allora, erano un vero capitale. Con quella somma Madre Adorni non avrebbe più avuto preoccupazioni per lungo tempo.

Quando la pia Marchesa si ammalò, la Madre le mandò come infermiera Suor Giuseppina Bianchi, non potendo la marchesa far conto sulla sua domestica, sorella di quell’ammalata di mente che già abbiamo ricordato e un po’ tocca anche lei. Mentre Suor Giuseppina l’assisteva o quando la Madre andava a trovarla, la marchesa ripeteva continuamente che stessero tranquille perché alla sua morte avrebbero avuto la somma promessa: il suo testamento era là, custodito in quel cassetto, e aveva provveduto con cartelle del debito pubblico a pagare anche le tasse di successione.

Ma quando la buona marchesa morì, il 27 agosto 1883, del testamento non si trovò traccia: si suppose che la domestica, nella sua mente sconvolta, avesse bruciato il testamento per accendere il fuoco.

Madre Adorni accolse la notizia senza dar segno di turbamento. Disse semplicemente: « Il Signore mi aveva dato come sicura questa fortuna, il Signore me l’ha tolta. Che Egli sia in eterno benedetto! ».

Divulgatasi la notizia, varie persone, amiche della Venerabile, si fecero premura di andarla a trovare per consolarla della disgrazia; ma nella loro prudenza umana dicevano alla Fondatrice:

« In questa situazione, Madre, non può portare avanti l’Opere. Lei è già anziana e non ha bisogno di tante preoccupazioni: rimandi le ragazze e viva tranquilla i suoi ultimi anni ». Ma la Madre rispondeva:

« Mi scusino se francamente dico loro che vengono da me a far le parti di Lucifero tentatore. È mia ferma convinzione che se questa mia povera istituzione è opera di Dio, Egli ci assisterà e provvederà: io ne sono certa. Piuttosto che metter fuori anche una sola di queste carissime giovinette, andrò a mendicare di porta in porta ». E soggiungeva: « Non potrei mai mandarle via da questo luogo dove sono felici e dove sono preservate dal male! ».

Anche le Suore si mostravano afflitte e piangevano. E la Madre: « Mi meraviglio più di voi che delle persone del mondo, perché in questo modo, Figliole, mostrate di non aver piena fiducia in Dio ».

E a Suor Giuseppina che più delle altre piangeva, anche per aver sentito tante volte le promesse della marchesa: « Non ti affliggere, diceva incoraggiandola, non ti affliggere! Il Signore vuole fare tutto Lui in quest’Opera, ed Egli certo provvederà. Non dubitare! ».

E Dio volle premiare anche visibilmente la fede della Venerabile, con alcuni interventi straordinari che ci vengono ricordati dalle ex alunne che vennero a deporre al Processo di beatificazione. Sentiamone una. È di Zoraide Melli di Parma.

« Ricordo che un dì, poco prima di mezzogiorno, Suor Maria Giuseppina Bianchi, nostra maestra, ci disse: “Mi dispiace, bambine; questa mattina avete mangiato, ma finora per mezzogiorno non c’è nulla”. Nessuna di noi parlò.

Poco dopo, venne in classe Madre Adorni e disse: «Bambine, mettetevi in ginocchio e pregate la Madonna che ci provveda il cibo; io mi ritiro e pregherò anch’io”.

A mezzodì fummo condotte a tavola, ma non c’era nulla ed aspettammo il pane della Provvidenza.

Erano passate le dodici di pochi minuti quando -Suor Elisabetta Rossi sentì suonare il campanello. Davanti alla porta c’era un carro carico d’ogni ben di Dio e noi mangiammo molto bene e allegramente. Non si seppe mai chi fosse l’uomo che portò la roba, né chi l’avesse mandata ».

Un’altra volta, la Madre mandò due Suore a pulire il cassone dove si metteva la farina. Ma una delle Suore le disse: « Va bene pulirlo, Madre; ma che cosa ci mettiamo dentro? È completamente vuoto! ». La Madre rispose: « Abbiate fiducia, Figlie mie, e vedrete che la Provvidenza ci verrà in aiuto. Il Signore sa che abbiamo bisogno e non abbiamo mezzi ». Poche ore dopo arrivò all’Istituto un carro carico di sacchi di farina.

Queste grazie del Signore erano frutto della preghiera della Venerabile. Qualche volta essa accompagnava la preghiera con l’offerta di sacrifici e penitenze. La Madre guardava le piante da frutto nell’orto e pensava che già da qualche anno non producevano più nulla. Un po’ di frutta sarebbe stata una manna del Cielo! Non sarebbe costata nulla e avrebbe giovato molto alla salute delle sue ricoverate. Pregò quindi il Signore di far produrre molta frutta al suo orto, in quell’anno di miseria, e promise che per tutto l’anno non avrebbe assaggiato un frutto. Il Signore esaudì la preghiera della Venerabile e le piante, in quell’anno, si riempirono di frutta. Le Suore portavano alla Madre le primizie, magnificando la bellezza e il profumo di quella frutta e insistevano perché la Madre – a cui la frutta piaceva – ne mangiasse…, almeno ne assaggiasse un po’. Per liberarsi dalle filiali insistenze la Madre fu costretta a rivelare la promessa e la grazia che il Signore aveva concesso.

Così, il Signore mostrava la sua benevolenza verso la sua serva fedele e dava segni evidenti che Egli voleva l’Opera da Lei fondata.

La fama di questi fatti varcò le mura dell’Istituto e si diffuse nella città, confermando la comune opinione che Madre Adorni era veramente una santa.

APPROVAZIONE DELLE COSTITUZIONI

A Mons. Villa era succeduto a Parma Mons. Andrea Miotti che fece il suo ingresso il 28 gennaio 1883.

Era un uomo intelligente e colto e se non ebbe con Madre Adorni così frequenti contatti come l’ebbero i suoi due immediati predecessori, ciò è da attribuirsi allo stato di salute della Adorni ridotta ormai a non potersi più muovere liberamente da casa. Così doveva accontentarsi di incontrare il Vescovo quando questi aveva occasione e modo di recarsi lui stesso a San Cristoforo. Probabilmente, queste visite non poterono essere frequenti, perché anche la salute del nuovo Vescovo non era florida.

Tuttavia, Mons. Miotti mostrò di apprezzare l’Opera di Madre Adorni e, quando fu necessario, la difese strenuamente contro le pretese dello Stato, che più di una volta avrebbe voluto requisire l’edificio di San Cristoforo[1].

Interessanti le notizie che egli dà sull’Opera nel 1888, rispondendo ad una lettera del Prefetto della città:

« Al presente ci sono 25 fanciulle orfane e abbandonate o pericolanti, tutte al di sotto dei vent’anni. A quest’età vengono affidate a famiglie come inservienti.

Se ne potrebbero accettare fino a 40, per centesimi 40-100 al giorno. Se si dovessero accettare le ravvedute, allora molte di meno e ci vorrebbe una retta maggiore per cibo e vestito.

Dirige l’Istituto la Signora Botti, assistita da poche altre donne pie, e la massima parte cadenti per l’età (a quest’epoca, di giovani erano entrate solo la Zurlini e la Schivazappa). Esse prestano gratuitamente la loro opera ».

Può sembrare strano che, in questo momento – dicembre 1888 -, non vi siano più « ravvedute » nella casa di San Cristoforo. I documenti fanno cenno alle leggi italiane di tolleranza nei confronti della prostituzione: fuori delle carceri non era certo facile avere contatti con quelle infelici[2]. Non restava che adattarsi ad accogliere le poche – di solito minorenni – che la Pubblica Sicurezza toglieva dalla strada e affidava temporaneamente alle Suore di San Cristoforo: non era l’opera di riabilitazione prevista dalla Fondatrice, ma poteva considerarsi un’alternativa all’apostolato di conversione che prima svolgevano in carcere.

Non sempre queste infelici, portate dalla Polizia, ci rimanevano volentieri, e non sempre si lasciavano ricondurre a buoni propositi dalle pie esortazioni della Adorni e delle Maestre. In quei casi, non c’era altro da fare che riconsegnarle alla Polizia, la quale le rimetteva sulla strada. Si ha il ricordo di una di queste infelici, di nome Carolina, ancora minorenne. Non ci fu verso di trattenerla. Era così intollerante e depravata che fu necessario riaffidarla alla Polizia. Madre Adorni la vide partire con le lagrime agli occhi e quando la porta si chiuse dietro di lei, disse con tristezza: « Presto ne sentirete le grida disperate… ».

Non molto dopo, nella notte, si udirono infatti le urla di una donna e il giorno dopo si seppe che una certa Carolina X era stata assassinata sullo Stradone (ora viale Martiri della Libertà), che passa accanto all’orto di San Cristoforo.

Ritornando alle benemerenze di Mons. Miotti nei confronti dell’Istituto di Madre Adorni, dobbiamo segnalare l’approvazione delle Regole.

Abbiamo già detto che Mons. Villa aveva veduto e lodato il Regolamento, ma ne aveva suggerito una stesura definitiva. Mons. Miotti verso gli anni ’90 incaricò due o tre persone di rivedere e correggere il Regolamento di Angers, così com’era già stato selezionato da Madre Adorni. Tra queste persone c’era l’Avvocato Modesto Tarchioni, un uomo competente in Diritto Canonico e, a quanto sembra, anche nel Diritto dei Religiosi, o almeno è divenuto tale per l’impegno e la serietà con cui ha studiato il problema.

È stato lui la guida sicura nella scelta e modifica degli articoli; sua è probabilmente l’Introduzione, anche se rispecchia fedelmente il pensiero di Madre Adorni e ne riporta a volte le parole; sue sono alcune « Osservazioni » assai sensate sulle Costituzioni stesse.

L’Avvocato Tarchioni ha le idee molto chiare su quelle che devono essere le Regole (oggi si direbbe le « Costituzioni ») nei confronti di altri testi che si potrebbero chiamare direttori o costumieri o simili. « Le Regole, egli dice, non vogliono e non debbono disporre sui minimi particolari in tutto. Parecchie minute osservanze si stabiliscono, prima per ordine di chi può comandarle e poi per tradizione (che nelle Case religiose si forma presto e nella Casa di San Cristoforo è già formata da tempo considerevole): ed è bene che resti libero il mantenerle o il mutarle, secondo che in seguito parrà meglio. Le Regole, fatta eccezione per alcuni capi, per lo più non danno che lo scopo, lo spirito e l’organismo generale dell’Istituto »[3].

In secondo luogo, egli ha voluto specificare i punti di incontro e di divergenza delle due Istituzioni: quella di Angers e quella di Madre Adorni. Qui certamente c’è stata la collaborazione stretta con la Madre; anzi, vi si sente perfino lo stile. Nel Proemio, infatti, è scritto: « E poiché a Dio è piaciuto che (il Pio Istituto), sia per l’estrema tenuità dei mezzi, sia per lo scarso numero delle congregate, restasse nella primitiva pochezza e non avesse facoltà di praticare varie cose usuali nelle Congregazioni antiche (…), la sola via per seguire nella misura possibile il primitivo disegno, è di prendere dalle suddette Costituzioni tutto ciò che si può adattare alle condizioni della Casa e congiungervi ciò che un’esperienza più che trentennale ha per essa dimostrato opportuno ».

Constatate alcune convergenze di scopi e di spirito, si affermano alcune differenziazioni. Anzitutto, non si accetta la clausura nel senso rigoroso del termine, perché questa richiederebbe personale al servizio delle Suore, per tutti i contatti con l’esterno. La Madre ritiene che le Suore debbano poter uscire per acquisti, commissioni di lavori e per altre necessità (e fa capire che anche questo fa parte del loro spirito di povertà che non permette che si sia serviti in nessuna maniera). La clausura dovrà consistere soltanto in quelle limitazioni nel ricevere persone, soprattutto di sesso diverso, nell’interno della Casa, che sono proprie delle semiregolari (Cap. XV, 1).

Altra particolarità è l’assunzione di un nome nuovo (che potrà anche essere quello che avevano prima) seguito da un appellativo religioso, come Maria Bianca del S. Cuore di Gesù, Maria Celeste di S. Giuseppe, Giuseppina del SS. Sacramento, ecc.

Una variante notevole è l’autorizzazione a deporre l’abito religioso, durante i lavori pesanti, per indossare una veste marrone, senza velo. In una edizione non definitiva pare fosse stabilito di portare, in casa, un vestito e un velo diverso. Il Tarchioni fa notare che l’abito religioso dovrebbe essere portato sempre come segno della consacrazione della persona a Dio; si dovrebbe ammettere solo come eccezione che lo si deponga, per usare un vestito più ordinario, nelle grosse faccende domestiche. Si abbia cura, però, che non siano solo le Suore addette ai lavori a usare tale vestito, ma tutte vi si adattino quando compiono lavori grossolani, per non dare adito alla divisione in classi, cosa che si vuole assolutamente evitare. Probabilmente, la Madre volle questa norma per spirito di povertà, per non sciupare l’abito religioso – certo unico – nei lavori di casa.

L’accenno all’unica classe è pure una differenza tra l’Istituto di Madre Adorni e le Suore di Angers che avevano le coriste e le converse.

Non si riscontrano altre notevoli varianti, salvo che il capitolo sul governo è molto ristretto, come si conveniva ad una Congregazione con così pochi membri. Certo, se si fossero seguiti rigorosamente i criteri indicati dal Tarchioni, molte minuziose regole di carattere esortativo sarebbero state eliminate: ma ciò non era nella mentalità dei tempi.

Restava ancora un’obiezione: come si può approvare una  Congregazione religiosa che ha così pochi membri e che ha così poca probabilità di sopravvivere alla Fondatrice? Che figura farebbe la Curia se tale Congregazione, subito dopo approvata, cessasse di esistere? Non è meglio far esaminare da un’apposita Commissione se sia opportuno o no erigere canonicamente tale Congregazione?

Chi muoveva queste obiezioni pare fosse il Vicario Generale, Mons. Giuseppe Burlenghi, che abbiamo già incontrato. Non che avesse qualche ostilità verso Madre Adorni, ma la prudenza suggeriva… E c’erano altri con lui. Non c’era nulla di meglio che costituire una commissione e trincerarsi dietro l’anonimato del voto, per negare l’opportunità dell’erezione. L’avvocato Tarchioni avvertì subito l’insidia e in una lunga lettera ad un certo « Ill.mo e Rev.mo Signor Canonico », che noi riteniamo sia stato appunto il Burlenghi, risponde da vero Avvocato.

Il pretesto da cui parte il Burlenghi nello scrivere la lettera è la richiesta se sia necessario mettere nelle Costituzioni se il Vescovo debba intervenire o no alla Professione dei voti perpetui. Il Tarchioni risponde che è una cosa da direttorio, ma approfitta per insinuare che sarebbe un sacrosanto dovere del Vescovo contribuire, da parte sua, con l’approvazione canonica, alla continuazione della famiglia religiosa di Madre Adorni. Egli scrive: « Così il Vescovo si determini (finalmente, aggiungiamo noi, perché la parola, al Tarchioni è rimasta sulla penna…) a compiere l’atto iniziato quarant’anni addietro, approvando le Regole dell’Istituto (…) allora fondato, e soddisfacendo il santissimo desiderio di queste pie donne di servire Dio nella forma dalla Chiesa riconosciuta la più perfetta, cioè una Congregazione religiosa, e così assicurare, per quanto dall’Autorità ecclesiastica può dipendere, la continuazione della religiosa famiglia e della buona opera da essa esercitata (…) ».

Quanto all’obiezione di cui sopra, risponde l’Avvocato dicendo: « Mi permetta di farle osservare che, in genere, le commissioni sono la via più solita per tirare in lungo le cose e concluder poco; e, in specie, che l’inconveniente da V. S. temuto d’un qualche disdoro per l’Autorità ecclesiastica se la Congregazione (per ipotesi) da essa eretta, poco dopo l’erezione dovesse cessare, diventerebbe (per quanto non possa mai essere grande) alquanto maggiore se l’erezione fosse stata preceduta da consultazioni e delibere di molte persone. Al caso, le due o tre persone che hanno naturalmente la cosa tra le mani, sovrabbondano ad esaminarla e si può ritenere che già la conoscono sufficientemente, ma per ora non sembrano disposti a risolverla [la sottolineatura è nostra] ». E conclude con un « Ciò augurando da Dio in cui sono in mano i cuori », dove il « ciò » è forse grammaticalmente poco chiaro; ma a che cosa si riferisca è ovvio. Bisogna concludere che, per una volta tanto, i laici hanno insegnato ai preti!

La lettera è scritta il 23 dicembre 1892 e la questione è ancora in alto mare: il Vescovo è a letto, gravemente infermo di quella malattia che lo porterà alla tomba tre mesi dopo, il 30 marzo 1893; Madre Adorni è quasi novantenne, stremata di forze e anch’essa prossima alla morte. Umanamente parlando, l’approvazione era di là da venire… Certo, la Fondatrice non avrebbe avuto la consolazione di veder pienamente riconosciuta dalla Chiesa la sua Congregazione, prima di morire. Così pensavano tutti, ma la Madre aveva detto: « State tranquille, prima che io muoia il Signore ci darà una grande consolazione ».

Deve essere intervenuto anche il Padre Anastasio, da due anni Direttore dell’Istituto, forse in una sua visita all’illustre infermo. Il fatto è che il Vescovo, dal suo letto, inviò all’Istituto, in data 3 febbraio 1893, le Costituzioni approvate, con un biglietto al Padre Anastasio (la Madre era troppo malata) con queste parole: « Rimando il Regolamento per la Pia Società di San Cristoforo, l’approvo pienamente e di gran cuore. Lo trovo ben acconcio per la direzione di quella piccola, ma cara tribù, e ringrazio la Paternità Vostra Rev.ma per la speciale cura che si piglia di essa.

 Benedicendola cordialmente, mi professo

Aff.mo in G. C.
† G. Andrea, Vescovo »

Questa era la consolazione che la Madre aspettava, per morire in pace!

 GRAZIE STRAORDINARIE E PENE DI SPIRITO

Madre Anna Maria Adorni aveva cominciato a soffrire di reumatismi e di artrite a circa 50 anni; ma dal ritorno a San Cristoforo, dopo l’intermezzo di San Lazzaro, i dolori si fecero più frequenti e l’artrite a poco a poco le rese difficile il muoversi liberamente. Usciva raramente di casa e non poteva più recarsi alle prigioni o ad assistere gli infermi.

Ad un certo momento, si ridusse al seggiolone. Poteva muoversi solo appoggiandosi ai mobili o sorretta dalle Consorelle. Questo avvenne soprattutto negli ultimi anni. Le si aggiunse anche il mal di cuore con la conseguente cattiva circolazione del sangue e l’apparire di una progressiva pinguedine, segno evidente di un cattivo stato di salute. Malgrado questi disagi e i dolori reumatici, essa non si lamentava mai e si sforzò, fino all’ultimo, di partecipare a tutte le pratiche della comunità, facendosi condurre in cappella o in refettorio, muovendosi per tempo, in modo da arrivare all’ora esatta. Non si permise nemmeno di alzarsi tardi e non volle accettare cibi differenti da quelli della comunità; del resto, mangiava pochissimo.

Leggeva qualche libro, riceveva i visitatori, ma soprattutto pregava. Finché poté praticò devotamente la Via Crucis e quando non poté più muoversi diceva alle sue Suore: « Andate pure, voi, io resto qui, ma credete, io sono unita alla Passione del Signore, notte e giorno ».

La fama della sua santità si era così diffusa che veniva gente da ogni parte a visitarla, a chiedere preghiere e consigli. Un giorno, una povera donna del popolo le portò la sua figlioletta che era cieca e, con tutta semplicità, pregò la Madre di guarirla. La Madre accarezzò la bambina dicendole delle buone parole, poi si raccolse in preghiera e dopo un po’ pose la sua mano sulla testolina della bimba che istantaneamente guarì. Di questo fatto fu testimone Suor Anna Grassi[4].

La Madre accoglieva tutti con un affabile sorriso, ascoltava con materna attenzione e per tutti aveva una parola buona, un consiglio saggio, un’esortazione spirituale. Talvolta, il visitatore o la visitatrice si accorgevano che essa scrutava i cuori e che rispondeva ai pensieri nascosti e che a volte prediceva il futuro.

Per ricordare solo alcuni fatti, dirò della contessa Elisa Benassi Trivelli, che un giorno manifestò alla Madre il desiderio che sua figlia Gigina si facesse Religiosa. Madre Adorni rimase un momento come assente, quasi si consultasse con qualcuno, e poi disse: « No, contessa, la sua Gigina non è chiamata allo stato religioso. Si sposerà, avrà molti figli e alcuni di essi si consacreranno al Signore ». Suor Clara Del Prato, parlando dello stesso episodio afferma che abbia detto più esplicitamente: « Nella sua famiglia vi sarà un Sacerdote e vi saranno pure delle Religiose ». Così infatti avvenne. Ebbe sedici figli tra cui uno Sacerdote e due Suore. Il figlio Sacerdote, Mons. Emilio Pallavicino, molti anni dopo, nel 1939, confermò con lettera l’avvenuta profezia e il suo avveramento.

Nella stessa lettera, Mons. Pallavicino fa un cenno anche al Ven. Guido Maria Conforti. Scrive di aver udito da Suor Maddalena Schivazappa che il Conforti, da giovane Sacerdote, andò a confidarsi con Madre Adorni circa il suo progetto missionario. La Venerabile gli predisse che avrebbe fondato l’Istituto per le Missioni Estere, aggiungendo particolari che si sono avverati appieno.

Il Conforti si era recato da Madre Adorni anche quand’era seminarista. Gli era stata rimandata l’ordinazione sacerdotale per una malattia che l’aveva colpito e che lo tormentava da anni. La Venerabile gli disse con accento sicuro: « Vada a Fontanellato. La Madonna l’attende per farle la grazia. Diverrà Sacerdote e anche Vescovo ». Mons. Conforti stesso ebbe a confermare questo episodio a Suor Maria Clotilde Losappio in occasione della posa della lapide per la Venerabile.

Ma egli riferì l’ultima frase un po’ diversamente da altri testi. Gli avrebbe detto che sarebbe diventato Padre e Pastore, nelle quali parole, Mons. Conforti vide un accenno al fatto che divenne Vescovo e fondò un Istituto. Soggiungeva anche di aver ricavato conforto da quelle parole e di essersene sentito incoraggiato nelle varie difficoltà che ebbe poi ad incontrare.

Da Sacerdote, Mons. Conforti andò abbastanza spesso a celebrare la Messa a San Cristoforo e gli capitava di dare la Comunione alla Venerabile e di vederne il volto trasfigurato e come estatico: « Qualche cosa di celestiale! », egli disse.

La Madre più di una volta mise in rilievo l’umiltà del chierico Conforti e fu sentita dire che il Conforti era un santo e che sarebbe stato canonizzato.

Anche un altro Fondatore si recava da Madre Adorni. Era il Servo di Dio, Mons. Agostino Chieppi, Fondatore delle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria. Egli dirigeva alcune anime pie, che avevano manifestato il desiderio di donarsi pienamente al Signore. Il Chieppi si sentiva ispirato a fondare una comunità religiosa, ma dubitava che fosse questa la volontà del Signore. Perciò, agli inizi del 1865, si recò dalla Madre Adorni, ponendo l’alternativa se fondare un nuovo Istituto o indirizzare le cinque giovani alla comunità della stessa Adorni. La Venerabile rimase un momento raccolta in preghiera, poi alzò il capo e disse risoluta: « Ecco, grazie a Dio, la mia povera istituzione va ora avanti abbastanza bene. Lei, Reverendo, si impegni pur subito ad aiutare quelle sue Figlie che io ben conosco. Esse hanno tanto bisogno della guida sicura di uno zelante ministro del Signore. Vostra Reverenza, con l’aiuto di Dio e di Maria Santissima, farà molto bene a loro e alla Società, per mezzo della nuova Istituzione ». Si compiacque anche dell’appoggio finanziario che egli aveva trovato nella contessa Anna Simonetta Pallavicino, ben conosciuta dalla Madre. Possiamo immaginare quale conforto e incoraggiamento abbia ricevuto il pio Sacerdote da questo messaggio del Cielo.

Quando Mons. Chieppi sarà malato grave, due Suore si recheranno da Madre Adorni a chiedere preghiere. Siccome era sera tarda, le due Suore non vollero salire in camera della Venerabile, ma le fecero riferire il messaggio. Questa, dopo un momento di silenzio, disse: « Riferite alle buone Suore che pregherò assai per i l loro Padre; ma raccomando loro vivamente di abbandonarsi alla volontà di Dio ». Le buone Suore capirono, da queste parole, che cosa intendesse dire la Madre. Infatti, durante quella stessa notte, verso le una e mezzo, Madre Adorni chiamò Suor Maddalena che dormiva nella medesima stanza e le disse: « Maddalena, inginocchiatevi e recitiamo un De profundis per Mons. Chieppi e preghiamo anche per le sue Figlie perché il Signore doni loro la necessaria rassegnazione ». Mons. Chieppi infatti morì in quella notte tra il 6 e il 7 settembre del 1891.

Una persona molto amica di Carolina Adorni, la contessa Liberata Liberati Boselli, andava spesso a trovarla, specie durante gli ultimi anni quando la Madre era relegata in stanza. Essa afferma di essersi recata da lei più volte con l’animo turbato e di essersi sentita dire quello che l’angustiava, prima ancora di parlarne, e sempre se ne ritornava consolata.

A Don Luigi Comelli, parroco di San Quintino, che andò a salutarla prima di partire missionario per l’America, la Madre disse: « Lei tornerà presto, ma non ci vedremo più ». Così infatti avvenne.

Ad una giovane, una certa Canevari, sconsigliò le nozze con quello che era allora il suo fidanzato. Essa si sposò, ma solo un mese dopo si separò dal marito e ricordava con rammarico di non aver seguito i consigli di Madre Adorni. Ad un’altra giovane invece, certa Marcellina Zanetti, consigliò di farsi Religiosa e le assicurò la perseveranza. Quando la giovane partì per entrare dalle Suore di Maria Ausiliatrice, il 30 novembre 1889, andò a salutare Madre Adorni. Questa volle che stesse un po’ con lei e le fece fare colazione nella sua stanza. Al momento della partenza, si commosse e le disse piangendo: « Non ti rivedrò più Figlia mia! ».

« Oh, sì, in Paradiso, Madre! », rispose la giovane. E la Madre:

« Se fossi più giovane, me ne verrei anch’io in missione con te ». La buona Martellina fu missionaria in un lebbrosario in Peni.

Questi e altri fatti del genere erano una riprova di quanto il Signore prediligesse quella sua serva fedele che l’aveva tanto amato e che aveva speso per Lui e per il bene delle anime più abbandonate tutta la sua lunga vita.

Ma le grazie straordinarie generalmente vanno unite a pene e dolori che le controbilanciano. Fu anche l’esperienza di San Paolo.

Oltre alle sofferenze fisiche e le preoccupazioni materiali, oltre alla sofferenza morale intensa al pensiero delle anime che non corrispondono all’amore di Dio e si perdono, c’erano per Madre Adorni altre intime sofferenze che ne affinavano lo spirito mentre le dilaniavano il cuore.

La sofferenza che l’assaliva talvolta era quella di non aver amato abbastanza il suo Dio, almeno – così pensava – in un determinato periodo della sua vita. Perciò, rinnovava continuamente le sue attestazioni di amore e, per dimostrare a Dio che veramente l’amava con tutto il cuore e tutte le forze, aveva fatto il voto di compiere sempre ciò che credeva più perfetto.

A volte, la tormentava il pensiero di potersi allontanare da Dio e ciò costituiva un dolore immenso; o addirittura si sentiva lontana da Lui, come in una notte tenebrosa, pur sapendosi unita a Lui con la grazia. Era come se fosse abbandonata da Dio e ne soffriva pene indicibili. Sperimentava in se stessa un po’ di quella tremenda solitudine che provò Gesù sulla Croce, quando si senti abbandonato dal Padre ed esclamò con angoscia: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ». Eppure, anche in quei momenti, la Venerabile non cessava di esprimere a Dio il suo amore, chiedendo per sé solo la nuda croce e il più puro amore.

Era la « notte oscura » di cui parlano i mistici e che Madre Adorni provò in tutta l’angoscia di cui era capace l’anima sua.

Leggiamo alcuni brani di lettera inviata al suo Confessore, casualmente, o provvidenzialmente, sfuggiti al severo ordine dato a Suor Maddalena di distruggere ogni scritto.

« Conoscendo io d’aver tanto offeso Sua Divina Maestà, mi si riempie il cuore d’orrore. Ho timore di non essermi ben confessata nella mia vita passata e, di più, temo d’aver ingannata i Confessori e d’ingannare Lei pure. Questa pena è assai grande; ne ho crudelissimi assalti di disperazione. Mi trovo assalita a tal segno che alcune volte mi pare di vedermi chiuse tutte le porte della consolazione e del sollievo. E poi, nelle mie afflizioni presenti, m’abbatte molto – benché questa non sia la maggiore delle mie tristezze – il conoscere che queste pene che io soffro (che a me pare nudo patire) non cesseranno mai, anzi, sempre più cresceranno. Ah, qui devo, per così dire, violentare la povera mia umanità, con un coraggio superiore al mio debole sesso.

Ma essendo in una notte così oscura, non so da che parte mi venga questa conoscenza di dover sempre patire. Ma, in qualche istante, quando sono più illuminata, mi pare – se non sbaglio – che non debba esservi in questo il nostro comune nemico per abbattermi, dati gli effetti che in me rimangono: è vero bensì che la parte inferiore ricusa il patire e lo vorrebbe allontanare da sé, ma la parte superiore vorrebbe sempre più patire e assoggettarsi in misura pari a quanto gli resiste.

Ma il martirio che più mi affligge è il timore che ho di perdere Dio e se il cammino che io batto è il più sicuro per piacergli e servirlo. Oh, grande Iddio, se fin qui non ho fatto che i primi passi, col mio desiderio, nel servirvi! ».

Gran patire è l’amore veemente dell’Amato – scrive altrove – gran patire è il timore di perdere l’Amato ! Insomma, per me tutto è patire, tutto è morire! ».

A conclusione di questi pensieri che raffigurano un po’ le pene di spirito e gli ardenti desideri di amare e di soffrire per l’Amato che si alternavano nel cuore della Venerabile, riportiamo una preghiera, da essa composta, che ne è come la sintesi.

O Padre dei poveri! Ecco ai vostri santissimi Piedi la più povera tra le vostre figlie, che desidera di essere da Voi arricchita di grazie, lumi e forza.

Non ricuso, no, Signore, il patire, ma voglio vincere con Voi il patire. Voi ben vedete che la mia vita è un continuo morire. Non provo che noia, disgusto, tristezza, desolazione, ansietà di spirito, laceramento del cuore: per ogni verso sono martirizzata, è vero, ma per Vostro amore io soffro in pace qualunque cosa Voi, mio Dio, volete da me.

Il Vostro amore per me Vi fece oltrepassare tutti i confini, ed io dovrei misurare il termine al patire? Ah, mai! Prima morire!

Unico Consolatore, non mi riconosco più: ho sete ardentissima di patire e vorrei patire e non patisco. Quando la parte inferiore patisce, la parte superiore si lamenta di non patire e patisce di non patire ».

LA SANTA MORTE

La sera del 12 marzo 1892, Suor Elisabetta Rossi si recò in camera della Madre, come il solito, per condurla in cappella alle preghiere della sera. Ma essa le disse che quella sera non si sentiva di muoversi e che avvisasse le Suore di non attenderla: si sarebbe unita a loro in ispirito.

Suor Elisabetta voleva rimanere o almeno accendere un lume, perché ormai faceva buio, ma la Madre non volle e le disse di andare a recitare le preghiere con le altre.

Terminate le orazioni della sera, Suor Elisabetta si affrettò a tornare nella camera della Madre, ma con sua sorpresa non ve la trovò. Affannata si mise a cercarla nelle stanze vicine, sempre timorosa che non fosse caduta, col pericolo di fratturarsi una gamba, data l’avanzata età. La trovò nella stanza accanto, in piedi presso un cassettone da dove aveva estratto la biancheria per il cambio del giorno dopo.

L’affezionata Elisabetta la rimproverò dolcemente: « Ma, Madre, perché è venuta qui, al buio con il pericolo di cadere? ».

« Al buio? – domandò sorpresa la Venerabile – Ma non vedete quanta luce? ».

« E prendendomi per un braccio con una forza che da tanto tempo non aveva – racconta Suor Elisabetta – mi condusse nella sua stanza, continuando a dire: “Non vedete quanta luce? Quanta luce splendida?” ».

Siccome la Suora non capiva e forse si domandava se la Madre non vaneggiasse, la Venerabile si accorse che la luce la vedeva lei sola. Si sentì allora obbligata a spiegare quello che era successo. Disse:

« Vedete, carina: ieri è morto il mio Poldino ed oggi è andato in Paradiso. Il Signore, tanto buono, ha permesso che venisse a salutare la sua mamma! ». Ecco il perché della luce….

Poi, ordinò alla Suora di non dire nulla a nessuno.

L’indomani, un telegramma annunziava la morte del figlio.

Le Suore ormai non l’abbandonavano un solo momento. Suor Giuseppina Bianchi dormiva nella stessa stanza e l’assisteva con affetto.

Un giorno, tornando in stanza, vide la Madre in preghiera, ma così trasfigurata che essa pensò fosse in estasi. Un altro giorno, la trovò sollevata da terra in preghiera estatica.

Una volta, toccò a Suor Chiara Del Prato – Fiorella -, allora ventiduenne, di assistere a un fatto prodigioso.

La Madre s’era fatta condurre in cappella ed era raccolta in fervorosa preghiera davanti al quadro della Vergine, che campeggiava dietro l’altare. Era sull’imbrunire e Suor Chiara stava preparando i paramenti per la Messa dell’indomani. Ad un tratto, la Madre la chiamò con una certa eccitazione: « Fiorella, guarda, guarda! Gli occhi della Madonna come sono splendenti! Sembrano due stelle! ».

Suor Chiara guardò il quadro, ma non vide nulla. Con semplicità disse: « Io non vedo nulla! ». Allora, la Venerabile ripeté: « Come non vedi? Quegli occhi sono splendenti come il sole! ».

La Suora guardò meravigliata la Madre che era rossa in viso e come colpita da una luce misteriosa. Forse in quel momento la Venerabile s’accorse di essere lei sola a vedere o forse la visione sparì. La Madre chinò la testa e continuò a pregare in silenzio.

Non era la prima volta che la Madonna le appariva. Lo si deduce da una lettera al Confessore e lo sappiamo anche dal racconto della morte di Francesca Borghini; ma forse quest’incontro della Madre celeste con la Figlia amata si avverò più spesso di quello che non sappiamo.

Così il Signore, aprendole squarci di Cielo, le faceva pregustare la gioia che le era riservata e la faceva struggere dal desiderio di unirsi al suo Redentore: « Io sono felice, diceva, al pensiero che presto mi unirò al mio Dio! ». « Sono contenta di morire per unirmi a Colui che ho sempre amato! ».

Siccome le Suore a questi desideri di Cielo, obiettavano: « Che sarà di noi, se ci lasciate? », essa rispondeva: « Non abbiate timore, donne di poca fede! Dopo la mia morte vedrete grandi cose! ».

Una volta, Suor Teresa Zurlini le domandò se tutte quelle che erano nel suo Istituto si sarebbero salvate. La Madre si raccolse un momento in preghiera e poi disse: « Sì. Il Signore mi fa conoscere in questo momento che tutte si salveranno ».

Il 24 gennaio del 1893, venne a trovare la Venerabile una signora che le era stata sempre amica. Era una giornata fredda e nevicava, tuttavia la signora Rosa Tubino vedova Rossi aveva affrontato la cattiva stagione perché aveva bisogno di parlare con la Madre. La portinaia insisté molto, perché la Madre era debole, sofferente e faceva fatica a parlare; ma, alla fine, dovette cedere alle insistenze. Quando questa entrò nella stanza, la Madre si rianimò tutta e dal suo seggiolone salutò affettuosamente la signora e prima ancora che questa le parlasse le disse le cose che l’angustiavano e le diede saggi e santi consigli. La Tubino se ne andò tutta consolata e non faceva che ripetere: « La loro Superiora è una santa, è una santa! ».

Questa fu l’ultima udienza che la Madre diede dal suo seggiolone. Due giorni dopo, il 26 gennaio, verrà colpita da improvviso malore: un insulto apoplettico, per usare le parole del medico. La parte sinistra rimase paralizzata e anche la parola le usciva con una certa difficoltà. Ma lasciamolo dire al Dottor Luigi Gambara che l’assistette nell’ultima malattia:

« Nel gennaio 1893, la sua fibra, che nella tarda età di 88 anni pareva ancora vigorosa, specialmente nelle facoltà mentali ancor lucide e serene, doveva piegare alle ineluttabili leggi della natura, e fu improvvisamente colta da insulto apoplettico.

Ricordo il giorno di dolore in cui affannosamente fui richiesto dalle buone Sorelle perché la loro Madre era stata colta da improvviso malore. Quante ansie, quante preoccupazioni, quante premure delle buone signore sue compagne! (Dico “signore” perché non avevano ancora vestito l’abito monastico). Quel cervello, stancato per la diuturna fatica di elaborare e compiere il grave lavoro che gli imponeva quell’anima così ardente e sempre vivida di giovanile energia, aveva ceduto e la lacerazione di un vaso arterioso aveva portato l’emiplegia al lato sinistro del corpo: era la paralisi.

Furon giorni di ansia e di dolore: al primo momento si sperò, malgrado la grave età, perché la mente era ancor lucida: comprendeva e sentiva e benché il corpo più non rispondesse alla energia dello spirito, poteva ancora farsi comprendere colla parola, per quanto stentata ».

Interrompiamo qui la relazione del Medico per dire che il giorno 28 il Padre Cherubino dei Carmelitani Scalzi, le portò solennemente il Viatico, accompagnato da tutte le Suore in lagrime. Soprattutto erano spiacenti perché la loro Madre sarebbe morta senza la consolazione di veder approvato il Regolamento. La Venerabile, quasi leggendo il loro pensiero mormorò: « Avremo una grande consolazione… ».

Qualche giorno dopo – il 3 di febbraio -, il Padre Anastasio, allora Direttore dell’Opera, rimandò Padre Cherubino dalla Madre con la lettera del Vescovo, che noi già conosciamo. Si, ormai Madre Adorni poteva cantare il suo Nunc dimittis perché il Signore, dopo tante prove, aveva esaudito le sue preghiere: le sue Figlie, ormai, costituivano una vera Congregazione religiosa, ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa. L’inferma versava lagrime di consolazione.

Le ore scorrevano lente e silenziose.

L’inferma era serena e non si lamentava, anche se debolissima. Ad un certo momento, la si sentì mormorare: « Andrò a vedere i miei bambini… i miei bambini… ». La visione del piccolo Alberto, di Guido, di Celestina…; poi di Poldino, e il ricordo vago dei due piccoli angioletti che erano morti appena nati: « Andrò a vedere i miei bambini… ».

Le labbra si muovevano in preghiera, anche se raramente se ne sentiva il suono: pareva che una grande stanchezza l’avesse come invasa.

Molti Sacerdoti e Religiosi vennero a visitarla e le davano la benedizione, cosa che essa mostrava di gradire assai. Anche molte signore della nobiltà di Parma, tra cui le Dame Visitatrici, vennero a darle il loro saluto ed essa le accoglieva con segni di affetto e di riconoscenza.

Nella notte tra il 6 e il 7 febbraio, riprese la parola e alle Religiose che le stavano intorno piangenti, disse con voce flebile, ma chiara: « Non temete, donne di poca fede! Dopo la mia morte questo santo Istituto, benedetto da Dio, fiorirà molto. Io pregherò per voi e per tutti coloro che vi aiuteranno in questa santa Opera ». Raccomandò poi di conservare l’unione e lo spirito di carità e di osservare fedelmente le Regole dell’Istituto.

Raccomandò anche le sue predilette ricoverate, le detenute, i poveri, gli infermi, quanti infine aveva amati e protetti nel lungo corso della sua vita.

Il Simonazzi, nella sua biografia, dice che il suo sguardo si posava particolarmente su Suor Giuseppina Bianchi, che aveva destinata a succederle e nella quale aveva riposto tutta la sua fiducia. Parlando di lei, aveva detto: « È un’anima morta a se stessa che mira solo alla gloria di Dio e al bene delle anime ». Poteva veramente morire tranquilla perché lasciava il suo piccolo Istituto in buone mani.

Il male intanto precipitava. « Come di solito suole accadere in questi casi dolorosi, scrive il Dottor Gambara, la ateromazia delle arterie, la debolezza cardiaca favoriscono la ipostasi polmonare: il respiro si faceva ogni di più stentato, né mancarono a renderle più penosi gli ultimi giorni estese piaghe da decubito che rendevano necessarie penose medicazioni. Mi ricordo come fino agli ultimi momenti, allorché il sensorio era già ottuso e la percezione del suo stato confusa, quale costante e talora vivacissima reazione opponeva quando, per le necessità della cura, dovevo scoprirla qualche poco, tanto il sentimento del pudore e la riservatezza dei suoi sensi, malgrado lo stato grave della malattia, si era mantenuto istintivo e persistente, fattosi quasi in lei una seconda natura ».

Il giorno 7, si notò un consolante miglioramento, tanto che, venuta la sera, Suor Giuseppina Bianchi pregò le Suore di ritornare ai loro uffici, lasciando soltanto le due infermiere, Suor Elisabetta Rossi[5] e Suor Anna Grassi. Ma « purtroppo la legge di natura seguì il suo corso, la coscienza del suo stato andò gradatamente affievolendosi e la parola si ridusse a qualche invocazione a Dio, fino a che, senza delirio, colla mente rassegnata e fiduciosa nella bontà del Signore, si spense a questa vita terrena ». Così il Dottore. Ma le due infermiere sono state testimoni di un fatto straordinario che le riempì di sbalordimento e stupore, tanto che persero la coscienza di quello che succedeva e di quello che avrebbero dovuto fare.

Alle sei e venti circa di quella sera, il volto della Venerabile si fece risplendente e la stanza ne fu tutta illuminata. Una commozione intensa, un gaudio profondo invase l’animo delle due infermiere che non pensarono nemmeno di chiamare le altre Sorelle ed erano ben lungi dal pensare che quello splendore era già la visione del Cielo. Alle 19, la venerata Madre compose le labbra a un sorriso, come se una celeste visione le avesse invaso l’anima, e rese la sua bell’anima a Dio. In quel momento preciso, la campanella della comunità cominciò a suonare a distesa e tutte le Suore accorsero, richiamate da quel suono; ma quando, più tardi, si domandò chi avesse suonato la campana, si trovò che nessuno l’aveva fatto.

Un altro fenomeno misterioso e che le Suore riferiscono con stupore è il cambiamento avvenuto improvvisamente nei loro cuori: mentre prima si sentivano angosciate di dolore, quando entrarono nella povera stanza e videro la loro Madre giacere sorridente nel sonno della morte, un inspiegabile sentimento si impossessò del loro cuore e una gioia celestiale le invase. Nel loro cuore sentirono di dover intonare un canto che non era il De Profundis, ma il Magnificat. Sì, il Magnificat: Esulta, anima beata, perché il Signore ha guardato all’umiltà della sua ancella e ha fatto in te grandi cose. D’ora in poi, le generazioni future ti benediranno: Egli ha esaltato gli umili!

ET EXALTAVIT HUMILES

Di quello che è successo dopo la morte della Venerabile Anna Maria Adorni, ci resta un documento singolare: una lettera che tre alunne di San Cristoforo hanno scritto proprio in quei giorni.

Sono tre sorelle: Leonida, Cleofe ed Elisa. Leonida (strano nome per una donna!) è la maggiore: ha 16 anni ed è colei che scrive a nome di tutte la lettera al padre. Questi, Lorenzo Giusti, era una guardia di finanza e proveniva dalla Sardegna. La madre, stanca forse di seguire il marito nelle sue varie peregrinazioni, quando questi si trasferì a Parma per ufficio, era rimasta in Sardegna: forse si era anche separata da lui. Nel 1890, troviamo a Parma il buon uomo con le tre figlie, di cui la prima non ha che 13 anni e l’ultima – nata a Livorno – ne ha appena sei o al massimo sette.

Chi tolse d’imbarazzo il pover’uomo fu Madre Anna Maria Adorni che accolse le tre bambine nella sua casa e fece loro da mamma. Ma veniamo alla lettera.

Parma, 12 febbraio 1893

Viva Gesù e Maria!

Babbo carissimo.

… In oggi abbiamo ricevuto la sua cartolina di sincere condoglianze per la perdita della nostra santa Madre Priora. Quando a noi giunse l’ultima sua lettera del 30 Gennaio, erano già tre giorni che Ella venne obbligata al letto; s’immagini, caro babbo, che noi tutte fin d’allora eravamo immerse in un mare di pianto, sul timore di presto perdere grande Benefattrice! E purtroppo colla sera del 7 corrente, si diede compimento a sì grave dolore, passando Essa santamente da questa all’altra vita.

Era tanta la stima e l’amore di tutti verso di lei, che molte nobili signore andavano a gara di poter venire a baciarle almeno la mano. È stata esposta, dopo morta, al primo piano, fino alle ore 9 del mattino del giorno 10 e le Suore avevano gran da fare ad introdurre infinità di persone d’ogni ceto che ansiose vennero a vedere il suo cadavere che, senza esagerazioni, sembrava si facesse ognor più bello e caro.

Tutti dicevano: andiamo, andiamo a vedere la santa! Quella che ha fatto tanto bene ai poveri disgraziati! Chi le baciava il volto, le mani, chi toccava con medaglie e corone la veste, ed han voluto ad ogni costo farla ritrarre. Pomposo fu il di lei funerale, per la quantità di persone che spontanee vollero accompagnarla fino al cimitero con torce accese; e si tenne al sommo onorata una nobile famiglia della città di poterla seppellire, ossia metterla nel suo Arco sepolcrale.

Molti vengono del continuo a cercare qualche memoria od oggetto usato da lei.

Ecco come volle Iddio esaltata Colei che per solo amor suo beneficava tutti e praticava le più belle eroiche virtù. Troverà qui accluso un piccolo ricordo della sua morte, ma col tempo poi le scriveremo la vita.

Grave dolore fu per tutti il perdere un’anima sì grande, ma buon per noi, caro babbo, che nella buona Suor Giuseppina abbiamo ritrovato altra madre amorosa, piena di caritatevole bontà e tenerezza per noi tutte.

… Termino per ora con mille rispetti da parte dei nostri buoni Superiori, mentre io, Cleofe ed Elisa, Lei colmiamo di una infinità di baci e siamo sue

Aff.me figlie
Leonida, Cleofe, Elisa Giusti

Completiamo le notizie tramandateci da questa semplice lettera, attingendo ad altre fonti. Poco dopo la morte, le Suore rivestirono la loro santa Fondatrice dell’abito religioso, che non aveva mai indossato in vita, ma che le avevano confezionato nella speranza che l’approvazione delle Regole giungesse presto; ma essa aveva detto: « Il vestito nuovo me lo metterete da morta ». E così fu. Mons. Guido Maria Conforti, allora Vicerettore in seminario, scrisse sulla pergamena che sarà poi messa nella cassa:

« Si attesta… che entro questa cassa di zinco, racchiusa in una prima di legno, è stata composta la salma lacrimata di Suor Anna Maria Carolina Adorni, vedova Botti, vestita d’abito nero, uso sacco, con cinta della stessa stoffa e velo nero, con benda e soggolo di tela bianca. Le pende dal fianco il Rosario, dal petto un cuore, ed indossa a’ piedi scarpe di panno nero e calze bianche ». Così ci è stata tramandata anche la forma del vestito religioso della Venerabile.

Rivestita la salma, le Suore si fermarono a lungo in preghiera e vegliarono a turno per tutta la notte. Le alunne furono ammesse a vedere la defunta e tanto fecero e tanto insistettero che fu necessario permettere anche a loro di vegliare: « Contente, facemmo anche noi la veglia per tutta la notte, ricorda una di esse, senza lasciarci vincere dal sonno e pregando ininterrottamente. Quasi non sentimmo il sonno e la stanchezza, perché tutti dicevano e noi stesse credevamo che la Madre era una santa ».

Al mattino seguente, molto presto, fu suonato alla porta: era una donna che chiese: « È vero che è morta la Santa? ». Le Suore se ne meravigliarono perché la Madre era morta alla sera che era già buio e nessuno poteva ancora saperlo. Più tardi cominciò la processione di coloro che volevano vedere per un’ultima volta « quella santa che ha fatto tanto bene ai poveri ». Le visite continuarono ininterrotte per tutto il giorno e, per soddisfare il desiderio del popolo di Parma, fu necessario chiedere al Municipio il permesso di tenere esposta la salma per un altro giorno.

Si era diffusa la voce dell’ammirabile bellezza del volto della defunta, cosa affermata dalle alunne nella lettera e confermata dallo stesso Mons. Conforti nella pergamena sopra citata. Egli scrive: « La sua salma venerata fu esposta al pubblico in cappella ardente: la morte nulla aveva di orrido nel suo volto, raggiante di una soavità celestiale ». Forse Mons. Conforti rivide in quel volto cereo il riflesso luminoso che l’aveva stupito più volte, mentre le porgeva l’Ostia consacrata.

La gente cominciò a chiedere reliquie e qualche buona donna tentò di tagliare di soppiatto un pezzettino di abito. Suor Chiara, per impedire che il vestito venisse tagliuzzato, corse a prendere alcuni lini usati dalla Venerabile e li tagliò a pezzettini per accontentare la gente. Qualcuna delle signore più intime richiese una ciocca di capelli e fu accontentata. Si vide una donna togliersi il paltò e posarlo sulla salma e poi reindossarlo, richiamando il gesto di Eliseo con il mantello di Elia. Chi le baciava le mani, chi la toccava con la corona del Rosario, chi le parlava come se fosse viva e chi chiedeva grazie come si fa per i santi.

Intanto, passate le prime ore di emozione e di confusione, le Suore cominciarono a preoccuparsi per la sepoltura: erano così povere che anche le spese di sepoltura costituivano un problema. Ma la Provvidenza venne incontro, con l’aiuto di alcune signore che ne furono lo strumento: la contessa Elisa Trivelli Benassi e sua figlia marchesa Luisa Pallavicino si offrirono a pagare le due casse, di legno e di zinco; la signora Prudenza Tarchioni si assunse tutte le spese dei funerali, comprese le offerte per tre Messe; il marchese Filippo Pallavicino offrì la sua tomba di famiglia per la sepoltura. La contessa Benassi fece anche stampare e distribuire una fotografia della Venerabile, non sappiamo se quella della salma o quell’unica fatta mentre era in vita per le amorevoli insistenze della signora Tarchioni, corroborate da una parola del Confessore.

Il 10 febbraio, giorno fissato per i funerali, nevicava. Ciò non impedì che una grande folla si adunasse davanti all’Istituto di San Cristoforo per accompagnare la venerata salma fino alla Chiesa di San Quintino e, dopo i solenni funerali, per riaccompagnarla fino al cimitero, che è parecchio distante dalla zona di San Cristoforo.

Le Suore ritornarono dal cimitero meste e felici ad un tempo: la Madre non era più visibilmente in mezzo a loro, ma avevano la sensazione che essa fosse là, in ogni luogo della casa, a incoraggiarle con il suo sorriso: « Coraggio, Figlie mie, vedrete cose meravigliose… ».

Dopo poco più di un mese, il 19 marzo, le otto compagne della Venerabile fecero la loro vestizione: dovettero ritardarla perché gli abiti religiosi non erano pronti e se li dovettero confezionare. E ancora più avrebbero dovuto aspettare se una signora, da loro assistita durante una malattia, non avesse regalato la stoffa occorrente. L’anno seguente, il 27 aprile 1894, le otto « Novizie » fecero la pubblica emissione dei voti religiosi, nelle mani di Mons. Pietro Tonarelli, Vicario Capitolare della diocesi; alcune di loro attendevano da 35 anni!

Provvidenziale fu, per la piccola Congregazione, la presenza di Padre Anastasio, che si occupò con intelligenza e amore di tutte le cose materiali dell’Istituto, dopo la morte della Madre. La prima cosa che fece fu provvedere ai vetri delle finestre, che erano stati qua e là sostituiti da carta incollata o da tela, per ripararsi in qualche modo dal freddo. Ricordano le prime Suore che erano vetri all’antica: 32 per ogni finestra! E senza imposte. Padre Anastasio provvide pure a quelle. Non solo, ma comperò anche alcune « stufe francesi » per i saloni di lavoro e alcune lucerne a petrolio. Comperò poi una stufetta per preparare i carboni per il ferro da stiro: insomma, meraviglie per quella povertà estrema in cui erano vissute le « Povere Figlie della Beata Vergine Maria Immacolata ». Ma d’ora in avanti, non si chiameranno più così. Approvando le Regole, Mons. Miotti ha dato loro un titolo simile a quello delle Suore d’Angers: « Congregazione religiosa delle Suore di Nostra Signora del Buon Pastore »[6]. Con questo titolo saranno conosciute in Parma; anzi, con quello abbreviato di « Suore del Buon Pastore » e la « Casa di riabilitazione » verrà conosciuta come « Istituto del Buon Pastore ». Anzi, i due nomi saranno così identificati tra di loro, da far pensare a qualcuno che le Suore non fossero altro che le ravvedute penitenti e non le loro Maestre. Per questo motivo, nel 1925, le Suore chiederanno al Vescovo Conforti di dare loro un nome che le diversifichi dalla loro Opera: il nome che assunsero e che sarà il definitivo, è quello di « Ancelle dell’Immacolata ».

Ma torniamo agli anni che seguirono la morte della Fondatrice.

Il Padre Anastasio continuò la sua opera di ristrutturazione dell’Istituto, costruendo la nuova entrata, la portineria, una infermeria e perfino un’ala per le Novizie: ben presto infatti cominceranno ad affluire nuove vocazioni facendo sperare nel futuro della Congregazione.

Se non che avvenne un fatto strano nella Congregazione: verso il 1900, non sappiamo per influenza di chi, il piccolo gruppo di Suore, rifacendosi alla Regola primitiva delle Suore di Angers e trascurando la Regola approvata, si indirizzò verso la vita di clausura, indirizzo che il Vescovo Magani sanzionerà con un certo rigore. Così le buone Suore che avevano conosciuto la Madre non potevano più nemmeno andarla a trovare in cimitero!

Per questo, vent’anni dopo la morte della Venerabile, chiesero il permesso che la salma fosse riportata nella loro Casa e inumata nella cappella.

Il trasporto avvenne il 22 di ottobre 1913. I parmigiani che non avevano dimenticato la Madre dei poveri, accompagnarono di nuovo con venerazione ed affetto le spoglie della Ven. Adorni dal cimitero a San Cristoforo. La fama della santità di Madre Adorni non era cessata: anzi, corse voce che durante il funerale un bambino sordomuto abbia cominciato a parlare nel momento in cui gli passò davanti la bara; di un altro bambino rattrappito si disse che fu messo a contatto con la bara e guarì; ma nessuno pensò di raccogliere testimonianze precise su questi fatti: si tratta di un solo bimbo o di due? Che cosa è avvenuto veramente?

Invece, ricordi precisi sono riportati della grazia ottenuta da Don Emerico Talice, Salesiano, che non partecipò al funerale perché afflitto da dolorosa artrite: attese la salma nella cappella dell’Istituto e poi stette a lungo in preghiera, tenendo le mani sulla bara: egli stesso attestò che da quel giorno si sentì guarito. Questa possiamo considerarla la prima grazia straordinaria, ottenuta per l’intercessione della Venerabile o almeno è l’unica di cui ci è pervenuto un ricordo sicuro.

Nessuno però pensava, in quel 1913, di introdurre la Causa di Beatificazione. Ma pochi anni dopo, nel 1920, si avverò un altro fatto straordinario che richiamò l’attenzione sulla Venerabile: una certa Teresa Brianti, di Parma, tubercolosa all’ultimo stadio, con frequenti emottisi, pregò la Venerabile e tenne su di sé la reliquia. Dopo poco, si trovò guarita con grande sorpresa dei medici. Otto anni dopo, nel 1928, nuovo caso di tubercolosi, complicata da tifo. Situazione disperata. Si attendeva solo la morte. Le Suore Ancelle dell’Immacolata pregarono con fede la loro santa Fondatrice e le chiesero la guarigione del corpo e dell’anima di quella persona. Nella notte, l’ammalata, Ada Palese, vide in sogno una signora che le si avvicinò e la toccò leggermente sulle parti ammalate: da quel momento, non sentì più dolori e presto uscì dall’ospedale, cambiata anche nello spirito[7].

Altre grazie si susseguirono negli anni successivi. Poi, nel 1938-1939, le segnalazioni di grazie si moltiplicarono talmente da attirare l’attenzione dell’Autorità ecclesiastica. Particolare impressione fece il caso del signor Giuseppe Buttignol, padre di una Suora dell’Istituto, affetto da encefalite letargica e ormai prossimo alla morte. Le Suore e i familiari fecero per lui una novena alla Venerabile Madre Adorni: il quinto giorno della novena il malato cominciò a dar segni di capire, il sesto giorno riacquistò la parola e il movimento, e alla fine della novena era completamente guarito.

Fu allora che il Vescovo di Parma, Mons. Evasio Colli, decise di iniziare il Processo Informativo sulla fama di santità e sulle virtù eroiche della Serva di Dio Anna Maria Adorni. Il Processo fu celebrato dal 29 febbraio 1940 al 5 aprile 1943. Furono interrogati sotto giuramento 44 testi, di cui 22 avevano conosciuto la Venerabile e gli altri riferivano cose sentite dalle prime Suore.

Il 25 marzo 1953, si iniziò il Processo Apostolico che durò fino al 10 marzo 1956.

 IL DONO PIÙ GRANDE È L’AMORE

È San Paolo che esprime questo concetto: dopo aver elencato i vari doni che Dio elargisce alle anime – i carismi dell’apostolato, della profezia, del magistero, dei miracoli, delle guarigioni, dell’assistenza sociale, del governo, del parlare in lingue -, conclude dicendo: Aspirate ai carismi più grandi… Il dono più grande è l’amore (cf. 1 Cor. 12). È nell’amore che si compendia tutta la santità, come vi si compendia la Legge: lo ebbe a dire Gesù stesso quando indicò nell’amore di Dio e del prossimo il più grande comandamento (cf. Mt. 22, 34-40).

Quanto la Ven. Madre Anna Maria Adorni abbia amato Dio e il prossimo appare chiaramente nei capitoli precedenti; ma dobbiamo qui riprendere l’argomento e cercare di mettere in luce e compendiare quanto non abbiamo potuto esporre altrove.

L’amore di Dio nasce dalla fede. Questa virtù era tanto grande nella Venerabile che essa poté affermare con tutta semplicità: « Ho chiesto spesso al Signore che mi accresca la speranza e la carità, ma non Gli ho mai chiesto di accrescermi la fede, perché me la sento tanto grande da trasportare le montagne ». Era usuale quel suo dolce rimprovero alle Suore, quando queste si mostravano sgomente per qualche avvenimento increscioso o per qualche situazione imbarazzante: « Donne di poca fede, perché dubitate? ».

Essa viveva di fede: « Tutto faceva per fede », dice una teste e un’altra: « Durante tutta la sua vita non ha fatto altro che comunicare la sua viva fede: alle suore come alle educande ».

La fede si esprimeva in speranza e amore.

Speranza significa fiducia, abbandono, sicurezza di ottenere qualunque cosa da Dio. « Tutta la sua speranza era riposta in Dio solo. Tutte le sue opere di zelo compiute nelle carceri – insegnamento del catechismo, lezioni di lavoro, di studio, l’istituzione delle Dame Visitatrici -, tutto faceva alla maggior gloria di Dio, in vista dei beni eterni, senza attendere nessun compenso dalle creature ». « Confidava solo in Dio. Pregava e faceva pregare prima di iniziare qualsiasi cosa ». E la sua speranza era tanto più grande quando venivano meno gli aiuti umani, perché diceva di conoscere da questo che la sua era opera di Dio.

Il termine della sua grande speranza era la vita eterna, e questa speranza infondeva nelle Suore e nelle educande.

Dalla speranza all’amore, o viceversa. L’amore verso Dio è stato così grande che essa stessa poté affermare: « Sono veramente felice perché nulla mi manca, avendo con me Iddio, il quale è il mio tutto e l’unico mio bene… Sono felice perché non ho mai cercato che di piacere al mio Dio e fare la sua santa volontà in tutte le cose. Egli è sempre stato il mio tutto e nulla mi è mai mancato. Sono contenta di morire per unirmi a Colui che ho sempre amato! ».

Era così intimamente unita a Dio da non potersi mai distrarre per nessuna ragione dall’intima unione con Dio: «è questa una grazia che Dio mi ha fatto già da molti anni… », diceva. Non perdeva mai il senso della presenza di Dio, sia che lavorasse, istruisse, parlasse o disimpegnasse qualche affare. Questa intima unione con Dio si manifestava anche esternamente, di modo che tutti quelli che l’avvicinavano ne erano soavemente impressionati e sentivano di trovarsi alla presenza di un’anima privilegiata.

L’amore verso Dio si manifestava in modo particolare nella continua preghiera ed in una devozione, tenera e compassionevole, verso Gesù sofferente e crocefisso e verso Gesù presente nel  sacramento dell’Eucarestia.

La sua preghiera si prolungava a volte per ore e la Venerabile era talmente immersa in Dio da non accorgersi né del tempo né di chi le stava vicino. Per dirle qualche cosa bisognava chiamarla più volte e magari tirarle i vestiti. « Sembrava un angelo davanti al Santissimo », dice una teste. A volte, la si vide con le lacrime agli occhi o piangere davanti al Santissimo Sacramento o mentre faceva la Via Crucis. Era assai devota della Passione del Signore perché le richiamava l’infinito amore di Dio per gli uomini e la preziosità delle anime che Egli aveva riscattato con una Redenzione così abbondante. Era caratteristico della sua spiritualità unirsi a Cristo nell’offerta di se stessa, come vittima di espiazione dei peccati, e a Maria, che ai piedi della Croce patì insieme con Cristo, collaborando con Lui alla Redenzione.

« Non permettete, o Maria – si legge in una sua preghiera – che solo Gesù sia crocifisso per amore e Voi di dolore; ma crocifiggete me pure sulla medesima Croce… Unite anche me a Voi, ai piedi della Croce, per accompagnare Lui nell’amore e Voi, dolente Madre, nei dolori! ».

Questa era la devozione sostanziosa e profonda della Venerabile. Ma talvolta, lo Spirito di Dio non le permetteva di immergersi in sentimenti di compassione per il suo Dio sofferente e di compunzione per i peccati propri e degli altri, ma la spingeva a quei sentimenti che sono propri della liturgia della Messa: « Dovetti cedere agli impulsi della più viva gratitudine e ai sentimenti di speranza per il frutto della medesima Passione. Ah, Padre, non ho capacità né parole adeguate per potermi manifestare! ». È in questo momento, durante la santa Messa, che la Madonna l’invita « con materno affetto » a supplicare per tutti i bisogni della santa Chiesa, facendole conoscere che il tempo era propizio per pregare che tutti venissero a conoscenza del vero Dio e per la conversione di tutti i peccatori. « E m’invitò a patire per loro e ad aver zelo, senza posa, per la gloria di Sua divina Maestà, ad imitazione del Suo Figlio. Ah, il mio cuore come si intenerì, essendo questo l’unico mio desiderio! ». Volendo commentare questo brano sulla Messa, bisognerebbe dire che è una pedagogia mirabile, rispondente veramente al Mistero che vi si celebra e ai sentimenti che la santa Chiesa vuole da parte di coloro che vi partecipano. Del resto, la santa Messa era una delle sue grandi devozioni, vi partecipava ogni giorno ed era tale la fede e la devozione che esprimeva che i testimoni dicono che vi assisteva come un Serafino. Mons. Conforti la vide più volte trasfigurata quando riceveva la Comunione. Dopo la Messa, si fermava in chiesa per almeno venti minuti per il ringraziamento. Spesso, dicono i testi, Gesú-Ostia era il suo solo alimento anche corporale.

La devozione alla Madonna si manifestava in una profonda, gioiosa contemplazione dei misteri di cui essa fu oggetto o protagonista. Ci restano vibranti elevazioni mistiche sui misteri dell’Assunzione in Cielo e sull’Immacolato Concepimento. Intuisce anche e vive la funzione corredentrice della Madonna ai piedi della Croce, funzione che essa e le sue Figlie sono chiamate ad imitare e a prolungare.

È tale la fiducia e l’amore che ha verso la Beata Vergine che per ogni grazia si rivolge a Lei: da quella del puro amore a quella di essere crocifissa con Cristo per la salvezza delle anime. La prega per la Chiesa intera, per il Papa, per il Vescovo, per i Sacerdoti: specie per quelli che si sono allontanati dalla via della santità e dell’amore e hanno fatto getto della loro dignità e « si sono degradati dalla loro nobiltà e deità ». Tale è il concetto altissimo che ha dei Sacerdoti. Sia detto qui, per inciso, che essa insegnava alle sue Suore che bisognerebbe baciare la terra dove essi mettono i piedi; tanto era convinta della loro dignità come ministri e rappresentanti di Dio. Chiede poi alla Vergine di comandarle come Regina, di insegnarle come Maestra, di correggerla come Madre, e la elegge a Padrona e Superiora della sua comunità.

Recitava ogni giorno il Rosario e onorava particolarmente la sua Regina celebrandone le feste e facendola onorare dalle sue Figlie e dalle educande. Non rifiutava mai nulla se le veniva chiesto in nome della Madonna.

Non possiamo trattenerci più a lungo su questo pur dolcissimo argomento e rimandiamo il lettore agli scritti della Venerabile.

Terminiamo il capitolo con un cenno alle altre devozioni della Venerabile Madre Adorni: all’Angelo Custode, che essa colmava di riverenza, fino a trattenersi un istante davanti alle porte per dargli in certo modo la precedenza. Lo invocava spessissimo e ne aveva tale fiducia e confidenza che lo incaricava perfino di recare messaggi al suo Confessore o ad altri: suggeriva di far così anche alle Suore. Pare che una volta le sia apparso, come abbiamo accennato, e non sarebbe avventato pensare che molte delle rivelazioni di cui è stata gratificata, le siano state comunicate dal suo Angelo.

Aveva poi una particolare devozione a San Giuseppe, a San Michele Arcangelo, a San Francesco Saverio e a Santa Teresa di Gesù. Pregava spesso per le Anime del Purgatorio e le suffragava con Messe e altre preghiere.

L’AMORE DEL PROSSIMO

L’amore di Dio che regnava sovrano nel cuore della Venerabile, si esprimeva anche in un tenero, ardentissimo amore verso il prossimo.

Era soprattutto la salvezza eterna del prossimo che le stava a cuore: il bene supremo per l’uomo, di fronte al quale sono nulla tutte le cose della terra. « Cooperare a rivestire un’anima della grazia divina, nutrirla e fortificarla con buoni esempi e sante istruzioni, è azione più meritoria che non il vestire e nutrire tutti i corpi che sono sulla terra. Liberare un’anima dalla schiavitù del demonio è opera più degna che non infrangere i ceppi di tutti gli schiavi e prigionieri che sono nel mondo. Far morire in un’anima il peccato è assai maggior bene che non estinguere una pestilenza universale. Far tornare un’anima dalla morte della colpa alla vita della grazia è cosa molto più accetta al Signore che non il risuscitare tutti i morti che sono sotterra ». Così essa scrive nel primo Capitolo delle Regole. Anche se queste parole sono mutuate dalle antiche Regole di San Giovanni Eudes, tuttavia esprimono la sua convinzione e il suo animo.

Provava un immenso dolore nel vedere le anime immerse nella colpa e in pericolo di perdersi eternamente. Perciò, supplicava Dio di toccare i cuori di quelle sventurate che avvicinava e faceva qualsiasi sacrificio per cooperare alla loro salvezza: visita alle carceri, educazione delle ravvedute, raccolta delle orfane e delle pericolanti, visita agli ammalati, assistenza ai moribondi, sforzo costante e preghiera diuturna per la conversione dei peccatori e infine desiderio intenso della conversione degli infedeli, tanto da aspirare essa stessa ad essere missionaria.

Oltre a ciò si offrì vittima di espiazione per la salvezza delle anime e si sentiva disposta a dare mille volte la vita per salvarne anche una sola. Possiamo ritenere che il Signore abbia accolto le preghiere della sua serva e che perciò abbia voluto che la sua vita fosse intessuta di continui dolori, sacrifici e contraddizioni: una specie di martirio che la conformava – come era suo desiderio – alla Vittima divina del Calvario. In questa maniera, essa intendeva divenire in qualche modo « coadiutrice di Cristo nella salvezza delle anime ».

Ma l’amore di Madre Adorni per il prossimo, anche se così accentuato nello zelo di salvare le anime, non si fermava solo alla parte spirituale dell’uomo. No, Madre Adorni sentiva una viva compassione per tutte le sofferenze fisiche e morali dell’uomo e a tutte cercava di portare soccorso: la carità ai poveri, esercitata fin dall’infanzia e divenuta più fattiva e diuturna durante la vita maritale e più ancora dopo che si consacrò al Signore; assistenza agli infermi, talvolta a costo di sacrifici non comuni; soccorso alle persone di nobiltà decaduta, per le quali ci voleva un tatto particolare. Più volte, la carità verso i poveri giunse fino a farle dimenticare le necessità proprie e del suo Istituto, confidando solo in Dio, datore di ogni bene. Così avvenne più volte per aiutare la fondatrice delle Figlie dell’Immacolata Concezione, Angela Molari, di cui si è parlato, o per soccorrere le Cappuccine di Bagnacavallo che si erano rivolte a lei e per le quali Suor Teresa Zurlini andò a questuare.

Oltre a ciò, era sempre disposta a ricevere gente, a piangere con loro per i dolori che le affliggevano, a consolarle, a consigliarle, a incoraggiarle. « Era tale la bontà e la carità materna che da lei spirava, che tutti desideravano di poterla avvicinare ». A volte, negli ultimi anni, c’erano lunghe file fino in fondo alle scale. Andarono a lei i Vescovi di Parma Cantimorri e Villa e insigni personalità, come i tre Servi di Dio: Mons. Agostino Chieppi, Fondatore delle Piccole Figlie dei SS. Cuori, il Canonico Andrea Ferrari, che fu poi Arcivescovo di Milano e Cardinale, ed il Canonico Guido Maria Conforti, il futuro Fondatore dei Saveriani e Vescovo di Parma, e persone della nobiltà, come anche umile gente del popolo. Tutti ne traevano conforto ed edificazione.

Non possiamo terminare questo capitolo senza accennare al suo ossequio ai Vescovi, ai sacerdoti e alla sua devozione al Papa. Quanto ha pregato per Pio IX e quante volte l’hanno vista piangere all’annunzio delle persecuzioni e insulti di cui era fatto segno!

Ma poiché della carità verso il prossimo abbiamo parlato in tutto il libro, vogliamo qui parlare un poco di qualche altra virtù alla quale abbiamo appena accennato o non abbiamo accennato affatto.

Della mortificazione, anzitutto: fu sempre sobria nel prendere il nutrimento; mangiava la polenta che non le piaceva e lasciava la frutta per il motivo contrario. Beveva qualche sorso di vino durante i pasti, per obbedienza al medico che gliel’aveva ordinato; fuori del pasto non assaggiava mai nulla. Si sa che talvolta saltava i pasti e che osservava i digiuni prescritti dalla Chiesa. Il suo letto era povero: un saccone di foglie e un materasso di lana; ma questo solo negli ultimi tempi, quand’era malata e fu necessario provvedere opportunamente per i suoi reumatismi.

Non ancora sazia di mortificazioni, martoriava il suo corpo con strumenti di penitenza: portava sul petto un cuore di cuoio munito di punte, e una cintura ai fianchi dello stesso genere. Usava anche un braccialetto di ferro per sentirne la durezza e mortificarsi: questi strumenti vengono conservati come preziose reliquie.

Insegnò anche alle sue Figlie ad amare la mortificazione: raccomandava di non lasciarsi sfuggire alcuna occasione per praticare tale virtù, di non mangiare e bere fuori pasto e accettare volentieri in spirito di penitenza tutte le contrarietà della vita: « È impossibile, diceva, che una Religiosa immortificata possa acquistare buono spirito religioso ».

Connessa alla mortificazione è la povertà. Viveva in una misera stanza disadorna, portava indumenti vecchi e rattoppati; talvolta, usciva anche di casa con vestiti rattoppati per attirarsi lo scherno dei ragazzi. Povera ma pulita, dicono le sue Suore. Ricordano che portava scarpe larghe, che spesso usava un fazzoletto sul capo per ripararsi dal sole e a chi la esortava a mettersi un vestito nuovo, rispondeva: « Care Figliole, il vestito nuovo me lo metterete dopo la mia morte ». Ed era una profezia.

Sopportò senza mai lamentarsi i disagi della povertà che l’hanno accompagnata per tutta la vita; non esitò a farsi mendicante per le sue ricoverate e pregava sempre il Signore che conservasse nelle sue Suore lo spirito di povertà. Diceva loro: « Se la divina Provvidenza vi manderà più del necessario, accogliete qualche ricoverata in più: ma per carità, siate rigorose nella pratica della santa povertà. Se sapeste quanto ci ricompenserà il Signore per esserci nutrite e vestite poveramente, noncuranti di questo misero corpo! ». E ancora: « Mio Dio, piuttosto che qualche mia Religiosa avesse ad abusare del voto di povertà, per qualche generosa elargizione fatta all’Istituto, e pretendesse abbondare nella ricerca del cibo o nelle altre cose di suo uso e alterare così quello spirito di povertà che fu sempre da noi osservato…, piuttosto fate cadere questa Casa! ».

Parole forti di un’anima piena di Dio. La povertà che spaventa tanto i mondani, forma una delle attrattive delle anime sante, che intendono così rendersi simili a Gesù che nacque povero, visse povero e mori spoglio di tutto, sulla Croce.

E infine, l’umiltà. « Fondamento, corona e ornamento di tutte le virtù della Serva di Dio – scrive un Relatore al Congresso peculiare per l’eroicità delle virtù – fu senza dubbio la sua profonda umiltà, posseduta anch’essa in grado eroico. Fu veramente umilissima; aveva un bassissimo concetto di sé e si umiliava sinceramente davanti a Dio; non era insistente nelle sue opinioni e non pretendeva che le altre le accettassero, anzi al contrario accettava volentieri ogni buon consiglio e ne faceva tesoro; faceva il bene senza rumore, nell’ombra, nel silenzio, e non disdegnava di fare i più umili servizi; disprezzava ogni onore e godeva di essere umiliata e avvilita per meglio rassomigliare al Cristo sofferente, piacergli e salvare le anime ».

I testimoni che si susseguirono nel Processo Ordinario diocesano e in quello Apostolico, non fanno che confermare che la Venerabile ha praticato nella sua vita tutte le virtù cristiane, senza alcuna eccezione; e le testimonianze sono tante che non ci è possibile seguirle ad una ad una. Diremo solo che, dopo aver passato in rassegna le virtù teologali e quelle cardinali, con le altre a queste connesse, la conclusione comune è che « essa ha esercitato tutte le virtù in grado eroico », e c’è chi aggiunge che queste virtù in lei erano armonicamente equilibrate e che le esercitò con perseveranza fino alla morte. Questo del resto è stato anche il giudizio della Sacra Congregazione per le Cause dei Santi che esaminò diligentemente gli Atti dei Processi Ordinario e Apostolico e riconobbe che la Serva di Dio aveva esercitato eroicamente le virtù, cioè sempre, costantemente, con gioia, come se fossero parte della sua stessa personalità.

« In realtà, scrive uno dei Relatori al Congresso Peculiaris, lo studio della Positio ci rivela in Anna Maria Adorni una personalità eccezionale e straordinaria, non perché abbia compiuto azioni strepitose, ma perché ha vissuto la sua esistenza di donna, madre, suora e fondatrice in un modo straordinariamente perfetto, tutta protesa alla gloria di Dio, all’amore del prossimo, al conseguimento della perfezione con un esercizio costante ed eroico di tutte le virtù. Il suo esempio potrà ancor oggi confortare e spronare quanti dedicano la propria attività alla redenzione spirituale di anime travolte o avviluppate nei tentacoli del maligno, o al sollievo di quanti portano in sé le stigmate della sofferenza morale o fisica ».

« La felice conclusione di questa Causa – scrive un altro Relatore – darà modo al popolo di Dio di contemplare un modello sui generis di attività assistenziale ed educativa, espletata per circa un cinquantennio, con la sola ricchezza della fiducia in Dio e con lo spirito di cristiana abnegazione difficilmente raggiungibile.

Dalla glorificazione della Adorni la Chiesa Parmense potrà trarre un notevole beneficio ».

E il Relatore Generale, l’Arcivescovo Mons. Giuseppe Casoria, Segretario della medesima Congregazione, scrive a conclusione: « A quanti lavorano per ricuperare gli afflitti e gli emarginati, la Serva di Dio potrà essere modello per il modo con cui ha saputo riacquistarli a Cristo e alla società. Il segreto del suo apostolato sta nella preghiera e nel sacrificio » (Città del Vaticano, 28 giugno 1977).

Il Santo Padre Paolo VI, sentita la Relazione della Congregazione Plenaria degli Eminentissimi Cardinali, il 6 febbraio 1978, emanava il decreto con cui proclamava solennemente l’eroicità delle virtù di Madre Anna Maria Adorni e la insigniva del titolo di Venerabile. È questo l’ultimo gradino prima della glorificazione suprema con la proclamazione a Beata e Santa.

Giunto a questo punto e volendo concludere, mi sento tornare alla mente le parole che il Ven. Mons. Guido Maria Conforti, allora Vescovo di Parma, ebbe a dire in occasione dell’inaugurazione del monumento a Madre Adorni, nella cappella dell’Istituto, il 25 agosto 1930:

« Ciò che avete detto è molto, molto inferiore alla realtà, perché per quanto si possa dire di lei, non si arriverà mai a descrivere, in modo adeguato, l’eroismo delle sue virtú ».

Devo ammettere con tutta semplicità che ciò che ho scritto è molto, molto inferiore alla realtà e ne chiedo venia al lettore. Supplirò un poco riportando ancora poche frasi di un elogio del medesimo Mons. Conforti, che valgono una sintesi della sua vita:

« Aveva una pietà angelica… La sua carità era senza limiti… La sua umiltà era profonda. Faceva il bene senza far rumore, nell’ombra, nell’oscurità, nel silenzio. Nulla, al vederla, denotava in lei quella grande anima che era; ma bastava avvicinarla per sentirsi migliori. Ed io, molte volte, durante la sua vita mortale, ebbi questa sorte e vi assicuro che quando mi accostavo a lei provavo l’influsso della sua santità e mi sentivo spronato a maggior virtù, poiché è proprio dei Santi migliorare coloro che avvicinano ».

NON TEMETE, DONNE DI POCA FEDE

Poco prima di morire, Madre Adorni aveva dolcemente rimproverato le sue Figlie spirituali, che si domandavano angosciate che cosa sarebbe stato di loro dopo la sua dipartita da questo mondo.

« Non temete, donne di poca fede! » – aveva detto. E dopo averle assicurate che avrebbe pregato per loro e per tutti quelli che le aiuteranno nella loro opera, le incoraggiò dicendo che l’Istituto è benedetto da Dio e che prospererà dopo la sua morte.

Profezia o augurio? Che cosa avvenne di fatto della piccola Congregazione che la Venerabile Madre lasciò morendo?

 DALLA VITA CLAUSTRALE ALL’ATTIVITà APOSTOLICA

 L’adozione della vita claustrale, di cui si è parlato precedentemente, condizionò per lungo tempo lo sviluppo della Congregazione. Fu continuata l’accoglienza a donne desiderose di riabilitarsi e si coltivò l’opera di prevenzione per bambine e giovinette. Furono invece interrotte le attività esterne, come visite alle carceri o alle famiglie.

Dal 1908, con il nuovo Vescovo di Parma, il Ven. Guido Maria Conforti, l’Istituto cominciò a ritornare lentamente verso le origini. Forse fu lo stesso Vescovo a indurre le Suore a questo cambiamento, memore delle svariate attività apostoliche svolte ai tempi della Fondatrice. Tuttavia, l’evolversi fu lento e fu in buona parte dovuto all’influenza di Mons. Roberto Simonazzi, un prete attivo e prudente, che il Ven. Conforti, fin dal 1916, assegnò alle Suore come Assistente ecclesiastico.

Una delle prime cose che egli suggerì riguardava la preparazione specifica delle Suore: alcune cominciarono a frequentare le Scuole magistrali delle Figlie della Croce, prendendo i relativi diplomi. Volle poi che, durante l’estate, sia le Suore che le piccole ospiti trascorressero qualche tempo in una villa di campagna, per ristorare il fisico in clima più salubre. Andarono a Vignale di Traversetolo e ivi le Suore videro la necessità di aprire una sala per la custodia dei bambini e una scuola di lavoro per le giovinette. Fu questo l’inizio di nuove attività.

Nel 1925, furono rivedute le Costituzioni per conformarle al nuovo Diritto Canonico. Esse prevedevano la vita apostolica in pieno, come ai tempi della Fondatrice. L’Istituto aprì nuove opere anche fuori della diocesi di Parma.

Per suggerimento dello stesso Vescovo di Parma, le Suore si impegnarono anche in attività parrocchiali, come la catechesi e la liturgia; aprirono alcune scuole materne e centri di avviamento al lavoro per le ragazze. Queste attività di evangelizzazione e di promozione umana furono spesso occasione per il sorgere di vocazioni all’Istituto.

Naturalmente, restarono privilegiate le attività proprie delle origini: la visita alle carceri e agli istituti di prevenzione e di riabilitazione.

 

Accanto alle detenute e alle giovani disadattate

 A Parma, furono riprese le visite alle carceri femminili, con viva soddisfazione delle detenute. Talvolta, le Suore furono pregate di sostituire le vigilatrici. Quest’attività di assistenza alle carcerate si intensificò nel periodo della guerra 1940-45.

In tale periodo, e precisamente a cominciare dal 1939, le Suore accettarono di prestare la loro opera come vigilatrici nel carcere femminile di La Spezia. Le detenute trovarono nelle Suore un grande conforto per il loro senso di umanità, unito a una grande fede. Molte furono le conversioni e la vita cristiana cominciò a rifiorire anche nel carcere. Nel periodo di occupazione nazista, non poche detenute furono salvate dalla deportazione nei campi di sterminio per l’accortezza e il savoir-faire delle Suore.

Quest’attività fu chiusa nel 1973, per il diminuire delle vocazioni, ma anche in considerazione che Madre Adorni privilegiava l’assistenza volontaria alle carcerate, escludendo la figura della guardiana di tipo autoritario.

Nel giugno del 1937, fu aperto a Fiume, nell’Istria, un Istituto simile a quello di Parma, per fanciulle o giovinette sviate o in pericolo di sbandamento. L’opera diede ottimi risultati e molte ragazze rimasero a lungo in affettuoso rapporto con le Suore.

Si iniziarono pure le visite al carcere femminile della città con grande sollievo delle detenute e con edificazione della popolazione.

Venne poi la guerra: il 13 agosto 1944, l’Istituto fu quasi completamente distrutto da un bombardamento. L’opera fu trasferita provvisoriamente nella residenza estiva del Seminario di Fiume; poi, l’avvento al potere di Tito pose alle Suore l’alternativa di secolarizzarsi o di abbandonare l’opera. Le ragazze vennero rinviate alle famiglie o affidate ad altre istituzioni in Italia.

 

Opere di riabilitazione e di prevenzione

 Per varie circostanze e soprattutto per le mutate condizioni del nostro Paese, la presenza nell’Istituto di ex carcerate o di adulte provenienti dalla prostituzione divenne sempre meno numerosa fino a cessare completamente. Invece, su richiesta delle stesse autorità civili e per suggerimento di persone sensibili ai segni dei tempi, si andò intensificando l’accoglienza di giovani e di adolescenti, desiderose di emendarsi, dopo esperienze negative. Nel frattempo, si dava ulteriore sviluppo all’opera di prevenzione, accogliendo bambine orfane o provenienti da famiglie disgregate. Una svolta si verificò in seguito alla legislazione minorile del 1934. Questa prevedeva, fra l’altro, l’istituzione di case di rieducazione.

L’Istituto Buon Pastore stipulò una convenzione col Ministero di Grazia e Giustizia nel 1939 e accolse una cinquantina di rieducande. La Sezione di riabilitazione – come la chiamava la Fondatrice – si riempì di giovani complessate, con carenze affettive, gravate spesso da pesanti esperienze.

Col passar degli anni si rese evidente la necessità, per questa particolare categoria di rieducande, di un ambiente più adatto.

Fu acquistata a Porporano, a sei chilometri dalla città di Parma, una bella villa, circondata da un vasto parco. Fatti gli opportuni adattamenti, nell’ottobre del 1953 vi furono trasferite le rieducande.

Il rapporto educativo, di tipo famigliare, nel quale predominava una vigilanza affettuosa e premurosa, ottenne notevoli risultati. La maggior parte delle ragazze ritrovò la via dell’onestà e della fede e conservò rapporti di sincero affetto verso le Suore, anche dopo il rientro in famiglia.

Per le « piccole », rimaste al Buon Pastore, in Via Adorni, si offrì la possibilità di un trasferimento a Scurano, un paesino sull’Appennino parmense. L’aria salubre, i giochi all’aperto, le passeggiate tra il verde, daranno salute e gioia a queste bambine. La casa di Scurano diventerà ben presto un vero e proprio Istituto assistenziale di dimensioni famigliari, per fanciulle povere, bisognose di vivere in zona climatica.

Istituto medico-psico-pedagogico « Madre Adorni »

 La casa di Porporano si qualificò ben presto come Istituto medico-psico-pedagogico, con l’apporto di una équipe di specialisti in psicologia e in scienza dell’educazione.

Si trattò di una vera svolta nel campo della rieducazione. Il Ministero di Grazia e Giustizia prese atto di questa qualificazione dell’Istituto e vi mandò, da tutta Italia, gli elementi bisognosi di particolare assistenza. Nell’intenzione della direzione, l’Istituto doveva accogliere giovani e adolescenti con carenze affettive o educazionali; – su questi elementi l’influenza delle educatrici portò buoni frutti: non poche divennero brave spose e madri -; ma la qualifica di medico-psico-pedagogico, fu causa di un pregiudizievole malinteso con il Ministero di Grazia e Giustizia, che vi inviò, in prevalenza, delle psicopatiche, incapaci di stabilire un rapporto affettivo e spesso senza alcuna volontà di riabilitarsi: persone bisognose più dello psichiatra che dello psicologo.

Dopo aver tentato inutilmente tutte le vie, nel 1961 quest’esperienza si chiuse.

Tuttavia, l’Istituto Madre Adorni continuò il suo servizio.

L’edificio, nuovamente ristrutturato, accolse un certo numero di fanciulle ritardate, suscettibili di recupero. Provenivano da Parma e dalle Province vicine e venivano affidate dagli Enti assistenziali o dalle stesse famiglie.

In breve, l’Istituto si riempì e raggiunse una buona efficienza. Quasi tutte le ragazze migliorarono notevolmente e parecchie arrivarono gradatamente alla possibilità di inserirsi in attività lavorative, con assunzione regolare, così da rientrare in famiglia veramente recuperate.

Quest’opera, così benefica, venne travolta dall’ondata deistituzionalizzante che negli anni settanta colpì indiscriminatamente tutti gli istituti per minori, anche i più seri e specializzati, con la pretesa che gli affidamenti risolvessero tutti i problemi.

 

Sanatorio del Clero

 Nel 1936, fu chiesto alle Ancelle dell’Immacolata di prestare la loro assistenza a sacerdoti, seminaristi e religiosi che sarebbero stati accolti nell’erigendo Sanatorio del Clero ad Arco di Trento. Esse, in vista della particolare predilezione della loro Madre per i Sacerdoti, accettarono.

Per oltre trent’anni, e cioè fino alla chiusura del Sanatorio per l’estinguersi della tubercolosi in Italia, le Suore prestarono premurosa, fraterna e materna assistenza ai degenti, profondendo i sensi della loro grande carità e profonda umanità.

La FACI, che gestiva e reggeva l’opera, chiese l’assistenza delle Suore anche per le Case estive del Clero a Montecatini e a Marina di Massa.

 

Collegi di mutilatini di Don Carlo Gnocchi

La guerra non portò solo strage e sofferenze agli adulti: colpì anche i bambini. Molti furono i morti e i feriti. Tra questi ultimi, particolare pietà destavano i piccoli mutilati, che la guerra aveva reso per sempre disadattati. Apparve allora un sacerdote di gran cuore che cominciò a raccoglierli e a prendersene cura, Don Carlo Gnocchi. La sua carità arrivò anche a Parma.

Nel 1949, per l’assistenza a questi bambini egli si rivolse alle Ancelle dell’Immacolata e, per mansioni che richiedevano personale maschile, ai Fratelli delle Scuole Cristiane.

Così, le Suore entrarono in vari collegi di Don Gnocchi a far da mamma ai mutilatini. E come mamme essi le sentivano e le amavano. Alcune, per essere più utili, si specializzarono in fisioterapia.

Oltre che a Parma, le Suore furono presenti nei Collegi di Pessano (MI), di Marina di Massa (MS), di Giovi (GE), di Torino e di Roma.

Era questa un’opera di emergenza; e infatti, col passare del tempo, i mutilatini di guerra vennero meno e i vari centri si strutturarono diversamente e accolsero fanciulli poliomielitici. Poi, anch’essi subirono le conseguenze della de-istituzionalizzazione e negli anni settanta vennero trasformati in servizi di varia natura. Nel 1973, le Ancelle si ritirarono dal Collegio di Marina di Massa, l’ultimo in cui avevano prestato servizio. Questo servizio di emergenza era durato 24 anni.

Le Ancelle dell’Immacolata, oggi

Dopo una così multiforme attività, alla quale le Ancelle, sensibili ai segni dei tempi, si sono prestate con tanta generosità, che cosa resta oggi? Molte opere si sono chiuse, perché l’emergenza che le richiedeva era cessata o perché i mutamenti avvenuti nella società moderna reclamavano altre soluzioni che lo Stato intendeva assumersi in proprio.

Le Ancelle hanno visto venir meno le attività che determinarono la fondazione del loro Istituto, ed ogni istituzione appariscente è scomparsa dal loro orizzonte. Ma non sono venute meno le miserie materiali e morali che affliggono la società; e non è venuto meno, quindi, l’impegno che le Ancelle hanno ricevuto come eredità preziosa dalla loro Madre. Anche oggi, il loro compito silenzioso e umile di assistere le persone più emarginate, lo sforzo di condurle a Dio, continua, senza sosta, malgrado la crisi di vocazioni le abbia condizionate, come ha condizionato quasi tutte le istituzioni religiose.

L’ex convento di San Cristoforo, la Casa Madre, presenta evidenti nelle sue mura i segni dei secoli; non è più vivace e popolato come un tempo. Tuttavia, non si è chiuso, e le mura esterne non sono il segno di un castello impenetrabile. Le Ancelle vi vivono dentro, svolgendovi una benefica attività. La casa ha come aperto le braccia per accogliere chi ha bisogno. Un’ala, infatti, è stata adibita a Casa di accoglienza, per quelle ragazze che arrivano in città e non sanno dove posare il capo, o per le mogli e figlie di carcerati venute per visitare i loro cari; oppure, per persone che hanno qualcuno degente all’ospedale e non sanno dove ricoverarsi. Tutte queste ospiti trovano qui un’accoglienza cordiale e hanno spesso occasione di sentire una parola di fede o di risolvere in fraterno colloquio qualche segreto problema.

Un reparto è stato riservato anche alle studentesse, provenienti dalla campagna, che non troverebbero facilmente alloggio e protezione.

Un’ala dell’edificio è stata messa a disposizione del Centro di aiuto alla Vita, con il quale le Ancelle collaborano generosamente. Vi sono accolte ragazze-madri o gestanti in difficoltà e anche donne sposate con qualche bambino piccolo che si siano trovate in situazioni di particolare disagio. Le Suore si occupano di loro, con calore umano e con spirito di viva fede.

Dal loro « convento », poi, o da altri centri che hanno a Parma, le Ancelle partono ogni giorno per i loro umili, sconosciuti servizi di apostolato. Vanno ancora alle carceri, ma hanno allargato la loro assistenza anche al reparto maschile, accolte con simpatia dai detenuti e dalle detenute. A tutti infondono un raggio di speranza e fanno sentire il profumo dell’amicizia.

Non fanno una catechesi vera e propria, come ai tempi della Fondatrice, non fanno prediche, ma conversano amabilmente con i reclusi, rispondono alle loro domande, si interessano della loro salute e delle loro famiglie. Talvolta, recano anche soccorsi alle famiglie bisognose dei detenuti. Alle detenute portano lavoro di cucito e le avviano a qualche attività utile e soddisfacente. In una parola, mostrano di amare quei fratelli e quelle sorelle e ne sono riamate; così, senza quasi volerlo, fanno opera di evangelizzazione, prima con l’esempio e poi, quando le circostanze lo permettano, anche con una buona parola, buttata Ií come per caso, ma che penetra nei cuori come un seme che porterà frutto a suo tempo. Non sono rari coloro che si sono riavvicinati alla Chiesa e ai sacramenti. Le Suore hanno anche l’autorizzazione di portare la comunione ai malati, in cella o in infermeria.

Chi esce dal carcere, conserva spesso rapporti con le Suore e queste non mancano, all’occasione, di visitarli in famiglia.

Alcune Suore sono impegnate nella pastorale parrocchiale: catechesi, animazione liturgica, incontri di preghiera, campi-scuola. Se occorre, specie nei campi-scuola, non esitano a deporre provvisoriamente l’abito, per essere più libere nel lavoro, anche se amano la loro divisa, che portano come segno della consacrazione a Dio e ai fratelli.

Alcune potremmo chiamarle « itineranti », perché vanno di casa in casa, là dove qualche situazione penosa reclama la loro presenza. Spesso, trovano lo squallore morale o la discordia; altre volte, è la solitudine, triste compagna della malattia e della vecchiaia. Il sorriso, la bontà, una serena amicizia portano luce e conforto e sono spesso il mezzo di cui Dio si serve per riportarele anime alla fede.

Per le donne anziane hanno a Parma, vicino alla Casa Madre, un pensionato, nel quale vivono e sono assistite una quarantina di persone.

A Parma e a Vitinia, nella periferia di Roma, hanno continuato a dirigere due scuole materne, sia per le pressanti richieste delle famiglie, desiderose di affidare alle Suore i loro bambini, sia perché queste scuole si sono rivelate un mezzo importantissimo per avvicinare le famiglie, per acquistarne la confidenza e poter così aiutare e sostenere giovani coppie in crisi, o spose e madri che si trovano in particolari difficoltà morali o materiali.

Dal 1976, è stato aperto in Parma un Gruppo-appartamento, ossia un piccolo appartamento in un caseggiato comune, dove sono accolte e convivono con una Suora alcune giovani bisognose di guida. Esse vanno regolarmente al lavoro, ma al ritorno trovano la casa accogliente e una Suora che fa loro da sorella maggiore.

Tutte queste attività non fanno rumore. Le Ancelle attraversano la città con passo svelto e quasi nessuno si accorge di loro; ma esse vanno dovunque a fare del bene. Intendono continuare sulla terra, sia pure modestamente, l’opera del buon Pastore, che aveva compassione delle folle e andava a ricercare la pecorella smarrita. Vorrebbero che tante e tante giovani sentissero il loro stesso ideale e le accompagnassero nel loro peregrinare per Dio.

Si sentono associate a Cristo nell’opera della salvezza e considerano questo « uno straordinario dono del Cielo ». Sono parole della Venerabile Anna Maria Adorni, riportate nel nuovo testo delle Costituzioni. In tale testo, così viene riassunto il loro ideale:

« La nostra missione ci chiama a servire Cristo nei nostri fratelli, particolarmente con la visita ai carcerati e l’assistenza alle loro famiglie; con l’ospitalità alle ex carcerate, ravvedute e pericolanti; con l’educazione di bambine e fanciulle in stato di abbandono; con l’assistenza a giovani lontane dalla famiglia e che vivono in ambienti pericolosi; col dedicarsi agli emarginati e a quanti sono immersi nella miseria, soprattutto morale e spirituale ».

Un programma altamente evangelico per il quale si impegnano con un particolare voto. Esse vogliono portare avanti il loro programma « con la tenerezza del buon Pastore », attratte e guidate da Maria Immacolata, che cooperò alla salvezza del mondo con il suo « Fiat! ».

« Vogliamo così testimoniare – continuano le Costituzioni – l’amore misericordioso di Colui che ha cercato la pecorella smarrita, ha avuto compassione dei peccatori, dei poveri, degli afflitti, per portarli dalle tenebre alla sua mirabile luce ».


[1] Una lunga vertenza si ebbe negli anni 1885-1887 con il Demanio.

[2] Madre Adorni però non esitava a visitarle nella loro casa, se ne avevano una, o nel Sifilocomio, stabilito in un secondo tempo in Sant’Elisabetta.

[3] Pare di leggere le direttive del Concilio Vaticano Il, che ha messo ordine in una materia piuttosto confusa.

[4] L’episodio è riferito al Processo Apostolico dalla teste Angiolina Scaltriti che l’udí da Suor Anna Grassi. Cf. Summarium, n. 435.

[5] La Madre le aveva profetizzato che sarebbe stata la sua infermiera e che l’avrebbe assistita in punto di morte. Assumerà il nome di Maria Crocefissa.

[6] L’Avv. Tarchioni aveva fatto notare che non potevano assumere l’esatto nome di Angers, se non si aggregavano a quella Congregazione. Suggerí perciò di omettere la parola « della carità ».

[7] Il 16 ottobre 1927, la salma fu traslata nella chiesa di San Cristoforo, ceduta all’Istituto dalla parrocchia di San Quintino. L’anno seguente vi fu eretto un monumento marmoreo e Mons. Conforti rivolse alle Suore e alle alunne un discorso che fece molta impressione e che abbiamo già avuto occasione di citare.

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Autore:

Congregazione religiosa fondata da Anna Maria Adorni nel 1857.

2 pensieri riguardo “FRS 4°parte: Gli ultimi anni

  1. Vorrei sapere se erano volontarie nel collegio Mutilatini pro Juventute di Marina di Massa anni dal 1967-1971 e Parma 1972-1975 grazie.
    Sebastiano Carfora

    1. Salve,
      alcune nostre sorelle lavoravano nel collegio Mutalitini, ma non si ricordano della presenza dei volontari, soltanto della presenza delle donne che venivano retribuite per il servizio svolto. Bisognerebeb chiedere ai Fratelli delle Scuole Cristiane che gestivano il colleggio e che sicuramente potrebbero dare delle informazioni più complete e precise.

      La salutiamo cordialmente.

      Le Ancelle dell’Immacolata

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